01.02.2012

1370- Non credi all'olocau$to,neghi la $hoah dei 4.000.000 di Auschwitz,neghi il sapone fatto con gli ebrei?Processo e carcere !

Il "negazionista" è il nuovo demonio!

 

Revisionismo:Galileo=Sterminazionismo:Inquisizione

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$$$_ COSA SAREBBE STATO.jpgPassano gli anni,i decenni,si susseguono i  millenni, ma nessun sviluppo di alcun genere, nessuna elaborazione supplementare viene addotta alle affermazioni di un vidal-naquet, rilanciate da una lipstadt,rimasticate, anche,in chiave "semi(o)tica" o "inquisizionista-ergastolodipendente",  se non "forcaiola"...

 L'accusa?..."negare l’innegabile delle camere a gas" ... praticare l'"impostura"!

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24.10.2011

1268- Un HOMME, Professeur Robert Faurisson, Paul Eric Blanrue

robert-faurisson-unhomme.jpg

Un Uomo,Robert Faurisson
 
 
 
 
$ei milioni,6.000.000 ?,aaa- cercasi camere a gas,adolf hitler,führer,reichskanzler,ansia,paranoia,delirio,prozac,antiscemitismo,articoli redazionali,articoli di su robert faurisson,auschwitz : olocausto idolatria,blasfemia olocaustianesimo,delirio $terminazioni$ta,disordine da stress pre-post traumatico,dpts,gayssot legge,holocau$t denial syndrome (hds)-holozac,holocau$tica religio,industria dell'olocau$to,lager für holocaust revisionisten,liturgia della memoria,norimberga la truffa,sayanim,spie sioniste,hasbara,sion zion sionisti "italia",truffa di norimberga,verità politicamente scorrette,vidal-naquet,georges wellersRobert Faurisson e Paul Eric Blanrue durante l'intervista, settembre 2011.
 
 
 
Finalmente parla l'uomo che non ha mai diritto alla parola, se non nei tribunali dove viene perseguitato dalla legge Gayssot che vieta la contestazione (sic) del Vangelo di Norimberga .
Parla di sé ma soprattutto del suo lavoro, dei resultati delle sue ricerche storiche che mostrano in maniera irrefutabile che "il genocidio degli ebrei" o "l'Olocau$to" o "la $hoa" è solo mito e truffa. Il video di 90 minuti, realizzato dallo storico francese Paul-Eric Blanrue, è in libero accesso sul sito ... 

Con sottotitoli in Italiano...
 

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24.02.2011

1091) L’UGIF E LA RETATA DEL VELODROMO D’INVERNO 16 luglio 1942

vichy-les communistes et les juifs.jpgIl 27 Gennaio 2011, in occasione della “ Giornata della Memoria “, è uscito il film “ Vento di Primavera “ (titolo originale: La Rafle), una coproduzione tra Francia, Germania e Ungheria della francese Rose Bosch. Il film narra di una vicenda poco nota o poco ricordata nei libri di storia: il 16 Luglio 1942, 13.000 ebrei vennero rastrellati e deportati in un velodromo, dove vennero riuniti in attesa di deportazione. Di tutto ciò viene accusato il governo “collaborazionista” di Vichy, a quel tempo alleato della Germania.

Se questa vicenda è poco nota, ancora meno noti sono i reali fatti che si nascondono dietro e che la “storia ufficiale” si guarda bene di narrare.

Qui di seguito alcuni cenni riassuntivi:

Continua...

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In verde testi di Olodogma. Colore, foto, evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale.WaA

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15.12.2010

1019 Alcune riflessioni elementari sul diritto alla libertà d'espressione di Noam Chomsky

faurisson,lager.jpgQuesto intervento del non-revisionista Chomsky apparve come prefazione al Mémoire en défense di Robert Faurisson (nel fotomontaggio a sinistra.)(1980). Va detto che il grande linguista americano aveva avuto un ripensamento, che però concerneva non la sostanza del suo scritto, ma solo l'opportunità di esso (opportunità nel considerare la quale egli non dava spazio non ne ha mai dato a preoccupazioni relative alla propria persona); ma il ripensamento era tardivo, il libro era già in circolazione. Su questo risvolto, e in generale sulla posizione di Chomsky nei riguardi del revisionismo olocaustico, si veda Pierre Guillaume, Droit et Histoire, La Vieille Taupe, 1986, pp. 152-72.

Contro Chomsky entrava subito in azione la macchina del discredito mediatico...

Continua...

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In verde testi di Olodogma. Colore, foto, evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale.WaA
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05.12.2010

2 Il preteso numero delle vittime di Auschwitz, studio di Carlo Mattogno

gaschambers-auschwitz.jpg

IL NUMERO DELLE VITTIME (di Auschwitz,nd WaA)

Parte 2

Anche nel suo studio statistico sul numero dei morti di Auschwitz invocato da van Pelt, Piper difendeva la piena validità della perizia sovietica, riguardo alla quale scrisse:

«Per quanto riguarda l'attendibilità dei dati addotti nella tabella citata1428 bisogna rilevare che in generale corrispondono alla realtà effettiva. Ciò concerne sia la capacità dei singoli crematori (che era sì più alta del 100% rispetto ai dati tedeschi, ma corrispondeva
all'incirca alle cifre menzionate dal membro del Sonderkommando Feinsilber),sia il tempo di funzionamento (le differenze oscillano in un ambito da uno a tre mesi, ad eccezione del crematorio I, per il quale il tempo fu accorciato di undici mesi)»1429
Il calcolo summenzionato fu addottato da Piper - traendolo da van Pelt! - solo nel novembre 2003 e solo per rispondere ad un analogo argomento di Fritjof Meyer: in questa occasione Piper calcolò 4.756 cadaveri per 547 giorni = 2.601.532 cadaveri1430, ma ciò non ha nulla a che vedere con la revisione della cifra propagandistica dei 4 milioni.
Van Pelt riassume poi i calcoli statistici di Piper sugli Ebrei deportati ad Auschwitz effettuati in base al “Kalendarium” di Auschwitz, ma premette:
«Il Kalendarium dev'essere considerato la base di ogni ricerca storica sulle deportazioni ad Auschwitz, ma bisogna sottolineare che non è perfetto»1431.

Continua...

30.11.2010

CARLO MATTOGNO:DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

terrore,revisionismo.jpg

Foto: "Sterminazionista 2010"

 

OLOCAUSTO: DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

PIERRE VIDAL-NAQUET, GEORGES WELLERS,DEBORAH LIPSTADT, TILL BASTIAN, FLORENT BRAYARD ET ALII

CONTRO IL REVISIONISMO STORICO

di CARLO MATTOGNO

Edizioni di Ar , 1996, 322 p.

Ordinabile presso:  http://www.edizionidiar.com/

Qui sotto i links di collegamento al testo.

 

Cliccare sui links per l'accesso ai testi.

1) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 1 (Pierre Vidal-Naquet)

2) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 2 (Pierre Vidal-Naquet)

3) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 3 (Pierre Vidal-Naquet)

4) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 4 (Pierre Vidal-Naquet)

5) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 5 (Georges Wellers)

6) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 6 (Deborah Lipstadt)

7) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 7 (Till Bastian)

8) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 8 (Wellers,Bailer-Galanda,Bailer,Wegner)

9) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 9 (L.Picciotto-Fargion,D.Czech,F.Germinario,L'Espresso,G.Ottolenghi)

10) DILETTANTI ALLO SBARAGLIO...parte 10 (Florent Brayard)

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19.06.2009

Cesare Saletta Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

 


Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet


di Cesare Saletta


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Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta

da Arturo Peregalli.

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Benché non sia mancata l'attenzione -- iniziata, ormai tanti anni fa, con una

trasmissione della televisione svizzera di lingua italiana, nella quale Robert Faurisson

compariva oscurato da un drappo inquietante, e sulle pagine di "Storia illustrata" --

non si puodire che vi sia stato un dibattito italiano sulle posizioni degli storici detti

"revisionisti" - specialmente riguardo alla questione dell'Olocausto. Di fatti clamorosi,

a cominciare dalla prefazione di Noam Chomsky ad un volume di Faurisson, ne

sarebbero successi, e tali da stimolare anche qualche diatriba, stagionale magari,

peroenergica. Invece se ne continua si a parlare, nel senso che capita di vedervi fare

riferimento, ma in modo occasionale, generico e disinformato.

Destinatari ovvii di un discorso che nega i mezzi e l'entità dello sterminio degli ebrei

da parte del nazismo parrebbero essere quegli uomini di una destra estrema cui preme

riabilitare i fascismi europei non solo come artefici di un ordinamento statale

protagonista di chissà quali novità politiche e sociali, ma innanzi tutto come forze

ideali ancora di attualità. A questo proposito, non ci si puonascondere che esiste pure

chi, più estremo, è di fatto refrattario ad ogni revisione ed esalta lo sterminio come un

programma che non ha potuto ancora realizzarsi completamente. Il revisionismo

storico ha attecchito invece presso alcune frange, soprattutto francesi, di quello che si

usava chiamare "gauchisme". All'inizio, come già era accaduto con Chomsky, si è

trattato di difendere, vincendo magari non pochi attriti psicologici, la libertà della

ricerca e delle opinioni anche quando fossero rivoltanti; in seguito - soprattutto a

mezzo di Pierre Guillaume e della Vieille Taupe - di compromettersi in una ricerca

della verità, costi quel che costi, che si è rapidamente trasformata in una campagna di

informazione. E proprio cioche è mancato in Italia, insieme all'inesistente recezione accademica.

L'olocausto è una materia che non si riesce a maneggiare con disinvoltura. Succede di

dover riprendere nella propria coscienza temi che sembravano definitivamente

sviluppati, per nulla problematici, certi, terribili. Gli argomenti degli storici

revisionisti, per quanto possano urtare le suscettibilità ideologiche dei più, sono

tuttavia molto semplici: la mancanza, salvo accenni che possono diventare

significativi solo pregiudizievolmente, di documenti nazisti che provino la

pianificazione dello sterminio in massa degli ebrei; i dubbi che sussistono sulle

testimonianze, per le condizioni in cui sono state date; l'implausibilità del meccanismo

dello sterminio (leggi camere a gas) cosi come fino ad oggi è stato raccontato. Sono

argomenti che si dispongono nel senso delle regole di base dell'indagine storiografica,

come di ogni metodologia giornalistica o giudiziaria seria, volta ad accertare i fatti.

E per questo che risposte isteriche, anche se comprensibili, sono fuori luogo. Se si

pensa che si possano dare spiegazioni a cioche fra i revisionisti è considerato

materiale inutilizzabile, sospetto o addirittura fantasioso, è bene darle fondando la

polemica sui fatti, riconoscendo cioè come legittimi quei dubbi che si ammettono per

quello che sono in qualsiasi indagine che si rispetti. Ogni resistenza porta invece

acqua al mulino di chi ritiene che su questi argomenti una "grande menzogna"

effettivamente ci sia stata.

L'autore dei testi qui raccolti, che trattano degli scritti di Pierre Vidal-Naquet,

rappresentante di punta del campo antirevisionista, ha militato in quell'ala della

"sinistra comunista italiana" che si è soliti definire semplicisticamente "bordighista".

Non chiediamo di condividere le certezze cui è giunto. L'argomento è di quelli che


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richiedono (come egli peraltro ha presente) l'uso sistematico del dubbio. Si vedrà

comunque che non vi è nulla di specioso o di esibizionistico nei testi e sarà bene che

al dubbio, che da solo puopoco, si accompagni la riflessione.


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Prefazione


Menzionando due dei brevi scritti che qui raccolti rivedono la luce dopo essere usciti

privatamente tra l'85 e l'87 Vidal-Naquet ha creduto di dover rilevare che, essendosi, a

suo dire, il revisionismo italiano sviluppato - cosa di cui egli è il solo ad avere notizia

- intorno a "due personaggi", uno di sinistra (saremmo noi) e l'altro di destra (il

riferimento è a Carlo Mattogno), era al personaggio di destra, e non invece a quello di

sinistra, che le "Annales d'Histoire révisionniste" (1), pur pubblicate da una casa

editrice di sinistra rivoluzionaria, avevano aperto le loro pagine (2). Il gros bonnet tira

cosi in ballo una circostanza sulla quale è opportuno che ci si fermi: facendolo ci sarà

dato sia di chiarire i motivi che hanno determinato i compagni della Vieille Taupe, la

casa editrice delle "Annales", a prender parte a quella campagna revisionistica in cui è

spettato loro un ruolo primario, sia di situare nella debita luce l'impegno pubblicistico

erogato con oracolare intermittenza dall'"antichista impancatosi mentore civile" per

combattere un fenomeno intellettuale, e politico, che turba i sonni di lui e di parecchi altri.

Con la sua osservazione Vidal-Naquet mira ad accreditare presso i meno avvertiti tra i

suoi lettori l'immagine che egli vuole loro suggerire delle pretesa evoluzione, o,

piuttosto, involuzione politica della Vieille Taupe. Questa sarebbe partita da

"Socialisme ou Barbarie" per approdare ad un'impresa - quella revisionistica, appunto

- in cui gli originari intenti di sinistra sarebbero confluiti, dimentichi di se stessi e

smarrendosi irremissibilmente, con le pulsioni antisemitiche sia dell'estrema destra

(varietà vetero e neo-nazista e varietà cattolico-integralista), sia di una parte del

mondo islamico. Diciamolo subito: è un'immagine falsata da cima a fondo. L'esigua

particella, non già di verità, ma di non-inverosimiglianza sulla quale essa fa leva si

riduce al fatto che si puolegittimamente congetturare che sia a destra, e all'estrema

destra, piuttosto che a sinistra che fino ad ora abbia trovato accoglimento quella

revisione della leggenda olocaustica - la leggenda, cioè, dello sterminio di milioni di

ebrei che sarebbe stato attuato in esecuzione ad un piano etnocida e per mezzo

specialmente di camere a gas appositamente costruite in alcuni lager (3) -- cui la

Vieille Taupe ha consacrato le sue energie dalla fine degli anni '70 in avanti: tutto qui.

Questo stato di cose, quand'anche lo si potesse senz'altro dire reale anziché

legittimamente congetturabile, si sarebbe pur sempre in diritto di considerarlo

soggetto a modifica, ossia provvisorio; e i segni di una modifica nel senso auspicabile

da sinistra non mancano, a parte la circostanza che in Francia, grazie a Paul Rassinier,

antico militante del Pcf passato nel '34 al partito socialista e che socialista rimase

sempre (pur facendo espressa professione di antimarxismo: il che ci separa da lui nel

modo più netto, anche se la grosse tête, con il fastidioso pressapochismo che le è

peculiare, ci presenta come discepoli di lui (4)), il revisionismo, di cui egli fu il

capostipite, ha sempre avuto un'udienza, marginale se si vuole, ma non trascurabile

nella sinistra non irreggimentata elettoralisticamente: circostanza cui fa suggestivo

riscontro l'atteggiamento di distacco tenuto dalla Nouvelle Droite come tale e nel suo

insieme. Il revisionismo ha di fronte a sé una lunga strada da percorrere, non solo per

quanto concerne l'approfondimento dello specifico tema in rapporto al quale è sorto (e

sotto questo profilo esso puovantare acquisizioni di straordinaria importanza, nel

negare oscurantisticamente le quali un Vidal-Naquet fa strame della sua qualità di


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studioso e si associa ad una compagnia che di certo non gli invidieremo), ma, e ancora

più, per quanto concerne la recezione delle sue conclusioni da parte di chi fino ad ora

a esso è rimasto estraneo od ostile; e tale, particolarmente in Italia, è il caso dei più tra

i militanti delle residue sinistre rivoluzionarie.

O non ne sanno nulla, ed è quello che si constata con la maggior frequenza, oppure ne

hanno sentito vagamente accennare e sono passati oltre; e, questo, vuoi perché non

hanno colto le implicazioni che dal loro punto di vista la questione è suscettibile di

avere (le abitudine mentali diffuse nell'ambiente, e che hanno tanta parte nella

soggettiva incapacità di operare per una prospettiva di superamento di una condizione

minoritaristica, non li predispone, bisogna riconoscerlo, a cogliere queste

implicazioni), vuoi perché nel loro atteggiamento nei confronti dei regimi totalitari di

destra sopravvive molta dell'eredità di quella linea di sinistra convenzionale il cui

antifascismo, anche nei suoi aspetti più radicali, ha sempre sofferto del limite di stare

tutt'intero, anche se non senza contraddizioni intime, all'interno della dialettica tra le

forme nelle quali il capitale esercita il suo dominio politico: da cui la sopravvivenza di

un riflesso condizionato che li induce a rigettare ogni tematica che appaia loro

intrinsecamente di destra (il che non significa affatto che lo sia). Questo punto esige

un chiarimento di ordine generale; ci sia percioconsentito di allontanarci per un attimo

dall'argomento per precisare che, senza aver mai, in precedenza, pensato il contrario,

da lungo tempo noi che scriviamo andiamo sostenendo che ai fini dello sviluppo, e

meglio sarebbe oggi dire: della rinascita, della lotta di classe - il reinstaurarsi della

quale è epocalmente messo in forse nella maniera più grave dall'interferenza di

processi (si pensi, ad esempio, all'afflusso massivo dell'immigrazione afroasiatica, che

va ponendo le premesse demografiche e sociali di una tragica sostituzione della lotta

tra le razze alla lotta di classe) che troppo spesso, per non dire di regola, da sinistra

rivoluzionaria vengono considerati con la solita, vecchia cecità preparatrice di

fallimenti futuri e in uno spirito di desolante incoscienza - ci si deve augurare che la

democrazia borghese abbia, si, pieno campo a dispiegare tutto il suo squallore e tutta

la sua degradazione, ma senza portare alla ricomparsa di regimi assimilabili a quelli

che abbiamo conosciuto nell'interguerra, giacché l'esito più certo di una svolta siffatta

sarebbe il soffocamento dei germi di ripresa della lotta anticapitalistica e il

rinverdimento di quelle illusioni democraticistiche contro la possibilità di ricaduta

nelle quali un'esperienza di mezzo secolo non è valsa a vaccinare sul serio neanche

cioche ancora residua di forze antisistema: quando, or sono settant'anni, Bordiga

affermava che il peggior prodotto del fascismo sarebbe stato l'antifascismo

manifestava una percezione sicura dell'avvenire. Caldeggiando l'opera di revisione

siamo, quindi, lontani quanto più non si potrebbe dal civettare retrospettivamente con

i prototipi di regimi nel cui riaffacciarsi vedremmo il prodromo della peggiore delle

iatture. Cioposto, crediamo che multinazionalmente e transnazionalmente enormi

interessi - ora probabilmente fatti più aggressivi dal venir meno della bipolarità Usa-

Urss, dalla riunificazione tedesca, dal pur problematico ruolo dell'Europa, e della

Germania nell'Europa, dagli attriti tra i partners europei - premano senza posa, ben

consapevoli, anche senza aver letto Orwell, del fatto che "chi controlla il passato

controlla il futuro", per l'enfatizzazione della scelleratezza di quei prototipi, e

innanzitutto di quello nazista, adoperandosi a far si che il passato non passi davvero

mai e mettendo, come ieri se non di più, sul loro conto non solo cioche essi fecero (e

che non era, poi, granché diverso da ciodi cui si macchiarono e di cui hanno

continuato a macchiarsi i loro avversari del '39-45 (5)), ma anche cioche essi, magari,


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sarebbero stati moralmente capacissimi di fare -- non era certo di umanità che erano

ricchi... -, ma che nondimeno non fecero.

La critica revisionistica non solo è meritevolissima di quel rispetto che non va mai

lesinato alla capacità di andare controcorrente quando l'andare controcorrente

corrisponda ad altro che non sia soggettivismo imbecille o estetistico prurito di épater

le bourgeois, ma è altresi meritevolissima di attenzione sia per i risultati cui mette

capo sul terreno della conoscenza storica (risultati che, su quello stesso terreno, tanto

più ci sembrano apprezzabili quanto meno riescono graditi al nulla lardoso e sonoro

corrispondente alla seconda carica istituzionale della nostra repubblica borghese), sia

in quanto costituisce un efficace strumento per evidenziare alcuni di quegli interessi, e

non dei minori, a partire dall'individuazione puntuale delle forze da cui, oltre che dalla

persistenza dei miti dell'antifascismo e del resistenzialismo, è alimentata la reazione

rabbiosa che essa si trova di continuo a fronteggiare. Gli interessi cui ci riferiamo non

sono, sia chiaro, solo ebraici (e questi, d'altro canto, non sono riducibili a quelli,

peraltro ingentissimi, che l'opinione pubblica israeliana, convinta bensi della realtà del

genocidio, ma smagata, motteggia usualmente come Shoah-business: il che ci riporta

a "la vigna che rende cosi bene"); e, per non lasciare spazio a equivoci, aggiungeremo

che sarebbe gravemente mistificante parlare degli ebrei come dei rois de l'époque,

come faceva ai tempi di Luigi Filippo e dell'enrichissez-vous! Alphonse Toussenel, lo

storico fourierista della féodalité financière, per il quale, del resto, juifs erano anche i

protestanti, gli inglesi e gli olandesi; ma che in misura cospicua siano interessi non già

degli ebrei, ma della élite economica ebraica, della porzione ebraica della élite

economica mondiale, è incontestabile.

Tacciarci di antisemitismo per questa e siffatte constatazioni sarebbe tanto idiota

quanto tacciare di antisemitismo un Carlo Cattaneo che, mentre criticava le

interdizioni legali di cui erano vittime gli israeliti, non mancava di ricordare come

all'epoca calcoli attendibili indicassero in loro i detentori dell'ottava parte del

numerario esistente nel mondo. Sarebbe somma ipocrisia fingere di non vedere che,

nella forma storica assunta dal capitalismo nel mondo euroamericano, questa porzione

della élite, integrata come forse nessun'altra nell'economia e al tempo stesso

autosegregata socialmente in base ad un criterio di specificità culturale, ha acquisito

un peso che non ammette sottovalutazioni: uno dei frutti avvelenati di cui ci gratifica

il capitalismo sinistramente sopravvissuto alla fase storica nella quale il proletariato

sembroavviato a distruggerlo a breve o a medio termine è il riproporsi di una

questione ebraica. A questi interessi, il cui centro di gravità è negli Usa, si intrecciano

quelli specificamente sionisti; e gli ambienti sionisti (a proposito dei quali, cosi come

a proposito della élite economica ebraica, non ci stancheremo di ripetere, contro ogni

ossessione antisemita, che sarebbe arbitrario fare tutt'uno di essi e di quelli ebraici in

genere, per deplorevolmente appiattiti che i secondi siano sui primi in forza di un

groviglio di equivoci carico di possibili conseguenze nefaste) sono permanentemente

mobilitati in funzione antirevisionistica in una con quella élite e con gli esponenti

intellettuali di quei settori dell'ebraismo che si muovono in un'ottica di apartheid: a

tale riguardo valga per tutti il nome di quell'autentico tarantolato che è Elie Wiesel.

Nella frenesia antirevisionistica di tutto questo mondo traspare la piena

consapevolezza del fatto che lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe

ad Israele la possibilità, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o

poco meno il rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una tragedia la quale

nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe luogo mai. Tragedia vi


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fu, ma, per minor sventura, si articoloin termini del tutto diversi, in meno peggio, da

quelli fissati nel mito.

Com'è evidente, le "Annales" non sono state né sarebbero potute essere una rivista di

sinistra rivoluzionaria. Ma nemmeno sono state una rivista cui si potesse attribuire

una fisionomia politica nel senso proprio della qualificazione. Sul piano politico non

hanno rappresentato nulla che assomigliasse ad una convergenza. Sono state, invece,

il punto d'incontro di individualità eterogenee per formazione, di sinistra non meno

che di destra, e ciascuna di queste individualità rappresentava esclusivamente se

stessa. Cioche va sottolineato è che, cosi come l'impegno operoso della Vieille Taupe

aveva infranto di colpo al cadere degli anni '70 il monopolio per l'addietro esercitato

dalla destra sulla tematica revisionistica, cosi questo punto d'incontro (e con esso uno

spazio di libertà) veniva ad esistere grazie ad un'iniziativa di sinistra: vogliamo dire

grazie ad un'iniziativa che era di sinistra non solo per riflesso della posizione

inequivoca del gruppo editore, ma per essere sottesa dal convincimento che,

indipendentemente dalle opinioni soggettive di questo o di quello tra i revisionisti, dai

dati che essi fanno emergere emana una sollecitazione, tanto più pressante quanto più

è imponente il materiale conoscitivo ormai accumulato in questa ricerca, ad una

ripresa di quella riflessione sul ruolo della menzogna nell'ordine sociale borghese che

accompagnosempre il pensiero e la prassi del movimento socialista ai tempi in cui era

assiomatico che "dire la verità fosse rivoluzionario" (Lassalle) e che "la verità fosse di

sinistra" (Rassinier); ai tempi, cioè, in cui, partecipi, ad onta dell'enorme distanza che

sotto tutti i profili immaginabili intercorreva tra di loro, del medesimo clima e del

medesimo convincimento, Pietro Gori poteva porre in epigrafe alla sua edizione del

Manifesto dei comunisti il detto evangelico secondo cui "voi conoscerete la verità e la

verità vi farà liberi" e Lenin dava il nome di Pravda al giornale dei bolscevichi. Da

quella persuasione il pensiero socialista non si è discostato neanche nei decenni del

disastro, e Bordiga continuava a definire la verità come il solo ossigeno della

rivoluzione. Questo convincimento può, certo, venire irriso da filosofastri di varia

osservanza, ma non è minimamente affetto da quell'ingenuità di cui gli ha spesso fatto

carico la faciloneria dei suoi critici.

Esso ha una precisa base filosofica (ci si permetta la digressione) e poggia sulla

coscienza del fatto che, stanti i condizionamenti storici e sociali di ogni sforzo inteso

a ottenere una rappresentazione approssimativamente esatta dei nessi interni a cioche

è materia di esperienza sensibile, il conseguimento di questa rappresentazione è

subordinato, oltre che all'impiego di strumenti logico-sperimentali adeguati,

all'assunzione in ogni ciclo storico di un punto di vista socialmente definito come

quello correlato a interessi obiettivamente non suscettibili di entrare in conflitto con il

livello di conoscenza che, indipendentemente da ogni considerazione di essi, si

puoconseguire in quella data congiuntura storica; dal che discende che, nel ciclo

segnato dal contrasto tra capitale e lavoro, il punto di vista che puoconiugare

obiettività e partitarietà è quello attingibile quando ci si collochi sulla linea esprimente

la dinamica storica di quegli interessi che non sono soggetti a venir lesi da un

qualsivoglia sapere reale, in quanto qualsivoglia sapere reale è omogeneo a quello

stesso sapere che permette di prevedere (in via morfologica, avrebbe detto Antonio

Labriola) il loro soddisfacimento avvenire dallo sviluppo delle contraddizioni

connaturate al modo di produzione capitalistico, base della forma-limite di società

divisa in classi. Ma rappresentazione tendenzialmente esatta di cioche è materia di

esperienza sensibile non è altra cosa che quella che si usa designare con l'espressione


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verità. Tra verità e interessi di fondo della lotta per il socialismo non c'è contrasto per

la buona ragione che obiettivamente non puoesserci. Non v'è dubbio possibile: quando

"la verità, che era di sinistra, si rifugia a destra e all'estrema destra", come parve a

Rassinier che stesse accadendo, questo significa infallibilmente che la sinistra versa in

uno sfacelo gravissimo. La scommessa storica è che anche da questo sfacelo, che data

dagli anni '20, dal mancato estendersi all'Occidente della Rivoluzione d'Ottobre e dal

conseguente Termidoro staliniano, essa si risolleverà.

Che, in specie, la verità sull'asserito sterminio abbia una potenzialità eversiva, non

solo rispetto a quella "soluzione" reazionaria della questione ebraica che è il sionismo,

ma altresi rispetto alla persistenza - persistenza non in forma di semplici relitti

depositati dalla storia passata, ma come elementi costitutivi di una mentalità ben

radicata e diffusa - degli orpelli ideologici sovrapposti nel '39-'45 dalle potenze

"democratiche" ai loro appetiti imperialistici, lo dimostra la sordida persecuzione

condotta -- soprattutto nel paese di Vidal-Naquet -- contro i revisionisti, ai quali è

imposto il cimento di dimostrare con la loro tenuta che "il coraggio consiste nel

cercare la verità e nel dirla" (Jaurès). C'è bisogno di precisare che l'intellettualità

democratico-borghese, quella stessa che paventa il sonno della ragione, quella stessa

che si riempie la bocca di liberalismo e neoilluminismo, non trova nulla da ridire a

proposito di questo accanimento repressivo? La viltà della categoria è notoria. Quello

che mette conto di notare -- non certo ai fini di una constatazione di impensabili

convergenze politiche -- è l'obiettiva ironia di uno stato di cose nel quale, in concreto,

i diritti della ragione li difende, piaccia o non piaccia, anche gente di destra: quelli,

cioè, tra i revisionisti che, in quanto privati, hanno idee di destra e che, quando

mantengono il loro revisionismo sul piano della serietà senza attendersene la riprova

di un'immaginaria "cospirazione ebraica", si mettono poi - ma questo è affar loro - in

contraddizione con una delle storiche componenti del loro mosaico ideologico.

Uno spazio di libertà, abbiamo detto. Più all'immediato, infatti, l'iniziativa

concretatasi nelle "Annales" si prefiggeva di offrire una possibilità di espressione a

ricercatori sottoposti all'ostracismo più rigoroso da parte dell'intero establishment

politico, giornalistico, accademico e culturale: si trattava, senza dubbio, di un

obiettivo minimale, ma questo obiettivo rappresentava la precondizione del progredire

di un insieme di conoscenze reali, e dunque dell'utilizzazione politica di esse. E a

partire di qui che va considerata la faccenda del trattamento preferenziale che, a

prestar fede alla grosse tête, la Vieille Taupe avrebbe usato al personaggio di destra

rispetto a quello di sinistra.

Il Mattogno, oltre che un personaggio di destra, è qualcosa più che un revisionista. Il

vedere i suoi lavori apparire per i tipi de La Sentinella d'Italia e de La Sfinge (ma noi,

pur non conoscendolo, sappiamo di passi da lui fatti or è qualche anno, e rimasti

infruttuosi, in tutt'altra direzione) ci reca un disappunto non inferiore a quello che ci

procura il sapere che egli vota, o votava, radicale (6). Ma, in definitiva, il giudizio che

si dovrà dare di quei lavori non lo si potrà far dipendere da quello che si riterrà di dare

della soggettività politica del loro autore. Sarebbe incredibilmente ingenuo

immaginare che tra questa e quelli non viga un rapporto, e un rapporto stretto; sarebbe

non meno ingenuo pretendere che l'esistenza di un tale rapporto abbia come

necessaria conseguenza quella di invalidare la loro sostanza. Se la sostanza sarà

invalidata, lo sarà da altro, non certo da questo. Senza il minimo dubbio, i

convincimenti politici del Mattogno avranno avuto parte nel determinare i suoi


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interessi intellettuali: questo dovrà indurre ogni persona sensata a considerare i lavori

di lui con la massima circospezione, con la massima diffidenza, anzi; non, però, a

rigettarli a priori, per sospettabile che sia un revisionismo che si accompagni ad un

orientamento di destra. Li si rigetterà se sarà dato di toccare con mano che quei

convincimenti non hanno avuto parte soltanto nel suscitare quegli interessi, ma hanno

anche interferito nell'indagine: ad esempio, suggerendo al Mattogno di fare sua, tra le

varie conclusioni che si potevano trarre da un certo insieme di elementi, quella che

meglio si adattava ai suoi pregiudizi, se ha dei pregiudizi, e di farla sua solo per questo.

Tutto quello che si può esigere da un ricercatore è che la sua tendenziosità, che è un

fatto naturale e comune a tutti, non superi un limite del genere. I suoi lavori il

Mattogno li pubblica: con ciostesso li espone, e si espone, al giudizio dei lettori, ivi

compresi, e siano benvenuti, quei lettori dei quali si deve supporre che non siano

propriamente ben disposti nei confronti della tesi che egli sostiene. A questi lettori

non mancherà, magari, la possibilità di bollarlo come falsario, ma per farlo debbono

essere in grado di dimostrare -- di dimostrare -- che egli si macchia di falso. Non

provarcisi neanche e dare per inteso che quei lavori sarebbero squalificati per le

opzioni ideologiche dei loro autori o, addirittura, per la loro propria essenza sarebbe

un fare carta straccia, non diciamo dell'intelligenza, diciamo dell'umile buon senso.

Eppure, per quattro quinti o, piuttosto, per nove decimi la polemica antirevisionistica

di Vidal-Naquet si regge su di un presupposto siffatto. A quei lavori, come a quelli di

qualunque altro revisionista, bisognerà almeno gettare un'occhiata per capire come li

si debba catalogare: se come esercizi di fantastoria o, all'opposto, come ricerche non

manifestamente prive dei requisiti della ricevibilità; e della ricevibilità di un'indagine

nessuno - neppure un professore della Sorbona - puodecidere né in base alla

soggettività del ricercatore né in base alla natura dell'oggetto dell'indagine; se se ne

volesse decidere in base a questo secondo criterio, che è quello usualmente, e

interessatamente, applicato alle indagini dei revisionisti, ciosignificherebbe conferire

a certi temi lo statuto di tabù. Sembrerà un'invenzione, ma in Francia a tanto si è

effettivamente arrivati quando si è varata una legge che imbavaglia chi non è disposto

a giurare sulla storicità dell'olocausto: non siamo ancora alla pratica brezneviana

dell'internamento sistematico dei dissenzienti in manicomio (7), ma la logica

sottostante è la medesima. E, allora, nasce un interrogativo, invero di soluzione non

ardua: nella defunta Urss era la nomenklatura che si intendeva tutelare, ma nella

Francia degli anni '90 quali interessi sono tanto forti da ottenere, in deroga

all'indirizzo generale della legislazione del paese, una protezione cosi gelosa e,

diciamolo, cosi scandalosa? Nessuno, ma proprio nessuno, si è ingannato: il bavaglio

è stato imposto perché, con possibile pregiudizio di quegli interessi, gli

antirevisionisti erano paurosamente a corto di argomenti e perché, quindi, l'alibi del

"dibattito che era escluso" era sempre meno sostenibile.

Queste conclusioni non troveranno d'accordo, ciova da sé, Vidal-Naquet, ma dalle

considerazioni che le precedono non potrà decentemente disconvenire chi, come lui,

non ha esitato a farsi grand patron di un Jean-Claude Pressac sorvolando sulla

circostanza che il Pressac (senza essere mai stato un revisionista, checché ne dica il

luminare) è un naziskin di mezza età e badando, per contro, solo alla circostanza che,

a differenza di quelle del Mattogno, le ricerche del naziskin di mezza età sembrano

convalidare -- il che, però, è tutto fuor che pacifico (8) -- qualcosa che assomiglia,

anche se un po' molto da lontano, all'ortodossia sterminazionistica; ma se, per


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implicito o per esplicito, ne disconverrà (ne ha già subite tante di violazioni, la

decenza!), allora bisognerà ammettere che due e due fanno quattro e che Vidal-

Naquet offre la palmare dimostrazione del fatto che si puoessere colonne portanti

dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales e nello stesso tempo nutrire una

ben singolare idea e della ricerca scientifica e della libertà della medesima. La cosa

era già nota dal 1979.

Quello che il sant'uomo lascia virtuosamente in ombra è che a tutt'oggi il Mattogno

rimane l'unico studioso che l'Italia abbia dato al revisionismo, mentre è stato di tutta

evidenza fin da principio come chi qui scrive non sia se non un semplice lettore che

ha sentito la necessità di dar voce alla persuasione maturata in lui dopo che aveva

preso coscienza dei reali termini del problema; e questa persuasione si è irrobustita

via via che egli ha constatato cioche chiunque puoconstatare solo che lo si metta

sull'avviso, vale a dire che l'ortodossia cui tanto tengono l'ellenista, lo Stato-ghetto

israeliano e i suoi legati in partibus infidelium è risoluta a perpetuarsi ricorrendo,

quando altri mezzi riescano insufficienti, alla calunnia, alla frode, alla sopraffazione e

alla violenza spregiudicatamente impiegate ai danni di chi, servendosi dei normali

metodi dell'analisi e della critica storica, di nient'altro che di quei metodi contro la cui

applicazione (è necessario batterlo, questo chiodo) nessuno trova alcunché da ridire

quando si tratta di un qualsiasi problema che non sia quello della persecuzione

nazista, vuol controllare la fondatezza di quell'ortodossia.

Ora, la calunnia, la frode, la sopraffazione e la violenza sono tutte cose per vedere le

quali il gros bonnet non ha avuto bisogno di guardare al di là dei confini francesi: i

magistrati, rarissime eccezioni a parte, ligi fino all'assurdo alle pressioni esercitate

dalle sfere ministeriali da cui dipendono o solleciti per proprio conto a non urtare

suscettibilità che vanno risparmiate ad ogni costo; le innumerevoli angherie

amministrative; una stampa che non ci pensa due volte a disonorarsi col ricusare ogni

effettivo diritto di replica a chi da essa viene attaccato nella maniera più velenosa;

firme illustri del giornalismo (democratico, che diamine!) che si sono espresse in

termini che erano un invito appena camuffato, quando pure era camuffato,

all'aggressione fisica; l'emendamento antirevisionistico fatto oscenamente scivolare di

soppiatto, nottetempo, all'insaputa della commissione parlamentare competente, dal

guardasigilli Chalandon in un progetto di legge contro lo spaccio di stupefacenti; la

legge liberticida Fabius-Gayssot che reprime duramente ogni pubblica espressione di

idee revisionistiche erigendo le "verità" olocaustiche di Norimberga a dogmi

dell'ordinamento repubblicano; la vita resa impossibile alla Vieille Taupe; il

vetrioleggiamento di Michel Caignet; l'atroce pestaggio inflitto a Faurisson da

squadristi delle organizzazioni paramilitari sioniste che sapevano di poter contare

sulla sperimentata disattenzione della polizia; l'auto imbottita di esplosivo con cui

venne eliminato a suo tempo François Duprat, che era, non c'è motivo di celarlo, un

uomo di destra. Non c'è dubbio: tutti questi sono mezzi che provano, si, qualcosa, e

qualcosa di importante, ma contro chi li adotta, non contro chi li subisce; e lo stesso si

dica della speculazione ogni giorno rinnovata sui sentimenti e le psicosi di chi dal

dramma che investi l'ebraismo europeo durante la seconda guerra mondiale ha

riportato ferite che lo stravolgimento di quel dramma ha reso, da gravissime che

erano, insanabili: come si voleva che fossero. Dire le cose che abbiamo detto nell'85-

87 aveva un senso qui da noi, dove il pubblico, e non solo il grande pubblico, era - se

si eccettuano qualche isolato e la minuscola frazione che aveva letto Rassinier

nell'ottica deformante della hitleroevolomania - all'oscuro di tutto. Ma il pubblico


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francese non aveva alcun bisogno che gliele andasse a dire un italiano: da un pezzo le

aveva sotto gli occhi. Viceversa, gli studi del Mattogno, proprio perché tali, proprio

perché accrescono un patrimonio di acquisizioni del quale noi non siamo se non dei

fruitori, potevano e possono venir conosciuti con profitto anche fuori d'Italia. Il

personaggio di sinistra confida che anche ad altri apparirà condivisibile questo suo

giudizio: che bene fecero le "Annales" a non farsi guidare da considerazioni di

schieramento e a pubblicare percioquel che scriveva lo studioso, e non invece quel

che scriveva il semplice lettore.

Ma qui quel che scriveva il semplice lettore puoforse avere una qualche utilità ancora

oggi: qui la disinformazione continua ad essere massiccia e non mancano le cerchie in

cui, all'opposto che nel suo paese, un Vidal-Naquet è considerato all'incirca come un

guru. Fortunatamente non mancano, però, neanche gli indizi di un fenomeno che il

guru e i suoi accoliti sembrano non aver messo in conto: la curiosità per il

revisionismo è andata cosi crescendo dall'85, grazie proprio a cioche se ne è

conosciuto, quantunque in forma distorta, attraverso le astiose banalità del professore,

che ci si puosolo compiacere del fatto che ora egli torni o che lo si faccia tornare alla

carica. Non ci giureremmo, ma neppure ci sentiremmo di escluderlo: in futuro la

grosse tête potrebbe passare per colui che più efficacemente di chiunque altro avrà

agevolato lo sviluppo del revisionismo in Italia. Sarebbe un bel caso di eterogenesi dei fini!

Salvo correggere trascurabili errori di stampa, completare i dati bibliografici di una o

due tra le opere citate e ripristinare nella sua integrità il passo di Bordiga riportato a p.

58, passo del quale nell'85 erano saltate alcune parole in fase di fotocomposizione,

lasciamo gli scritterelli che seguono cosi com'erano; alcune note a pie' di pagina,

accompagnate dall'indicazione tra parentesi dell'anno corrente, segnalano qualche

inesattezza, chiariscono qualche punto particolare, ecc. In appendice un articolo di

Robert Faurisson risalente al 1988 fornisce al lettore una buona panoramica delle

conoscenze acquisite negli studi revisionistici sul finire del decennio passato.

Cesare Saletta


Note


(1). Uscite in 8 fascicoli tra la primavera dell'87 e quella del '90; li si puorichiedere

alla Vieille Taupe, B.P. 9805, 75224 Paris Cedex 05. Cessate le "Annales", è

subentrata la "Revue d'Histoire révisionniste", della quale sono apparsi 6 fascicoli tra

maggio-luglio del '90 e maggio del '92. Anch'essa è tuttora disponibile: "Revue

d'Histoire révisionniste", B.P. 122, 92704 Colombes Cedex (Francia).

(2) P. Vidal-Naquet, Les Assassins de la mémoire, La Découverte, Paris, 1987, p. 210,

n. 64; trad. ital.: Gli assassini della memoria, Editori Riuniti, 1993, p. 158, n. 64. Il

libro -- nel quale figurano anche vecchie cose, e tra esse (rivisto nel maggio dell'87:

quasi fosse roba intorno alla quale mettesse conto di lavorare) il penoso saggio dell'81

-- prende il titolo da un nuovo scritto, pp. 97-136, la cui lettura va raccomandata a chi

voglia rendersi conto della pneumatica vacuità dell'argomentare dell'antichista. Il

climax la grosse tête lo raggiunge con una considerazione di cui non vogliamo


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defraudato il nostro lettore: "bisogna acconciarsi al fatto che a questo mondo ci sono i

Faurisson come ci sono i macro e i produttori di film pornografici" (p. 134). V. la

recensione di V. Mansour Monteil (antico resistente, islamista insigne), "R. d'Hist.

rév.", no 2, novembre-dicembre 1990 / gennaio 1991, pp. 155-67.

(3) Questa specificazione: piano -- camere a gas -- campi di sterminio, è

estremamente importante: nessun revisionista serio nega che massacri di ebrei

abbiano avuto luogo fuori dai campi. Se in base ad un piano, questo piano non è stato

mai trovato, il che, tenuto presente l'accanimento con cui se ne è fatta ricerca, lascia

pensare non sia mai esistito. Se non un piano, allora, direttive generiche e non

episodiche? Puoessere. Quanto al numero delle vittime, la questione delle perdite

ebraiche ascrivibili alla persecuzione nazista è stata trattata da Rassinier in un libro

del '64 di cui parliamo nel testo a proposito della combinazione di sfrontatezza e di

elusività con cui l'ellenista fa mostra di liquidarlo. Leggiamo che il demografo

statunitense Sanning, in un lavoro di cui non abbiamo diretta conoscenza, ha

affrontato poi di nuovo il tema pervenendo a conclusioni che confermano quelle di Rassinier.

E interessante il fatto che di questi massacri fuori dai lager (e, ça va sans dire, non

eseguiti a mezzo di camere a gas) all'epoca si è potuto in almeno un'occasione avere

notizia in Italia attraverso organi di stampa che andavano per le mani di tutti. Verso la

fine del '42, a Bucarest, l'Istituto italo-romeno di studi demografici e razziali editava

un volumetto, Il problema della razza in Romania, in cui l'antropologo Guido Landra,

uno dei firmatari del manifesto fascista sulla razza, riuniva una serie di suoi articoli

apparsi l'anno avanti ne "Il Tevere", ne "La Difesa della Razza" (del cui comitato di

redazione il Landra faceva parte) e ne "Le Vie del Mondo". Ora, in uno di questi

articoli il lettore italiano aveva potuto leggere queste infamie: "Siamo certi che con la

riannessione di questi territori [Bessarabia e Bucovina] alla madrepatria romena, la

questione ebraica sarà risolta radicalmente. La fucilazione di cinquecento giudei a

Jasi, colpevoli di avere tentato di colpire alle spalle le vittoriose armate romeno-

tedesche, è a questo riguardo molto significativa" (p. 168; cfr. p. 195 [Conclusione,

dat. Bucarest, novembre 1942]: "molti [sono gli ebrei] che hanno pagato con la vita le

colpe della loro criminosa attività antinazionale". Nondimeno -- sia detto a proposito

della latitudine di significato conferita dall'uso razzistico del tempo a parole quali

"eliminazione" e "soluzione" -- l'eliminazione di "grandi masse di zingari asociali [...]

dalla Romania" corrisponde, p. 194, al loro avviamento "ai campi di concentramento

della Transnistria", e la Moldavia, la Bucovina e la Bessarabia "hanno vista

finalmente risolta una questione che si trascinava da anni" grazie, p. 196, alla

deportazione in Transnistria della "maggior parte degli ebrei". Si veda, però, anche la

considerazione sinistramente ambigua che figura alle pp. 165-166).


(4) Ibid.; ibid.

(5) Una pagina particolarmente bieca la scrissero americani e francesi a guerra

terminata, causando la morte per fame, stenti e maltrattamenti di circa un milione di

militari tedeschi in mano loro. Lo ha rivelato un coraggioso pubblicista canadese,

James Bacque, in un libro di cui Mursia ha pubblicato quest'anno l'edizione italiana:

Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati dopo la seconda guerra

mondiale. Vogliamo qui ricordare le sconsolate considerazioni che questo eccidio

perpetrato a freddo, nel quale giganteggiano le responsabilità di Eisenhower e di De


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Gaulle, ha suggerito a Guido Almansi, che scrisse ne "La Repubblica", ... novembre

(?) 1990, del libro del Bacque quando ne usci l'edizione inglese. Va notato che

l'Almansi non rinuncia ad accennare un paragone tra il libro del Bacque e "quello di

Faurisson": quale, "quello di Faurisson"? Salvo errore, siamo in presenza, duole dirlo,

del consueto parlare per sentito dire.

(6) Sua dichiarazione riportata da Mario Scialoja, "L'Espresso", 27 maggio 1990.

Articolo informatissimo, questo dello Scialoja: chi qui scrive si muove "sulla scia di

Mattogno [!], ha scritto qualche articolo per "Storia Illustrata" [!!!] e un libro [!] "in

risposta" allo storico francese Pierre Vidal-Naquet".

(7) L'aggettivo sistematico non è pleonastico: sporadicamente contro i revisionisti si è

fatto ricorso ai manicomi. Vedi il caso di Ditlieb Felderer, cittadino svedese di origine

tedesca. Vedi il caso di Joseph G. Burg (Ginsburg), cittadino tedesco di origine

romena ed ebreo osservante, autore di vari lavori, testimone della difesa nel secondo

processo contro E. Zündel; alla sua morte (1990) le autorità rabbiniche non hanno

permesso la sua inumazione nel recinto ebraico del cimitero dove già riposava sua

moglie (sulla tomba della quale egli, nel '75, era stato aggredito da un gruppo di

giovani sionisti). Su questa nobile figura: R. Lenski, Un Juif révisionniste témoigne à

Toronto, "R. d'Hist. rév.", no 5, novembre 1991, pp. 23-29.

(8) V. il lungo esame che R. Faurisson ha consacrato all'opus magnum del Pressac

(una "aubaine pour les révisionnistes", secondo il professore francese) pubblicato

nell'89 da The Beate Klarsfeld Foundation, New York, "R. d'Hist. rév.", n° 3,

novembre-dicembre 1990/gennaio 1991, pp. 64-154; Mark Weber ne aveva già scritto

nel medesimo periodico, no 2, agosto-ottobre 1990, pp. 163-70.


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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet

A proposito dell'edizione italiana di un suo libro (1/2)

(1985)


Per una corretta comprensione delle pagine che seguono s'impongono due avvertenze.

La prima è che questo opuscolo non si prefigge di rispondere al Vidal-Naquet

antirevisionista: la risposta che gli era dovuta gli è stata data da quegli stessi contro

cui egli tra l'80 e l'82 aveva rovesciato un torrente di pseudoargomenti e di vituperi;

ed è stata tale da indurre il nostro personaggio a tacere. Ma a tacere in Francia: infatti,

mentre rinuncia a rivolgersi ancora ad un pubblico che comincia ad essere informato

quel tanto che basta a far si che le mistificazioni corrano il rischio di apparire per

cioche sono, Vidal-Naquet -- come avremo ripetute occasioni di ricordare -- vuol

parlare in Italia, dove in grandissima parte il pubblico ignora sia i termini della

questione che costituisce la materia del contendere, sia il fatto che le repliche

oppostegli hanno, appunto, consigliato Vidal-Naquet ad attenersi nel suo paese ad un

saggio quanto significativo silenzio -- un silenzio, peraltro, che egli aveva previsto per

tempo e per il quale si era munito di un'anticipata, ma insostenibile, giustificazione.

Non a caso il sottotitolo di questo piccolo scritto rimanda all'edizione italiana del libro

che riunisce la quasi totalità delle povere cose che egli ha pubblicato contro i

revisionisti.

La seconda avvertenza la forniremo sotto forma di domanda; una domanda in cui è

implicita una protesta; una domanda che già da sola dovrebbe dissipare la confusione

che viene mantenuta a disegno su di un punto essenziale: che cosa deve intendersi per

"antisemitismo"? Ogni atteggiamento, forse, che non sia di supina acquiescenza nei

riguardi dello Stato sionista e della sua ideologia? Ogni non conformistica indagine su

scopi, natura ed esiti della più drammatica persecuzione che l'ebraismo abbia

conosciuto in epoca moderna? O non, piuttosto, una squallida attitudine

discriminatoria e vessatoria nei confronti di un determinato gruppo di uomini? Fino a

che le parole hanno un senso, la risposta non puoessere dubbia; e questa risposta ci

dice che si puoe si deve coniugare l'antisionismo e l'esercizio della libera ricerca in

materia storica con il più convinto rispetto per quello specifico fenomeno culturale

che è l'ebraicità e con la più recisa condanna di ogni pulsione persecutoria nei riguardi

di essa. Attenersi saldamente a questa linea è l'unico mezzo per vanificare l'obliquo

espediente di cui si servono i corifei del sionismo, in partibus infidelium come a Tel

Aviv, per coprire d'infamia i loro avversari. Nella questione cui dedichiamo il

presente opuscolo, con quei corifei è allineato Vidal-Naquet, il quale, senza essere

antisionista, non è neppure sionista e le cui vedute sul nodo palestinese si possono

considerare combacianti con quelle che - in una prospettiva del tutto difforme dalla


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sua - sono anche le nostre. In questa occasionale contiguità tra noi e lui ravvisiamo

una ragione di più per bollare come spregevole il suo tentativo di dipingere il

revisionismo, che rivendichiamo da posizioni di sinistra rivoluzionaria, come un

rigurgito antisemitico.

***

I "tanti amici italiani" di Vidal-Naquet i quali hanno, "in un modo o nell'altro, reso

possibile questa traduzione" de Les Juifs, la mémoire et le présent (Maspero, Paris,

1981), e che percioegli ricorda in quella specie di tabula gratulatoria con cui si apre

la prefazione a Gli ebrei, la memoria e il presente (Editori Riuniti, Roma, 1985),

hanno permesso all'autore, lo sappiano o no, di aggiungere una nuova malefatta alle

non poche di cui si è reso responsabile da quando ha deciso, forte della sua qualità di

pezzo grosso del mondo accademico-pubblicistico-editoriale del suo paese, di

segnalarsi nella canea ivi scatenata contro la scuola revisionistica, canea

nell'alimentare la quale egli ha avuto un ruolo di tutto rilievo. Se già dell'edizione

francese si puodire che il senso delle parole più usuali sarebbe stato puramente e

semplicemente rovesciato ove a Vidal-Naquet fosse mai venuto in mente di scrivervi

a mo' di epigrafe quella frase di Montaigne: C'est ici un livre de bonne foi, lecteur,

l'apposizione di questa medesima frase in epigrafe all'edizione italiana avrebbe

rappresentato il coronamento di un'anche più sfrontata violazione dell'abbicci della

probità intellettuale. Il coronamento manca, la violazione anche più sfrontata delle

precedenti c'è. In che consiste?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna cominciare con l'occuparsi

dell'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di

stampa". Prima ancora, però, si dovrà tener presente che nella sua stragrande

maggioranza il pubblico italiano è tuttora all'oscuro della questione storica e politica

che oppone la scuola revisionistica a quella in appoggio alla quale Vidal-Naquet non

esita a fare strame del più elementare decoro di studioso. Una rapida premessa

informativa è dunque necessaria.

* * *

Coloro che sono sulla cinquantina, i loro figli e ormai i loro nipoti hanno appreso o

stanno per apprendere fin dai banchi di scuola che la persecuzione cui l'ebraismo è

stato fatto segno dal regime nazista mirava alla sua eliminazione fisica; che questo

obiettivo venne realizzato principalmente mediante gassazioni di massa consentite da

appositi impianti; che, se la realizzazione fu incompleta, lo si dovette al corso degli

eventi bellici e alla disfatta della Germania; che l'esito di questa persecuzione si

riassume nella cifra immane di sei milioni di morti. Sono nozioni cosi profondamente

radicate nelle coscienze da apparire come verità chiare di per sé, chiare al punto che la

possibilità stessa che vengano discusse, revocate in dubbio, negate, riesce per i più

inimmaginabile.

Esiste tutta una storiografia, o sedicente tale, sull'argomento; a monte di essa, in

sordina, al riparo da sguardi profani e da orecchi indiscreti, convivono in concordia

discors due tendenze interpretative. Cioche le unisce è l'assunto della veridicità del

genocidio a mezzo della camere a gas: entrambe sono, dunque, sterminazionistiche.

Cioche le divide è la questione del quadro nel quale andrebbe collocata la pratica delle


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soppressioni di massa. Per gli intenzionalisti questo quadro avrebbe corrisposto ad

una precisa volontà etnocida nutrita dai vertici della dirigenza nazista e questa volontà

si sarebbe senz'altro articolata in un agghiacciante progetto cui solo le sorti della

guerra avrebbero impedito di ricevere piena esecuzione. Per i funzionalisti la cosa è

più complessa: lo sterminio sarebbe scaturito da una folla di disposizioni

amministrative contraddittorie che non potevano non aggravare le già insostenibili

condizioni di vita in atto nei campi e che fatalmente avrebbero esacerbato gli

antagonismi fino all'estremo della liquidazione fisica previa selezione delle vittime [*

V. p. 76 s., n. 7 e relativa precisazione a pie' di pagina (1993).], senza peroche sia

possibile stabilire da chi, quando e come la decisione di giungere a questo estremo sia

stata presa. Dalla circostanza che la tendenza intenzionalistica riscuote l'adesione di

uomini e ambienti saldamente legati al sionismo, mentre funzionalisti sono soprattutto

ricercatori tedesco-occidentali, è dato di trarre illazioni che lasciamo al lettore. Cioche

qui importa è il fatto che, come si diceva, sull'argomento esiste tutta una storiografia,

o quella che si pretende tale. Ora, se si ammette che cioche viene chiamato

l'olocausto, oltre ad essere oggetto di culto, puoanche formare materia di ricerca

storica -- puoforse esistere storiografia degna di questo nome senza ricerca storica? --,

non si comprende perché mai l'applicazione a esso di quegli stessi criteri di indagine e

di critica che sono considerati di rigore in qualunque altro settore della ricerca storica

debba venir colpita da anatema. O, piuttosto, lo si comprende benissimo: gli è che

troppi e troppo grandi interessi fanno si che una storiografia dell'olocausto debba

esservi, ma che debba essere quale la esigono quegli interessi: una storiografia di

corte, una storiografia a tesi, una storiografia a senso unico; una storiografia,

insomma, che crollerebbe irrimediabilmente -- e la cui rovina comporterebbe prima o

poi quella dei suoi sottoprodotti ad uso delle scuole e dei mass media -- se il dramma

dell'ebraismo europeo venisse affrontato con quei criteri la necessità del cui impiego

nessuno, almeno in linea di principio, osa porre in discussione quando lo storico vi si

attiene nel trattare non solo di cose lontane nel tempo come lo sono le guerre puniche

o le crociate, ma anche delle vicende che appartengono ai nostri giorni. E infatti:

dall'applicazione di quei criteri allo studio del dramma dell'ebraismo nel '39-45

risulta, di questo capitolo della storia d'Europa, una visione che contrasta nel modo

più netto con quella che, imposta dalla storiografia ufficiale e da una propaganda

multiforme, ai più tra noi, imbottiti come tutti siamo di menzogne, appare di una

chiarezza assiomatica solo e soltanto perché ci è stata inculcata a partire, appunto, dai

banchi di scuola.

Il merito di aver fatto emergere questa nuova visione e di aver messo a nudo il

carattere sostanzialmente mitologico di quella apprestata dalla storiografia ufficiale

spetta alla scuola revisionistica, la quale -- è indispensabile fissarlo fin d'ora -- non

riabilita il nazismo, non nega che massacri di ebrei si siano verificati, non

contesta che il sistema concentrazionario abbia prodotto una montagna di

cadaveri; ma fa risalire questa montagna di cadaveri al sistema concentrazionario in

se stesso (al meccanismo, cioè, di relazioni che esso, in conformità alla sua stessa

natura, instaurava nella collettività dei prigionieri, in quella dei guardiani e nei

rapporti tra l'una e l'altra) e al potenziamento arrecato ai già micidiali effetti del

sistema dal caos che sommerse progressivamente il III Reich nel '44-45; ridimensiona

il numero, che resta pur sempre imponente, delle perdite umane; nega che siano

esistite camere a gas (1); sottopone metodicamente al vaglio della critica -- ossia al

vaglio della ragione esercitantesi sulla base e alla luce di quanto è storicamente e

scientificamente acquisito -- quella massa di presunte, contraddittorie e inverosimili


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testimonianze, di insostenibili interpretazioni di documenti, di manipolazione di testi,

di statistiche fantasiose, di illazioni o infondate o tutte da dimostrare, che

costituiscono l'equivoco materiale di cui la storiografia ufficiale si è servita per erigere

la sua non disinteressata leggenda.

Non c'è bisogno di precisare che questo minuto e paziente lavoro di revisione non

puonon esporre la scuola che lo porta avanti all'accusa comoda quanto infamante di

pronazismo e di antisemitismo. Nulla di più gratuito. E esistito ed esiste, non v'è

dubbio, anche un revisionismo di estrema destra; non solo, ma è scontato che da dati

settori di estrema destra non si rinunci a sfruttare temi e risultati della critica

revisionistica per scopi che con quest'ultima nulla hanno a che fare. Si converrà

facilmente che se cionon avvenisse vi sarebbe di che stupirsi, Vogliamo dire di più:

un Paul Rassinier -- il capostipite del revisionismo --, militante comunista dal '22 al

'32, socialista dal '34, pacifista, resistente della prima ora, torturato per undici giorni

dalla Gestapo, deportato a Dora (uno dei sottocampi di Buchenwald) per un anno e

mezzo e tornatone in condizioni di invalidità totale e permanente, espulso dalla Sfio

per l'imbarazzo che creavano al partito le sue posizioni sulla questione

concentrazionaria, coperto di calunnie e vittima di ripetuti tentativi

d'imbavagliamento; persuaso d'altro canto che in Francia "gli uomini di sinistra,

adottando a partire dal 1938-39 il nazionalismo e lo sciovinismo che erano di destra,

avessero perciostesso costretto la verità, che era di sinistra, a cercare asilo a destra e

all'estrema destra" (2), e che nondimeno rimarrà fedele fino alla morte (1967) ai suoi

ideali di sempre; un Paul Rassinier, dicevamo, che, pur continuando a combattere il

colonialismo e a collaborare a giornali libertari e pacifisti, pubblicava i suoi scritti

anche in organi di destra e presso case editrici di destra, non rendeva, quali che

fossero le ragioni di questa sua scelta (3), il migliore dei servigi alla causa da lui tanto

coraggiosamente e lucidamente sostenuta. Ancora: un Robert Faurisson che, prima di

trovare l'appoggio della Vieille Taupe e mentre era fatto oggetto di un vero e proprio

linciaggio, non vedeva ostacoli di principio alla possibilità di prefazionare un'edizione

francese del libro di Arthur Butz, The Hoax of the 20th Century, che doveva venir

pubblicata (poi non lo fu) ad iniziativa di un gruppo neonazista (4); che, con un atto di

fede nella neutralità e autosufficienza dell'indagine scientifica, appare preoccupato di

non discostarsi dal terreno che gli è proprio e sul quale ha indiscutibilmente

conseguito risultati di un estremo interesse: il terreno, cioè, circoscritto dall'uso di

quegli strumenti di analisi il cui possesso egli deve alla sua specializzazione in critica

testuale; che anche ora, pur dichiarandosi non antisemita e neppure antisionista, resta

indifferente ad ogni qualificazione politica, fino a consentire che la traduzione tedesca

di un suo lavoro figuri in una collana di inequivoca intonazione hitleriana (5); anche

Faurisson, come Rassinier, ci obbliga alla medesima considerazione. E questo un

punto cui si collegano questioni riguardo alle quali esporremo più avanti il nostro

modo di vedere. Ma per intanto diamo tutto il risalto che gli compete a questo fatto:

che, se in Francia il revisionismo è stato ed è al centro di un infiammato dibattito, lo si

deve ad un gruppo di sinistra rivoluzionaria, che non soltanto ha spezzato il

monopolio della destra, ma ha fatto qualcosa di più: ha ricollocato il revisionismo nel

suo ambito naturale inserendolo in un contesto di riferimenti storici e teorici che

comporta il rigetto di ogni rappresentazione degli avvenimenti di ieri che sia

funzionale agli interessi permanenti delle potenze egemoniche di oggi; un contesto di

riferimenti nel cui recupero va ravvisato un elemento fondamentale del processo di

ricostituzione di quel partito rivoluzionario di classe che oggi come oggi, ammesso

che abbia un'esistenza qualsiasi, l'ha ancora sotto forma di molecole separate. Di


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contro, a che sono serviti e a che servono la storiografia sterminazionistica e i suoi

sottoprodotti di varia indole? A inchiodare in milioni di cervelli cose come queste:

che i vincitori del '45 fossero qualcosa di essenzialmente diverso dai vinti, questi

ultimi rappresentando il Male per definizione; che il meno che si possa fare di un

paese che avrebbe partorito tanto abominio è tenerlo indefinitamente diviso: il che,

guarda caso, quadra perfettamente con i disegni di entrambe le centrali

imperialistiche; soprattutto, che un popolo che aveva cessato di essere tale da circa

duemila anni per trasformarsi in un gruppo sociale a caratterizzazione religiosa

avrebbe avuto i suoi diritti di reimpiantarsi nella terra che fu anche di parte dei suoi

lontani antenati estromettendone chi vi ha sempre vissuto e che per il suo Stato

bisogna pur sempre avere un occhio di riguardo se ricorrentemente va soggetto a

tentazioni espansionistiche nel cedere alle quali si comporta con tracotanza non

diversa da quella di cui si fa carico alla Germania hitleriana e se fa propria, per quanto

concerne i paesi limitrofi, la dottrina della sovranità limitata: cose tutte, invero, della

cui accettabilità, revisionismo o no, sono ormai parecchi a dubitare. Per fortuna!

E ora possiamo tornare a Vidal-Naquet: è tempo di farlo.

* * *

Per mettere nel dovuto risalto l'improntitudine del gros bonnet, per afferrarne tutta

l'estensione, occorre, si diceva, chiarirsi le idee in merito all'"equivalente sul piano

intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di stampa". Di che mai si tratta? A

leggerle cosi come fluiscono dalla penna del nostro, queste parole lasciano la

sensazione di qualcosa di facilmente comprensibile, di intuitivo. Nondimeno è su di

esse che s'impernia un equivoco: non un equivoco innocente, intendiamoci, ma un

equivoco cercato e voluto, un equivoco imbastito perché funzionale alla natura di

tutto lo sproloquio vidalnaquettiano; il quale, obbedendo all'esigenza di far figura di

regolare i conti alla critica revisionistica, mentre poi non li regola affatto per il buon

motivo che non li puoregolare, trova la sua unica risorsa nella sistematica reductio ad

stultitiam dell'avversario. Vale forse la pena di prendere sul serio gli argomenti e le

obiezioni di un avversario palesemente sciocco o palesemente in malafede o le due

cose insieme? Quando il lettore avrà risposto nel solo modo possibile a questa

domanda retorica suggeritagli da tutta la prosa di Vidal-Naquet, costui si troverà

esentato dalla fastidiosa necessità di rendere ragione in dettaglio e in contraddittorio

delle sue affermazioni. Et voilà!

Cosi facendo, del resto, egli si attiene nell'85 alla linea da lui, in una con uno stuolo di

suoi eminenti confratelli della Sorbona (6), altamente enunciata nel '79: "non c'è, non

puoesserci dibattito sull'esistenza delle camere a gas" ("Le Monde", 21 febbraio di

quell'anno). Dibattito non puoesserci, ci dice Vidal-Naquet, in quanto, l'olocausto

essendo al di là di ogni immaginabile dubbio, di una scuola storica revisionistica non

si puoneppure parlare (p. 198). Non esiste e non puoesistere: non ha di che esistere,

proprio come non avevano di che sedersi quei cherubini la cui corporeità si limitava

ad una testina, ad un paio di alucce e all'immancabile nuvoletta e dei quali perciouna

leggenda medioevale narra che, accolti in un maniero, corsero il rischio di passare per

scortesi agli occhi del signore che li ospitava: questa l'idea che si farà il lettore che sta

ai detti. Non di "scuola storica" si parli, ma di "setta", con tanto di "profeta" (p. 267) e

di "ideologo numero uno" (p. 274). Non c'è di che dibattere con il "piccolo gruppo in

cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni paranoici ed alcuni flagellanti" (7) (p. 81),


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alias "la piccola banda abietta che ha trovato la sua identità e la sua ragion d'essere

nella denegazione del grande massacro" (p. 94). Il ridicolo risiede nella circostanza

che, essendovi stato ed essendovi tuttora dibattito ad onta, ed anche a causa, di una

pronuncia cosi categorica e autorevole come quella del '79, il nostro cattedratico abbia

creduto tra l'80 e l'82 di intervenirvi sia di persona, sia (pp. 259-264) per interposta

persona, ma riparandosi dietro la foglia di fico che il dibattito non era dibattito ("il

dibattito, che [Faurisson] non cessa di reclamare, è escluso") e che comunque lui vi

prendeva parte "tentando, anche, di elevarlo" (pp. 189 s.).

Dunque, gli "errori d'ortografia", quelli "di stampa" e "il loro equivalente sul piano

intellettuale": la grosse tête affastella cose disparate. C'è bisogno di dire che anche chi

dà un giudizio estremamente severo del Vidal-Naquet antirevisionista non si è mai

sognato di mettere sul suo conto gli errori di stampa che eventualmente si riscontrino

nelle sue pubblicazioni? Lo stesso vale per quelli d'ortografia. E allora? Allora è

chiaro che, se Vidal-Naquet tira in ballo gli errori d'ortografia e quelli di stampa, è, si,

arbitrariamente che egli lo fa, ma non senza uno scopo. Lo scopo è quello di

minimizzare la portata del loro cosiddetto "equivalente sul piano intellettuale"; più

esattamente, lo scopo è quello di indurre i lettori a pensare, in primo luogo, che, se

"sul piano intellettuale" Vidal-Naquet è incorso in errori, questi errori siano per

importanza paragonabili a banali errori d'ortografia o di stampa; in secondo luogo, che

la critica revisionistica si eserciti su pure e semplici quisquilie, su inezie, le quali, una

volta che siano state rettificate, non cessano di essere tali.

Tralasciamo di occuparci degli errori di stampa: sono affare del compositore e del

correttore di bozze. Quanto a quelli d'ortografia, osserveremo che, se Vidal-Naquet ha

scritto, come si vedrà a suo luogo, Kielce invece di Kosel [* V. p. 76, n. 7 (1993.], è

del tutto incongruo che egli evochi gli errori d'ortografia, giacché, con ogni evidenza,

questo non è un errore d'ortografia. Poi rileveremo che se da parte revisionistica è

venuta un precisazione a proposito dell'autentica inezia Kielce-Kosel, è venuta solo

accessoriamente a precisazioni di ben altro peso che non sia quello di una rettifica in

materia di toponomastica. Conclusione: è proprio al fine di svalutare l'importanza di

tali precisazioni - delle quali, naturalmente, egli non fa motto: il rifiuto di dibattere è

ben comodo quando ci si voglia sottrarre ad obiezioni che disturbano -, è proprio a

questo fine, dicevamo, che Vidal-Naquet vuol far passare per un errore d'ortografia

quello che errore d'ortografia non è. Ammettendo, e solo in forma generica e indiretta,

un proprio errore, che, ripetiamolo, non è d'ortografia e che non è neppure un errore,

l'insigne giocoliere tenta di presentare questo preteso errore, che poi è soltanto

un'imprecisione toponomastica, come suscettibile, al più, di avere "sul [suo] piano

intellettuale" il modesto equivalente che si puoattribuire ad un'imprecisione

toponomastica. Cos'è che costringe Vidal-Naquet a questa manovra? La parte stessa

che egli si è assunta: quella del san Giorgio che abbatte il drago revisionista. Rientra

in questa parte il fare orecchio da mercante alle obiezioni che gli vengono mosse, agli

innumerevoli dati di fatto che gli vengono opposti, ivi compresi quelli riguardanti

cioche è connesso alla località da lui inesattamente indicata come Kielce.

Proclamando ex cathedra l'irrilevanza di quelle obiezioni e sorvolando con la dovuta

nonchalance sui dati di fatto che smentiscono la tesi sterminazionistica, Vidal-Naquet

cerca di stornare il pericolo che i suoi lettori avvertano il bisogno di risalire alla

letteratura revisionistica, e in specie ai testi -- la Réponse indirizzatagli da Faurisson

nell'82 in particolare -- che hanno smantellato punto per punto l'esercitazione

polemica in cui egli si esibi nell'80 e che ora ricicla ad uso del pubblico italiano.


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Avendo anticipato che l'anodino accenno -- su cui dovremo tornare -- al famoso

"equivalente sul piano intellettuale" risponde all'esigenza di eludere una questione di

sostanza convogliando l'attenzione dei lettori sulla rettifica di un'inesattezza in sé

banale, non ci negheremo il piacere di aprire una parentesi la quale, d'altronde, nonché

portarci fuori dal seminato, servirà anch'essa a tratteggiare il personaggio di cui ci

andiamo occupando.

Vidal-Naquet ha, lo si è visto, l'encomiabile modestia di ammettere che perfino "sul

[suo] piano intellettuale" puoaccadere che si annidi l'"equivalente" degli errori di

stampa e di quelli d'ortografia. Ciodovrebbe consigliargli una qualche indulgenza per

quelle tali cose che si è soliti designare come lapsus calami, quali in effetti esse sono.

Il loro "equivalente sul piano intellettuale" non sarà certo più incriminabile

dell'equivalente degli errori d'ortografia, per non parlare di quelli di stampa, che

c'entrano come i cavoli a merenda. Nei lapsus calami incorrerà lo stesso Vidal-Naquet

non solo quando si cimenta con temi che esulano dal suo specifico campo di studi, che

è, non ce se ne dimentichi, l'antichità classica, ma anche quando si limiterà a quel

campo, cosa che purtroppo non ha creduto di fare: ebbene, succede a tutti. Ma,

proprio perché succede a tutti, non diremo che in fatto di lapsus calami sia

obbligatorio conformarsi ad una pratica di reciproca esclusione di colpi, ma diremo

piuttosto che, prima ancora che corretto, è opportuno resistere alla tentazione di

assumere atteggiamenti ispirati ad un fiscalismo stolidamente irritante: non foss'altro

perché, ad esagerare in tal senso, si corre il rischio di suscitare l'impressione -- che nel

caso della grosse tête è del tutto fondata -- che il fine perseguito sia quello di

screditare ad ogni costo l'avversario e che a questo fine tutti i mezzi si reputino atti

quando e in quanto difettino argomenti seri a sostegno della tesi della cui giustezza si

voglia far persuaso il lettore.

Ma Vidal-Naquet deve strafare: il lettore cui si rivolge - specie quello italiano - non è,

è vero, quel che si dice un lettore informato, ma, se ci si rivolge a lui, è proprio

perché, se possibile, non gli venga mai fatto di nutrire il riprovevole desiderio

d'informarsi di prima mano e soprattutto perché egli sia prevenuto a dovere nella

deprecabile eventualità che una qualche eco delle tesi revisionistiche giunga fino a lui.

Quale autorità potrà mai riconoscersi a questi "revisionisti", gente sfornita perfino di

quel corredo di conoscenze di base che è condizione prima per fare della ricerca

storica? Ed ecco il nostro autore parlare delle "solite papere" di Rassinier (p. 251, n.

58). In che consistono? A passare riga per riga tutti gli scritti antirevisionistici inclusi

nel volume, le "solite papere", senza il minimo bisogno di stringere-stringere, si

riducono a due; e, di queste due, una è cosi indubitabilmente un lapsus calami che il

fatto che Vidal-Naquet cerchi di trarne vantaggio lascerebbe allibiti se non la dicesse

lunga circa l'effettiva consistenza di un armamentario argomentativo che lo sollecita a

fare proprio pro di cose del genere; l'altra è innegabilmente una papera, ma non di

Rassinier, sibbene di Vidal-Naquet.

Cominciamo dal lapsus calami. In un passo de Le Drame des Juifs européens (2a ed.

[ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, p. 44) Rassinier parla, anziché di papiri egiziani,

di palinsesti egiziani: roba che non metterebbe conto di rilevare, non che a carico di

Rassinier, neanche a carico di Vidal-Naquet, che pure è, lo si è detto, uno studioso

dell'antichità classica, tanto ne è chiara la natura. Si assapori il dettaglio: è nel

segnalare questo lapsus che Vidal-Naquet, levando gli occhi al cielo, accenna alle

"solite papere" di Rassinier.


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E veniamo all'immaginaria papera di Rassinier che si manifesta come una reale papera

di Vidal-Naquet: una papera che non manca di una certa gravità, dato che costui la

commette a proposito di una circostanza che rientra nel settore di sua accademica

competenza. Rassinier scriveva che "a due riprese, Roma incarico Tito (70 d.C.) e poi

Adriano (135 d.C.) di distruggere il regno di Giudea, e di disperderne tutti gli abitanti

nell'impero [...] Fino a Tito, Roma era stata assai benevola con gli ebrei, e l'affare

Berenice ne è la prova" (Drame, p. 128 s.). Vidal-Naquet si sente in obbligo di

rimettere le cose in ordine: "l'idillio fra Tito e Berenice [...] è posteriore, non anteriore

alla presa di Gerusalemme" (p. 225).

Ne è ben sicuro, l'illustre cattedratico? Se si mette mano all'autorevole Storia d'Israele

del Ricciott (8) vi si legge che le relazioni di Berenice con Tito "cominciarono verso

il 68" (corsivo nostro), datazione in appoggio alla quale viene allegato Tacito, Hist.,

II, 2; che precedentemente, nel 66, costei era intervenuta presso Vespasiano in favore

dei Giudei; che in quel medesimo anno fu insieme con lei che alcune fazioni

giudaiche desiderose di evitare la rottura con Roma compirono una démarche presso il

governatore romano della provincia; che, scoppiata in quel medesimo anno la guerra,

nel 67 Vespasiano "passando per Tolemaide, si reco [...] a Cesarea di Filippo, ove fu

accolto con grandi feste da Agrippa II e da Berenice"; che le relazioni tra Berenice e

Tito, "cominciate verso il 68" e a causa delle quali la donna, già fortemente sospettata

d'incesto con Agrippa II, suo fratello, "divenne più famigerata" (precisazione che non

lascia addito a dubbi circa l'indole di tali relazioni), "si rinnovarono [corsivo nostro] a

Roma nel 75". Tutto sta quindi nel sapere se l'anno 68 dell'era volgare venga o no

prima del 70, data della caduta di Gerusalemme. Posto cosi il problema -- o il prof.

Vidal-Naquet trova (cfr. p. 198) che questa maniera di porlo sia sofistica? --, non si

vede proprio di quale papera si sia reso colpevole Rassinier, mentre salta agli occhi

che il granchio l'ha preso un cultore dell'antichità classica che va per la maggiore, e

che l'ha preso mentre voleva dare la bacchetta sulle dita di Rassinier per una papera

insussistente. Dopo di che non si potrà non deplorare che sia soltanto "per lui

personalmente" che il luminare della Sorbona "ha fatta [...] una piccola antologia [...]

dei molteplici errori e assurdità che si trovano in Rassinier" (p. 251, n. 61): il pubblico

non dovrebbe venir privato di leccornie come quelle partorite dall'indigenza di

argomenti in cui versa il luminare; e tanto meno dovrebbe venirne privato quando

l'occasione di rendergli nota l'esistenza della "piccola antologia" compilata ad uso

personale e destinata, come sembra di capire, all'inedito è offerta al luminare dalla

circostanza che Rassinier indica Cracovia una volta con la denominazione tedesca di

Krakau, un'altra volta con quella francese di Cracovie (Drame, pp. 43 e 44 risp.);

circostanza la quale -- secondo una logica le cui regole risulteranno comprensibili

esclusivamente a Vidal-Naquet -- toglierebbe a Faurisson ogni diritto di stupirsi

quando constata che Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, "nelle

testimonianze raccolte dagli inglesi" parla di un "campo immaginario di "Wolzek

presso Lublino"", compiendo, lui o chi verbalizzole sue testimonianze, un "errore"

che il nostro studioso dell'antichità classica fa risalire ad una "confusione e [ad uno]

sdoppiamento di Belzec e Maidanek" (pp. 220 s.), "confusione e sdoppiamento" da

Vidal-Naquet ritenuti, chissà perché, "probabili", e che, viceversa, "probabili" non

appaiono proprio per niente, come chiunque puogiudicare solo che si affidi al

buonsenso. Ah, professore, professore...

Tutto cioè grottesco. Ma non è il grottesco che manca nella polemica di Vidal-Naquet:

è l'onestà.


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A quoi bon? -- si domanderà il lettore a proposito di questa messa a punto su

avvenimenti vecchi di venti secoli o poco meno, quando sono quelli di quarant'anni fa

a costituire la materia del contendere. Riprendiamo, dunque, il discorso al punto al

quale l'aveva interrotto questa breve digressione sull'ipercriticismo, capzioso e

malaccorto ad un tempo, del gros bonnet.

Riferendosi a due testi di parte revisionistica -- De l'exploitation dans les camps à

l'exploitation des camps, maggio 1981, e la già ricordata Réponse opposta da

Faurisson allo sgangherato articolo Un Eichmann de papier pubblicato da Vidal-

Naquet in "Esprit" nel 1980, nell'81 riprodotto ne Les Juifs e ora inserito nell'edizione

italiana di questo libro (pp. 195-255), il nostro storico ci informa di

averli utilizzati per rettificare nel testo alcuni particolari come [ci si perdoni questa

nuova, e non ultima, ma necessaria, e tuttavia stucchevole ripetizione] come errori

d'ortografia, errori di stampa, o il loro equivalente sul piano intellettuale (p. 275, n. 2);

in specie, la Réponse non richiede alcuna nuova discussione da parte sua (p. 298, n.20);

e con cio Vidal-Naquet vorrebbe lasciare intendere al lettore di aver fatto, di quei

lavori, l'unico uso che fosse possibile farne. In realtà, quello che ne ha fatto è stato

l'unico uso che gli fosse possibile farne in funzione della tesi a sostegno della quale è

sceso in campo, il che è un po' diverso -- quanto meno per chi non è disposto a

prendere Vidal-Naquet come misura di tutte le cose. Non abbiamo istituito un

confronto pagina per pagina, riga per riga, tra l'edizione francese dell'81 e l'italiana di

quest'anno; d'altro canto, ci era ben chiaro che la necessità di difendere la tesi del

genocidio implicava una drastica restrizione nell'impiego da parte di Vidal-Naquet dei

lavori in parola, lavori che, insieme con altri, colpiscono alle radici la storiografia

sterminazionistica. Proprio per questo la sua dichiarazione di averli utilizzati non

poteva che metterci sul chi vive circa il contenuto delle rettifiche apportate ad "alcuni

particolari". Ignoriamo, al momento, se per questa edizione italiana - la prima

successiva alla Réponse e a De l'exploitation - si debba propriamente parlare di più

rettifiche, come, a rigore, farebbe credere il passo surriferito, o di una sola; certo si è

che quella che illustreremo qui di seguito fornisce un bell'esempio dei giochi di

bussolotto mediante i quali la grosse tête, drappeggiandosi nei panni dello studioso

coscienzioso, mena per il naso chi lo legge. Scrive dunque Vidal-Naquet:

L'incapacità assoluta in cui si trovano i "revisionisti" di dirci dove andavano

coloro che non venivano registrati al campo e il cui nome figura tuttavia nelle

liste dei convogli è la prova del carattere menzognero delle loro affermazioni (p. 233),

secondo le quali i deportati, razziali e non, in età o condizioni fisiche tali da non

consentire di impiegarli in quel "grande centro industriale, specializzato nella

produzione di caucciù sintetico", che era Auschwitz (p. 232), venivano non già

sterminati, ma concentrati in campi a parte. Il brano succitato, che nella traduzione

italiana ricalca fedelmente il dettato originale, in entrambe le edizioni è accompagnato

da una nota. Nell'edizione francese la nota suona cosi:


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Pierre Guillaume, da me interrogato a questo riguardo, mi rispose che queste

persone erano trasferite alla stazione di Kielce. Perché? (p. 252, n. 88).

In quello stesso 1981 nel cui mese di gennaio veniva dato alle stampe Les Juifs e poi

di nuovo, assai più particolareggiatamente, nel luglio dell'82, la domanda di Vidal-

Naquet riceveva risposta -- risposta pubblica, ché altrimenti dallo storico coscienzioso

non ne sapremmo nulla; e, siccome, appunto, si è trattato di una risposta pubblica, e

perciocostui dovrà pur dirne qualcosa, qualcosa, in effetti, ci dirà: il minimo

indispensabile, s'intende; e, questo minimo, accuratamente isolato dal contesto della

risposta, ossia dal contesto di fatti in relazione ai quali la risposta di Guillaume, "da

lui interrogato", acquista un senso: un senso che, com'è evidente, quella risposta, ossia

cioche ne residua dopo l'amputazione operata dal cattedratico, perde del tutto per

ridursi ad una precisazione ridicola nella sua pedanteria. Non abbiamo detto che la

tecnica argomentativa di Vidal-Naquet sta nella reductio ad stultitiam dell'avversario?

Cosi, di fronte all'ignaro lettore, il nostro si mostrerà aperto ad accogliere il contributo

che, sul terreno dell'accertamento dei fatti, la critica revisionistica possa per avventura

recare (cfr. p. 298, n. 21); suggerirà l'idea che questo contributo si riduca a minuzie

prive di ogni reale significato; potrà concedersi, in mezzo a tanto corruccio, uno

sprazzo d'ironia: tre piccioni con una sola fava. L'edizione italiana cadrà a buon punto

per tutto ciò: ecco perché a riguardo di essa parliamo di una violazione ancora più

sfacciata degli imperativi della probità intellettuale. E il lettore? Lo abbiamo già detto:

il gros bonnet scrive ad uso del lettore disinformato e perché continui a rimanere tale;

o, per meglio dire, perché rimanga convinto della fondatezza della vulgata

sterminazionistica anche quando quest'ultima manifesterà ancor più chiaramente di

oggi la sua irrimediabile fatiscenza. Chi prende per oro colato la broda

vidalnaquettiana sarà indotto a credere che tutto il risultato accettabile della critica

revisionistica consista a un dipresso nell'aver sostituito il nome esatto di una località

ad un nome inesatto. Della questione di cui al contesto di fatti cui accennavamo non

avrebbe mai, se la cosa dipendesse esclusivamente da Vidal-Naquet, il più lontano

sentore. Ecco come suona, nella sua forma 'aggiornata', la nota inserita nell'edizione italiana:

Pierre Guillaume, da me interrogato su questo argomento, mi rispose che

queste persone erano trasferite alla stazione di Kosel. Perché? Avevo scritto

Kielce invece di Kosel, nella prima edizione. Devo questa importante rettifica

alla Risposta indirizzatami da Faurisson (Réponse à Pierre Vidal-Naquet,

Paris, Vieille Taupe, 1982 (2), p. 54. Ma continuo a ignorare cosa andavano a

fare tutte quelle persone a Kosel, a 100 km da Auschwitz) (p. 253, n. 88).

Kosel per Kielce: né "errore d'ortografia" né "errore di stampa". Il "loro equivalente

sul piano intellettuale"? No, polvere negli occhi. Negli occhi del lettore. Kosel o

Kielce, in sé la cosa non ha importanza: la prima non è altro che la denominazione

tedesca della località indicata dai polacchi con la seconda. La questione è tutt'altra e il

chiarimento è stato dato a Vidal-Naquet. Egli avrebbe una parvenza di diritto di

continuare nell'85 a qualificare i revisionisti come gente che pratica "l'arte di non

leggere i testi", secondo la sua definizione dell'80 (p. 232), se per parte sua, visto che

di loro, se non con loro, ha discusso; visto, cioè, che nel dibattito, che era "escluso", è,

si voglia o non si voglia, intervenuto; visto, inoltre, che oggi presenta al pubblico

italiano le cose che in tema, o fuori tema, ha dette ieri, avesse preso atto che una

risposta la sua specifica domanda l'aveva ricevuta. Invece, silenzio: egli "continua a


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ignorare". A noi - e, ne siamo certi, non solo a noi - pare indiscutibile che il fatto che

gli sia stato risposto dovrebbe vietare a Vidal-Naquet, se nel suo soliloquio-vaniloquio

entrasse pur una briciola di onestà, di far finta di non aver sentito. Vediamola, quella

risposta, e vediamo cos'è che costui occulta al proprio lettore.

Bisogna intendere Kosel (a 120 km da Auschwitz) e non Kielce. Pierre

Guillaume [De l'exploitation, suite et fin, pp. 29-31,] fa qui allusione a un fatto

che [S.] Klarsfled riporta a p. 12 del suo Mémorial [de la déportation des Juifs

de France, B. e S. Klarsfeld edd., 1978]. Klarsfeld ricorda lo stupefacente

metodo utilizzato a Parigi dal Centre de Documentation Juive Contemporaine

e, ad Auschwitz, dal Museo Nazionale di Auschwitz per determinare il

numero dei gassati: ad esempio, quando succedeva che un convoglio partito

dalla Francia non sembrasse aver raggiunto Auschwitz, se ne deduceva

tranquillamente che quel convoglio aveva, si, raggiunto Auschwitz ma che vi

era stato gassato per intero! E cosi che un convoglio di 3056 persone era stato

calcolato come gassato perché, di fatto, si era arrestato a Kosel e non ad

Auschwitz. Come abbiamo già visto sopra (paragrafo 37) si era agito nella

stessa maniera per i convogli nn. 50 e 51 che, invece di recarsi ad Auschwitz,

si erano recati a Maidanek. Idem per il convoglio n. 73 che era andato a

Kaunas e Reval. Insomma, qui, e anche altrove, si erano fabbricati dei gassati

in serie. Ma l'aspetto piccante della questione è che Klarsfeld che rettifica

questi errori ne commette di anche più gravi contando come morte le persone

che non sono tornate in Francia a dichiararsi viventi prima del 31 dicembre

1945 (Réponse, par. 40).

Allora? E proprio giustificato il tono ironico dell'illustre cattedratico a proposito

dell'"importante rettifica"?

Ma "cosa andavano a fare tutte quelle persone a Kosel"? Domanda legittima

quant'altra mai. Vi andavano (non solo a Kosel, del resto) per essere sottoposte a

Sonderbehandlung, vale a dire a trattamento speciale. Per gli sterminazionisti non v'è

alcun dubbio che il trattamento speciale consistesse nella soppressione e che

quest'ultima fosse preceduta dalla Sonderaktion, parola della quale Georges Wellers,

del Centre de Documentation Juive Contemporaine di Parigi, è cosi certo che

indicasse la selezione per le camere a gas da non sentire neppure il bisogno,

scrivendo in "Le Monde" del 29 dicembre 1978, di segnalare che la traduzione

letterale suona semplicemente azione speciale. E difficile non condividere le

osservazioni che al riguardo svolgeva nell'80 Faurisson:

Curiosamente, G. Wellers [citando a modo suo il diario del dott. Kremer]

lascia questa parola [Sonderaktion] nella sua forma tedesca, ma non senza

darne preventivamente la traduzione che segue: "selezione per le camere a

gas". In nessun momento egli ci fornisce il minimo elemento per giustificare

una simile traduzione di una parola tedesca che, in realtà, significa "azione

speciale". Beninteso, è possibile prendere in considerazione l'ipotesi

[considérer] che i tedeschi cercassero di camuffare sotto questo termine

benigno e corrente nel linguaggio militare (come "missione eccezionale",

"permesso speciale", "operazione speciale", "trattamento speciale") degli

orribili abomini. Tuttavia, nessuno ha il diritto di presentare come un fatto

accertato quel che da principio non è se non un'ipotesi da verificare. O, allora,


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si cade nella pura speculazione. Qui, la speculazione è tanto meno ammissibile

in quanto riguarda precisamente un punto che, lungi dall'essere acquisito, è al

centro di un dibattito. A coloro che dubitano dell'esistenza delle "camere a

gas" omicide è improprio rispondere ponendo fin da principio quell'esistenza

come un fatto acquisito. A coloro che dubitano dell'esistenza dei "dischi

volanti" non bisognerebbe rispondere che questi "dischi" esistono, eccome,

perché, nel tal rapporto di gendarmeria, è scritto: "Ho visto in cielo qualcosa di

speciale" oppure "Ho notato in cielo un fenomeno particolare" (Mémoire en

défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire. La question de

chambres à gaz, La Vieille Taupe, 1980, p. 21 s.).

Quanto a Sonderbehandlung, dunque, questa espressione

poteva avere tutta una serie di significati, dal più grave al più benigno. Il

contesto illuminava il lettore. Il senso primo sembra essere medico e, ad

esempio, si troverà: "Sonderbehandlung: Quarantänelager (campo di

quarantena)". Per contro, nel documento PS-502, la stessa parola significa

esplicitamente "Executionen" (esecuzioni). "Sonderbehandlung" poteva

applicarsi al trattamento di favore di cui in prigionia fruivano alte personalità

[a questo punto viene riportata una dichiarazione, che qui si omette, fatta da

Kaltenbrunner al tribunale di Norimberga circa il trattamento usato a

internati di riguardo quali Léon Blum, Edouard Herriot, ecc., dichiarazione

che si chiude con le parole: "Ecco cioche chiamavamo il trattamento

speciale"]. Nei rapporti sugli effettivi giornalieri di ciascun campo si

distinguevano gli arrivi e le partenze. Tra le partenze, potevano figurare: i

morti, gli "S.B." (Sonderbehandlungen), i liberati (si dimentica che molti fra i

concentrati potevano partire da Auschwitz dopo aver espiato una pena di pochi

mesi), i trasferiti. Ci si vorrebbe far credere che gli "S.B." erano dei

condannati alla "gassazione". Ora, v'erano degli "S.B." in campi sprovvisti,

anche secondo la vulgata sterminazionistica, di "camere a gas". Questi "S.B."

dovevano dunque, secondo ogni probabilità, essere degli internati diretti verso

altri campi per un qualunque motivo (salute per Bergen-Belsen, categoria di

ebrei da scambiare con gli Alleati pure per Bergen-Belsen, donne per

Ravensbrück, preti per Dachau, persone anziane per Theresienstadt, ecc.). La

categoria dei "trasferiti" propriamente detti era costituita da persone assegnate

ad un lavoro particolare sia in un campo, sia in un'officina lontana. In

autorizzazioni di strada si trovano dei telegrammi del WVHA che

permettevano a dei camion di andare a cercare del materiale sia per

"Sonderbehandlung", sia per "Desinfektion", queste due parole essendo

impiegate indifferentemente. Si tratta più precisamente di andare a cercare a

Dessau delle quantità di Ziklon B per procedere alla disinfezione del campo di

Auschwitz dove regna il tifo (messaggio radio del 22 luglio 1942 indirizzato a

firma del generale Glüks al campo di Auschwitz). In un solo e medesimo libro

(Sachso, per l'Amicale d'Oranienburg-Sachsenhausen, Minuit-Plon, 623 pp.,

1982) l'espressione di trattamento speciale è applicata a p. 99 al fatto di

segnare con lapis bleu a sinistra sul petto colui che era infestato dalle pulci e, a

p. 327, è applicata ad un'esecuzione. Quando si cerca un'espressione che possa

render conto al tempo stesso di tutti questi significati, ci si chiede se quella che

meglio converrebbe a "Sonderbehandlung" non sarebbe "da isolare". Si

incontra questo significato in "gesonderte Unterbringung" (soggiorno isolato),


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espressione spesso applicata a persone in procinto di arrivare. Sta di fatto che,

poiché "Sonderbehandlung" poteva eventualmente significare "da giustiziare",

si comprende molto bene che Himmler, ricevendo il lavoro dal suo statistico

Korherr, abbia fatto dire a quest'ultimo che, in quel dato passo del suo

rapporto, doveva sostituire la parola "Sonderbehandlung" con

"Transportierung". Molto tempo dopo la guerra, Korherr doveva d'altronde

elevare una protesta contro il senso di massacro dato a "Sonderbehandlung".

In "Der Spiegel" del 25 luglio 1977 (cit. secondo W. Stäglich, p. 391 di Der

Auschwitz Mythos, Grabert Verlag, Tübingen, 1979, XII-492 pp.), egli scrive:

"L'affermazione secondo cui io avrei potuto stabilire che più di un milione di

ebrei sono potuti morire nei campi del Governatorato Generale [di Polonia] e

dei territori della Warthe, a seguito di un trattamento speciale

("Sonderbehandlung") è assolutamente inesatta. Debbo protestare contro

l'impiego del verbo morire in questo contesto" (Réponse, par. 2).

Il pomo della discordia essendo il significato di Sonderbehandlung, espressione

generica, Faurisson ricerca volta a volta questo significato, largamente variabile, in

quello del testo in cui l'espressione in parola è inserita. Non si vede come si possa

negare la razionalità di questo modo di procedere, che per lo storico, come Vidal-

Naquet certamente sa, non ha nulla d'insolito. Il Vidal-Naquet dell'80-81 poteva fare

sua la versione del più ortodosso sterminazionismo e scrivere:

la camera a gas [...] esiste come termine di un processo di selezione che,

all'ingresso del campo o nel campo, separava sommariamente uomini e donne

che i medici SS stimavano adatti al lavoro e gli altri. Si conosce questo

processo sia dai documenti amministrativi nazisti, sia dai racconti dei

deportati. Ecco, ad esempio, un telegramma indirizzato da Auschwitz

all'amministrazione economica centrale del campo a Oranienburg, dell'8

marzo 1943. Il documento enumera diversi convogli; come ad esempio questo:

"Trasporto da Breslau, arrivato il 5.3.43. Totale: 1405 ebrei. Messi al lavoro

406 uomini (officine Buna) e 190 donne. Sono stati sottoposti al trattamento

speciale (sonderbehandelt wurden) 125 uomini e 684 donne e bambini".

L'addizione è esatta. Chi oserà dire che queste persone sono state condotte in

un campo di riposo? [...] nessuno ci ha mai spiegato perché dei bambini

dovevano arrivare fin là, e nessuno ci ha mai detto che ne era di questi bambini (p. 232);

e qui la conclusione 'perentoria' che già conosciamo circa "l'incapacità assoluta di in

cui si trovano i "revisionisti" di dirci dove andavano coloro che non venivano

registrati al campo e il cui nome figura tuttavia nelle liste dei convogli", conclusione

alla quale, nell'81, seguiva la nota sull'affermazione di Guillaume secondo cui "queste

persone erano trasferite alla stazione di Kielce" e alla quale, nell'85, segue la nota

'aggiornata' relativa all'"importante rettifica" che non della stazione di Kielce si

trattava, ma di quella di Kosel. Avendo già preventivamente innalzata la sua cortina

fumogena riguardo all'utilizzazione dei due testi revisionistici in parola ai fini della

rettifica di "alcuni particolari, come errori d'ortografia, errori di stampa, o il loro

equivalente sul piano intellettuale", Vidal-Naquet puoriproporre nell'85 il suo

"perché?" dell'81: la cortina fumogena gli serve a nascondere la risposta circostanziata

datagli nell'82. E bensi vero che "il dibattito, che Faurisson non cessa di reclamare, è

escluso", ma se poi vi si interviene ("tentando, anche, di elevarlo"), non v'è bisogno di


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occupare, come Vidal-Naquet, una cattedra alla Sorbona per capire che per chi

sostiene la tesi che egli sostiene sarebbe estremamente increscioso che il lettore

sapesse, circa i problemi interpretativi inerenti all'espressione Sonderbehandlung,

qualcosa di più di quanto non sia strettamente indispensabile ai fini del ribadimento di

quella tesi, e che anche più sgradevole riuscirebbe a Vidal-Naquet e a tutti gli

sterminazionisti una situazione che li vedesse nella necessità di confrontarsi sul serio

con un pubblico il quale fosse a conoscenza del fatto che nessun velo di mistero

avvolge la deportazione di un materiale umano - vecchi, bambini, invalidi - senz'altro

inutilizzabile in "quel grande centro industriale" che era Auschwitz. Continuiamo.

Noto che nello stesso convoglio [menzionato da Vidal-Naquet] 406 uomini e

190 donne sono stati messi al lavoro; per gli uomini si precisa che fu alle

officine Buna; per le donne, non vengono date indicazioni. Gli altri uomini, le

altre donne e i bambini hanno dunque beneficiato di un trattamento speciale;

non hanno dovuto lavorare (Réponse, par. 37).

Se Faurisson si arrestasse qui, si avrebbe ragione di considerare la sua risposta

altrettanto arbitraria quanto quella inversa degli sterminazionisti. Ma egli prosegue:

Ecco una cosa che puospiegare perché alla liberazione di Auschwitz sono stati

trovati fra (parmi [chiaramente, il senso è: oltre a -- C.S.]) gli "incapaci" di

camminare e di prender parte all'evacuazione: tanti uomini, donne e

soprattutto bambini in buone condizioni (bien vivants), a fianco, certo, di

ammalati e di alcuni morti (quelques morts). Nel calendario degli Hefte von

Auschwitz (1961, tomo 4, p. 81), non si teme di affermare tranquillamente che

i 125 uomini, le 624 donne e bambini sono stati tutti gassati. Lo stesso

calendario considera d'altra parte come gassati due convogli partiti da Drancy

il 4 e il 6 marzo 1943. Ora, Serge Klarsfeld nel suo Mémorial (pp. 110, 186-

189) corregge la "svista": questi due convogli erano andati a Majdanek e ne ha

ritrovato i sopravvissuti (ibidem).

Facciamo, innanzitutto, le nostre riserve sui "quelques morts": l'espressione non

appare adeguata agli effetti prodotti dall'istituzione concentrazionaria in sé e per sé, ai

crudeli processi di concorrenza vitale da essa innescati tra i prigionieri, allo stato di

cose disastroso sotto tutti i profili che vi si instauromano a mano che crollava la

Germania nazista: il quadro è stato vividamente tracciato da Rassinier e proprio

Faurisson, nel Mémoire en défense, ha messo in rilievo in quale misura, già nel '42, il

tifo facesse di Auschwitz l'anus mundi. Faurisson è senza dubbio incline a

ridimensionare fortemente la sinistra incidenza di questi fattori. Detto ciò, bisognerà

riconoscere che egli ha posto in luce l'arbitrarietà del procedimento mediante il quale i

deportati registrati in partenza, ma non in arrivo, perciostesso sono stati calcolati

come gassati; l'autorevolezza del calendario degli Hefte von Auschwitz è smentita

dalle correzioni operate da uno sterminazionista ad oltranza come il Klarsfeld, il

quale, a sua volta, si avvale, come Faurisson ha segnalato e dimostrato (Réponse, par.

8), di un procedimento di calcolo altrettanto arbitrario. La domanda di Vidal-Naquet

sta ricevendo risposta; questa sarà completa di qui a poco.

All'inizio i tedeschi non hanno voluto nei loro campi se non internati dai 16/18

ai 55 anni e atti al lavoro. Avrebbero fatto a meno volentieri degli inadatti al

lavoro. Perché, tuttavia, poco a poco essi hanno deportato di questi inadatti nei


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campi, e ciofino ad arrivare ai bimbi? Per più ragioni. La prima è l'insistenza

delle autorità governativa dei paesi occupati nel non volere divise le famiglie.

Specialmente le autorità religiose protestavano contro questa dissoluzione

delle famiglie e contro il fatto che dei bambini fossero affidati a case di

correzione, ad asili (foyers), a famiglie estranee [...] Una sezione di

Auschwitz-II si chiamava il campo delle famiglie e, sui muri dei luoghi per

cosi dire mai visitati dai turisti, restano numerosi disegni e dipinti fatti da

fanciulli. Che ne era dei bimbi? Almeno una parte di loro, lo sappiamo dalle

inchieste condotto vent'anni dopo la guerra e i cui risultati sono stati

parzialmente raccolti nei volumi dell'Anthologie bleu di Auschwitz

(riproduzione dattilografica in francese, in inglese...). Questa Anthologie è

pochissimo letta. Sul soggetto che qui ci interessa, raccomanderei

particolarmente, ma non esclusivamente, il tomo II, 3a parte, pp. 31-114:

"Risultati degli esami psichiatrici di persone nate o internate durante la loro

infanzia nei campi nazisti di concentramento". Questo studio, pubblicato in

polacco nel 1966, è stato tradotto in francese nel 1969. Nello stesso tomo, si

puoleggere un articolo su Gli esami relativi ai "fanciulli di Auschwitz" (pp. 18-

30). Vi si trovano frasi come questa: "I fanciulli finora esaminati avevano otto

anni al momento della Liberazione: la maggior parte di loro avevano meno di

cinque anni quando vennero internati" (p. 18); "I fanciulli più giovani avevano

il loro numero tatuato su di una gamba. Mano a mano che crescevano, questo

numero diventava illeggibile" (p. 25); "Gli esami e gli studi proseguono. Si

ritrovano [scritto nel 1965] sempre più "fanciulli di Auschwitz"" (p. 30). [...]

Vi sono state altre cause alla deportazione dei fanciulli: ad esempio lo

sfoltimento sistematico di ghetti, o l'espulsione sistematica (esempi di

Varsavia e di Budapest).

Nell'Anthologie bleu di Auschwitz, si puoleggere il rapporto di una levatrice

polacca che su trentott'anni di carriera aveva, nello spazio di due anni trascorsi

ad Auschwitz-Birkenau, fatto partorire 3000 donne ebree e non ebree, e

questo, dice, con un tasso di nascita eccezionalmente elevato (Varsavia, 1969,

t. II, 2a parte, pp. 159-169: "Rapporto di un'ostetrica di Auschwitz", S.

Leszczynka, trad. da un articolo apparso nella rivista medica Przeglad

Lakarski, nel 1965) (Réponse, par. 39).

In buona sostanza: la risposta al "perché?" che ripropone nell'85 Vidal-Naquet

avrebbe potuto trovarla nella stessa letteratura sterminazionistica, enorme ammasso di

asserzioni di cui quelle che pretendono di erigere a verità storica il genocidio vengono

regolarmente infirmate da quelle che dovrebbero formarne il materiale probatorio. Il

"trattamento speciale" che a Kosel, a Maidanek, Kaunas e Reval era stato riservato ai

convogli menzionati da Vidal-Naquet e da S. Klarsfeld non aveva comportato

soppressione alcuna; anche ad Auschwitz "trattamento speciale" era cosi lontano

dall'avere necessariamente un senso funesto che la versione benevola di tale concetto

vi ha trovato applicazione anche per quelle che nell'universo concentrazionario

risultavano essere tipiche bocche inutili. Nell'81-82 qualcuno si è preso la briga di

andarla a cercare per lui, questa risposta, e gliel'ha fatta conoscere. Se questo

qualcuno si fosse lasciato andare a uno, a uno solo, dei giochetti consueti a Vidal-

Naquet e consorti, il nostro - senza 'dibattere' alcunché, ça va sans dire! -- avrebbe

'aggiornato' l'edizione dedicando, nessun dubbio su ciò, non meno di una decina di


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pagine a illustrare per diritto e per rovescio le manipolazioni del suo contraddittore:

quale migliore occasione per svergognare il falsario?

Invece, il gros bonnet, se vuole continuare a recitare la sua parte, deve fare

assegnamento sulla disinformazione del suo lettore, sulle bubbole che questi ha

appreso come verità incontrovertibili fin dall'infanzia e sulle risorse del glissez,

n'appuyez pas: esercizio, quest'ultimo, nel quale, invero, non gli occorre una speciale

maestria, la riuscita della recita dipendendo essenzialmente dal procurato

obnubilamento del pubblico e dall'illimitata dotazione di conformismo e di viltà dei

maîtres à penser, oltre che da quella dei loro reggicoda del giornalismo e dell'editoria.

Una faccia di bronzo, requisito fondamentale; l'"importante rettifica" Kosel per

Kielce; una frasetta sull'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia"

e di quelli "di stampa": ecco tutto cioche gli abbisogna. Ma prima o poi le furberie

non basteranno più; e chi puodire se non sarà prima piuttosto che poi? Ad ogni buon

conto, c'è chi pensa sia opportuno giocare d'anticipo: mentre qui esce il libro di Vidal-

Naquet, nella Rft si vara la Auschwitzlüge. Il fatto è che là o da qualche parte si sono

capite molto bene alcune cose; questa, tra le altre: che la messa in discussione di uno

status quo quarantennale rischierebbe di divenire indilazionabile se la generazione

giovane, affondando lo sguardo in cioche i suoi padri hanno rimosso, dovesse

accorgersi che si trattò, si, di qualcosa di terribile, ma pur sempre di qualcosa di

diversissimo da quello che zelanti pedagoghi si sono adoperati e si adoperano a

configgerle in testa.

Che il Vidal-Naquet nell'85 rappresenti una versione peggiorata di quello dell'80-81

non è un'affermazione soggettiva. E dall'81-82 che il "perché?" che oggi egli risfodera

imperterrito davanti al lettore italiano ha avuto ampia risposta. La disinvoltura

dell'illustre sicofante è attestata dalla semplice cronologia. La questione che abbiamo

preso in esame concerne un solo aspetto della materia in discussione, ma un aspetto

che a nessuno riuscirebbe di far passare per secondario e trascurabile, tanto è chiara la

portata delle inferenze che ragionevolmente se ne potrebbero trarre. Chi ci legge è già

in grado di farsi un'opinione su cosa il personaggio in parola intenda per "rettifica di

alcuni particolari", sulla sua correttezza polemica e sull'onestà con cui egli, dopo aver

deciso, cosi sembra, di tacere in francese, si è messo a chiacchierare in italiano. E

proprio quest'ultima circostanza ci induce a pensare che non sarà inutile intrattenerci

ancora sul suo libro fornendo materiali a conforto di quest'opinione. Lo faremo non

senza aver prima ulteriormente chiarito il nostro punto di vista sulle implicazioni

politiche del revisionismo, sull'orientamento politico generale al cui interno gli va

riconosciuto un posto e un ruolo.

* * *

Dalla larghezza con cui vi abbiamo attinto sarebbe erroneo dedurre che la Réponse

costituisca una summa del revisionismo. Non lo è affatto; è semplicemente un libretto

in cui quanto vi è di gratuito, di deformato, di elusivo, di furbesco e di mistificante in

Vidal-Naquet viene passato metodicamente al setaccio. Ogni sua pagina presuppone

percioun'indagine in più direzioni e questa indagine si è tradotta in un'ormai vasta

bibliografia che la Réponse non ha certo inteso riassumere e ancor meno surrogare.

Nell'una e nell'altra il contributo faurissoniano è del maggior rilievo; oggi questo

contributo rappresenta la fase più avanzata della critica revisionistica. Questo

riconoscimento non implica, naturalmente, la rinuncia ad ogni riserva. Limitandoci a


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quella che ci appare come la più importante, diremo che è non solo lecito, ma

doveroso porsi il problema se questa critica, mentre continua ad accumulare un

materiale prezioso, non sia peroesposta al rischio di subire deviazioni. Per rimanere al

suo sviluppo più recente, noteremo che l'inclinazione di Faurisson a ridurre a poca

cosa i costi umani del dramma concentrazionario puoesprimere l'interferenza di

qualcosa che assomiglia ad un partito preso. Il suo aderire al terra-terra dei fatti

caratterizza un'attitudine respingendo la quale riuscirebbe assolutamente impensabile

ogni indagine sulla veridicità di questa come di qualsiasi altra tradizione storica; ma

dal combinarsi di quest'attitudine con l'indifferenza politica che abbiamo già rilevato

nello studioso francese e con la conseguente disponibilità di lui ad avvalersi di

qualunque tribuna gli sia accessibile -- disposizioni, queste ultime, che di per sé sole

non comportano necessariamente una distorsione interna alla ricerca che egli conduce

-- origina un atteggiamento che puodar luogo a pericoli effettivi. Non si deve passare

sotto silenzio la questione dell'uso che del revisionismo si fa da certi settori di destra,

arcipelago in cui troviamo, ad un estremo, la proterva apologia del genocidio, all'altro

estremo, la negazione di esso sull'autorità di Rassinier, Faurisson, ecc., ma piegata,

questa negazione, al ruolo di supporto di quegli stessi deliri sulla "guerra occulta" e

sul "complotto mondiale ebraico" con cui si vorrebbe apologizzare, là dove lo si

ammette come verità, lo sterminio. (A destra, all'estrema destra, si è revisionisti o

sterminazionisti allo stesso modo in cui si è antisionisti o prosionisti: sempre con

motivazioni antisemitiche; mentre a sinistra si ha orrore dell'antisemitismo e si è con

piena coerenza avversi a quella 'soluzione' in chiave reazionaria del problema ebraico

che è la sostanza del sionismo).

La sola maniera di neutralizzare -- per quel tanto che puoessere neutralizzato -- questo

impiego ripulsivo dei risultati della critica revisionistica (impiego cui conferisce un

quissimile di legittimità la speculazione intessuta sull'asserito olocausto da quelle

consorterie sionistiche che non sono affatto tutto l'ebraismo) consiste nel respingere

ogni collusione con quei settori. Riconosciamo, certo, che possono presentarsi

situazioni al limite e che a volte la scelta corra sul filo del rasoio; una linea di

compromesso puoallora venire accettata in quanto ponderatamente si consideri il

vantaggio che se ne puoritrarre come superiore allo svantaggio derivante non già da

una collusione, che escludiamo, ma dalla superficiale e, comunque, eliminabile

apparenza di una collusione.

Non sconfessiamo, ad esempio, l'intervento di Faurisson in qualità di esperto della

difesa nel processo celebrato in Canada contro il neonazista Ernst Zündel: in primo

luogo, che da un tribunale gli venisse riconosciuta quella qualità era già un punto a

favore; in secondo luogo, la sua deposizione ha inferto, unitamente a quelle di altri

esperti, un duro colpo alla leggenda olocaustica, ed è poi di scarsa importanza che il

tribunale abbia accolto le richieste di condanna che sono venute dall'accusa: a livello

nazionale le tesi difensive hanno avuto ampia risonanza e, se nulla se ne è saputo in

Europa, ciova ascritto al fatto che la vulgata sterminazionistica, pur vincente, almeno

per il momento, sul piano giudiziario a Toronto, è uscita dal dibattimento alquanto

malconcia; in terzo luogo, l'intervento ha pòrto a Faurisson il destro per una

dichiarazione che smentisce categoricamente quell'antisemitismo di cui, con un

accanimento pari alla perfidia, lo tacciano i suoi persecutori, pedissequamente

echeggiati da una stampa di cui si puoben dire che è al di sotto di ogni sospetto (9).

Ma si tratta, appunto, di situazioni al limite e aventi carattere di eccezionalità. Il

revisionismo, se alla sua insegna dovesse delinearsi un'assurda convergenza tra


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sinistra radicale e destra radicale, verrebbe relegato nel peggiore dei ghetti e deviato

anche più gravemente di quanto già sia avvenuto prima d'ora rispetto ai fini in

rapporto ai quali lo si deve guardare con estremo interesse da sinistra. Storicamente e

psicologicamente la sua matrice è di sinistra:

Affare Dreyfus, lotta contro le versioni nazionaliste della guerra del 1914-18,

lotta contro le "menzogne" della seconda guerra mondiale e contro la

"menzogna" più grande di tutte, il genocidio hitleriano, "la truffa del XX

secolo" [...] Con il negare, per molto tempo in totale isolamento, il genocidio

hitleriano, Rassinier ritiene di essere al tempo stesso Romain Rolland "al di

sopra della mischia" nel '14, e Bernard Lazare, combattente solitario per la

verità e la giustizia nel 1896 (p. 281).

E questo uno dei rari punti, forse il solo, che Vidal-Naquet non stravolga. Ma qui

siamo ancora sul piano soggettivo. Cioche importa è che il revisionismo fornisce lo

spunto ad un ripensamento della storia d'Europa negli ultimi cinquant'anni, e già si è

accennato a quale funzione si debba riconoscere da sinistra al rigetto dell'orizzonte

storico che deve le sue fortune al fatto che l'esito della seconda guerra mondiale è

stato quello che è stato. L'esito inverso avrebbe fatto valere un orizzonte altrettanto

adulterato, che andrebbe respinto con non minore energia. A sinistra questo rigetto

sfocia in una visione che non ha niente da spartire con quella che serve da quadro di

riferimento alla destra 'nazionalrivoluzionaria' o come altrimenti voglia definirsi.

Com'è fin troppo chiaro, non si tratta di riabilitare in sede retrospettiva il regime

nazista, aperta manifestazione della permanente dittatura del capitale, lavandolo

dall'onta dello sterminio, ma di spazzare via, mettendone a nudo la vera natura, le

menzogne di guerra di ieri per vanificare preventivamente le menzogne di guerra di

domani, quelle su cui le centrali imperialistiche non mancheranno di far leva per

tentare di trasformare gli europei in carne da cannone e il continente in una landa desolata.

Che Vidal-Naquet non arrivi ad afferrare questo significato della battaglia

revisionistica non è cioche gli rimproveriamo: non si può legittimamente fargli carico

di non essere cioche non è, un rivoluzionario. Quel che gli si deve ascrivere a colpa è

che, essendo di professione uno storico, dia man forte ai mitografi. Che questo

comporti un prezzo, e un prezzo pesante, in termini di rigore, di onestà, di serietà, è

scontato. Egli crede di non doverlo pagare, questo prezzo, solo perché svolge la sua

parte con la connivenza di una stampa asservita e di una serie di comprimari la cui

ultima preoccupazione è il rispetto della verità.

Abbiamo già visto quanto sia derisorio il tentativo di far credere che le repliche

oppostegli da parte revisionistica si prestino all'uso che egli dice di averne fatto: Kosel

per Kielce, "importante rettifica" effettuata la quale si puotacere un complesso di dati

che, attinti alle fonti stesse della letteratura sterminazionistica, scalzano alla base -

non essi da soli, beninteso - la leggenda dell'olocausto. Ma non è meno derisorio lo

spettacolo di un Vidal-Naquet che si dà l'aria di aver ridotto al lumicino Rassinier e di

aver colpito a morte Le Drame con il suo avventato rilievo, di cui si è visto cosa si

deve pensare, circa le papere che sarebbero state solite all'autore e con meno di due

pagine (226 s.) -- il che per il temibile polemista vuol dire "dilungarsi" (p. 251, n. 61)

- che intenderebbero liquidare una volta per tutte la paziente e approfondita analisi

statistica del movimento demografico dell'ebraismo europeo nel periodo 1933-1945,


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analisi cui è consacrata una metà abbondante del testo rassinieriano (pp. 107-221) e

che, bruciata ma non confutata, costituisce un contributo capitale alla fissazione, a

partire da fonti ebraiche e/o sionistiche, dei limiti minimo e massimo possibili

(rispettivamente 1.003.392 e 1.593.292 persone) delle perdite ebraiche che possono

imputarsi alla persecuzione hitleriana, indipendentemente dagli scopi cui mirava

quella detestabile persecuzione e dalle sue reali modalità di attuazione (10).

L'abbiamo detto, Vidal-Naquet deve strafare. Ora, siffatte pretese sono di una

presunzione, inanità e infondatezza, che sono ineguagliabili; e a loro volta

presunzione, inanità e infondatezza sono pari alla malafede del gros bonnet. Non è

dato di giungere ad altra conclusione: soltanto la più gagliarda malafede puovenire

invocata per spiegare l'atteggiamento di chi finge di considerare le non meno di

cinquantasei ragionate e documentate obiezioni della Réponse (nella loro

stragrande maggioranza riguardanti punti essenziali del problema dell'asserito

etnocidio) come utilizzabili, al più, per rettifiche secondarissime e di pura forma;

soltanto la più massiccia disonestà intellettuale puodar ragione dell'impudenza di chi

ostenta di liquidare Le Drame nel suo insieme col dedicargli, incluse le due scarse cui

si è accennato or ora, quattro pagine (224-228) nelle quali sarebbe fatica sprecata

cercare traccia di qualcosa di somigliante ad una discussione dei vari temi -- tutti, in

verità, alquanto imbarazzanti per gli sterminazionisti -- trattativi da Rassinier; quattro

pagine che a chi conosca il libro cui sono dedicate non potranno apparire se non come

un condensato di restrizioni gesuitiche, di silenzi calcolati, di calunnie consapevoli e

di deformazioni caricaturali. Non ci è noto in quali termini Vidal-Naquet sia uso

contenersi nelle controversie che si troverà ad affrontare nel campo di studio che gli è

proprio, ma non esitiamo ad affermare che il Vidal-Naquet antichista si comporterà

ben diversamente dal Vidal-Naquet antirevisionista: altrimenti -- questo è poco ma è

sicuro -- già da un pezzo gli ambienti scientifici lo avrebbero messo al bando.

Quando si occupa di revisionismo, il suo modo di 'rispondere', di 'confutare', di

'dimostrare', è quello che abbiamo appena caratterizzato; ma la sua inclinazione è,

decisamente, quella di non rispondere affatto; e di ciò, considerando la tecnica

argomentativa di cui egli si serve, ci si dovrebbe solo rallegrare, se non fosse -- siamo

sempre li -- per la circostanza che, essendosi saggiamente, benché tardivamente,

risolto a tacere in Francia, costui ha cionondimeno creduto di presentare le sue

pappolate in Italia: circostanza che qualifica insieme l'uomo e la causa da lui sostenuta.

Il punto, infatti, è proprio questo: si deve dire che Vidal-Naquet si occupa di

revisionismo, o piuttosto si deve dire che se ne occupava? Sta di fatto che, dopo la

comparsa della Réponse, che è del luglio '82, tutto cioche Vidal-Naquet storico-

giornalista-polemista (cfr. p. 10) ha pubblicato di attinente alla materia potrebbe stare

senza sforzo in mezza pagina: una mezza pagina dilatabile ad un paio di pagine

quando si vogliano far entrare in linea di conto le espressioni pubblicistiche della

palinodia compiuta dal gros bonnet a riguardo delle presunte, e peggio che dubbie,

memorie di un sedicente internato nel campo di Treblinka, tale Martin Gray, memorie

che nell'81 Vidal-Naquet definiva "una pseudotestimonianza [...] inventata di sana

pianta" (cfr. "Le Monde", 27-28 novembre 1983) e di cui nell'84 ha proclamato la

veridicità di fondo, scaricando sul solo Max Gallo, che prestola sua penna al Gray, le

inverosimiglianze di cui formicolano ("Le Monde", 29-30 gennaio 1984): palinodia

che ripete quella che ebbe ad oggetto Treblinka di J.-F. Steiner, con la differenza che


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nel caso di Treblinka Vidal-Naquet parti dall'avallo concesso alla storicità delle

vicende narrate dallo Steiner per giungere poi a riconoscerle come frutto

dell'immaginazione (11). Comunque, mezza pagina e un paio di pagine, è veramente

un po' poco, specie per uno storico-giornalista-polemista loquace come il Vidal-

Naquet dell'80. Ma, se in Francia dopo il luglio dell'82 ha pubblicato con tanta

parsimonia, si deve forse concludere che ha taciuto? No, non ha taciuto; meglio non

ha sempre taciuto; ma adesso tace: solo in Francia, però, e la disonestà, diciamolo

ancora una volta, sta anche in questo. Qui da noi le sue cose possono anche passare

per nuove e degne di credito, ma in Francia le cinquantasei motivate e ragionate

obiezioni della Réponse sono calate sul viso del nostro eroe come altrettanti ceffoni;

ed egli si è ben guardato dal replicare. Vedremo tra poco come il suo silenzio fosse

preparato di lunga mano: la grosse tête si era dotata per tempo di un salvagente e

credeva di poter fare assegnamento sul fatto che, grazie alla compiacenza degli addetti

ai lavori, le messe a punto dei revisionisti sarebbero rimaste prive di risonanza. La

compiacenza, naturalmente, c'è stata, ma c'è stata anche, e in misura maggiore del

previsto, la risonanza delle messe a punto revisionistiche. Se ora Vidal-Naquet rivolge

le sue attenzioni ad un pubblico vergine, quale lo è l'italiano, cioavviene per il buon

motivo che si tratta di prevenire l'espandersi del contagio.

L'edizione italiana del suo libro ha l'opinabile merito di rendere accessibili al vasto

pubblico quelle Tesi sul revisionismo (pp. 279-305) che già comparvero al principio

dell'83 nella "Rivista di storia contemporanea" e che per contro in Francia rimangono

tuttora inedite, circolandovi soltanto in forma di dattiloscritto fotocopiato. Con "lievi

modifiche" esse riproducono una "comunicazione presentata il 2 luglio 1982 al

convegno organizzato dall'École des Hautes Études en Science Sociale su

"L'Allemagne nazie et les Juifs" (Parigi, 29 giugno-2 luglio 1982)" (p. 297, n. 1). Una

delle cose di cui il lettore, italiano o francese che sia, è bene rimanga all'oscuro è che

a questo convegno, presieduto da Raymond Aron e François Furet (i quali, sia detto

incidentalmente, ebbero le loro gatte da pelare quando, nel corso della conferenza

stampa che si tenne al termine del convegno, qualche giornalista non stette al gioco e

rivolse loro domande che, data la sede in cui venivano fatte, non potevano non

piombarli in uno straordinario disagio), Faurisson non fu ammesso a partecipare : "il

dibattito", già lo sappiamo, "è escluso". La presenza del reprobo sarebbe risultata

d'intralcio all'operazione che ci si proponeva, il superamento, cioè, della latente

dicotomia tra intenzionalisti e funzionalisti: fronte unito contro il revisionismo! Vidal-

Naquet, che non è né intenzionalista né funzionalista, ma - alla faccia della logica -

l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze in cui crede di doversi

pronunciare, doveva essersi convinto, da un lato, che la recrudescenza revisionistica

suscitata in Francia dal caso Faurisson fosse ormai in fase calante; dall'altro, che per

scongiurare in futuro ogni ripresa del revisionismo occorresse depurare la leggenda

olocaustica dei suoi aspetti più evidentemente inattendibili. Questo erroneo

apprezzamento della situazione francese e questa esigenza di dotare la leggenda di

una inattaccabilità che essa è ben lungi dal possedere ispirarono al nostro importanti

concessioni alle posizioni da lui avversate. Cosi nelle Tesi possiamo leggere

dichiarazioni come la seguente, dove l'accortezza dell'esemplificazione e la forma

dubitativa [*Recte: ipotetica (1993)] sotto cui questa è introdotta non sono meno

degne di nota dell'ostentazione di una peraltro simulata tranquillità:

Lo storico, per definizione, vive nel relativo, e proprio per questo gli riesce

tanto difficile considerare con apprensione il discorso revisionista. La parola


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stessa non ha, per lo storico, nulla di sconvolgente: d'istinto, fa suo tale

aggettivo. Se gli si dimostra che non vi sono state camere a gas a Dachau, che

il diario di Anna Frank, edito in varie lingue, pone problemi di autenticità, o

che il Krema I, quello del campo di Auschwitz propriamente detto, è stato

costruito dopo la guerra dai polacchi, è pronto a inchinarsi (p. 295).

Senonché, come il revisionismo non era per niente in via d'esaurimento, cosi

Faurisson era stato tanto poco schiacciato dalla concitata e risibile requisitoria del

settembre dell'80 e dalle persecuzioni cui era stato fatto segno da essere in grado di

recare un inatteso quanto sgradito contributo ai lavori del convegno da cui lo si era

voluto escluso. Questo contributo consistette nel far pervenire ai partecipanti, poco

prima che il dotto consesso si sciogliesse, la Réponse ancora fresca di stampa.

L'innata bassezza d'animo induce taluni a sospettare che, se gli atti del convegno (che

dovevano venir pubblicati in coedizione da Gallimard e Le Seuil, a cura di Furet) non

hanno ancora veduto la luce dopo tre anni abbondanti [** videro la luce poco dopo la

pubblicazione di questo scritto. V. p. 76, n. 7 (1993)] e se, perciò, in Francia, le Tesi

restano tuttora allo stato d'inedito, ciosi debba, oltre che all'imbarazzo nascente da

queste e altre concessioni, oltre che al mancato superamento della dicotomia che si

intendeva eliminare, alla constatazione che la scuola incautamente data per prossima

ad esaurirsi in Francia (talché nelle Tesi, che sono poi delle verbose divagazioni,

Rassinier e Faurisson figurano piuttosto in margine) vi era e vi è, all'opposto, viva,

vegeta e sufficientemente agguerrita "sul piano intellettuale" per reperire nel

confronto svoltosi tra le due correnti sterminazionistiche nuovi elementi a sostegno

dei suoi assunti. Torniamo al punto: le Tesi sono precedenti alla Réponse, la Réponse

non ha avuto controrisposta alcuna e Vidal-Naquet ha fatto come i suoi colleghi:

Un buon numero di storici ha firmato la dichiarazione [contro Faurisson]

pubblicata da "Le Monde" il 21 febbraio 1979; pochissimi si sono messi al

lavoro, e una delle rare eccezioni è François Delpech (p. 198),

il quale Delpech, del resto, è mancato nell'82, non ancora cinquantenne. Dunque, dal

luglio '82 a oggi, mezza pagina o un paio di pagine: come dire che la grosse tête è

ammutolita. Il meno che la correttezza avrebbe dovuto imporre a Vidal-Naquet

sarebbe stato di tacere fuori di Francia cosi come oggi, finalmente, tace in Francia di

fronte ai suoi avversari che ha cercato in ogni modo di screditare ma con gli

argomenti dei quali si è sempre ben guardato dal cimentarsi, giacché ha trovato più

opportuno portare i suoi colpi a caricature fabbricate su misura per riceverli.


Note


(1) O ne ammetteva, con Rassinier, la possibile esistenza come fenomeno

sporadicissimo: cosi la prefazione alla 2a edizione, 1954, de Le Mensonge d'Ulysse,

pref. riprodotta nella 6a ediz. [ma reprint della 5a], La Vieille Taupe, 1979, pp. 242 s.;

v. anche pp. 170 s.; su questo fenomeno sporadicissimo sarebbe poi stata costruita una

"verità generale". In prosieguo Rassinier andoavvicinandosi alla negativa. Se non vi

pervenne lo si dovette alla testimonianza di un personaggio che Rassinier, essendo

stato vincolato al segreto, non poté nominare (Le Drame des Juifs européens, 2a ed.

[ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, pp. 79-81). Morto Rassinier, questo


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personaggio, che si era messo in contatto con lui per assicurarlo della non completa

infondatezza della ben nota testimonianza di Kurt Gerstein (in merito alla quale

vedasi Drame, pp. 93-106, e, del medesimo autore, L'opération "Vicaire". Le rôle de

Pie XII devant l'histoire, La Table Ronde, Paris, 1965, pp. 34-48) è stato identificato

nel prof. W. Pfannenstiel (Vidal-Naquet, pp. 218 e 250 s., n. 50). Checché si debba

pensare della testimonianza Pfannenstiel, va rilevato che quella cui questi asseriva di

aver assistito nell'agosto del '42 era una gassazione eseguita con modalità che non

possono assolutamente dar conto dell'eliminazione di milioni di persone; inoltre, parte

integrante della testimonianza è l'affermazione (taciuta da Vidal-Naquet) secondo la

quale, avuta notizia di questa pratica omicida dal testimone stesso, le autorità centrali

naziste sarebbero intervenute per porvi fine.

(Alla cosiddetta testimonianza del Gerstein ha dedicato la sua tesi di dottorato,

discussa recentemente all'Università di Nantes, Henri Roques, il quale conferma le

conclusioni di Rassinier.)


(2) Mensonge, p. 235.

(3) Al riguardo cfr. anche S., Note rassinieriane (con appendice sulla persecuzione

giudiziaria di R. Faurisson), "L'Internazionalista", n. 11, dicembre 1981-marzo 1982

(la tiratura in estratto è accresciuta di una nota). Il fascicolo precedente, dicembre

1981-marzo 1982, della cit. pubblicazione aperiodica, organo del Gruppo comunista

internazionalista autonomo, recava un articolo di c.s. su Il caso Rassinier. Dietro altrui

segnalazione questo scritto è ricordato da Vidal-Naquet nella forma di opuscolo,

senza che di quest'ultimo vengano indicati autore e note tipografiche e dandolo come

pubblicazione del gruppo suindicato (p. 301, n. 64): ora, l'opuscolo in parola reca per

esteso il cognome dell'autore (che è lo stesso del presente lavoro), non manca delle

note tipografiche e non è stato edito dal Gcia. Questo per la precisione. Resta da

capire come il gruppo editore de "L'Internazionalista", definito "piccola fazione

marxista" a p. 301, possa invece venir caratterizzato a p. 289 come "un gruppuscolo

libertario [!!!] e marxista [che] si richiama a Paul Rassinier"; il quale Rassinier era, si,

soggettivamente un socialista, ma un socialista che faceva professione di un

antimarxismo alquanto superficiale (cfr., ad esempio, Drame, pp. 24-27).

(4) L'edizione era preannunciata in un opuscolo (H.S. Chamberlain, Le Christ n'est

pas Juif. Extraits de "La Genèse du XIXe siècle") pubblicato dalla Sede, Editions de

l'Action Européenne, Fontenay-sous-Bois, [1977?].

(5) Robert Faurisson, Ich suchte und fand die Wahrheit, Kritik-Verlag, Mohrkirch

("Kritik-Folge" n° 58). L'editore è quel Thies Christophersen il cui indirizzo politico

non puonon rendere sospetta la testimonianza che ci offre su Auschwitz, dove,

inquadrato nella territoriale tedesca, lavorocome agronomo per l'intero 1944 (si veda,

di lui, La fandonia di Auschwitz, Edizioni La Sfinge, Parma, 1984), cosi come il fatto

di emanare da fonti sionistiche basterebbe a rendere sospette le tante testimonianze di

cui la critica revisionistica ha posto in luce l'inattendibilità. Aggiungiamo che il

Christophersen non è "il testimone dei revisionisti" come vorrebbe far credere Vidal-

Naquet a p. 233 (corsivo nell'originale), dimenticandosi di aver scritto a p. 214 che

Arthur Butz ("non senza qualche reticenza"), Serge Thion e Faurisson hanno fatto del

"reportage" Christophersen "una delle loro testimonianze".


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Qui cade in taglio di rilevare una spudorata menzogna di Marie-José Chombart de

Lauwe, presidentessa onoraria della Fndirp, uno dei movimenti che hanno promosso

la bagarre antifaurissoniana [* La Fndirp non manco, a suo tempo, di rendere la vita

impossibile a Rassinier (1993)]. Costei, partecipando con una sua relazione al

convegno di Cuneo dell'82 sulla nuova destra, non si è fatta scrupolo di asserire che

Faurisson "si è molto basato" sul "testo di base di Nouvel ordre européen", Nous

autres racistes, di G.-A. Amaudruz, Editions Celtiques, Montréal, 1971 (Nuova destra

e cultura reazionaria negli anni ottanta. Atti del convegno, "Notiziario" dell'Istituto

storico della Resistenza in Cuneo e provincia, n° 23, giugno 1983, p. 156). E

sufficiente il confronto più sommario per accorgersi che tra i lavori di Faurisson e il

libretto dell'Amaudruz non esiste il benché minimo rapporto; l'esame comparativo più

approfondito non farà che confermare questa insussistenza. Ma "calunniate,

calunniate", con quel che segue. Ecco un esempio dei metodi con cui i ligueurs

antirevisionisti conducono la loro campagna.

(6) Nessuno dei quali era uno specialista di storia della seconda guerra mondiale [**

Inesatto (1993) ].

(7) Le iniziative della Vieille Taupe riscuotono l'appoggio sia di antichi resistenti e

deportati, sia di giovani elementi di ascendenza ebraica, fedeli, questi ultimi -- lo

sappiano o no- -, a quei grandi valori universalmente progressistici che Lenin

riconosceva alla loro cultura d'origine. E probabile che con l'epiteto di "flagellanti"

Vidal-Naquet intenda alludere a queste categorie di sostenitori del revisionismo.

(8) Giuseppe Ricciotti, Storia d'Israele, II, Sei, Torino, 1934, parr. 402, 420, 435.

(9) Ecco il testo della dichiarazione: "Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso

genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha aperto

la via ad una gigantesca truffa politico-finanziaria, i cui principali beneficiari sono lo

Stato d'Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo

tedesco, ma non si suoi dirigenti, il popolo palestinese tutt'intero e, infine, le giovani

generazioni ebraiche che la religione dell'Olocausto chiude sempre più in un

ghetto psicologico e morale".

Questa dichiarazione ne ricalca e completa un'altra, rilasciata da Faurisson nel

dicembre 1980 nel corso di una trasmissione mandata in onda da una radio privata

francese. Allora Faurisson si era fermato alle parole "il popolo palestinese tutt'intero".

Quella sua frase gli era costata, per incredibile che ciopossa apparire, una pesante

condanna penale per eccitamento all'odio razziale. Tale condanna veniva confermata

in appello il 23 aprile 1983; ma la Licra (Ligue Internationale contre le Racisme et

l'Antisémitisme), che aveva intentato il processo, non aveva di che compiacersi della

vittoria riportata: una vera vittoria di Pirro. Infatti la sentenza d'appello riconosceva

che "le accuse di leggerezza formulate contro [Faurisson] mancano di pertinenza e

non sono sufficientemente provate" e che "nessuno allo stato degli atti può tacciarlo

di menzogna quando egli enumera i molteplici documenti che afferma di aver

studiato e gli organismi presso i quali avrebbe svolto ricerche durante più di

quattordici anni", documenti e ricerche che l'hanno portato a concludere

all'inesistenza delle camere a gas.


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Da notare che in primo grado il tribunale aveva stabilito che la parte soccombente

sostenesse le spese della pubblicazione della sentenza nel "Recueil Dalloz-Sirey".

Ora, nel dar corso alla pubblicazione, questa rivista, il 3 febbraio 1982, manipolava il

testo del tribunale operando il taglio di nove passi essenziali ai fini della

comprensione dei dibattiti giudiziari che avevano messo capo alla sentenza stessa; di

questi tagli, cinque non venivano neppure segnalati al lettore. Non per nulla il

rimaneggiamento dei testi è pratica corrente degli sterminazionisti.

Essendo a sua volta Faurisson ricorso al tribunale contro quella che egli giustamente

considerava una perfida falsificazione, il collegio giudicante faceva obbligo alla

suddetta rivista di pubblicare la sentenza che il 23 novembre 1983 riconosceva la

fondatezza delle ragioni della parte lesa.

Sulla persecuzione antifaurissoniana verte una tesi presentata all'Università di

Bordeaux III, Inst. univ. de Technologie B, Dép. Carrières de l'Information: Marie-

Paule Mémy, L'affaire Faurisson (Nuit et Brouillard...), Mémoire de Dut, Option

Journalisme 1982-83.

(10) Queste cifre vennero calcolate da Rassinier sulla base dei dati forniti dal Ruppin

(per la consistenza dell'ebraismo prebellico), dal Centre de Documentation Juive

Contemporaine, da Raul Hilberg, e ponendoli a confronto con quelli di The Jewish

Communities of the World, 1963, e con i considerando delle sentenza contro

Eichmann. Vidal-Naquet ironizza per incidens (p. 227) sul fatto che Rassinier dava le

sue cifre all'unità. Puofarlo in quanto finge di ignorare, 1., che le cifre all'unità le

fornivano, prima che Rassinier, almeno parte delle fonti cui Rassinier si rifaceva e, 2.,

che Rassinier stesso ha formulato almeno due volte le sue ovvie riserve a questo

riguardo (Drame, pp. 112 [il testo in questione è parzialmente mancante nella

scadente trad. ital., Edizioni "Europa", Roma, 1967, p. 101] e 155). Sempre fedele, il

nostro cattedratico, alla tecnica della reductio ad stultitiam!

Va qui segnalata un'autentica ignobiltà. Nelle cosiddette Tesi sul revisionismo Vidal-

Naquet, avendo stabilito del tutto calunniosamente che la posizione dei revisionisti

sarebbe sintetizzabile come segue: "L'omicidio collettivo, che non è esistito, è tuttavia

ampiamente giustificabile e giustificato" (p. 288), osa precisare: "Si potrebbe qui

rinviare a numerose opere di Rassinier, ad esempio Le Drame [...], pp. 79-91" (p. 301,n. 55).

(11) Martin Gray, In nome dei miei. Testo raccolto da Max Gallo. Trad. di Francesco

Saba Sardi, Rizzoli, Milano, 1972; Jean-François Steiner, Treblinka. La rivolta di un

campo di sterminio. Pref. di Simone de Beauvoir. Trad. di Luisa D'Alessandro e

Giovanni Mariotti, Mondadori, Milano, 1967. Letteratura grandguignolesca: quasi che

la realtà dei campi già di per sé non fosse stata abbastanza atroce.


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L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet

A proposito dell'edizione italiana di un suo libro (2/2)

(1985)


L'origine del silenzio di Vidal-Naquet è nell'indole stessa dell'interesse che egli ha

riservato al revisionismo. Redigendo l'articolo per "Esprit" il nostro eroe non puonon

essersi reso conto che il materiale su cui la scuola revisionistica fa poggiare le sue

conclusioni è molto più solido e nutrito di quanto è probabile egli credesse prima di

mettersi all'opera, quando il tema gli era noto all'ingrosso e per sentito dire (cioche

non gli aveva impedito di tranciare giudizi e di farsi promotore, con Léon Poliakov, di

un'iniziativa oscurantistica e obiettivamente vessatoria come la memorabile

scomunica fulminata contro Faurisson). Ma la stesura di quell'articolo non obbediva

ad un intento di ricerca della verità: la ricerca della verità non comporta, ma esclude

quelle tali cose che formano tutto il tessuto della polemica di Vidal-Naquet. Per costui

si trattava di compiere un atto politico: di sostenere una determinata 'verità' politica

indipendentemente dalla corrispondenza o non-corrispondenza di questa 'verità' alla

verità storica. Egli ha compreso d'acchito che la leggenda puoreggersi solo a patto che

non la si esamini con occhio critico. Se ci si guarda dentro, se essa perde la sua sacra

intangibilità, se la si tratta come un oggetto profano, essa si dilegua. Di qui la

peculiare posizione di Vidal-Naquet: lasciar cadere quelle parti della leggenda delle

quali sia ormai arduo ignorare l'inconsistenza; rifiutare un autentico confronto,

giacché il confronto non avrebbe altro risultato se non quello di evidenziare

l'inconsistenza della leggenda nel suo insieme.

Il rilancio postumo di Rassinier ad opera della Vieille Taupe, il clamore levatosi

intorno alle indagini indiscrete e dissacranti di Faurisson e non attutito, ma

amplificato, dalla persecuzione giudiziaria cui Faurisson e la Vieille Taupe venivano,

e vengono, fatti segno ad iniziativa degli ambienti sionisti e resistenzialisti e dalla

persecuzione amministrativa che colpiva il primo nella sua qualità di docente

universitario, imponevano al gros bonnet -- che di fatto, con la scomunica

surricordata, aveva tenuto bordone a queste persecuzioni e che già aveva avuto modo

di accorgersi come esse potessero dar luogo ad effetti opposti a quelli voluti dai

persecutori, dai quali percionon ha mancato di prendere le distanze (p. 246; v. anche

p. 210) -- di 'andare fino in fondo' (ed ecco l'articolo dell'80 tener dietro all'anatema

del '79), e di andarvi facendo mostra di mantenersi, lui, sul terreno della più rigorosa

scientificità. Bisogna dunque far sorgere nel lettore il convincimento che se si rimane

su questo terreno non è possibile prendere in considerazione gli argomenti addotti dai

revisionisti, e a ciosi provvede con la tecnica della reductio ad stultitiam. Tutta la

forza di Vidal-Naquet, e non è poca, sta nel fatto che è, come si diceva, fin dai banchi

di scuola che il lettore medio è programmato a considerare impensabile il contrario di

cioche si è sentito e si sente ripetere su tutti i toni in merito al genocidio. Ma, alla fin

fine, sussiste sempre una possibilità che questo lettore si metta a ragionare con la

propria testa, soprattutto nel caso che il doppio sbarramento delle idee ricevute e

dell'imbonimento vidalnaquettiano si dimostri meno efficace di quanto sia in votis


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contro il diffondersi del revisionismo: in questa sciagurata evenienza il convincimento

che Vidal-Naquet vuole instillargli minaccia di rivelarglisi in tutta la sua pneumatica

vacuità. Non sarà male, quindi, predisporsi una scappatoia; anzi, sarà sommamente

opportuno. L'articolo di "Esprit", con relativa esclusione del dibattito, è del settembre

dell'80; già due mesi dopo il nostro non si lascia sfuggire l'occasione, fornitagli da una

disputa con Noam Chomsky, disputa nel cui merito non entreremo (12), per

enunciare, in forma che vorrebbe essere arguta e riesce soltanto ad essere pietosa, il

suo alibi generale:

Se, ogni volta che un "revisionista" produce una nuova affabulazione,

bisognasse rispondergli, tutte le foreste del Canada non basterebbero (p. 267).

Questo alibi generale figura in uno scritterello in cui vanno considerati con attenzione due passi:

(1.) Io sostengo, da parte mia, e lo provo [cors. nostro], che Faurisson, eccetto

il caso veramente limitato del Diario di Anna Frank, non cerca il vero, ma il falso (p. 271).

Qui Vidal-Naquet non compie nessun revirement: la causa dell'autenticità del celebre

Diario (tradotto, come abbiamo appreso di recente, in cento e passa lingue e utilizzato

fin nelle aule scolastiche per divulgare la 'verità' cara ai sionisti e alla grosse tête)

dev'essergli subito apparsa disperata. Due mesi innanzi aveva scritto:

Una delle rare informazioni che si possono trarre dal libro di Thion, per

esempio, [...] è la dimostrazione di Faurisson che il Diario di Anna Frank è, se

non un "falso letterario", perlomeno un documento adulterato (Vérité politique

ou vérité historique?, La Vieille Taupe, 1980], pp. 213-298) (p. 210);

nell'82, come abbiamo visto, tornerà sulla dolente nota e ammetterà come ipotesi che

il Diario "ponga problemi di autenticità". Apprezzi, chi ci legge, la sornioneria con la

quale il temibile polemista alleggerisce la leggenda di quello che gli sembra in via di

diventare un peso morto. Ma soprattutto valuti con quanta verosimiglianza e con

quanta serietà sia possibile presentare Faurisson come un tale intento a "cercare il

vero nel caso veramente limitato [!!!] del Diario di Anna Frank" e a "cercare il falso"

in tutto il resto. Per parte nostra, troviamo che vi sia di che strabiliare; e, per motivi

antitetici ai nostri, di che strabiliare troverà pure Rosellina Balbi, autrice di un non

dimenticabile articolo in cui ogni indagine sull'autenticità del Diario veniva assimilata

ad un "atto di terrorismo" (13). Quanto, poi, all'illusione o, piuttosto, alla finzione di

aver provato alcunché, sarebbe auspicabile che il nostro luminare si snebbiasse la

mente saggiando l'ammissibilità in sede epistemologica del concetto di prova cui usa riferirsi.

Veniamo all'altro passo dello scritterello antichomskyano:

(2.) L'ho detto e lo ripeto: la [...] interpretazione [data da Faurisson del diario

dell'SS dott. J.P. Kremer, medico ad Auschwitz nel '42] è un falso nel senso

più vero del termine. Se un giorno sarà necessario analizzare il resto delle sue

menzogne e delle sue falsificazioni, lo farò, ma quest'operazione mi sembra di


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poco interesse e sarebbe senza utilità per la setta di cui egli è ormai il profeta (p. 267).

Siamo al solito punto: lo sventramento del "resto delle menzogne e delle

falsificazioni" di Faurisson è continuato, guarda caso, a sembrare a Vidal-Naquet

un'"operazione di poco interesse" anche dopo che la Réponse ha demolito la sua

pretesa di aver convinto di falso l'interpretazione faurissoniana del diario del dott.

Kremer. Possiamo esserne certi: anche in futuro l'operazione continuerà a sembrargli

"di poco interesse". La 'verità' politica che sta a cuore a costui ha esigenze per

soddisfare le quali bisogna essere disposti a comportarsi da venditori di pere cotte.

Puo darsi che nei panni di venditore di pere cotte Vidal-Naquet non si senta del tutto a

suo agio. Ma anche a questo c'è rimedio: non ha già messo le mani avanti, prima

rifiutando ogni confronto, poi, per soprappiù, manifestando una lodevole

preoccupazione per il patrimonio boschivo del Canada? Non appena se ne presenterà

il destro -- preparando l'edizione italiana, nella specie -- si seppellirà la faccenda col

menzionare la Réponse come utilizzabile per la rettifica di "alcuni particolari". Una

classe dominante che trova i suoi intellettuali organici in campioni di questa fatta si

definisce da sola.

* * *

Forse adesso il lettore ha qualche motivo di non sospettarci di esagerare se diciamo

che di regola, e non per eccezione, gli exploits argomentativi di Vidal-Naquet

consistono in gherminelle belle e buone. In Francia l'incanto è rotto, da noi

l'autorevole venditore di fumo è circondato dal rispetto che si riserva a chi è dedito a

studi severi e puovantare un'adamantina coscienza. Ma le gherminelle non cambiano

di natura per il solo fatti di valicare le Alpi.

Non sono qui a "giudicare" Paul Rassinier,

esordisce il nostro (p. 223). No, lui non è li a ""giudicare"", è li perché giudichino gli

altri. E li perché gli altri giudichino nel senso desiderato da lui:

Maurice Bardèche [cui la premessa alla seconda edizione de Le Mensonge

d'Ulysse (1954) rende un valido omaggio] aveva cominciato nel 1948 la sua

campagna politica con Nuremberg ou la Terre promise. E bene leggere questo

"libro ammirevole" (Rassinier, Le Véritable procès Eichmann, ou les

vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, 1983, reprint dell'ediz. del 1962],

p. 43). Allora Maurice Bardèche non aveva ancora scoperto che il genocidio

hitleriano non c'era stato: "Esisteva una volontà di sterminio degli ebrei sulla

quale le prove sono numerose" (p. 187). Ma questo sterminio non ci riguarda:

"Cioche è avvenuto a Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli

slavi; noi dobbiamo occuparci dell'Occidente" (p. 115). Cosicché la vera

domanda è: "Quanti francesi sono stati deportati a Auschwitz e a Treblinka?"

(p. 162). "Non ci fu deportazione di francesi, ci fu deportazione di ebrei; e, se

alcuni francesi furono deportati con loro, fu perché avevano accettato o

sembrava che avessero accettato la difesa della causa ebraica". Il libro termina

con una formula lapidaria: "Dobbiamo scegliere se avere le SS con noi o da

noi" (V.-N., pp. 223 s.).


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Cosi al lettore di Vidal-Naquet resterà in mente che Rassinier considerava

"ammirevole" un libro il cui autore, non avendo "ancora scoperto che il genocidio

hitleriano non c'era stato", dava per provata "una volontà di sterminio degli ebrei" e

sminuiva la gravità del genocidio e della volontà di cui il genocidio aveva

rappresentato l'attuazione, fino al punto di affermare che la cosa "non ci riguarda". Ma

davvero Bardèche parlava in questo modo?

Se ci si rifà a Le véritable procès Eichmann si constata che Rassinier (loco cit.) diceva

"ammirevoli" non uno, ma due libri di Bardèche: quello sunteggiato da Vidal-Naquet

(e del quale venne pubblicata anche un'edizione italiana sotto il titolo I servi della

democrazia, Longanesi & C., Milano, 1949) e un altro, Nuremberg II ou les Faux-

Monnoyeurs. Di questo secondo libro Vidal-Naquet non fa cenno. Non ne parleremo

neppure noi, dato che esso ci è ignoto; ma, conosciuti che si siano gli usi e costumi

polemici del san Giorgio dello sterminazionismo, chi non troverà sospetto questo

silenzioso passaggio dal plurale al singolare?

Non mancherebbe d'interesse risalire a Nuremberg II: del resto, quod differtur... Ma

stiamo a I servi della democrazia. E il libro di un fascista dichiarato ed è pervaso da

pregiudizi razzistici e antisemitici. Se ci fosse possibile astrarre da questa circostanza,

anche noi lo definiremmo un libro ammirevole, e ciosenza la minima adesione al

punto di vista politico generale dell'autore. E forse vero che questi vi sminuisce la

gravità del genocidio?

Quando scrive di un libro Vidal-Naquet, al pari di chiunque altro, deve procedere per

excerpta. La rettitudine sta nel non trasformare l'esposizione per excerpta in un

espediente per far dire all'autore che si cita cioche egli non ha detto. Assemblando un

certo numero di frasi staccate non è difficile confezionare un collage avente un

significato finanche opposto a quello che è il pensiero dell'autore: la cosa è tanto

risaputa che non ci si puoesimere dal provare un certo imbarazzo a doverla ricordare.

La linea di demarcazione tra l'onestà e la disonestà è segnata inequivocabilmente dalla

maniera in cui si trascelgono gli excerpta. Vediamo con quanta ragione l'adamantina

coscienza cerchi di colpire Rassinier attraverso Bardèche.

Si accusa la Germania -- è Bardèche che parla -- dello sterminio di migliaia e

migliaia di esseri umani. Beninteso, noi condanniamo tali procedimenti in

ogni tempo, ed anche in tempo di guerra. Su cionon v'è dubbio possibile; e se

durante la guerra fossero venute a nostra conoscenza alcune azioni

rimproverate oggi alla Germania, avremmo protestato subito contro quelle

azioni. Ma prima, giova ripeterlo, dobbiamo esigere una verifica imparziale

delle accuse, verifica non ancora fatta; dopo di che non possiamo parlare di

cose simili fingendo di dimenticare che gli alleati hanno usato con metodi

diversi, ma altrettanto efficaci, un sistema di sterminio quasi egualmente

esteso; infine a noi francesi non è permesso di ignorare, esprimendo il nostro

giudizio, che quello sterminio (come risulta chiaramente dalla stessa accusa

[di Norimberga]) fu diretto soprattutto contro popolazioni allogene, e

soprattutto contro gli slavi [...] Riconosciamo che tra la Germania e la Russia

si è aperto un conto spaventevole [...] Se è vero che i loro prigionieri sono stati

massacrati a centinaia di migliaia, che le loro province sono state distrutte,

spopolate e rase al suolo, i loro contadini impiccati come grappoli umani, se


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Ciò che essi affermano è vero, [i sovietici] avrebbero il diritto di trasformare

metà della Germania in un deserto polveroso [...]

Ma essi non hanno fatto nulla di ciò; hanno avuto il sangue freddo di

comprendere che sopprimere i nemici irriducibili e stabilire solidamente il

proprio potere, erano obbiettivi più importanti della vendetta. Ed hanno

lasciato condannare i tedeschi giuridicamente, per fatti che la loro politica

annullava. Non siamo dunque più realisti del re. Quanto è accaduto ad

Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli slavi: noi dobbiamo

occuparci dell'Occidente. Non reclamiamo debiti che il debitore non reclama.

Cerchiamo invece di correggere le esagerazioni della nostra propaganda. E per

noi importante sapere cioche i tedeschi hanno fatto "a noi" (pp. 95-98). Si,

all'est dell'Europa, c'è aperto un terribile conto tra la Germania e i suoi vicini.

Si, c'è stata una politica di sterminio, e ne sono state trovate le tracce [...] Sono

state trovate le deliberazioni delle conferenze del Führer, le istruzioni ai

responsabili, gli ordini, tutto è stato ritrovato. Questa politica paurosa

sventuratamente sembra che sia stata attuata; almeno esistono documenti che

lo provano [...] Si, quello fu un crimine. Ma risponde a verità? Vi è di tutto in

quei documenti, che non sempre sono stati classificati con prudenza (pp. 108

s.). Le cifre presentate dalla delegazione russa sono incontrollabili. E se la

delegazione russa si fosse servita del processo di Norimberga per montare una

propaganda enorme, come ha fatto la delegazione francese? [...] Su questa

questione il processo rimane "aperto"; avremmo torto a crederlo chiuso dal

giudizio pronunciato (p. 110).

Ci si accorge subito che la campana manda un suono molto diverso da quello che

echeggia nel sunto offerto da Vidal-Naquet. Andiamo avanti.

Bardèche riferiva di fonti giornalistiche secondo le quali in epoca successiva alla

guerra si sarebbero costruite "scene complete di tortura in luoghi ove mai erano

esistite". Secondo tali fonti, "ad Auschwitz e a Dachau, per esempio", sarebbero stati

edificati "forni crematori "supplementari" destinati a calmare gli scrupoli di qualche

cervello matematico" (p. 124). Queste voci non erano per nulla infondate: che nel

dopoguerra si sia proceduto ad interventi del genere oggi è ammesso anche da parte

sterminazionistica; a denti stretti, s'intende, e naturalmente allegando motivi del tutto

diversi da quello cui Bardèche faceva risalire quegli interventi. Abbiamo visto che lo

stesso Vidal-Naquet non è disposto a far dipendere le sorti dello sterminazionismo

dalla questione dell'autenticità di certe strutture edilizie. Le ammissioni odierne e le

cento altre circostanze poste in chiaro dalla critica revisionistica dimostrano quanto

fosse legittimo l'interrogativo di Nuremberg:

se bisogna tener conto della storia che si costruisce ogni giorno, chi puodire

che il processo è giudicato, chi puodire di sapere la verità sui campi della Germania? (p. 128).

Scrivendo nel 1948, Bardèche considerava pacifico che "nel pensiero germanico non

esistesse affatto [come, invece, aveva sostenuto la delegazione francese a

Norimberga] una volontà di sterminio dei francesi": oggi non c'è, non diciamo uno

storico, ma neanche un compilatore di manuali scolastici che parli più di questa

"volontà di sterminio dei francesi".


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Esisteva invece una volontà di sterminio degli ebrei (e ce ne sono numerose prove) (pp. 159 s.);

quel che segue lo si puoleggere nell'excerptum dato da Vidal-Naquet: "Non ci fu

deportazione di francesi". Il senso è chiaro. Agli occhi di Bardèche, fascista e razzista,

non esistevano francesi ebrei (o italiani ebrei, olandesi ebrei e via dicendo), ma ebrei

ai quali il fatto puramente legale ed esteriore del possesso della cittadinanza francese

(italiana, olandese, ecc.) non toglieva la qualità effettiva di "popolazione allogena".

Noi respingiamo nel modo più categorico questo punto di vista, che d'altronde collima

perfettamente con quello sionistico. Ci è doloroso riconoscere che a esso, oggi, la

presenza dello Stato israeliano e l'elemento di ambiguità che tale presenza introduce

nella posizione delle comunità ebraiche della Diaspora conferiscono quanto meno

un'apparenza di fondatezza. Questo stato di cose rischia di risolversi prima o poi a

loro danno; e il giorno in cui una nuova sciagura si abbattesse sugli ebrei in quanto

tali sarebbe un giorno nero per tutti. Ma non è di cioche qui si discute, bensi delle

"numerose prove" che nel 1948 (quando, cioè, stando a Vidal-Naquet lo scrittore

fascista "non aveva ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c'era stato"), a

Bardèche parevano testimoniare retrospettivamente l'esistenza di "una volontà di

sterminio degli ebrei".

Osserviamo che, 1., questa volontà non ci conduce necessariamente ai lager, quale

che fosse la dimensione tragica -- magistralmente messa in luce da Rassinier --

connaturata all'istituzione concentrazionaria; e che, 2., circa le "prove" della pretesa

attuazione di uno sterminio nei lager, la letteratura revisionistica è li a fornire spunti

di riflessione dei quali quel che si è dato nelle pagine precedenti non è che un

ristrettissimo saggio. E fuori dai lager? Fuori dai lager nessun revisionista serio ha

mai contestato che massacri, di ebrei e non, abbiano avuto luogo; i problemi che si

pongono sono, semmai, quello dell'entità delle perdite umane imputabili a questi

massacri (e per le perdite ebraiche [* Globalmente considerate: nei lager e fuori

(1993)] rimane essenziale quello studio statistico di Rassinier che Vidal-Naquet ha la

ridicola presunzione di dare per liquidato à jamais da meno di due delle sue pagine) e

quello della rispondenza dei massacri, dovunque siano avvenuti, ad una volontà

attestata da "numerose prove". Oggi a dubitare di queste "numerose prove" non è solo

Bardèche, il quale, come si è visto, ne dubitava già nel '48 ("Si, quello fu un crimine.

Ma risponde a verità?"), anche se Vidal-Naquet trova opportuno ignorare la cosa:

abbiamo già detto dello straordinario imbarazzo manifestato da Aron e Furet di fronte

ad alcune domande poste loro nel corso della conferenza stampa che si tenne alla

chiusura del convegno cui si era negato a Faurisson di intervenire; qui aggiungeremo

che quelle domande concernevano proprio la possibilità di provare questa volontà e la

possibilità di individuare non in via di congettura, ma documentalmente e

nominativamente i centri di potere in cui questa volontà sarebbe maturata e da cui

sarebbero partiti gli ordini di sterminio. Insomma, su questi punti essenzialissimi oggi

siamo in piena notte e nebbia. Ma comunque si presenti oggi la questione, in chi

esisteva questa volontà secondo il Bardèche di trentasette anni or sono? La sua ipotesi

di una responsabilità limitata a Himmler è ora accolta dallo storico inglese David

Irving. Diamo ancora la parola a Bardèche:

lo sterminio degli ebrei ci appare come uno dei procedimenti nuovi di questa

guerra, e dovremo giudicarlo alla stregua degli altri: lo sterminio degli slavi, i

bombardamenti delle grandi città tedesche. E inutile naturalmente precisare


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che noi condanniamo, come tutti, la distruzione sistematica degli ebrei. Ma

[...] risulta chiaramente dagli elementi del processo [di Norimberga] che la

"soluzione del problema ebraico" approvata dai dirigenti nazionalsocialisti

consisteva unicamente nel riunire gli ebrei in una zona territoriale chiamata

"riserva ebraica": era una specie di ghetto europeo, una patria ebraica

ricostituita all'est [...] E possibile [...] che la politica [di sterminio] di Himmler

sia stata una politica del tutto personale, eseguita con discrezione e di cui a lui

soltanto va accollata la responsabilità. La condanna alla quale ci si chiede di

associarci e alla quale ci associamo non tocca quindi un popolo, ma un uomo

a cui il regime (ed è il suo torto) ha lasciato poteri esorbitanti (pp. 164 s.; tutti i

corsivi sono nostri).

Tra la nostra esposizione per excerpta e quello dello storico-giornalista-polemista

passa la medesima differenza che tra lo scrupolo della completezza e lo

stravolgimento dei testi. Il lettore ha ogni possibilità di controllo.

Dopo di che, se è giusto -- e lo è -- che la figura di Rassinier venga giudicata in

rapporto al contenuto di un libro da lui ritenuto "ammirevole", dica il lettore quanto

abbiano in comune il libro caratterizzato dagli excerpta che ne diamo noi e quello

caratterizzato dagli excerpta che ne dà Vidal-Naquet; e tragga poi, a riprova di quelle

che già ne ha tratte, ogni altra conclusione sull'affidabilità dell'ingombrante

personaggio le cui chiacchiere vengono ora ammannite al pubblico del nostro paese.

* * *

In chi fa professione di ricerca della verità -- e tale, in via di principio, è il caso dello

storico -- la disonestà intellettuale, ove la si consideri con l'occhio del moraliste,

riesce come poche altre cose a dare la sensazione del vuoto. La menzogna, nel

significato più largo del termine, appartiene alla vita quotidiana; si puoperfino dire

che ne costituisce un elemento strutturale. Appena che ci si rifletta, nessuna reale

difficoltà a rendersi conto di ciò; e tuttavia, per ingenua che possa apparire, ed essere,

questa reazione, non è possibile sfuggire a una sorta di sbigottimento quando ci si

deve arrendere all'evidenza di uno storico che ciurlando nel manico degrada una

funzione che per metodi e risultati aspira alla scientificità. Nessun riconoscimento dei

diritti del soggettivo puovenire invocato per giustificarlo: perché è vero che i fatti

sono leggibili in più chiavi e dunque non possono non dar spazio all'interpretazione,

che è sempre una pluralità di interpretazioni sottesa da una pluralità di possibili angoli

visuali; ma è vero anche che questo attiene solo all'aspetto valutativo del lavoro dello

storico. Ma la valutatività presuppone i fatti. Si potrà discutere fino a che punto la

Rivoluzione rappresenti una cesura e fino a che punto invece esprima una continuità

rispetto alla precedente storia di Francia; ma, la Bastiglia essendo

incontrovertibilmente stata presa il 14 luglio, non puoesistere -- è lo stesso Vidal-

Naquet a ricordarlo -- una scuola storica per la quale l'evento sia accaduto il 15 (14).

Racchiusi entro una sfera la cui superficie segna i limiti della valutatività soggettiva, i

fatti rimangono quel che sono: emersioni producentisi in un mondo a tre dimensioni, e

pertanto accertabili e conoscibili; se direttamente o indirettamente, a seconda dei casi,

non importa; ma accertabili e conoscibili quando li si sottoponga a criteri d'indagine

materiati di una razionalità che riceve il suo valore dall'essere omogenea ai fatti

perché correlativa essa stessa a questo mondo a tre dimensioni in cui i fatti si


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inscrivono. Non avremo difficoltà ad ammettere che presso il lago Regillo si sia svolta

nel 496 a.C. una battaglia tra latini e romani, ma, contro Livio, relegheremo tra le

favole che Castore e Polluce siano discesi dal cielo a rincuorare i romani in un

momento in cui le sorti dello scontro volgevano a loro sfavore. Non negheremo certo

né giustificheremo la scellerata persecuzione antiebraica ad opera del nazismo cosi

come non porremo in dubbio che i lager siano stati teatro di rivoltanti brutalità, ma

non percioaccetteremo come veritieri conteggi mortuari che si contraddicono l'un

l'altro in maniera insanabile e dei quali è stato dimostrato il carattere arbitrario e

osserveremo piuttosto che a ingigantirli confluivano e confluiscono più interessi e che

alla dimostrazione della loro inattendibilità non sono stati opposti se non la calunnia,

l'ingiuria o il silenzio; constateremo che l'esistenza di qualcosa che sia definibile come

un progetto di sterminio non puoaffatto dirsi stabilita; considereremo le testimonianze

e le documentazioni esibite dagli sterminazionisti con uno spirito critico cui non

vediamo nessuna valida ragione di rinunciare e troveremo invece altamente sospetto

che con ogni mezzo si solleciti tale rinuncia; presteremo, infine, la dovuta attenzione

agli argomenti di chi -- ponendo perciostesso il proprio discorso sul terreno della

controllabilità -- assume di basarsi, oltre che sull'impiego della critica filologica

metodicamente applicata alle presunte fonti, sulle leggi della fisica e della chimica per

contestare che le cose che ci vengono indicate come camere a gas possano aver

effettivamente funzionato come camere a gas. Senza mettere sul suo conto vessazioni

che egli deplora, ma rispetto alle quali egli si è mosso in obiettiva convergenza,

rileveremo che Vidal-Naquet confuta non già il revisionismo, ma una contraffazione

di esso. Ne concluderemo che, se egli ha bisogno di misurarsi con una contraffazione,

è segno che il revisionismo è tutto fuori che il coacervo di fantasie che egli ci dipinge.

Cioche è grave è che egli pretenda di parlarne in veste di storico.

Lo storico consapevolmente menzognero, apprestando per il presente e per il futuro

una rappresentazione adulterata di quel complesso di accadimenti che ieri ha

preparato l'oggi e che oggi prepara il domani, non mistifica soltanto i suoi

contemporanei, ma imbastardisce e avvelena le radici della loro posterità. Il suo

atteggiamento di fondo è di un nichilismo desolante, è una cinica adesione all'après

moi, le déluge: questo, quanto alla sua psicologia. Se poi, con Hegel, si pensa che in

un certo senso tutta la storia sia storia sacra, egli è un blasfemo.

"Quest'uomo russa, ma il suo russare ha un senso". Ha un senso anche il

decampare di Vidal-Naquet dagli imperativi del suo ufficio di storico.

Il mondo in cui viviamo è il risultato di mille e mille eventi. Alcuni tra essi hanno un

carattere nodale. Questo carattere lo possiede in sommo grado la seconda guerra.

Esigenza primaria comune alle parti uscite vittoriose dal massacro del '39-45 era e

resta quella di accreditare se stesse come intrinsecamente imparagonabili

all'avversario di allora. Quello del genocidio si connette ad un altro mito e lo

conferma; già nel '39 quest'altro mito non aveva più il pregio della novità. Sono

sempre attuali queste linee di Amadeo Bordiga:

Allo scoppio della guerra imperialista del 1914, sulla denigrazione della

Germania e del popolo tedesco si fondol'inganno gigantesco di presentare il

conflitto come guerra ideologica. Non era il capitalismo che imboccava la

china ineluttabile della sua infamia e vergogna e della sua svelata barbarie,


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proclamata dai marxisti. No, la civiltà, una nel tempo e nello spazio, era

attributo umano a cui uno solo attentava: il tedesco; tutti gli altri la

difendevano in una santa crociata! La bestemmia secolare sta tutta qui; è stata

la stessa nel 1939 ed è la stessa oggi (15).

Nei calcoli di Usa e Urss solo il merito di aver cancellato un abominio senza

precedenti puofar passare in sottordine il fatto che la loro politica gronda sangue e

fango. Di qui, e dalla necessità di avere a che fare con un'Europa che, se è incapace di

autonomia politica, è perorestia a rassegnarsi a questa incapacità e che -- in un'ottica

borghese che sarebbe inammissibile giudicare coincidente con quella proletaria -- a

questa incapacità potrebbe sottrarsi solo a patto di trovare nella Germania il principale

dei suoi punti di forza, scaturisce l'antitedeschismo alimentato ora scopertamente, più

spesso sotterraneamente, ma incessantemente, dalle centrali imperialistiche e dai loro

fiduciari preposti alla guida delle province degli imperi. Le une e gli altri sanno molto

bene che, se è vero che "chi controlla il presente, controlla il passato", non è meno

vero che "chi controlla il passato, controlla il futuro" (Orwell). La sostanza razzistica

del mito antitedesco non ha bisogno di venire evidenziata. Beninteso, si ha cura di

distinguere tra i tedeschi di oggi e quelli di ieri: il sottinteso è che nel tedesco di oggi

continua a vivere allo stato latente quello di ieri, quello le cui attitudini avrebbero reso

possibile il genocidio. I reduci delle patrie battaglie resistenziali che a data fissa

rievocano i loro stucchevoli fasti, i tanti che possono esibire ferite non ancora

rimarginate, piaghe che sanguinano ancora anche perché un ininterrotto

martellamento propagandistico non consente alle ferite e alle piaghe di cicatrizzarsi,

non sospettano neppure alla lontana i loschi fini per i quali fungono da strumenti. Si

piangono i morti di Lidice, di Oradour, di Marzabotto, e si passa sopra a Katyn, ai

mille martoriati villaggi di una Germania ormai in agonia, a Dresda rigurgitante di

profughi e senza alcuna necessità militare trasformata in uno spaventoso braciere [*

scrivendo di getto dimenticammo di far parola della barbarica e sanguinosissima

cacciata dei tedeschi dai territori germanici dell'Est (1993)]. Ci si ricorda, è vero, di

Hiroshima e Nagasaki, ma fu proprio perché ci se ne ricordasse che le si atomizzò. Ci

si ricorda, inoltre, dell'Ungheria, della Cecoslovacchia e dell'Afghanistan, ma è forse

contestabile il contributo dato da Mosca allo schiacciamento del bruto germanico? Il

Vietnam è nella memoria di tutti; se il Guatemala, Santo Domingo e Grenada sono

caduti nel dimenticatoio, basta scorrere i titoli di un giornale per rendersi conto delle

intenzioni degli Stati Uniti nei riguardi del Nicaragua; ma forse che al loro interno gli

Stati Uniti non offrono -- o non sembrano offrire -- un modello di rispetto della

democrazia formale? Il Male assoluto è stato sconfitto nel '45; la sua assolutezza è

attestata dall'asserito sterminio degli ebrei. Le imprese brigantesche perpetrate o

provocate in questi quarant'anni dai vincitori di allora -- e quella che se ne è data non

è che un'esemplificazione sommaria e del tutto inadeguata alle proporzioni della

vicenda cannibalesca che si svolge quotidianamente su scala mondiale -- possono

suscitare un soprassalto d'indignazione, ma il giudizio pressoché unanime di chi non

le subisce sulla propria pelle sarà che i regimi 'democratici' o 'progressisti' non sono se

non gli occasionali responsabili di un male, per dir cosi, relativo.

In questi quarant'anni il male relativo ha prodotto centoquaranta o centocinquanta

guerre locali e sedici milioni di vittime; sedici milioni di vittime che rappresentano

poi una porzione trascurabile dell'ammontare dei costi umani di un ordinamento

sociale il quale esporta all'esterno delle metropoli industriali gli effetti più devastanti

di un modo di produzione che, diceva Marx, accumula ricchezza da un lato nell'esatta


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misura in cui accumula miseria dall'altro. Senza bisogno di ricorrere a recinzioni

percorse dall'alta tensione, il mondo intero, salvo un certo numero di isole

privilegiate, è stato trasformato in un lager, e nei settori più sfavoriti di questo lager la

fame silenziosamente celebra, moltiplicati, gli stessi trionfi che ad Auschwitz. Ma,

poiché protagoniste di questa trasformazione potevano essere soltanto le potenze

vincitrici nel '45, ci si vuole fare convinti che tutto cioè imparagonabile con quanto

sarebbe avvenuto se la civiltà non fosse stata salvata allora. Dove sono in funzione,

oggi, le camere a gas? Argomento che apparirebbe perfino stringente se giorno dopo

giorno non affiorasse questo semplice dato: che con tutta verosimiglianza non ve ne

sono mai state.

Al Male assoluto andiamo debitori della nascita di Israele. Se ci si è dimenticati di

Deir Yassin, questo non è ancora avvenuto per Sabra e Chatila: motivo di più perché

il sionismo non risparmi sforzi per rilanciare di continuo la leggenda olocaustica. I

Simon Wiesenthal con i loro testimoni (compresi quelli colti in mendacio (16)), i

persecutori di Rassinier e di Faurisson, lavorano a tempo pieno all'impresa. Nella sua

forma attuale di Stato sionista Israele puovivere solo a condizione che gli ebrei si

sentano continuamente sul collo il fiato delle SS. Quella stortura ripugnante che è

l'antisemitismo è il suo migliore alleato.

Insieme con il sionismo e con il suo Stato-ghetto, con i Simon Wiesenthal e i loro

testimoni, con i persecutori di Rassinier e Faurisson ad onta di tutti i distinguo, anche

Vidal-Naquet si adopera a puntellare e a restaurare quella leggenda nel momento in

cui essa comincia a vacillare. Di rado prima d'ora il mestiere di storico era stato

trascinato tanto in basso.


Note


(12) Si veda Noam Chomsky, Réponses inédites à mes détracteurs parisiens,

Spartacus, Paris, 1984.

(13) Rosellina Balbi, Per Anna Frank, gli esami non finiscono mai, "La Repubblica",

8 ottobre 1980; si vedano anche gli altri articoli antirevisionistici che la Balbi ha

pubblicato nel medesimo giornale, 10 e 24 febbraio di quell'anno. L'"amata e temuta

signora dell'intelligenza contemporanea" (cosi la sviolina Natalia Aspesi, ibid., 29

giugno 1985) è una lancia spezzata del sionismo, di cui tessé l'apologia nei giorni

caldi dell'aggressione israeliana dell'82 (e poi in Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella

Terra Promessa, Laterza, Bari, 1983; 2a ed., 1985), ed è altresi redattore capo per i

servizi culturali de "La Repubblica"(*). Quest'ultima circostanza, se collegata al

precedente costituito dagli articoli dell'80 e all'orientamento storico e politico

dell'autrice, fa apparire tanto più sorprendente che il giornale in parola abbia recensito

il libro di Vidal-Naquet (finito di stampare nel marzo '85) con sei mesi di ritardo e

dedicandogli un articoli di Enzo Forcella (Il fedele traditore, 18 settembre) in cui non

è dato di trovare la più fuggevole allusione alla polemica antirevisionistica che ne è

parte essenziale. O come mai? Che in materia di revisionismo e antirevisionismo, la

cólta gazzetta che "sveglia l'Italia", come recita una pubblicità televisiva

particolarmente scimunita, si sia fatta più cauta che per il passato? Puoessere

interessante, a questo proposito, risalire ad un libretto con il cui contenuto

concordiamo senza riserve, Sionismo e Medio Oriente, Gruppo comunista

internazionalista autonomo, Milano, 1984, pp. 52, n. 3, e 55 s.: vi si avrà notizia di un


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episodio che attesta anche l'alto grado di correttezza di quel giornale nei suoi rapporti

con i lettori quando viene in ballo la leggenda olocaustica.

A proposito del Diario della Frank: dà da pensare il fatto che, rivelatasi insostenibile

quanto meno la totale autenticità di esso (vedi la contorta ammissione di Vidal-

Naquet), sia saltato fuori con suggestivo tempismo, nell'81, un altro diario, quello di

Etty Hillesun (ora anche in italiano, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1985). Un

diario 'surrogatorio'?

(*) Sull'idoneità della nominata a ricoprire un posto del genere è lecito nutrire più di

un dubbio. Da un articolo a sua firma si apprende che la Nep sarebbe stata "la "Nuova

politica economica" di Stalin, che nel corso degli Anni Venti colpi tanto duramente i

contadini" (12 novembre 1985). La Balbi confonde la Nep e la collettivizzazione

forzata, cioè due politiche di cui la seconda rappresentoné più né meno che il

rovesciamento della prima! Uno svarione cosi sesquipedale deciderebbe l'esito perfino

di un esame universitario!

(14) A Vidal-Naquet l'assimilazione del revisionismo ad un'ipotetica scuola storica

del 15 luglio deve parere un exploit particolarmente felice. Enunciata nell'articolo di

"Esprit" (pp. 210 s. de Gli ebrei), la ritroviamo pari pari in un'intervista che il san

Giorgio dello sterminazionismo rilascioa P.-A. Taguieff e J. Tarnero e che comparve

in "Les Nouveaux Cahiers", no 68, primavera 1982 (prima, dunque, che vedesse la

luce la Réponse). In questa intervista, che non è stata inserita nell'edizione italiana del

volume vidalnaquettiano, la tecnica della reductio ad stultitiam tocca forse il suo

apice. L'atteggiamento di Faurisson sulla questione delle camere a gas è qualificato

come matérialisme à sabots: sarebbe, cioè, quello di un tizio che, avendovi interrogati

sull'altezza esatta dell'armadio della vostra stanza, ed essendogli stato da voi risposto

che essa è di 2 metri e 40, vada a controllare con tanto di cordella millimetrata e,

riscontrato che non di 2 metri e 40 si tratta, ma di 2 metri e 38, proclami falso tutto il

vostro discorso e inesistente l'armadio. Testuale! C'è bisogno di specificare che,

secondo il solito, lo storico-giornalista-polemista prende in giro il suo lettore? Cioche

è in questione non è una differenza di 2 centimetri tra le misure dichiarate e quelle

effettive dell'armadio di cui blatera il nostro eroe, bensi il fatto che la vostra stanza,

essendo un parallelepipedo di 4 x 6 x 3,50, non puocontenere un immane armadio di 8

x 12 x 7. Per mascherare questa evidenza Vidal-Naquet va a scomodare Platone:

Faurisson appartiene agli amici della terra, ai figli della terra, a coloro che hanno pelo

nelle zampe. Madame de Sévigné diceva di un tale che, se a tutti è concesso di essere

brutti, quegli ne abusava. Questa intervista suggerisce irresistibilmente una parafrasi:

a tutti è concesso di essere stupidi, l'insigne ellenista ne abusa.

(15) [Amadeo Bordiga], Vae victis Germania, "Il programma comunista", 1960, n°

11; ripubbl. in Amadeo Bordiga, Vae victis Germania -- [Anonimo], Auschwitz

ovvero il Grande Alibi, Gruppo della Sinistra Comunista, Torino, [1971].

(16) Al processo Zündel ha deposto a discarico certo Frank Walus che, accusato di

essere stato guardiano in un lager e condannato perché riconosciuto da undici

testimoni prodotti da Wiesenthal, è riuscito a far rivedere la sentenza che lo aveva

colpito dimostrando l'impossibilità materiale della sua presenza là dove quei testimoni

avevano affermato di averlo veduto.


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In margine d'una recensione

(1986)


Colui che tra il '79 e l'82 è stato la vedette dello sterminazionismo in Francia -- veste

in cui si è riproposto al pubblico italiano lo scorso anno (Pierre Vidal-Naquet, Gli

ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti) -- è, come si sa, un ellenista. V'è da

dolersi che la parentesi antirevisionistica lo abbia distolto dagli studi prediletti, poiché

nel suo campo ha prodotto, cosi ci assicurano, cose eccellenti. Ma quel che è fatto è

fatto. Ora, la parentesi essendoci stata, il libro risultando un insieme composito in cui

alla polemica, virulenta quanto sleale, contro Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe

si affianca a una dotta indagine sulle Forme dell'attività politica nel mondo ebraico

con particolare riguardo al I secolo d.C., la fama accademica di Vidal-Naquet

essendo, infine, raccomandata al contributo da lui recato alla conoscenza dell'antichità

classica, è naturale che dell'edizione italiana si occupi come recensore chi ha comuni

con lui gli interessi scientifici. Il guaio sta nel fatto che, se non si è seguito da vicino

quel "dibattito che non poteva esserci" (1) e che nondimeno c'è stato e c'è ancora

(anche se nel frattempo, in Francia, Vidal-Naquet si è defilato) -- il dibattito sulla

realtà dell'olocausto e del suo strumento-simbolo, la camera a gas --, la statura dello

studioso non permette di sospettare il livello davvero deplorevole del polemista. E

cosi puosuccedere che, se ha indipendenza di spirito, ma non, in pari grado, corredo di

specifica informazione, chi guarda all'ellenista come ad un maestro prenda per buone

le gherminelle della vedette. E quanto accade a Diego Lanza, docente di letteratura

greca all'Università di Pavia, che in "Quaderni di storia" (n° 23, gennaio-giugno 1986)

consacra sedici pagine a Gli ebrei.

Ulrike Meinhof viene menzionata da Vidal-Naquet come responsabile di "un testo

antisemita e imbecille, ma non un testo revisionista" (p. 289). Eccolo: "'''Sei milioni di

ebrei furono uccisi e gettati nel letamaio d'Europa perché erano ebrei del denaro

(Geldjuden)''". Una frase siffatta deve, a giusta ragione, essere suonata molto

improbabile al Lanza, il quale in questo caso si è comportato da filologo quale è e ha

fatto quello che Vidal-Naquet non ha fatto: è risalito alla fonte. La fonte è il resoconto

di un'udienza del processo contro Horst Mahler alla quale la Meinhof, detenuta,

intervenne come testimone. Questo resoconto, a firma P.J. Winters, apparve nella

"Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 15 dicembre 1972. Al Lanza è sufficiente

sottoporlo all'analisi più sommaria per toccare con mano "l'ignoranza di Winters",

un'ignoranza, dice, da cui "non bisogna farsi fuorviare". Ma il cronista non era solo

ignorante: era anche pervaso da un "grossolano malanimo". Nessuna meraviglia,

dunque, che "attribuisse senz'altro alla Meinhof l'antisemitismo che ella mostra come

arma di successo del nazismo". Nella prosa di questo Winters, una prosa che

giustappone frasi virgolettate, parafrasi di argomentazioni della testimone e commenti

dell'estensore, il punto di vista della Meinhof è presentato cosi: "Capitale finanziario e

banche, "il nocciolo duro del sistema", dell'imperialismo e del capitalismo, avrebbero

rovesciato sugli ebrei l'odio della gente per il denaro e per il proprio sfruttamento".

Era la risposta che essa si dava dopo essersi domandata: "Come fu possibile


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Auschwitz? Che cosa fu l'antisemitismo?". Auschwitz, dunque, come risultato di uno

sfiguramento della lotta di classe, di una sua diversione verso un falso obiettivo, e

questa diversione era stata promossa dal "''nocciolo duro del sistema''" con un fine di

autoconservazione; falso obiettivo, gli ebrei, dipinti "''come ebrei del denaro''". Ulrike

non doveva aver mai sentito nominare Rassinier e per lei Auschwitz era lo Auschwitz

della vulgata sterminazionistica; ma, con buona pace di Vidal-Naquet, il suo "testo",

oltre a non essere revisionista, non è né antisemita né -- a differenza delle incursioni

antirevisionistiche della grosse tête -- imbecille. Avrebbe potuto accorgersene anche

l'ellenista francese se avesse fatto quel che ha fatto l'ellenista italiano: se si fosse

curato di risalire alla fonte. C'è chi crede che per chi fa lo storico di mestiere si tratti

di una cosa d'ordinaria amministrazione...

Se poi, per parte sua, l'ellenista italiano si fosse curato di risalire a quella letteratura

revisionistica che, quando ha recensito il libro di Vidal-Naquet, palesemente gli era

nota solo attraverso quest'ultimo, è certo che la recensione o non sarebbe mai stata

scritta o sarebbe riuscita per tono e contenuto completamente diversa da quella che ha

visto la luce. (Ci limitiamo a questa alternativa perché al Lanza non useremo la

scortesia di supporre che sarebbe stato capace di saltare a pie' pari e senza neanche

accennarne, come ha fatto Enzo Forcella2, tutta la parte del libro dedicata alla

spinosissima questione dell'asserito sterminio). Nella seconda eventualità è più che

probabile che lo studioso italiano si sarebbe trovato di fronte al dilemma se votare

all'inedito il suo scritto o agire invece come opuscolografo: semmai associandosi lui

stesso ad uno di quei "gruppuscoli di opuscolografi" alla non felice esperienza del

rapporto con i quali egli, con allusione alquanto criptica, congettura possa ascriversi la

"giusta insofferenza" che avrebbe indotto Vidal-Naquet, "nell'offrire quello che

vorrebbe essere un rapido panorama europeo dell'antisemitismo gauchiste", ad

abbandonare lo "scrupolo documentario" che per contro l'avrebbe guidato - il Lanza

non ha dubbi al riguardo - nella disamina delle tesi revisionistiche. Sarebbe appunto

stata questa eclissi di "scrupolo documentario" a seguito di "giusta insofferenza" che

avrebbe fatto incorrere il cattedratico d'Oltralpe, "sempre cosi accorto e scrupoloso",

nell'infortunio di "accettare frettolosamente una citazione truccata", quella di cui

costui fa carico alla Meinhof.

Insomma, se il Lanza, in luogo di affidarsi all'accortezza e scrupolosità del suo

eminente collega, avesse voluto parlare con cognizione di causa, non sappiamo se

oggi conteremmo un revisionista dichiarato di più, ma con ogni verosimiglianza ci

sarebbe in giro una recensione di meno. Un recensore che avesse scritto ex informato

sarebbe stato costretto a constatare che tra i metodi espositivi e argomentativi di P.J.

Winters e quelli di Vidal-Naquet corre, si, una differenza, ma una differenza che è a

tutto vantaggio del cronista tedesco. Questi buttava giù la sua prosa secondo gli

suggeriva la sua qualità di pennivendolo e di filisteo; ma alla fin fine, a giudicare

dall'estratto fornito dal Lanza, si direbbe che il lettore della "Frankfurter Allgemeine

Zeitung" venisse messo in grado -- magari contro le intenzioni del Winters -- di

distinguere le posizioni della Meinhof dai commenti del cronista. Alla frase

virgolettata, e quindi presumibilmente testuale, circa i Geldjuden egli faceva seguire

immediatamente una parafrasi della spiegazione di Ulrike ("Capitale finanziario e

banche...") che precludeva ogni possibilità di interpretare quella frase in chiave

antisemitica. Per accreditare una lettura del genere c'è voluta tutta la malafede di

coloro che si adoperano senza posa a tener viva negli ebrei della Diaspora una psicosi

che risulta molto utile all'oltranzismo congenito all'ideologia e alla prassi sioniste.


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Quel tal Tarnero da cui Vidal-Naquet trae la "citazione truccata" è uno dei due

messeri intrattenendosi con i quali in libres propos il gros bonnet spinse la sua

impudenza fino al punto di descrivere l'atteggiamento di Faurisson come quello di un

tanghero che, dopo avervi interrogati sull'altezza dell'armadio di casa vostra, controlli

poi al millimetro la precisione della risposta ricevuta e, riscontrato un divario di due

centimetri tra l'altezza effettiva e quella da voi indicatagli, proclami falso tutto il

vostro discorso e inesistente l'armadio (3). Sono arnesi come questo Tarnero, il suo

compare P.-A. Taguieff (l'altro dei due interlocutori di Vidal-Naquet nei libres

propos), quei lamentevoli prodotti della miscela di arroganza e insulsaggine che --

alla faccia dei philosophes autentici, quelli che due secoli fa assolsero una gloriosa

funzione antioscurantistica e liberatoria -- si sono dati l'etichetta di nouveaux

philosophes (4), sono costoro e altri valentuomini della medesima risma a rilanciare di

continuo, speculando sull'equivoco tra antisionismo e antisemitismo, tra revisionismo

e antisemitismo, la menzogna calunniosa dell'"antisemitismo gauchiste"; e non si

puodire che il successo non arrida loro, quando si vede cadere nella pania anche un

recensore dotato di senso critico e di spirito indipendente.

Nel Winters il pennivendolo filisteo salta fuori dopo la parafrasi; e, quando salta fuori,

è fin troppo scoperto -- il Lanza lo mostra molto bene -- il suo tentativo di spianare la

via ad una lettura deformante (non, però, antisemitica: questa è farina del sacco del

Tarnero) delle dichiarazioni della Meinhof. La cosa è molto semplice: nel

pennivendolo filisteo le capacità professionali erano ancora inadeguate alle intenzioni.

Si sarà fatto con il tempo.

Tutt'altro discorso per Vidal-Naquet. Costui si presenta non come un Winters

qualunque, ma come un ellenista di vaglia, come un ebreo ateo e non sionista, come

un intellettuale che ha protestato contro la pratica della tortura ai tempi della guerra

d'Algeria e contro il bellicismo israeliano. Difende la veridicità di una tradizione

storica, quello dello sterminio, che è -- quanto a torto! -- né più né meno che

l'evidenza stessa per l'uomo della strada in Francia, in Italia e dappertutto, il che

significa giocare sul sicuro. Nonostante questo, si è ingannato, è vero, sulla risonanza

delle messe a punto oppostegli dai revisionisti, ma ciovale per la Francia; in Italia,

oggi almeno, il gioco non puonon riuscirgli, se qui puocontare perfino sulla

disinformazione del Lanza. L'acribia filologica di quest'ultimo sarà bensi allertata da

una frase della Meinhof che non quadra in nessun modo con tutto quello che egli sa

circa le matrici culturali e politiche dell'illegalità armata in Germania; ma come

dubitare che un uomo di destra, un razzista e fascista conclamato come Maurice

Bardèche abbia potuto esprimersi in maniera opposta a come lo fa parlare Vidal-

Naquet? Nell'orecchio del Lanza non suonerà nessun campanello d'allarme. E lo

stesso si dica a riguardo dei Rassinier, Faurisson e compagnia bella, gente che osa

negare una cosa che ai più appare indiscutibile solo perché ignorano che viene

discussa e quindi, a maggior ragione, su quali basi venga discussa. Sotto questo

rapporto il Lanza è un caso a parte (a parte, diciamo, e non isolato, giacché il suo è

poi il caso del pubblico cui si indirizza un libro come Gli ebrei): sa che la cosa viene

discussa, non sa sulla base di quali elementi, ma neanche sa di non saperlo: deve

ancora accorgersi che l'attendibilità di Vidal-Naquet in materia di revisionismo è la

stessa della Grande Enciclopedia Sovietica in materia di trotzkismo (5).

A fronte di quei negatori dell'evidenza stessa - di cioche passa per tale - la grosse tête

figurerà allora come "lo storico, che, seppur coinvolto soggettivamente nella vicenda,


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non si dimentica del proprio mestiere e dei doveri che esso gli impone". Quali, questi

doveri? "Primo tra tutti - risponde il Lanza - l'analisi critica delle testimonianze e dei

documenti [...] Saper leggere nella memoria, e saper leggere nei testi". E prosegue:

"Qui la polemica con Faurisson si fa serrata. Vidal-Naquet è convinto del principio di

Marrou: "'Lo storico utilizza tutto, anche la sozzura'" (p. 117); sa percio ripercorrere i

testi citati e stravolti da Faurisson: il diario del medico di Auschwitz, Kremer, il

memoriale di Hoess, i discorsi di Himmler, restituendo alle parole e alle frasi il valore

che esse avevano nel contesto" (6). Proprio! Chi conosce sul serio di prima mano i

termini della questione non avrà il minimo dubbio: cose come queste si possono

scrivere a patto di aver notizia di Faurisson per il solo tramite di un Vidal-Naquet; in

altre parole, solo a patto di essere disposti a prendere posizione sul merito della

querelle in uno stato di totale ignoranza del dossier. Il Lanza si consoli: l'hanno

fatto anche altri. E lecita una testimonianza personale? All'indomani della comparsa

de Gli ebrei contattammo uno dei "tanti amici italiani" di cui alla prefazione

vidalnaquettiana; l'intento era quello di assodare che grado di conoscenza della

letteratura revisionistica avesse uno di questi amici il quale, per essere dei pochi

indicati per nome da Vidal-Naquet, deve essersi dato particolarmente da fare perché

uscisse la traduzione di un libro le cui "idee di fondo", ci fa sapere l'autore, "proprio in

Italia [...] hanno trovato più rispondenza e suscitato lo scambio più fraterno" (p. 9). Il

tale di cui parliamo non è, come il Lanza e Vidal-Naquet, un ellenista, ma uno

studioso del mondo contemporaneo. E questo studioso del mondo contemporaneo fini

per ammettere, quantunque obtorto collo e dopo un sussulto di professorale

supponenza ("Ma come, parliamo da cinque minuti e lei mi chiede delle

credenziali!"), di non aver mai letto un testo revisionistico: cioche non gli aveva

impedito - se la menzione nominativa riservatagli da Vidal-Naquet ha la ragion

d'essere che pare ovvio attribuirle - di farsi promotore dell'edizione di un libro un

terzo abbondante del quale è una filippica antirevisionistica sbilenca e gesuitica

insieme; un libro di cui, come minimo, condivideva le "idee di fondo". Dunque, il

Lanza si tranquillizzi: l'ignoranza del dossier, lungi dall'essere soltanto sua, si ha

qualche motivo di ritenerla piuttosto diffusa nella claque italiana del luminare.

Peroun'osservazione viene naturale, ed è questa: il recensore che non risparmia al suo

eroe carlyliano l'appunto di carente "scrupolo documentario" nella trattazione

dell'"antisemitismo gauchiste" non è poi che abbia le carte in regola neppure lui,

quanto a "scrupolo documentario". Qualcuno potrebbe perfino trovare opinabile il suo

diritto di muovere una critica sia pur fondata ("antisemitismo gauchiste" a parte)

all'eroe stesso. Come fa, il Lanza, a parlare di "testi stravolti da Faurisson" e di

"polemica con Faurisson che si fa serrata" se il suo "scrupolo documentario" non gli

ha suggerito (e che non glielo abbia suggerito è di una chiarezza à crever les yeux, per

chi il dossier lo conosca) che per proclamare "serrata" la polemica contro Faurisson

era anche a Faurisson che bisognava risalire, cosi come ha fatto, con il risultato che si

è visto, per Ulrike Meinhof?

Il peccato dell'ellenista italiano consiste in un eccesso di fiducia in quello francese:

sancta simplicitas! Se non avesse considerato superfluo gettare un'occhiata ai lavori

intorno ai quali Vidal-Naquet erige il suo castello di chiacchiere; se, prima ancora, il

suo senso critico non fosse stato disattivato dalla persuasione generale, di cui è

partecipe, che quella che compete alla vulgata olocaustica sia una granitica solidità, a

quali scoperte e a quali conclusioni sarebbe stato condotto l'ellenista italiano a

proposito dello "scrupolo documentario" che pensa consueto al suo collega d'Oltralpe


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e, più in generale, a proposito del rigore con cui il grand'uomo di cartapesta dell'École

des Hautes Études ottempera ai doveri derivantigli dal suo mestiere di storico!

Lasciando da parte le conclusioni -- scontate, per chi sia ben informato --, queste

scoperte non è questione, ora, neppure di elencarle sommariamente: non è nostra

intenzione riassumere, ad esempio, quella Réponse di Faurisson alla quale Vidal-

Naquet continua ad astenersi dal replicare: bel saggio di "polemica che si fa serrata".

In uno scritterello dell'anno scorso (7) abbiamo mostrato il gros bonnet nell'atto di

concentrare l'attenzione del lettore sull'"importante rettifica" Kielce-Kosel, ossia su un

rigo di stampa, per eludere le dettagliate contestazioni rivoltegli intorno a cioche

avveniva a Kosel e altrove: altro bel saggio di polemica stringente. Il Lanza si

stupisce della leggerezza con cui il grand'uomo prende per buona "una citazione

truccata"? Creda pure, c'è ben altro di che stupirsi -- diciamo meglio: di che

scandalizzarsi -- nel Vidal-Naquet antirevisionista. La crociata di costui è intessuta da

cima a fondo di piccole furberie. Vogliamo esaminarne una tra le tante?

Ecco come l'agguerrito polemista espone (p. 224 s.) il pensiero di Rassinier intorno

alla localizzazione in Palestina dello Stato israeliano:

La potenza ebraica come centro del commercio e della banca mondiale risale

assai indietro nel tempo. Saul, David e Salomone hanno fatto ai tempi loro

quel che Israele fa oggi, questo "Stato-banca" che si trova "sulle più importanti

vie commerciali del mondo moderno"; [...] nel mondo moderno [...]

l'accaparramento ebraico è una minaccia. Se domani il movimento sionista

"mettesse le mani su Wall Street", "il porto d'immatricolazione della diaspora

diverrebbe non solo il tetto commerciale del mondo atlantico, ma [grazie al

petrolio] anche il posto di comando di tutta la sua industria".

Nell'insieme questo sunto puo considerarsi non infedele. Il continuo zigzagare

migratorio degli ebrei, scriveva Rassinier, storicamente ha conosciuto due eccezioni:

Nella sua fase biblica durante il periodo in cui l'uno dopo l'altro Saul, Davide e

Salomone tentarono di fissare, e di forza, [il popolo ebraico] al punto

d'intersezione delle due grandi arterie commerciali del loro tempo che

collegavano incrociandosi l'Europa e l'Africa all'Asia, voglio dire in Palestina,

nella speranza di viverci prelevando una decima su tutti gli scambi allora

obbligati a valersi di questo passaggio; e oggi, sempre in Palestina, dove il

movimento sionista internazionale progetta di ricostituire nella forma di Stato-

banca il regno di Salomone, trovandosi di nuovo questo paese sulla più

importante arteria commerciale del mondo moderno la quale, andando da New

York a New York, fa il giro del mondo passando per Londra, Parigi, Tel-Aviv,

Calcutta, Singapore e Tokyo (Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma

reprint], La Vieille Taupe, 1984, p. 128).

Solo che Vidal-Naquet si è scordato di informare il suo lettore di un piccolo

particolare, vale a dire del fatto che subito appresso Rassinier precisava:

Questo, almeno (en tout cas), è cioche risulta dalla lettura attenta di un libretto

di tale Kadmi Cohen, portavoce del sionismo internazionale che ebbe la sua

ora di celebrità tra le due guerre mondiali: L'Etat d'Israel (Paris, Kra, 1930) la


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cui tesi quantunque presentata in termini abbastanza vaghi per non urtare

l'orecchio, sembra appunto essere che il movimento sionista internazionale

non deve proporsi lo scopo di raccogliere tutti gli ebrei del mondo in uno Stato

portato alle dimensioni del regno di Salomone e di organizzarveli in nazione

moderna, ma [deve proporsi quello di raccogliervi] la sua ala marciante con

missione di farne il porto d'immatricolazione di una Diaspora razionalmente

distribuita ai punti di convergenza delle ricchezze del mondo e che le

riverserebbe su di esso (ibid.) [* Nell'87, continuando a lavorare intorno al

lacrimevole saggio dell'81, Vidal-Naquet si è risolto a far menzione di Me

Kadmi Cohen, che tratta di "extrémiste sioniste délirant" (la grosse tête è

decisamente incline alla sbrigatività quando deve sbarazzarsi di personaggi o

fatti scomodi): v. Les Assassins de la mémoire. "Un Eichmann de papier" cit.,

p. 51. La recente edizione italiana di questo libro comprende il saggio dell'81

nella traduzione dell'85 e dunque il lettore nostrano rimane all'oscuro di questa

messa a punto (1993)].

In quale misura il punto di vista del Cohen è identificabile con quello del sionismo

tout court, movimento eterogeneo e complesso che ai fascisti di Jabotinsky e ai

laburisti di Borochov -- per riferirci alle sue ali estreme -- offriva il comun

denominatore dell'idea reazionaria e arbitraria che gli ebrei del mondo moderno

rappresentassero in quanto ebrei una specifica nazionalità e che questa pretesa

nazionalità andasse territorializzata in Palestina? All'infuori di questo comun

denominatore (al quale oggi, a differenza che nel '30, va aggiunto lo Stato sionista

come progetto realizzato, con quanto ne deriva e con quanto di anche più drammatico

potrà derivarne) il movimento sionista ha mai avuto un punto di vista unico, di cui, ad

esclusione di ogni altro, si possa dire che era ed è il suo punto di vista?

Problema che Rassinier non si poneva. Ma, con tutte le riserve che si vogliano fare

circa la rappresentatività del Cohen (8), rimane sempre che le vedute di Rassinier

poggiavano, per cioche atteneva ad un aspetto essenziale, su quelle di un militante

sionista che non doveva essere l'ultimo venuto, se "ebbe la sua ora di celebrità"; e che

Vidal-Naquet, sollecito a far precedere la sua esposizione delle vedute di Rassinier

dall'avvertimento che "nelle pubblicazioni di [quest'ultimo] troviamo di che

raccogliere tutto un florilegio delle forme più stupide e più consunte

dell'antisemitismo" (p. 224), si guarda bene, mentre stigmatizza quelle vedute nel

capostipite del revisionismo, dal segnalare la non proprio irrilevante circostanza.

Libertà di questo tipo sono concesse solo alle coscienze intemerate; e chi dubiterà che

Vidal-Naquet non sia una di queste? Quanto a scrupolosità, non c'è che dire; e anche

quanto ad accortezza - sempre che si impieghi questa parola in un significato un po'

difforme da quello che il Lanza ha in mente quando il suo candore gli fa definire

"accorto" il gros bonnet.

Il nostro parere intorno alla questione in merito alla quale sembrava a Rassinier che

Kadmi Cohen avesse detto una parola rivelatrice? Il nostro parere è che la scelta della

Palestina come sede dello Stato sionista sia scaturita da una pluralità di motivi e di

opportunità; delle seconde non diremo parola, dato che qui non scriviamo di storia del

sionismo; ma riguardo ai primi ci sta a cuore, come marxisti, una notazione: il fatto

che per due millenni si sia continuato a ripetere: "L'anno prossimo a Gerusalemme"

(dove, peraltro, i progenitori della maggior parte degli ebrei di ieri e di oggi non

avevano mai messo piede), mentre non è assolutamente bastevole a costituire e a


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testimoniare un vincolo di nazionalità, appartiene al novero di quei dati prescindendo

dai quali ci si vieta una soddisfacente comprensione dei processi storici (il nostro

materialismo, scriveva Trotzki con splendida incisività, non ignora l'uomo che sente,

che pensa e che agisce, ma lo spiega). A ben riflettere, è molto meno strano di quanto

possa sembrare sulle prime che a incorrere in una spiegazione di sapore

economicistico sia stato un socialista antimarxista quale era Rassinier (9). L'elemento

su cui questi, come storico, concordava con il Cohen un suo peso lo avrà avuto; non,

però, il peso determinante che inclinava ad attribuirgli. Cioche è significativo è che a

riprova del preteso antisemitismo di Rassinier si alleghi, si, la spiegazione che egli, a

torto o a ragione, ha giudicato idonea a dar conto della localizzazione di Israele in

terra palestinese, ma al tempo stesso si taccia il fatto che, con quel giudizio, egli ha

semplicemente riconosciuto capacità esplicativa sul piano storico alla tesi anticipata,

ripetiamolo, da uno scrittore sionista. Allora si puo capire che lo "scrupolo

documentario", la maestria nell'"analisi critica delle testimonianze e dei documenti",

l'attitudine a "leggere nella memoria e nei testi" e ogni altra possibile qualità degna di

venir ditirambicamente evocata si facciano prudenti, o, se si vuole, accorte: accorte di

quella 'accortezza' che il linguaggio ordinario designa con la parola disonestà; e che

questa 'accortezza' consigli a Vidal-Naquet di nascondere al suo lettore che quella di

cui si tratta era la tesi, prima che di Rassinier, di un sionista militante: a qualcuno

potrebbe venir da chiedersi se oggi, e non da oggi, tra sionismo e antisemitismo non

esista per avventura un rapporto di causa ed effetto, anche se in origine fu il secondo

ad alimentare il primo.

Questo qualcuno arriverebbe a porsi una domanda giusta percorrendo una strada

sbagliata. Sbagliata, perché Rassinier non fu un antisemita, come invece vuol darci

d'intendere Vidal-Naquet, a sentire il quale il capostipite del revisionismo sarebbe

stato "letteralmente ossessionato dal tema del complotto ebraico internazionale" (p.

225). Che in taluni suoi lavori (Les Responsables de la seconde guerre mondiale,

Nouvelles Editions Latines, Paris, 1967, e lo stesso Drame) si percepisca in modo

netto la nozione di un ebraismo operante transnazionalmente come un unico corpo

non legittima per nulla una caratterizzazione del genere. Chi qui scrive trova che, se

tale nozione corrisponde -- come di fatto corrisponde -- ad un errore, troppo spesso

questo errore ha, confessiamolo, l'apparenza di una verità, e che a conferire

quest'apparenza di verità all'errore sono soprattutto i circoli rappresentativi del

sionismo. E trova anche che a volte l'errore non sia del tutto tale, e ciò,

fondamentalmente, per via non di chissà quale complotto, ma di una concordanza di

comportamenti indotta da tre fattori strettamente intrecciati l'un l'altro: delle

sofferenze fin troppo reali; una versione fabulistica dei fini, delle modalità e dei

risultati avuti dalla bieca persecuzione che ha originato quelle sofferenze; l'esistenza

di Israele come Stato sionista. Pensa, infine, che in sé l'antisionismo e il revisionismo

non abbiano niente a che fare con la lebbra dell'antisemitismo. Ma tutto questo, a

volerlo approfondire anche in minima misura, ci porterebbe al di là della questione su

cui vertono le considerazioni cui hanno dato spunto alcune delle sedici pagine del

Lanza. Al quale, per concludere, suggeriremmo -- se mai un suggerimento dovesse

venirgli da noi -- di attenersi in futuro al criterio dell'audiatur et altera pars: criterio

che è tanto più di rigore quanto più inverosimile, assurda, grottesca

un'argomentazione ci appare nella presentazione che ne fa quella che vuole

accreditarsi come la sua definitiva stroncatura.


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Note

(1) Si veda quella pietosa testimonianza di oscurantismo che è l'appello

antifaurissoniano redatto da Vidal-Naquet e Léon Poliakov, sottoscritto da un folto

gruppo (ma sarebbe più esatto parlare di gregge) di esponenti di rilievo della cosca

accademica transalpina e pubblicato da "Le Monde" il 21 febbraio 1979. Dei

sottoscrittori, solo "pochissimi -- lamenta Vidal-Naquet -- si sono messi al lavoro" (p.

198). Se per mettersi "al lavoro" s'intende scrivere e pubblicare (prescindiamo ora da

ogni considerazione dei contenuti), la constatazione della grosse tête è indiscutibile.

Se, invece, s'intende intrallazzare in varie guise per rendere difficile la vita ad un

avversario scomodo, allora puoaver ragione Guido Valabrega quando afferma che

"assai energico ha dovuto essere nell'Europa occidentale l'impegno degli studiosi

democratici per smascherare le menzogne del professore francese Robert Faurisson

che intendeva sostenere l'inesistenza dei campi di sterminio nazisti" (David

Dragunsky-Guido Valabrega, Ebrei e sionismo, Teti, Milano, 1986, p. 19), ma

puoanche avere torto: a che genere d'impegno si riferisce? E, poi, andare secondo la

corrente richiede forse un "impegno assai energico"? In ogni caso, rimane da

dimostrare che rendere difficile la vita ad un avversario scomodo significhi provare

menzognere le sue conclusioni. Quanto agli "smascheramenti", attendiamo che

qualcuno ce li faccia conoscere.

(2) Enzo Forcella, Il fedele traditore, "La Repubblica", 18 settembre 1985. Circa la

posizione di questa gazzetta in materia di revisionismo si veda lo scritto precedente,

L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet., p. 63, n. 13; ma per una più completa

informazione occorre risalire anche al volumetto del Gruppo comunista

internazionalista autonomo segnalato qui sotto alla n. 4.

(3) Cfr. "Les Nouveaux Cahiers", n° 68, primavera 1982.

(4) Questa esemplificazione non induca nell'errore di credere che si tratti di una fauna

soltanto francese. Al contrario, essa brulica dovunque; e, se nel testo ricordiamo

alcuni degli esemplari reperibili in Francia, è solo perché è in Francia che lo scontro

tra revisionisti e sterminazionisti ha avuto e ha - grazie soprattutto alle iniziative di

una casa editrice di sinistra rivoluzionaria, La Vieille Taupe (B.P. 9805, 75224 Paris)

-- le sue espressioni più acute. In Italia la fauna in parola si è recentissimamente

arricchita di un esemplare meritevole di menzione nella persona di tale Marco

Paganoni, il quale, per i tipi della Giuntina (una casa editrice specializzata in libri ad

uso di un angusto ebraismo da apartheid -- non certo quell'ebraismo cui si riferiva

Lenin parlando dei tratti universalmente progressistici presenti nella sua cultura), ha

pubblicato quest'anno un libello (Dimenticare Amalek. Rimozione e disinformazione

nel discorso della sinistra sulla questione israeliana) che puo senz'altro venir

qualificato come un esempio di petulanza messa al servizio dell'infamia. Dimenticare

Amalek appartiene a quella che correntemente viene indicata come "cultura del

pentitismo". L'autore è un pentito sui generis: fuorviato, ci fa sapere, in giovane età

dalla lettura di libri faziosi e unilaterali, "si ritrovo a partecipare ad una

manifestazione nazionale a Roma dopo i fatti di Tall el Zaatar, sottoscrivendone le

parole d'ordine. Ecco perché oggi si sente personalmente ingannato: la pluralità

d'opinioni è una cosa, le menzogne propinate ad un ignaro lettore, un'altra" (p. 12): di

qui l'apologia del dominio sionista in Palestina. L'ironia della sorte ha voluto che,

negli stessi giorni in cui appariva Dimenticare Amalek, scoppiasse lo scandalo


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Derlich. Schmuel Derlich, rabbino capo delle forze d'occupazione in Cisgiordania, è

uno che di Amalek si ricorda: tanto che nel fascicolo di marzo di una pubblicazione

curata dal rabbinato militante incitava i coscritti allo sterminio totale dei discendenti

di Amalek. "Occorre -- scriveva il pio mascalzone -- non mostrare alcuna pietà verso

una qualsiasi creatura della tribù di Amalek: uomini, donne, bambini e anche le

mandrie e il bestiame"; e, citando il profeta Samuele, proclamava il "dovere sacro di

eliminare Amalek senza lasciarne traccia". E sembrato ovvio che questo appello

identificasse i discendenti di Amalek negli arabi, com'è d'uso negli scritti del

famigerato Kahane; ma, chiamato a giustificarsi dalle autorità militari, il Derlich ha

specificato che non agli arabi si era riferito, bensi ai tedeschi. Cioè bastato perché

queste autorità archiviassero la questione! L'onestà vuole che si renda omaggio, e lo

facciamo volentieri, ai molti israeliani che si sono sentiti rivoltare e da un appello del

genere e ancor più dal fatto che le autorità militari abbiano ravvisato nella

precisazione fornita dall'autore dell'appello un valido motivo per chiudere la faccenda:

quegli israeliani sono di una pasta diversa da quella dell'autore di Dimenticare

Amalek. Non si può, però, non rilevare che è in pogromisti tipo Derlich e Kahane che

il sionismo, progetto di 'soluzione' storicamente reazionaria del problema ebraico,

trova la sua incarnazione più compiuta e coerente, cosi come è poi in libellisti tipo

Paganoni che trova i suoi degni difensori.

Ma, se non è disposto a scandalizzarsi delle incontinenze delinquenziali dei vari

Derlich, Kahane e, perché no?, Begin, Shamir, Sharon e via via enumerando, il

Paganoni, in compenso, è inquieto per i progressi che anche in Italia il revisionismo

potrebbe compiere, come in Francia, "in ambienti di sinistra estrema"; e cosi "teme

[che] una denuncia [come quella fatta in Francia da Vidal-Naquet] vada fatta per

tempo anche qui in Italia". L'ex ragazzo traviato dalle cattive letture è impensierito da

Sionismo e Medio Oriente, un volumetto che, edito nell'84 dal Gruppo comunista

internazionalista autonomo, "fa sue le tesi appunto di Rassinier, Faurisson e Thion"

(p. 73, n. 7). Nessun dubbio che per gente come questo Paganoni (il quale - si badi

alla calunniosa connessione - trova modo di menzionare Sionismo e Medio Oriente in

nota ad un passo, p. 52, in cui parla delle "continue riedizioni in chiave "antisionista""

dei grotteschi Protocolli dei Savi Anziani di Sion) l'ideale sarebbe rappresentato

dall'estensione al nostro paese, o al mondo intero, di quel monumento di sapienza

giuridica che è la Auschwitzlüge.

(5) Il revisionista di destra Carlo Mattogno annovera i due principali scritti di Vidal-

Naquet in argomento (Un Eichmann de papier e Tesi sul revisionismo, ora entrambi

ne Gli ebrei) tra quelli "sterminazionisti [che], pur risentendo del pathos che suscita

inevitabilmente la negazione dello "sterminio" ebraico, tentano di porsi sul piano della

critica obiettiva" (Carlo Mattogno, Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione

storico-bibliografica alla storiografia revisionista, Sentinella d'Italia, Monfalcone,

1985, pp. 52 s.). Giudizio che non condividiamo: Vidal-Naquet non tenta "di porsi sul

piano della critica obiettiva", ma fa le viste di porvisi, con il fine di perpetuare la

leggenda olocaustica lasciandone cautamente cadere quegli aspetti che rispondano al

doppio requisito di risultare non strettamente essenziali alla leggenda stessa e di

rientrare, d'altra parte, tra quelli di cui la critica revisionistica ha ormai scalzato la

sostenibilità (l''obiettività' di Vidal-Naquet non è meno sospettabile di quella - opposta

- del revisionismo a sfondo pronazista). Vidal-Naquet riconoscerà, mettiamo, che

Faurisson ha dimostrato "che il Diario di Anna Frank è, se non un "falso letterario",

perlomeno un documento adulterato" (Gli ebrei, p. 210), ma a quale intento siano


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finalizzate questa e altre ammissioni è chiarito senza equivoci, tanto per fare un

esempio, dal pietoso conato del gros bonnet di confutare in meno di due pagine (226

s.), e ridicolizzandola per giunta, l'indagine statistica di Rassinier circa la reale

consistenza delle perdite ebraiche collegabili alla persecuzione hitleriana. All'ellenista

francese non manca certo quel tanto di fiuto che è sufficiente per capire che questo

delle perdite ebraiche è uno di quei terreni sui quali nessuno che intenda perpetuare la

leggenda puopermettersi di avventurarsi senza cambiare le carte in tavola: il che è

sempre rischioso, e tanto più oggi, quando c'è gente che ha contratto la deprecabile

abitudine di verificare punto per punto le asserzioni dei mitografi.

(6) Qui il Lanza pecca di disattenzione. Vidal-Naquet si fa viatico della massima di

Marrou nell'occuparsi a modo suo non dei documenti elencati dal recensore, bensi

degli scritti di Rassinier, il quale "sull'annientamento degli ebrei sotto Hitler e su

molti altri argomenti" avrebbe scritto, assicura la vedette lasciando trasparire la sua

santa indignazione, "delle vere infamie" (p. 117, n. 12). E dove le si puoleggere, di

grazia, queste "vere infamie"?

(7) L'onestà polemica, cit. Cogliamo il destro per correggere un errore in cui siamo

incorsi (ibid., p. 36 di questo volume) affermando che Kielce e Kosel sarebbero state

le denominazioni polacca e tedesca di una sola e medesima località. Non è cosi: ci si

segnala che si tratta di località differenti. Questa circostanza non ha il minimo rilievo

sulla sostanza della questione, come puoconstatare chi voglia risalire al nostro scritto

precedente. La questione, che sembrava toponomastica, è invece topografica: tutto

qui. Resta immutato il problema -- di non ardua soluzione -- rappresentato dalla

sordità di Vidal-Naquet alle ampie spiegazioni che gli sono state fornite da Faurisson

e da Guillaume intorno a cioche avveniva a Kosel, appunto, e in altri luoghi.

Successivamente alla pubblicazione del nostro scritterello hanno veduto la luce, dopo

tre anni e passa, gli atti del convegno organizzato nell'82 dall'École des Hautes Études

su L'Allemagne nazie et les Juifs, convegno cui fu negato a Faurisson di intervenire

anche solo in veste di semplice osservatore. La Vieille Taupe ci informa di avere in

programma una critica del convegno -- nel corso del quale si confrontarono le due

tendenze in cui si divide la scuola sterminazionistica -- considerato nella sua globalità

(cfr. L'onestà polemica, pp. 25 s. -- dove è inesatta la caratterizzazione della tendenza

funzionalistica [* Ecco in che cosa ci sembrava e ci sembra consistere l'inesattezza: da

un punto di vista rigorosamente logico la tesi funzionalistica sarebbe formulabile

anche prescindendo dalla asserzione di una previa selezione delle vittime destinate

alle camere a gas. E vero, però, che i funzionalisti non ne prescindono per nulla.

Naturalmente, la questione non è quella della formulabilità in astratto di questa tesi,

bensì quella della sua sostenibilità sul piano storico. Da questo punto di vista la

posizione dei funzionalisti - al pari di quella degli intenzionalisti -- oggi è ancora più

inconsistente di quanto lo fosse nell'85-87 (1993).] -- e 47-49).

(8) Del libro di Kadmi Cohen Rassinier scriverà qualche anno più tardi che "fu, tra le

due guerre mondiali, la bibbia del movimento sionista internazionale" (P. Rassinier,

Une troisième guerre mondiale pour le pétrole?, "Défense de l'Occident", n° 64,

luglio-agosto 1967, p. 74). Per contro Walter Laqueur, Histoire du sionisme,

Calmann-Lévy, Paris, 1973, non fa parola né dell'autore né del libro. Secondo Joseph

Billig, L'Institut d'Étude des Questions Juives, officine française des autorités nazies

en France, Cdjc, Paris, 1974, il Cohen era un "sognatore sionista isolato, [un]


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dottrinario preconizzante uno Stato sionista dotato di un potere esecutivo ebraico

molto forte, ma realizzante l'idea di ''Pansemitismo''" (p. 197).

(9) L'antimarxismo di Rassinier, socialista ecletticamente nutrito di suggestioni

proudhoniane, jauressiane, tolstoiane, ecc. (ma che aveva cominciato la sua vita

politica nei ranghi del Pcf, da cui si era staccato nel '32 per passare due anni dopo alla

Sfio), era alquanto superficiale: si veda, ad esempio, in Drame, pp. 24-27, la critica di

quella che egli credeva essere la concezione marxista dello sviluppo storico. Detto

questo, bisogna aggiungere che egli non è stato il primo antimarxista e non sarà

l'ultimo a recare un'inconsapevole conferma alla visione dei processi sociali

elementari soggiacente al materialismo storico. Con piena ragione è stato scritto che

l'importanza de Le Mensonge d'Ulysse (6a ediz. [ma reprint della 5a], La Vieille

Taupe, 1979) sta nel fatto che questo libro permette di concepire materialisticamente

la vita, e dunque anche la morte, nei lager ("La Guerre sociale", n° 3, giugno 1979). A

questo proposito cosi ci esprimevamo in altra occasione: "Il materialismo marxista

[...] è aperto all'ipotesi dell'irruzione sulla scena storica e perfino dell'assunzione di

ruoli in via di fatto protagonistici -- ma sulla base di premesse generali

economicamente determinate -- da parte di coefficienti definibili come perversione,

malvagità, crudeltà, manifestazioni di pulsioni antisociali e distruttive nelle quali

(nella misura in cui tali pulsioni non siano fenomeni scaturenti da mero determinismo

somatico) si concentrano e rispecchiano le stigmate di inumanità che ineriscono al

mondo del capitalismo. Solo che, per il marxismo (e cosi anche per il metodo storico),

l'essere aperto, al limite, a siffatta ipotesi non implica che ai coefficienti da essa

evocati si possa ricorrere in via esplicativa senza aver prima considerato a fondo se

coefficienti di più normale, scontato e perfino accettato intervento nella qualificazione

dei comportamenti individuali e collettivi non siano in grado di dare ragione, con il

loro pressoché automatico estrinsecarsi nell'ambito di situazioni in sé eccezionali, di

esiti la cui tragicità sembrerebbe corrispondere ad uno specifico intento ispirato dalle

più sadiche tendenze" (C. Saletta, Il caso Rassinier, per conto dell'autore, Bologna,

1981, p. 10). Rassinier, mentre perviene alla negazione dei lager come luoghi deputati

a pratiche dirette al genocidio, spiega il macabro risultato prodotto dall'istituzione

concentrazionaria in termini che - prendendo a prestito questi concetti dalla storia

della geologia -- si potrebbero definire attualistici, e non in termini catastrofistici. Le

Mensonge è un modello di studio delle cause lente peculiari a quell'istituzione.

Beninteso, cosi come in geologia le cause lente si contrappongono al catastrofismo,

ma non escludono per niente le catastrofi (delle quali, anzi, offrono la spiegazione

scientifica), cosi la velocità relativa con cui la macchina concentrazionaria,

indipendentemente dalla volontà di chi l'aveva creata, triturava il materiale umano era

suscettibile di accelerazioni; e infatti ne registrouna veramente catastrofica -- anche se

con esiti quantitativamente molto inferiori a quelli di cui favoleggia la vulgata

sterminazionistica -- nel 1944-45, in seguito alle difficoltà di vettovagliamento dei

campi, al peggioramento delle loro condizioni igieniche e sanitarie, al loro

sovrappopolamento.


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Una messa a punto del signor Vidal-Naquet e un'ulteriore messa a punto su di lui

(1987)


Quando, l'anno scorso, pubblicammo le considerazioni suggeriteci dalla recensione

elogiativa che Diego Lanza aveva riservato a Gli ebrei, la memoria e il presente, di

Pierre Vidal-Naquet, eravamo convinti che il silenzio più completo avrebbe accolto

quel nostro opuscoletto (1); e tuttavia, dato per scontato il silenzio, ci pareva naturale

che, nel caso improbabile che una risposta ci fosse, fosse dal Lanza che dovessimo

aspettarla. Eravamo nel giusto e ci ingannavamo al tempo stesso: è Vidal-Naquet a

farsi vivo. Non, beninteso, che risponda (e, dunque, nel giusto c'eravamo

doppiamente: Vidal-Naquet non risponde pur facendosi vivo e a non farsi vivo è il

Lanza). Vidal-Naquet, com'è noto, ai revisionisti non risponde. Attacca, questo si; ma

poi, se gli si replica, se gli si muovono precise obiezioni, se si mette nella giusta

evidenza la sua inclinazione a ciurlare nel manico, se si ravvisa in tutto il suo

comportamento una riprova di più del carattere fabulistico della tradizione di cui si è

fatto paladino, allora tace. A tale riguardo le vicende della polemica svoltasi in

Francia sono esemplari. La grosse tête ha attaccato vituperosamente Faurisson (e il

defunto Rassinier, e Guillaume e la Vieille Taupe), per chiudersi -- ma, finora, cioera

accaduto solo in Francia -- in un mutismo che ci si permetterà di trovare, e non siamo

i soli, non meno significativo soltanto perché era stato in qualche modo

preannunciato, quando Faurisson gli ha risposto sobriamente nel tono e lasciando, si

puodire, la parola ad un insieme di dati circostanziati e documentati. Nell'85

scrivemmo che "le cinquantasei motivate e ragionate obiezioni" della Réponse

faurissoniana "sono calate sul viso del nostro eroe come altrettanti ceffoni" (2):

continuiamo a pensare che questa non sia nient'altro che la constatazione di un fatto, e

di un fatto che già di per se stesso la dice lunga sulla fondatezza degli asserti di Vidal-Naquet.

Dunque, questa volta Vidal-Naquet, quanto a farsi vivo, si fa vivo; e comprendiamo

benissimo, sia detto per inciso, che taccia invece il Lanza: ubi major, minor cessat.

Per giungere a godere di Leda Giove prese la forma di un cigno. Per abbindolare

ancora il pubblico italiano Vidal-Naquet si ripresenta nella veste di estensore di una

paginetta giusta giusta che vorrebbe essere una messa a punto ("Quaderni di storia",

n° 25, gennaio-giugno 1987). E cosa dice, questa paginetta? Dice che l'ellenista

tacerà. E un vero peccato: oltre a noi, qualcun altro probabilmente, qualcun altro che

non è revisionista, avrebbe sentito il bisogno che egli si fosse soffermato su dettagli

circa i quali non mancherebbe d'interesse conoscere il suo parere; dettagli quali

l'adozione non sporadica, e proprio perciotanto più significativa, di una tecnica

citatoria -- è l'esempio che recavamo scrivendo della recensione del Lanza -- che gli

consente di accreditare la calunnia di un antisemitismo rassinieriano mediante

l'artificio di sunteggiare, valendosi anche di brani dell'originale, un certo passo de Le

Drame des Juifs européens, ma omettendo di avvertire che nel passo immediatamente

successivo Rassinier chiariva come le vedute che postumamente gli procurano dal


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gros bonnet la taccia di antisemita fossero, oltre che sue, e prima di lui, quelle di un

sionista militante, Kadmi Cohen. (Se, poi, quelle vedute di Rassinier giustifichino

quella taccia -- il che noi, senza condividerle, cosi come non condividiamo altre sue

vedute, neghiamo -- potrà facilmente giudicarlo chi legga Le Drame, libro che Vidal-

Naquet crede o finge di credere spacciato dalle poche pagine di sedicente

confutazione che gli ha dedicato nell'80 (3)). Quella di Vidal-Naquet è una ben

curiosa maniera di dissipare gli equivoci, lui che a dissiparli ci tiene tanto.

Ma prendiamo la messa a punto per cioche dice e non per cioche tace. Cosa vi si

trova? Niente che non si sapesse già per precedente dichiarazione del nostro: si

puodiscutere sul revisionismo ma non si discute con i revisionisti; con costoro egli

non discute e non discuterà mai. Questa pregiudiziale è abbastanza comica. Vidal-

Naquet è libero, naturalmente, di discutere o non discutere con chi gli pare; è un suo

diritto e nessuno glielo contesta. Ma ognuno sarà poi libero di giudicarlo in base

all'uso che egli fa di questo diritto. Ora, cioche salta agli occhi è che, quando lo si

mette di fronte ad una delle sue gherminelle, egli si comporta come quel tale che,

essendosi riparato sotto il letto per sottrarsi alle percosse della consorte, a questa che

gli ingiungeva di uscir fuori rispondeva di trovarsi in casa propria e di essere padrone,

in casa propria, di stare dove gli pareva e piaceva. Ma oltre che comica la posizione

del nostro uomo è anche comoda. Non giureremmo che sia producente, questo no, ma

comoda lo è senz'altro. Chi prenderà in mano un testo di Rassinier o di Faurisson non

impiegherà troppo tempo, in effetti, ad accorgersi che Vidal-Naquet non potrebbe

scansare qualche grosso imbarazzo se volesse cimentarsi sul serio con le

argomentazioni revisionistiche invece che baloccarsi con il pupazzo che salta fuori dal

loro stravolgimento sistematico, come ha sempre fatto questo antichista impelagatosi

nella storia di quarant'anni or sono o poco più. Cosa mai l'ha indotto a impelagarvisi?

E un problema che mette conto di toccare, in quanto concerne, al di là di Vidal-

Naquet, l'itinerario politico di non meno di due generazioni.

La generazione di Vidal-Naquet e quella che l'ha preceduta abbondano di intellettuali

affetti da anchilosi cronicizzata alla mano destra. All'origine di questa lesione sta una

pratica ripetuta in innumerevoli occasioni: la firma -- dieci, venti, trenta, quarant'anni

dopo la sconfitta militare dei regimi fascisti -- del rituale manifesto antifascista.

L'Italia costituisce un ottimo punto d'osservazione per seguire questo fenomeno, che

peronon è solo italiano. Intendiamoci, quando l'anchilosi si è cronicizzata questa gente

era ormai la caricatura di cioche era stata prima. Questo vale per la generazione

precedente a quella di Vidal-Naquet. Per la generazione dell'ellenista quel prima, con

tutto quello che, comunque lo si voglia giudicare, ha comportato come assunzione di

responsabilità e come impegno militante, è qualcosa che non fa parte, se non per

eccezione, del suo vissuto. Nei membri più giovani della confraternita l'anchilosi da

firma spesso puoessere fatta risalire ad una ragione di cui è dubbio si possa sostenere

che sia del tutto rispettabile. La storia non cambia di molto: nel paese di Vidal-Naquet

al tempo di Gambetta non era facile aprire una tabaccheria o diventare guardia

campestre se non si davano solide garanzie di fede repubblicana; qui da noi, durante il

ventennio, la tessera del partito era diventata la "tessera del pane" e oggi non è poi

cosi esiguo il numero di coloro che debbono il pane, il companatico e tutto il resto alla

tessera che portano in tasca o all'area di appartenenza; e quanti sono -- veniamo al

dunque -- i curricula accademici scanditi dalla pratica manuale in parola? Il

manifesto, l'ellenista non l'ha solo firmato: si puodire che l'abbia scritto. Più

esattamente, che l'abbia riscritto nella particolare versione antirevisionistica. Non v'è


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motivo di dubitare della sincerità dell'antifascismo di Vidal-Naquet -- tra l'altro, il

fascismo, nella sua forma hitleriana, lo ha colpito crudelmente nei suoi affetti

familiari. Solo che il suo antifascismo, l'antifascismo di una miriade d'intellettuali che

hanno la sua età o che appartengono alla generazione più anziana e che per molti anni

si sono creduti, e magari si credono tuttora (ma come districare i convincimenti e le

autoillusioni da un senso dell'opportunità che con il tempo si è fatto via via più

acuto?), libertari, radicali, comunisti, non poggia, non ha mai poggiato su di una

posizione di classe che -- con tutte le riserve che sarebbe stato e sarebbe lecito

avanzare, ma esclusivamente in sede di valutazione tattica -- individuasse nel

liberalismo e nella democrazia formale un'espressione del dominio capitalistico che a

questo titolo dovesse venire combattuta e abbattuta non meno del fascismo. Quando

l'opposizione fascismo-democrazia si configurocome un contrasto tra Stati, i più

anziani tra questi intellettuali si allinearono alla politica degli Stati a democrazia

formale. I più giovani li hanno seguiti a fascismo sconfitto. La società borghese non

ha mai cessato di essere l'ubi consistam di tutti costoro. Essi rappresentano la cultura

di una sinistra che è organica a questa società e che è borghese quanto lo è questa

società. Di qui la loro predisposizione a recepire e interiorizzare la mitologia

antifascista. Non che il volto del fascismo non fosse orribile. Ma quella mitologia ne

ha decuplicato l'orridezza e, d'altro canto, è valsa egregiamente a obliterare la nozione

del fatto che quello che si svolgeva a livello planetario era uno scontro tra blocchi

della medesima natura, tra blocchi imperialistici. Certo, a questi intellettuali non

sfuggiva che il blocco antifascista era tenuto insieme da ben altro che dal cemento di

un'ideologia che fosse comune agli Stati che vi erano confluiti e da un'omogeneità

nella tecnica dell'esercizio del potere interno ad opera di ciascuno di questi Stati. Ma,

a fronte del fascismo, la democrazia formale apparve loro come la salvaguardia di

valori irrinunciabili, mentre le ragioni del domani sembrarono assicurate dalla Russia

di Stalin. Poi venne il momento della disillusione; ma ancora oggi è molta la gente

che sentirebbe vacillare il proprio mondo sulle sue basi quando dovesse concludere

che, nonostante tutto, il volto del fascismo fu meno orribile di quanto lo dipingano

quella mitologia (della quale dopo il '45 è divenuta elemento integrante la vulgata

olocaustica) e i verdetti pronunciati dai vincitori. Meno orribile: qui non si tratta di

banalizzare il regime nazista, ma nessuno potrà negare che, se i lager sono una cosa

inumana comunque, un conto è che vi si sia attuato un piano di annientamento ai

danni di una razza, o pretesa tale, un altro conto che gli internati vi siano morti come

le mosche (ma, in ogni caso, in quantità assai inferiori a quelle di cui alle cifre

correnti) a seguito soprattutto dell'azione combinata di fattori i quali, stante il caos in

cui la Germania andosprofondando nell'ultimo anno di guerra, sempre più si

sottraevano ad ogni possibilità di controllo e sempre meno rispondevano agli intenti

originari, comunque infami, di chi quell'universo concentrazionario aveva messo in

piedi, e mettendo in piedi il quale un ruolo, e primario, non poteva non averlo

attribuito, questo va da sé, al terrore. Si, nonostante tutto, questo è qualcosa di

enormemente diverso dalla pianificazione di un etnocidio. Checché pensino o

facciano finta di pensare gli sterminazionisti, non si profana la memoria di chicchessia

se, in luogo di accettare senza critica testimonianze cui umanamente non puoesser

estranea una forte componente di emotività; altre che è legittimo ritenere inquinate

dall'interferenza di qualche interesse; altre ancora che come minimo lasciano adito al

ragionevolissimo sospetto di rappresentare il risultato di pressioni; altre, infine, che

appaiono puramente e semplicemente insostenibili; in luogo di prendere per buone le

statistiche mortuarie con cui un determinato Stato vuole convalidare, non si sa nel

rispetto di quale logica, il proprio diritto a occupare un territorio da cui ha espulso la


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popolazione che vi aveva sempre abitato, statistiche sulle quali, inoltre, quello Stato

ha basato per anni una parte cospicua della sua prosperità; in luogo di ammettere che

possa rimanere inesplicabile -- povera ragione umana, cosa ci stai a fare? -- lo stesso

funzionamento dello strumento assurto a simbolo dell'asserito sterminio, la camera a

gas (4), si vuol vedere chiaro, per quanto possibile, nella tragedia dell'istituzione

concentrazionaria, si vogliono stabilire i suoi costi reali in vite umane, si riconducono

questi costi all'operare dei meccanismi selettivi espressi dalla stratificazione

funzionale e sociale prodottasi in senso ad essa.

Della messa a punto di Vidal-Naquet ad uso del pubblico cólto di qui non sapremmo

dire se scaturisca da una deliberata falsificazione o da un penoso equivoco di cui il

gros bonnet sia la vittima; quel che è pacifico è che essa mira ad alimentare un

equivoco che completa quella dimostrata falsificazione delle posizioni revisionistiche

alla quale in anni recenti si è dedicato l'ellenista impancatosi mentore civile. Vidal-

Naquet vuole lasciar credere che da parte revisionista si tenti in ogni modo di

intavolare un dialogo con lui. Niente di meno vero! I revisionisti trattano di cose

enormemente più importanti della sua riverita persona e soltanto in via accessoria

discutono di lui. Il loro atteggiamento è dunque simmetrico al suo; con questo di

diverso, però: Vidal-Naquet, quando ha discusso (dice lui) sul revisionismo, in realtà

ha esercitato la sua valentia su di una caricatura rabberciata apposta per le esigenze di

un'aggressione polemica dalla quale l'assillo della verità esulava totalmente; i

revisionisti, invece, non hanno avuto bisogno di ricorrere, dato e non concesso che

fossero disposti a farlo, ai tours de main d'uso obbligato quando si vuol far dire

all'avversario cioche egli né dice né pensa - ed è anche alla luce di questi mezzucci

(troncamento di citazioni al 'punto giusto', passaggio sotto silenzio di date

argomentazioni e via dicendo) che andrà valutato nel suo significato effettivo il rifiuto

di dibattere. Non ne hanno avuto bisogno; è bastato e basta loro prendere le cose dette

dal nostro eroe cosi come le ha dette, senza togliervi o aggiungervi nulla, e i suoi

silenzi per cioche essi denunciano.

Perché, ad onta del rifiuto preventivo dell'ellenista di discutere con i revisionisti, il

"dibattito che non poteva esserci" c'è stato; e, quando Vidal-Naquet si è riparato dietro

l'alibi di quel rifiuto preventivo che peraltro non gli aveva impedito di prendervi parte,

nessuno tra quanti avevano seguito la diatriba si è ingannato sul fatto che egli si era

risolto ad aggrapparsi alla ciambella di salvataggio. Abbiamo detto che quello del

luminare era, è, un atteggiamento comodo; ma la cosa ha anche un altro aspetto.

Vidal-Naquet intendeva discutere sul revisionismo (e sui revisionisti) cosi come uno

psichiatra avrebbe ogni ragione di discutere sulla follia o un cosmologo sulle teorie di

Hörbiger. In altre parole, il punto di partenza era l'equiparazione dei revisionisti ai

folli e ai sostenitori di concezioni cosmologiche fantasiose, categorie alle quali è

ovviamente impensabile riconoscere la qualità di interlocutrici in una discussione

sulle rispettive aberrazioni che intenda mantenersi nell'ambito scientifico. Il punto

d'arrivo è, da un lato, che oggi, e da anni, il temibile polemista non discute più -- se

mai ha fatto qualcosa del genere -- su niente che riguardi la sostanza della questione,

limitandosi ad ingiuriare i revisionisti (che non a torto, considerato l'atteggiamento di

Vidal-Naquet e considerato altresi il suo darsi da fare dans les coulisses, non si

tolgono il piacere di trattarlo di quando in quando secondo i suoi meriti) e a reiterare,

e questo è grottesco, il suo rifiuto ad una discussione che nessuno gli sollecita (5);

dall'altro lato, che in Francia -- dove il dibattito che vi si è svolto ha avuto un'eco di

cui da noi non si ha un'idea adeguata -- c'è una fetta non trascurabile di opinione


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pubblica cui cioche ieri appariva come una verità assiomatica oggi si presenta come

l'esatto opposto. Non è dato di sapere se anche a questa fetta di opinione pubblica il

nostro uomo applichi la classificazione da lui stabilita per i revisionisti, i quali, per chi

non lo sapesse, "appartiennent sur le plan psychologique à la variété perfide, à la

variété perverse, à la variété paranoïaque, ou tout simplement à la variété imbécile". Il

minimo che si puo dire è che una classificazione siffatta, di cui va sottolineato il

carattere unilaterale, puo attagliarsi ai più disparati gruppi umani. Tra gli

sterminazionisti, ad esempio, Vidal-Naquet possiede, secondo noi, i requisiti per

rientrare in almeno due di queste varietà, la prima e la quarta; e, se un elemento

d'incertezza permane, esso risiede nel fatto che non sapremmo bene in quale delle due

sia più corretto incasellarlo. Le classificazioni soffrono sempre di un certo

schematismo e ad essere troppo esclusivi nel definire dei tipi psicologici c'è il rischio

di non dare il debito risalto a peculiarità che giustificherebbero un differente

incasellamento (6).

Et de hoc satis. Perché mai costui dovrebbe farci perdere altro tempo? Certo, non sarà

tempo perso quello di chi, con piena e diretta conoscenza di causa, vorrà

eventualmente far luce sulle manovre condotte da Vidal-Naquet nell'ovattata

atmosfera degli ambienti accademici per tagliare i garretti ai revisionisti: ne verrà

fuori un quadro desolante di comportamenti improntati ad un conformismo che

sconfina nella viltà; e, del resto, le grosses têtes non sono forse tali proprio perché

proiettano la loro ombra su di un corteggio di reggicoda? Ma, oggi, il cattedratico non

rappresenta più la punta di diamante dello sterminazionismo sul fronte storiografico,

l'uomo di studio che, forte dell'autorità acquisita nel suo campo particolare, avalla le

asserzioni dei mitografi. Non è che il posto sia rimasto vacante. E, piuttosto, che un

fronte che possa passare per storiografico lo sterminazionismo adesso non lo ha più. I

mitografi sono dunque destinati alla disoccupazione? Certo che no; ma v'è di che

credere che d'ora in avanti gli storici di mestiere saranno molto restii a fornire la

cauzione che dovesse venir chiesta loro. L'impresa della perpetuazione della leggenda

olocaustica - leggenda innestata su di una massa di sofferenze che nessuna persona

sana di mente si sogna di negare - è entrata in una fase nuova.

Lo sterminazionismo doveva venire affrontato sul terreno su cui aveva preteso

d'installarsi, il terreno storico: lo è stato, e ha riportato una solenne batosta. Che cosa

significa il fatto che soltanto nel 1982, sull'onda della polemica revisionistica (del

"dibattito che non poteva esserci"), gli sterminazionisti abbiano dato vita ad

un'Association pour l'étude des assassinats par le gaz (Assag) avente il fine statutario

di "ricercare e controllare la prova dell'utilizzazione dei gas tossici ad opera dei

responsabili del regime nazionalsocialista in Europa per uccidere ecc. ecc."? Significa

né più né meno che questo: che nel 1982, dopo poco meno di quarant'anni

d'imbonimento olocaustico, la prova non era ancora raggiunta. Sono parecchi a

pensare che, se dall'82 ad oggi il silenzio dell'Assag è stato rotto solo da una circolare

che raccomandava ai licei l'acquisto di un testo sterminazionista [* Un testo, manco a

dirlo, sulle camere a gas, cioè su quegli straordinari ordigni &laqno;la prova

dell'utilizzazione» nei quali &laqno;dei gas tossici» avrebbe richiesto nell'82, secondo

lo statuto dell'Assag, di venir &laqno;ricercata [!!!] e controllata [!!!]» (1993)], segno

si è che la prova rimane ancora da raggiungere. Ma per lo sterminazionismo cioche

importa è la perpetuazione del mito: vuol dire che, fatte salve le apparenze con

l'ausilio di scribacchiatori che continueranno a trattare l'argomento mettendosi sotto i

piedi le procedure su cui l'indagine storica fonda la sua pretesa allo statuto di


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disciplina scientifica, anche più che in passato si punteranno le carte sulla

spettacolarizzazione olocaustica [* E, infatti, Steve Spielberg, avendo appena

terminato di girare un film su Jurassic Park, ne annuncia uno sullo sterminio: dalla

fantascienza alla fantastoria (1993)]. Sarà questa enfasi conferita alla

spettacolarizzazione a connotare la nuova fase. Se poi gli scribacchiatori non

godranno più di certi avalli, pazienza; l'essenziale sarà che non vengano troppo

clamorosamente smentiti. Il mito giungerà cosi a vivere della sola vita che gli si

addice: come idea ricevuta -- come superstizione -- e reggendosi sull'imposizione,

giacché il tentativo di imbavagliare gli oppositori aperti proseguirà come prima. Il

punto di sbocco di questo andazzo, se non lo si contrastasse risolutamente, sarebbe la

ricomparsa di una nostra vecchia conoscenza, la doppia verità: una verità ufficiale,

non dissimile da quella oggi corrente, ad uso della generalità del pubblico, e una

verità storica del tutto diversa, quasi iniziatica, cui approderebbero quei ricercatori i

quali, sapendosi fortemente sospetti, col chiudersi nel proprio orticello e col far

circolare i loro lavori solo tra gli intimi, in ristrette tirature pro manuscripto, si

mettessero al riparo da vessazioni amministrative del tipo di quelle di cui in questi

anni si è fatto uso abbondante in terra di Francia e dai rigori di tribunali abbastanza

disonesti o abbastanza balordi da ravvisare nella pubblicità che per avventura questi

ricercatori dovessero dare alle loro indagini e alle loro conclusioni gli estremi del

delitto d'incitamento all'odio razziale. Questi ricercatori, incrociandosi per strada,

potrebbero farsi l'occhietto l'un l'altro, come gli àuguri del buon tempo antico; con la

differenza che gli àuguri ci compiacevano vicendevolmente dell'altrui credulità,

mentre questi ricercatori alluderebbero ad una verità maledetta di cui sarebbero i

discretissimi depositari.

Piaccia o non piaccia alla grosse tête, questa è la fase di Lanzmann. Ed è anche la fase

dell'affare Roques. Con Shoah ci hanno tediato a due riprese; quanto al secondo, la

stampa nostrana è stata estremamente parca di notizie. Qualche parola al riguardo

supplirà dunque, benché in misura del tutto inadeguata, ad un vuoto d'informazione

che di fortuito non ha proprio nulla.

Prendiamo, anzitutto, le nostre distanze da Henri Roques, questo agronomo a metà tra

i sessanta e i settanta che ha precedenti di militanza nell'estrema destra e la cui tesi di

dottorato in letteratura comparata e critica testuale, discussa a coronamento degli studi

cui egli si è consacrato una volta ritiratosi in pensione, è stata pubblicata in facsimile

da una casa editrice che ultimamente ha riproposto il Mito di Rosenberg in traduzione

francese (7) [** Inesatto: case editrici differenti, unico distributore (1993)]. Prese le

distanze, aggiungeremo subito che non si comprende per qual motivo l'avere dalla

propria parte questo Roques con un contributo riconosciuto scientificamente valido da

studiosi qualificati che né aderiscono al revisionismo né hanno in comune con l'autore

le opinioni politiche dovrebbe risultare per i revisionisti più imbarazzante di quanto

non risulti imbarazzante per Vidal-Naquet, Léon Poliakov, Georges Wellers e i loro

accoliti avere al loro fianco, e addirittura apprezzato relatore al loro riservatissimo

colloquio dell'82 su L'Allemagne nazie et les Juifs, un Jean-Claude Pressac, un

farmacista che ha gli stessi precedenti politici di Roques ma che è una lancia spezzata

del verbo olocaustico (8). Per quel che ci riguarda, cioche deve interessarci non è, in

primo luogo, la paternità di una ricerca, ma l'apporto che da essa viene ad una verità

che potenti interessi convergono nel voler soffocata. Se a proposito dell'editore di

Roques è detto tutto evocando la successiva diffusione del libro di Rosenberg, a

proposito di questi interessi sarà stato detto il necessario col ricordare come la


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discussione di quella tesi abbia provocato le ire della Knesset e un intervento presso

Mitterrand del ministero degli esteri dello Stato sionista.

Nella sua tesi Roques -- non per caso, si capisce -- ha scelto di occuparsi non del

Roman de la Rose o delle varianti riscontrabili tra le prime edizioni del Candide,

bensi di quella pietra angolare della vulgata sterminazionistica che è la "confessione"

di Kurt Gerstein, l'antinazista cristiano che, entrato, ci si dice, a far parte delle SS per

penetrarne i segreti, nell'estate del '42 avrebbe visitato gli impianti di gassazione di

Belzec e di Treblinka e nella prima di queste due località avrebbe assistito

all'eliminazione di 7-800 ebrei in una camera a gas -- una camera a gas di 45 metri di

cubatura e 25 di superficie, cioche implicherebbe l'ammissione del fatto che 28-30

persone possano venir stipate su di un metro quadrato. Non si sarebbe lontani del vero

dicendo che tra gli "storici" sterminazionisti che asserivano di essere risaliti al testo

originale di questa "confessione" non ve ne sono stati due che ne abbiano citato in

termini eguali un medesimo passo; spesso e volentieri le differenze erano sostanziali.

Ma c'è di più: nel 1964 Rassinier metteva a fronte due delle quattro versioni

pubblicate come originali dal Poliakov e rilevava le incomprensibili discrepanze

emergenti dal confronto (9), discrepanze in merito alle quali il Poliakov, che

pretendeva di riprodurre sempre il medesimo documento, non spendeva una sola

parola. Per chiarire il mistero il testimone non poteva essere di alcun aiuto: arresosi

alle truppe francesi alla fine della guerra e rilasciata la "confessione", aveva pensato

bene, se si presta fede alle autorità militari, di porre fine ai suoi giorni impiccandosi

nel carcere parigino dove era rinchiuso. Quella dei suicidi messi in atto da detenuti

che potrebbero diventare scomodi, o più scomodi di quanto già non siano, non è, si

direbbe, un'esclusività italiana.

Le cose stavano in questi termini -- i revisionisti totalmente scettici, gli

sterminazionisti che, brandendo un documento proteiforme, si richiamavano di

continuo alla "confessione" del testimone sedicentemente oculare -- quando Roques si

accinse a studiare l'intera questione. Ricorrendo ai National Archives di Washington,

al Landeskirchliches Archiv der evangelischen Kirche von Westfalen di Bielefeld e

alla Direction de la Justice militaire di Parigi, egli è riuscito a rintracciare sei

differenti testi -- uno dei quali in tre stesure non del tutto corrispondenti, neppure esse,

tra di loro -- della "confessione", parte redatti in francese, parte in tedesco, parte

dattiloscritti, parte autografi, più alcuni complementi il cui contenuto non figura in

nessuno dei sei testi, qualche malacopia, i verbali di due interrogatori resi ai giudici

militari di Parigi, ecc. Dall'esame comparativo dei sei testi (che la tesi presenta tutti in

trascrizione diplomatica e in parte anche in riproduzione fotostatica) l'attendibilità

della "confessione" esce sbriciolata. A parere di Roques il testo che, pur nella sua

inverosimiglianza di fondo, risulta meno inficiato da contraddizioni sarebbe

addirittura posteriore al suicidio del prigioniero. Tutto questo ammasso di carte

riflette una serie di tentativi vòlti a mettere a punto una testimonianza tale da offrire in

qualche modo -- beninteso, non ad un osservatore particolarmente esigente -- le

apparenze dell'accettabilità. Niente di nuovo sotto il sole: in Russia si dovette arrivare

all'ultimo dei grandi processi contro gli oppositori, ossia al '38, per constatare che la

ricostruzione accusatoria del preteso complotto si era fatta accurata quel tanto da non

indicare, ad esempio, come sede di un incontro tra cospiratori un albergo di

Copenhagen che subito risultasse non solo essere chiuso da una quindicina d'anni, ma

addirittura demolito al momento dell'incontro. Eppure in un inconveniente tanto

increscioso e in altri che non lo erano di meno per chi, all'estero, urlava con i lupi


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contro i compagni di Lenin era incappata la regia staliniana nel processo del '36 e in

quello del '37. Nel '38 l'accusa rimaneva, come nei processi precedenti, qualcosa di

delirante, ma, se non altro, il tessuto accusatorio non presentava più smagliature

fattuali di cosi palmare evidenza.

Nel 1945 le autorità militari francesi, avendo tra le mani un individuo il cui

comportamento, a detta di chi gli era stato amico, non aveva mai mancato di aspetti

eccentrici, procedettero, diciamo cosi, per approssimazioni successive in un tempo

non di anni, come la polizia di Stalin, ma di mesi, e senza dubbio nella persuasione

che la 'verità' dei vincitori non sarebbe mai stata, non che posta in discussione,

esaminata con un po' di senso critico. Gerstein mori quando quel tanto di credibilità

che sulle prime era considerato sufficiente era stato raggiunto? In tal caso, se il testo

meno contraddittorio della "confessione" fosse effettivamente posteriore alla morte

del testimone, come pensa Roques, ciovorrebbe dire che l'opera di manipolazione

prosegui perché intanto ci si era fatti più attenti a quei requisiti minimi di accettabilità

che alla fin fine sono necessari anche in un documento raffazzonato allo scopo di

consacrare testimonialmente l'inverosimile. Quanto all'idea che ci si formava di questi

requisiti minimi, è rivelatore il fatto che lo stipamento di 7-800 persone su 25 metri

quadrati figura in tutti questi testi ad eccezione di uno, dove i metri quadrati scendono

da 25 a 20.

La discussione in un'aula universitaria di una tesi che dimostra come il credito che si

puoaccordare al celebre documento sia suppergiù quello che si poteva riconoscere allo

strumento della donazione costantiniana, il fatto che a questa tesi la commissione

d'esame avesse decretato la menzione Très bien, erano circostanze che non potevano

non sollevare un coro di crucifige. Tra parentesi, è più che comprensibile che Vidal-

Naquet -- sempre lui! -- si sia sentito parte in causa: lo era, infatti. Roques lo avrebbe

voluto membro della commissione e lui si era negato, e fin qui nulla di nuovo: si

discute, già lo sappiamo, sul revisionismo, non si discute con i revisionisti. E un

imperativo morale cui l'ellenista non s'accontenta, sembra, di uniformare la propria

condotta, se non è rimasto estraneo -- e pare proprio che non lo sia rimasto -- al gioco

di pressioni che determinarono molteplici difficoltà nel reperimento di docenti

disposti a far parte della commissione d'esame, difficoltà che infine misero capo al

trasferimento della discussione dall'Università di Parigi IV a Nantes, dove la tesi

venne discussa il 15 giugno dell'85. Che nel gros bonnet alberghi una nobile

vocazione al ruolo di guida dei suoi colleghi in affari di coscienza? Al momento

l'interrogativo non riceve risposta, in futuro è possibile che questa non illecita

curiosità venga soddisfatta. Ma c'era anche un altro motivo per il quale all'ellenista

non poteva non interessare la tesi di Roques. Nel '79, redigendo con Poliakov quel

monumento di oscurantismo che è la dichiarazione dei trentaquattro storici apparsa in

"Le Monde" il 21 febbraio di quell'anno, il nostro eroe, per schiacciare l'esecrando

Faurisson, aveva tirato fuori un asso dalla manica; e che cos'era, quest'asso? La

"confessione" di Kurt Gerstein.

Agli occhi degli sterminazionisti lo scandalo era intollerabile. Bisognava provvedere a

farlo cessare; e si è provveduto. Per la prima volta a memoria d'uomo nella storia

dell'istituzione universitaria in Francia, il potere statale -- nella persona del ministro

della ricerca scientifica e dell'istruzione superiore, Alain Devanquet -- ha dichiarata

nulla e non avvenuta la discussione della tesi -- la discussione della tesi, non, si badi

bene, la tesi: chi potrà dire che il signor ministro attenta alla libertà della scienza?


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Egli è imparziale nella disputa. Sta al suo posto, ineccepibilmente. E rigoroso,

giustamente rigoroso, e non puopassar sopra ad alcuni vizi di forma. Che poi questi

vizi di forma siano in realtà opinabilissimi; che in forza di questi vizi di forma,

effettivi o immaginari che siano, i tre quarti delle discussioni di tesi di dottorato

svoltesi nelle università francesi dovrebbero dichiararsi nulle non avvenute, di questo

il signor ministro non si accorge. Glielo si fa notare, ma è come parlare al muro. Tra

le pochissime voci che hanno protestato contro questa decisione in cui la prepotenza

va a braccetto con l'ipocrisia e l'assurdità è da segnalare quella dei direttori dei servizi

amministrativi dell'Università di Nantes. Questo rispettabile corpo di burocrati non è,

che si sappia, inquinato da presenze revisioniste: è solo brava gente che si sente dire

in via ufficiale di non avere svolto i compiti per i quali è pagata.

E i nostri ineffabili amici, gli intellectuels, i difensori in titolo dei diritti della ragione,

gli eredi di una tradizione nata, o rinata, il giorno in cui il fior fiore dell'intelligenza

francese -- uno Zola, un Péguy, un Herr, un Havet, un Bréal, un Anatole France con il

suo indimenticabile professor Bergeret e cento altri -- insorse contro i soprusi del

potere e la menzogna eretta a sistema di governo? Gli intellectuels, come già per

Faurisson, hanno tenuto il becco ben chiuso: anche quelli che si fanno un dovere

d'indignarsi per le persecuzioni cui sarebbe fatto segno Armando Verdiglione. Un

panorama di vigliaccheria. Ma un'eccezione c'è stata.

Di rado, diceva all'incirca Bordiga, scienza e coraggio vanno di pari passo. A volte

succede. E, quando succede, bisogna farsi tanto di cappello.

Michel De Bouard è un medievista di valore. Ha fatto una brillante carriera

universitaria. E membro dell'Institut. Di formazione cattolica, ha militato nel Pcf fino

al '60. Ha la legion d'onore, è croce di guerra, è decorato per un'attività di resistente

che gli valse Mauthausen. Ha fatto parte per trentacinque anni del Comitato di storia

della seconda guerra mondiale. Su Mauthausen pubbliconel '54 una breve monografia

che nell'80 Vidal-Naquet definiva "mirabile schizzo"10 e che oggi è lo stesso Boüard

a criticare ammettendo che la voce, da lui allora accolta, di una camera a gas installata

in quel campo non era, appunto, se non una semplice voce del dopoguerra -- una

"menzogna d'Ulisse". Un uomo che "non puopassare per un ricercatore della

domenica o un nostalgico del nazismo", constata Jacques Lebailly, il giornalista che lo

ha intervistato per "Ouest France" (2-3 agosto 1986). Quest'uomo non è un

revisionista: la sua convinzione dell'esistenza delle camere a gas non sarebbe scalfita,

egli dice, quand'anche si dovesse concludere che la "confessione" di Gerstein sia da

rigettare come spuria. Ma quest'uomo trova che sul problema storico della

deportazione "ci sono, da un lato, una massa enorme di affabulazioni, di inesattezze,

ostinatamente ripetute, in particolare sul piano numerico, di amalgami, di

generalizzazioni, e, dall'altro lato, degli studi critici molto serrati per dimostrare

l'inanità di queste esagerazioni". E il suo giudizio sulla tesi di è questo:

La testimonianza di Gerstein era nota dal 1947. Se ne avevano più versioni. E

un testo importante perché tutti coloro che hanno parlato dei campi di

concentramento hanno parlato di questa testimonianza. Era conosciuta male e

utilizzata con una disinvoltura che uno storico non puotollerare. (Si sono

tagliati pezzi che disturbavano perché inverosimili, si sono mescolate versioni

differenti, ecc.). La tesi è una buona edizione critica. E vero che talvolta vi si

sente una certa... parzialità, ma qual'è la tesi che non ne comporta? Una tesi


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non è un catechismo! Una tesi è qualcosa che si discute e se io fossi stato

membro della commissione avrei discusso con l'autore. D'altronde non

sottoscrivo a tutto, ma uno studio critico occorreva. Ora è fatto e io dico:

grazie, signor Roques.

Un Bouard, con la sua probità intellettuale, con il suo tranquillo coraggio, ci ripaga di

cento Vidal-Naquet e di mille spine dorsali da lombrico.

Quale che sia il conto che facciamo dell'ellenista, non dimenticheremo di essere in

obbligo verso di lui, o, piuttosto, verso la sua improntitudine. E stata la sua

improntitudine, infatti, ad ispirargli quella Mise au point la quale, costringendoci ad

occuparci di lui per la terza e, vogliamo sperarlo, ultima volta, ci ha peroanche offerto

l'occasione di far conoscere a qualche lettore circostanze e vicende su cui la grosse

tête e uno stuolo di mitografi amerebbero si stendesse una coltre di silenzio[***].

=====================

[***] Riguardo ad Ulrike Meinhof fatta incredibilmente responsabile di "un testo

antisemita e imbecille" (Gli ebrei, p. 289) la Mise au point deve prendere atto della

rettifica del Lanza, il quale ha dimostrato nella maniera più chiara come il testo in

parola sia tutt'altra cosa da cioche l'ellenista dipingeva. "Il s'avère -- scrive ora costui -

- que sa déclaration [della Meinhof] que je reproduisais de seconde main, n'était

qu'une réaffirmation du vieux principe de Bebel: "l'antisémitisme est le socialisme des

imbéciles"". Ma, mentre ringrazia il suo recensore di averlo "sur ce point" richiamato

-- con il semplice fatto di risalire alla fonte, cioè alla deposizione di Ulrike quale

riferita dalla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 15 dicembre 1972 -- "aux régles

du métier", Vidal-Naquet non fa a meno di ricordare che, se aveva citato la Meinhof

di seconda mano, tuttavia aveva "clairement" indicato tale circostanza. Sarebbe

questa, egli dice, la sua "seule excuse".

"Se pensa che definire, come fa, "de faible valeur" la sua sola scusa basti a cavarlo

dalle peste, bisogna che l'impagabile personaggio attribuisca ai suoi lettori un grado di

bêtise che ha dell'inaudito. No, il suo non è il caso usuale dell'autore A che cita B fide

C, come egli vorrebbe far credere. Il suo è invece il caso di A che si basa su C per

accusare B di qualcosa che fa letteralmente a pugni con tutto cioche è noto e con tutto

cioche è supponibile circa quest'ultimo: ecco com'è saltata fuori un'Ulrike Meinhof

antisemita. La differenza tra i due casi non è proprio trascurabile.

E chi è, poi, il C di Vidal-Naquet? E Jacques Tarnero, ossia uno dei più assidui

propagatori dell'invenzione malevola dell'"antisemitismo gauchiste". Buone, come si

vede, le sue credenziali!

Ma in tutto ciovi è un aspetto molto inquietante. Vidal-Naquet, il quale, se non è

sionista, non è neppure antisionista, e che assume di collocarsi in una sinistra, diciamo

cosi, non convenzionale, è in corrispondenza d'amorosi sensi con un portavoce del

sionismo più becero come questo Tarnero, tanto da rilasciargli interviste (di contenuto

particolarmente cretino) e da considerarlo come una fonte abbastanza affidabile da

valersene per formulare un'accusa odiosa quanto gratuita contro chi è stato messo a

tacere per sempre dai democratici forgiatori della Auschwitzlüge [* Qui, come

altrove, intendi: la legge contro la cosiddetta Auschwitzlüge (1993)]. Ora, l'uno e


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l'altro sono ebrei. Domanda: ci si rende conto di quant'acqua si porti in questo modo

al mulino dell'antisemitismo - non quello, del tutto immaginario, nel latrare contro il

quale Vidal-Naquet si affianca ai lacché dello Stato sionista, ma quello autentico, il

mostro che prima o poi potrebbe rialzare sul serio la testa grazie anche alla protervia

di quei lacché e dei loro fiancheggiatori e che dai tempi di Herzl ha sempre

rappresentato, e rappresenta anche oggi (purché non oltrepassi, oggi, un determinato

limite) il miglior alleato del razzismo sionista?

Da ultimo, una postilla che per il suo sapore erudito lasceremmo ben volentieri nella

penna se non scrivessimo - nella speranza, ripetiamo, che sia l'ultima volta che ci

tocchi farlo - di un cotale cui la nativa sfrontatezza ha consigliato, in mancanza di

meglio, di far carico a Rassinier di quello che inequivocabilmente non era se non un

banale lapsus calami: l'avere impiegata per una volta la parola palinsesti in luogo

della parola papiri (Drame, p. 44; Gli ebrei, p. 251, n. 58; cfr. L'onestà polemica, p.

32). Anche da Vidal-Naquet, che è uno storico, del mondo classico, è vero, ma pur

sempre uno storico, e uno storico che non rinuncia, purtroppo, a parlarsi addosso

anche di storia contemporanea, anche da lui dobbiamo sentirci ripetere che la

paternità della famosa caratterizzazione dell'antisemtismo come "socialismo degli

imbecilli" spetta a Bebel?

S'informi meglio, il gros bonnet; e ci sia grato se gli mettiamo la pulce nell'orecchio.

Che il dettaglio sia insignificante siamo i primi a saperlo; ma tale non ha il diritto di

considerarlo chi, avendo compilata per suo uso personale - del che non ci si dorrà mai

abbastanza -- "una piccola antologia [...] dei molteplici errori e assurdità che si

trovano in Rassinier" (Gli ebrei, p. 251, n. 61), presumibilmente l'ha cominciata con il

lapsus calami che si è detto, l'ha proseguita con un errore proprio, e non di Rassinier,

in materia, risum teneatis, di antichità classica (Drame, pp. 128 s.; Gli ebrei, p. 225;

cfr. L'onestà polemica, p. 32 s.) e l'ha conclusa registrando l'imperdonabile abuso

perpetrato da Rassinier quando indico Cracovia una volta in tedesco, Krakau, e la

volta successiva in francese, Cracovie (Drame, pp. 43-44; Gli ebrei, pp. 220 s.; cfr.

L'onestà polemica, p. 33).


Note


(1) In margine ad una recensione.

(2) L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet, p. 46.

(3) Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti, 1985, pp.

224-228. Cfr. L'onestà polemica, pp. 32 s., 45 s.

(4) "Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia

stato possibile. E stato possibile tecnicamente perché ha avuto luogo. E questo il

punto di partenza obbligato di ogni ricerca storica su questo argomento. Questa verità,

era nostro compito ricordarla semplicemente: non c'è, non ci puoessere dibattito

sull'esistenza delle camere a gas": cosi la dichiarazione dei trentaquattro storici

apparsa in "Le Monde" il 21 febbraio 1979 e ricordata più oltre nel testo. Di questa

argomentazione si è scritto che "in fatto di logica, non si discosta di un millimetro da


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quella con cui, per secoli, la chiesa ha difeso la fede nel soprannaturale dagli attacchi

dell'incredulità" (Cesare Saletta., Note rassinieriane (con appendice sulla

persecuzione giudiziaria di R. Faurisson), ne "L'Internazionalista", pubblicazione

aperiodica del Gruppo comunista internazionalista autonomo, n° 11, dicembre 1981-

marzo 1982, p. 35).

(5) Salvo che in un caso del quale facciamo parola più avanti, un caso in cui la

discussione è stata effettivamente sollecitata; ma esso riguardava non Vidal-Naquet

mentore civile, sibbene Vidal-Naquet professore universitario.

(6) La classificazione data da Vidal-Naquet modifica quella che egli abbozzava ne Gli

ebrei, dove la Vieille Taupe veniva definita -- oltre che "la piccola banda abietta che

ha trovato la sua identità e la sua ragion d'essere nella denegazione del grande

massacro" (p. 94) -- "un piccolo gruppo in cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni

paranoici ed alcuni flagellanti" (p. 81). Adesso rimangono i perversi e i paranoici,

fanno la loro apparizione i perfidi e gli imbecilli e spariscono i flagellanti. Pensiamo

(e lo scrivemmo ne L'onestà polemica, p. 62, n. 7) che con quest'ultimo epiteto Vidal-

Naquet alludesse ai giovani elementi di ascendenza ebraica che partecipano all'attività

della "piccola banda abietta". Quanto al problema connesso al classamento del gros

bonnet, se i modi in cui egli combatte il revisionismo e i revisionisti depongono

decisamente nel senso della sua appartenenza alla prima delle quattro categorie da lui

stesso fissate, non è con minore perentorietà che taluni suoi comportamenti

suggeriscono di ascriverlo alla quarta; cfr. L'onestà polemica, p. 64, n. 14. Di fronte a

lui si è assaliti da una perplessità analoga a quella che l'ornitorinco provoca nel tassonomista.

(7) André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques?, Ogmios Diffusion, Paris, 1986: la

tesi di Roques (Les "Confessions" de Kurt Gerstein. Étude comparative des différents

versions. Edition critique) occupa la massima parte del volume. E del tutto infondato

che la tesi sia stata edita dalla Vieille Taupe, come si è letto in un articolo peraltro

imparziale apparso nel mensile francese "Zéro", aprile 1987.

(8) Su questo Pressac si veda Pierre Guillaume, Droit et histoire, La Vieille Taupe,

1986, pp. 80-89 e 113-125.

(9) Paul Rassinier, Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille

Taupe, 1984, pp. 93-107.

(10) Gli ebrei, p. 207.

 

12:53 Scritto da: waa359 in vidal-naquet,georges wellers | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa