01.12.2010
2 Gli storici sterminazionisti e il “Führerbefehl” -ordine dello “sterminio”- di Adolf Hitler, revisionismo di Carlo Mattogno
Raul Hilberg (foto) e le conoscenze della storiografia olocaustica
sul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta

Bilancio di due convegni storici.
Link all’opera completa : Cliccare QUI
Convegno di Parigi
Intenzionalisti e funzionalisti
L’ordine di sterminio
Soluzione finale
Hilberg al convegno di Parigi
Il congresso di Stoccarda
I problemi dibattuti
La relazione di Hilberg
Conclusione
Note
Parte 2
Soluzione finale
Christopher R. Browning affrontò il tema specifico della decisione concernente la “soluzione finale”. Egli sottolineò anzitutto le «divergenze essenziali» che all’epoca dividevano le due interpretazioni olocaustiche:
«La decisione concernente la soluzione finale è stata oggetto di un gran numero di interpretazioni storiche. Le divergenze essenziali appaiono a proposito di due questioni connesse: da una parte, la natura del processo attraverso il quale fu presa la decisione, e, più particolarmente, il ruolo di Hitler e della sua ideologia; dall’altra, il momento in cui questa decisione fu presa. Come Martin Broszat ha rilevato a ragione, una varietà di interpretazioni ci avverte che qualunque teoria sull’origine della “soluzione finale” rientra nel dominio della probabilità piuttosto che in quello della certezza» (630) .
Browning espose poi un quadro ricapitolativo di queste «divergenze essenziali»:
«Per Lucy Dawidowicz, la concezione della soluzione finale precedette di ventidue anni la sua realizzazione; per Martin Broszat, l’idea emerse dalla pratica: l’uccisione sporadica di gruppi di Ebrei fece nascere l’idea di uccidere sistematicamente tutti gli Ebrei. Tra questi due poli estremi si trova una grande quantità di interpretazioni. Così Eberhard Jäckel sostiene che l’idea di uccidere gli Ebrei si formò nella mente di Hitler alla fine degli anni Trenta. Karl Dietrich Bracher suppone che l’intenzione esistesse già in quest’epoca. Andreas Hillgruber e Klaus Hildebrand affermano la supremazia dei fattori ideologici ma non propongono alcuna data precisa. Altri, non tutti funzionalisti, collocano la svolta decisiva nel 1941: tuttavia, per quanto riguarda quest’anno, sono state proposte molte date. Léon Poliakov stima che la data più verosimile sia l’inizio del 1941, mentre Robert Kempner e Helmut Krausnick sostengono che Hitler prese la decisione in primavera, in connessione con i preparativi per l’invasione della Russia. Raul Hilberg pensa che la decisione fu presa nel corso dell’estate, quando i massacri in massa perpetrati in Russia fecero credere che questa soluzione fosse possibile in tutta l’Europa per la Germania vittoriosa. Uwe Dietrich Adam afferma che essa fu presa in autunno, nel momento in cui l’offensiva militare ristagnava e si rivelava dunque impossibile una “soluzione territoriale” per mezzo dell’espulsione in massa verso la Russia. Infine Sebastian Haffner, che non è certamente funzionalista, sostiene una tesi ancora più tardiva, l’inizio di dicembre, quando un primo presentimento della disfatta militare finale indusse Hitler a ricercare una vittoria irreversibile sugli Ebrei» (631).
A questo punto Browning si chiese:
«Come spiegare una tale diversità di interpretazioni circa il carattere e la data della decisione concernente la soluzione finale?».
Questa diversità si spiegava, secondo Browning, con una ragione soggettiva - il differente punto di vista da cui si pongono gli intenzionalisti e i funzionalisti - e una oggettiva, che è in realtà la vera ragione: «con la mancanza di documentazione». Infatti egli dichiarò:
«Non esistono archivi scritti su ciò che fu discusso tra Hitler, Himmler e Heydrich a proposito della soluzione finale, e nessuno dei tre è sopravvissuto per testimoniare dopo la guerra. Perciò lo storico deve ricostruire egli stesso il processo di decisione al vertice, estrapolando a partire da avvenimenti e testimonianze esteriori. Come l’uomo di Platone nella caverna, egli vede soltanto i riflessi e le ombre, non la realtà. Questo processo temerario di estrapolazione e di ricostruzione conduce inevitabilmente a una grande varietà di conclusioni» (632).
Browning insistette in effetti ripetutamente sulla mancanza pressoché totale di documenti riguardo alla genesi della decisione concernente la “soluzione finale”:
«Eppure, malgrado tutto ciò che si sa sulla preparazione dell’invasione tedesca della Russia, non esiste una documentazione specifica concernente il destino riservato agli Ebrei russi. Per ottenere una risposta a tale questione, bisogna ricorrere a testimonianze del dopoguerra, a prove indirette e a riferimenti sparpagliati nei documenti più recenti» (633).
«Se la decisione di uccidere tutti gli Ebrei in Russia è stata indubbiamente presa prima dell’invasione, le circostanze e il momento esatto di questa decisione restano invece oscuri. È impossibile stabilire se l’iniziativa venisse da Hitler o da qualcun altro, da Heydrich per esempio. Inoltre, non si sa se Hitler aveva già fatto la sua scelta in marzo, quando annunciò chiaramente ai militari che la guerra russa non sarebbe stata una guerra convenzionale, o se la compiacenza dei militari li spinse successivamente ad estendere la cerchia delle vittime prese di mira al di là dell’intelligentzia giudeo-bolscevica. Una documentazione insufficiente non consente di rispondere in modo defitivo a tali questioni e autorizza soltanto ipotesi informate» (634).
«Non si sa, e senza dubbio non si saprà mai esattamente, quando e come Heydrich e il suo superiore diretto, Himmler, presero coscienza della loro nuova missione» (635).
Infine,
«non ci fu un ordine scritto per la soluzione finale, e non abbiamo alcun riferimento a un ordine verbale, tranne quello fornito da Himmler a Heydrich che affermava di agire in accordo col Führer» (636).
Browning rilevava poi che «il rapporto tra l’antisemitismo di Hitler e l’origine della “soluzione finale“ resta soggetto a controversia».
Tuttavia la tesi intenzionalista è nettamente smentita dalla politica di emigrazione attuata dai nazionalsocialisti nei confronti degli Ebrei fino all’autunno del 1941:
«L’ipotesi di una politica nazista che sarebbe la conseguenza logica e deliberata dell’antisemitismo di Hitler non si accorda facilmente col suo comportamento reale negli anni che hanno preceduto il 1941. Per esempio, egli credeva alla responsabilità degli Ebrei, questi “criminali di novembre”, nella sconfitta tedesca del 1918, con un fervore pari a quello con cui credeva a ognuna delle sue altre asserzioni antiebraiche. È certo che il passo del Mein Kampf spesso citato in cui Hitler si rammarica che dodicimila o quindicimila Ebrei non fossero stati gasati durante la guerra, ha più senso nella leggenda della “pugnalata alle spalle” che come profezia o allusione velata alla soluzione finale.
Se si ammette la premeditazione a lungo termine, la conseguenza “logica” della tesi degli Ebrei traditori di guerra avrebbe dovuto essere il massacro “preventivo” degli Ebrei tedeschi prima dell’offensiva in Occidente o almeno prima dell’attacco contro la Russia.
In pratica, la politica ebraica dei nazisti consisteva nel creare una Germania “judenrein” (pura da Ebrei) incoraggiando e spesso obbligando gli Ebrei ad emigrare. Per riservare agli Ebrei tedeschi le possibilità di accoglimento, che erano limitate, i nazisti si opposero all’emigrazione degli altri Ebrei del continente. Questa politica fu mantenuta fino al momento in cui, nell’autunno 1941, i Tedeschi proibirono l’emigrazione degli Ebrei dalla Germania e, per la prima volta, dichiararono che la proibizione di emigrare imposta agli Ebrei di altri paesi mirava ad impedir loro di sfuggire al loro dominio (637). Gli sforzi degli specialisti nazisti della questione ebraica per promuovere l’emigrazione, sia prima della guerra sia durante essa, e i loro piani di reinsediamento in massa non erano solo tollerati, ma anche incoraggiati da Hitler.
È difficile conciliare questo comportamento coll’ipotesi di una intenzione omicida da lungo tempo covata nei confronti degli Ebrei occidentali. Bisognerebbe allora ammettere che, sapendo che si accingeva ad uccidere gli Ebrei, Hitler perseguiva tuttavia una politica di emigrazione che “favoriva” gli Ebrei tedeschi rispetto agli altri Ebrei e salvava dalla morte la maggioranza di coloro che egli considerava precisamente i più responsabili della disfatta del 1918.
Si è sostenuto che Hitler attendeva semplicemente il momento opportuno per la realizzazione dei suoi progetti omicidi. Ora, questa tesi non spiega né il perseguimento nello stesso tempo di una politica di emigrazione che andava nel senso opposto, né questa lunga dilazione. Se Hitler attendeva semplicemente lo scatenamento del conflitto per intraprendere la sua “guerra contro gli Ebrei”, perché lasciò ai milioni di Ebrei polacchi, che erano nella mani dei Tedeschi dall’autunno del 1939, un “rinvio di esecuzione” che durò trenta mesi? Essi furono vittime di massacri sporadici e di condizioni di vita che provocarono numerosi morti, ma non ci fu uno sterminio sistematico prima del 1942».
In conclusione,
«la politica ebraica attuata dai nazisti fino al 1941 non giustifica la tesi secondo la quale esisteva da molto tempo una volontà ben determinata di liquidare gli Ebrei europei. È molto più plausibile considerare l’antisemitismo di Hitler non come l’origine di un “piano” di sterminio logicamente dedotto e stabilito da molto tempo, ma come uno stimolante, un pungolo per la ricerca incessante di una soluzione sempre più radicale» (638).
Dal canto suo, Browning sostenne la tesi che
«l’intenzione di massacrare sistematicamente tutti gli Ebrei europei non era ben determinata nella mente di Hitler prima della guerra; essa si cristallizzò solo nel 1941, dopo che le soluzioni precedentemente considerate si furono rivelate irrealizzabili e l’offensiva imminente contro la Russia ebbe aperto la prospettiva di un accrescimento ancora più considerevole del numero degli Ebrei nell’impero tedesco in espansione. La soluzione finale prese forma a partire da un certo numero di decisioni prese quello stesso anno. In primavera, Hitler ordinò la preparazione del massacro degli Ebrei russi che sarebbero caduti nella mani dei Tedeschi nel corso dell’invasione imminente. Durante l’estate di quello stesso anno, Hitler, sicuro della vittoria militare, fece preparare un piano che mirava ad estendere il processo di sterminio agli Ebrei europei. In ottobre, sebbene la speranza di una vittoria militare non si fosse realizzata, Hitler approvò le grandi linee di questo piano, che precedeva la deportazione verso i centri di sterminio utilizzando un gas letale» (639).
Ma anche questa ricostruzione era puramente congetturale. Del resto Browning dichiarò che questa presunta decisione non si poteva inquadrare in un piano generale di sterminio ebraico:
«Tuttavia, la politica ebraica dei nazisti nel resto dell’Europa non ne fu trasformata immediatamente. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro. Nell’autunno 1940, degli Ebrei furono espulsi dalla regione di Baden, dal Palatinato e dal Lussenburgo verso la Francia non occupata; ci furono anche deportazioni da Vienna verso la Polonia all’inizio del 1941. Nel febbraio 1941, Heydrich parlava ancora di “trasferirli in un paese che si stabilirà più tardi”. E il ministero degli Esteri continuava a collaborare col RSHA, l’Ufficio centrale di sicurezza del Reich, per bloccare l’emigrazione degli Ebrei di altri paesi e monopolizzare così per gli Ebrei tedeschi le possibilità di emigrazione, che erano limitate. Questa politica fu ancora riaffermata il 20 maggio 1941 in una circolare firmata da Walter Schellenberg che proibiva l’emigrazione degli Ebrei dal Belgio e dalla Francia. La vecchia politica di emigrazione, di espulsione e di reinsediamento fu abbandonata solo progressivamente. Nel luglio 1941 il RSHA informò il ministero degli Esteri che non si prevedevano altre espulsioni verso la Francia. Nel febbraio 1942 il ministero degli Esteri abbandonò ufficialmente il piano Madagascar. I preparativi dell’uccisione degli Ebrei russi non ebbero dunque ripercussione immediata sulla politica ebraica dei nazisti negli altri paesi» (640).
Nonostante ciò, Browning non fu neppure sfiorato dal dubbio che la sua congettura di un ordine di massacro degli Ebrei russi fosse infondata; al contrario, sostenne che
«l’idea della soluzione finale per gli Ebrei europei si formò con un processo separato e risultò da una decisione distinta» (641).
Ma, non essendo neppure questa presunta decisione suffragata da prove documentarie, anche qui il campo restava aperto alle congetture più disparate, che Browning riassunse così:
«Hilberg pone la decisione al più tradi nel luglio 1941; Uwe Dietrich Adam sostiene una data tra settembre e novembre; Sebastian Haffner suggerisce dicembre e Martin Broszat contesta l’idea stessa di una decisione globale in una data particolare e crede ad un processo graduale ed incosciente di intensificazione» (642).
Circa il presunto ordine di sterminio, la sua posizione era la seguente:
«Nel luglio 1941, dopo che le armate naziste avevano sbaragliato le difese sul confine sovietico, accerchiato quantità enormi di soldati russi, e infine percorso i due terzi della distanza da Mosca, Hitler approvò la bozza di un piano per lo sterminio di massa della popolazione ebrea d’Europa. E nell’ottobre 1941, con l’accerchiamento vittorioso di Vyazma e di Bryansk e con il breve riaccendersi della speranza di un triofo finale prima dell’inverno, approvò la soluzione finale» (643).
Una ulteriore congettura documentariamente infondata.
Hilberg al convegno di Parigi
Al convegno di Parigi, Hilberg espose due relazioni che, pur rientrando nella sezione «Lo sterminio», avevano comunque un carattere marginale rispetto a quella centrale, presentata da Uwe Dietrich Adam, su «Le camere a gas»(pp. 236-261).
Questi si occupò, con un minimo di senso critico, di temi che furono poi ripresi, acriticamente, da Hilberg nell’edizione definitiva della sua opera, in particolare riguardo al campo di Bełżec. Ad esempio, Adam rilevò:
«È poco verosimile che gli Ebrei dei primi convogli fossero stati sterminati con gas in bombole, come dichiarò Josef Oberhauser, assistente di Wirth, come sono inesatte le sue indicazioni sul numero delle vittime. D’altra parte è certo che il tribunale giunse ad una falsa conclusione affermando che a Bełżec “nelle prime settimane fu usato Zyklon B, e successivamente, per ragioni di economia, il gas di scappamento di un motore Diesel”»(Nota 72 a p. 259).
«Le indicazioni della Corte d’Assise di Monaco riguardanti il “rendimento” di Bełżec sono sicuramente false... L’affermazione di Kogon, secondo la quale le nuove camere a gas potevano uccidere 4.000 persone alla volta, non è difendibile» (Nota 81 a p. 259).
«Kogon situa per errore questo episodio nel primo periodo di funzionamento di Bełżec. Le indicazioni di Gerstein quanto al numero di vittime da uccidere a Bełżec sono talmente inverosimili che se ne può rendere conto immeditatamente anche un profano: egli parla di 700-800 persone gasate in un locale di 25 metri quadrati» (Nota 85 a p. 260).
Tuttavia, incredibilmente, per Adam... «un errore [sic] di questo tipo rafforza al contrario la credibilità e la buona fede del racconto»!
Adam inoltre fissava il numero dei presunti gasati di Auschwitz, senza alcuna indicazione, tra 1.000.000 e 1.200.000 persone. L’editore aggiunse una nota che rimandava al ben noto articolo di Georges Wellers Essai de détermination du nombre de morts au camp d’Auschwitz (644), secondo il quale «il numero dei gasati ad Auschwitz ammontava almeno a 1.334.700, di cui 1.323.000 ebrei» (nota 108 a p. 260), ma Hilberg nella sua opera addusse la cifra di 1.000.000 di Ebrei (p. 1318) senza alcuna giustificazione e senza mai citare l’articolo di Wellers, che all’epoca era lo studio più importante sul numero dei presunti gasati di Auschwitz.
Il volume degli atti del convegno riporta in appendice un articolo di Pressac intitolato Studio e realizzazione dei crematori IV e V di Auschwitz-Birkenau (pp. 539-584) corredato di numerose fotografie e documenti e con riferimenti d’archivio al Museo di Auschwitz. Nell’edizione definitiva della sua opera Hilberg non menzionò questo studio e non ebbe mai la curiosità di esaminare quest’archivio a lui ignoto.
Le due relazioni presentate da Hilberg trattavano temi secondari - la burocrazia del preteso sterminio e le statistiche dei morti - che non rientrano in modo specifico in questo studio.
I problemi dibattuti
Il problema della genesi della decisione concernente la “soluzione finale”, rimasto irrisolto al convegno di Parigi, fu ripreso in esame al congresso di Stoccarda, che si svolse dal 3 a 5 maggio 1984 sul tema «L’uccisione degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale. Genesi della decisione e realizzazione». I relativi atti furono pubblicati l’anno dopo in un volume omonimo (645).
Eberhard Jäckel ne spiegò il «compito principale» in termini molto chiari:
«Come, quando e dove, eventualmente ad opera di chi si è sviluppata la decisione o si sono sviluppate le decisioni di uccidere gli Ebrei europei in qualche successione e in qualche modo? Si potrebbe formulare la questione in termini più semplici: come si pervenne alla realizzazione dell’assassinio degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale?» (646).
La risposta a tale questione era «controversa» per lo stato particolarmente «sfavorevole» delle fonti. Ciò dipendeva da una serie di ragioni che Jäckel riassunse così:
«L’operazione era rigorosamente segreta. Perciò al riguardo si scrisse il meno possibile. Molto fu discusso solo verbalmente, soprattutto ai livelli di comando più alto. Dei pochi documenti relativi ad essa, molti probabilmente sono stati distrutti prima della fine della guerra. In quelli che ci sono pervenuti, si incontrano spesso espressioni mascherate che ne rendono ancora più difficile la comprensione. Infine, molte delle persone direttamente coinvolte morirono prima di poter essere interrogate. La maggior parte dei superstiti risposero in modo evasivo. Ma persino coloro che erano pronti a fare dichiarazioni, spesso non furono interrogati in modo sufficientemente preciso, perché i funzionari che procedettero agli interrogatori non erano interessati ai particolari che vorrebbero conoscere oggi gli storici. Inoltre, molti testimoni furono giustiziati e portarono con sé le loro conoscenze» (647).
Inoltre l’azione, «malgrado un’innegabile volontà di raggiungere lo scopo, tradisce tuttavia all’inizio una mancanza di unitarietà e di pianificazione», con conseguenti confusioni e improvvisazioni (648). All’opera di sterminio erano infine interessati quattro organi, tra i quali «ci furono anche conflitti di competenza e rivalità» (649).
Sulla decisione e sull’ordine del presunto sterminio non esistevano dunque - e a tutt’oggi ancora non esistono - documenti né testimonianze attendibili, donde la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti già affiorata al convegno di Parigi. Eberhard Kolb formulò con grande chiarezza le due questioni fondamentali sulle quali essa era incentrata:
«1) La “soluzione finale” è la realizzazione di un piano già da tempo stabilito che prevedeva fin da principio - come stadio finale - lo sterminio fisico dell’ebraismo europeo?
2) Ci fu un ordine formale di Hitler - se non scritto, perlomeno verbale - di uccidere non solo gli Ebrei che vivevano nell’Europa orientale, ma tutti gli Ebrei che erano sotto la sovranità tedesca, e quando fu impartito quest’ordine?» (650).
Indi Kolb passò in rassegna le risposte fornite dalla storiografia olocaustica fino all’anno del congresso:
«Se la mia osservazione è corretta, la maggior parte degli studiosi propende oggi a mettere un grosso punto interrogativo alla concezione di una politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei che si sia sviluppata sistematicamente ed abbia proceduto in una direzione unica - dalle agitatorie parole d’ordine antisemitiche del “tempo della lotta” attraverso i provvedimenti antiebraici degli anni 1933-1939 fino al massacro organizzato a partire dal 1941. Al centro della controversia c’è attualmente piuttosto la questione se (e quando) Hitler abbia impartito un ordine formale di sterminio.
Fino agli anni Sessanta a tale questione fu risposto pressoché unanimamente in modo affermativo.
Certo, un ordine scritto di Hitler relativo allo sterminio non ci è pervenuto, e si può ben presumere che un simile ordine scritto non sia mai esistito. Tuttavia, un formale “ordine del Führer” in forma di istruzione verbale di Hitler a Himmler era senz’altro necessario come presupposto indispensabile delle azioni omicide iniziate nel 1941. Sulla data in cui fu diramato quest’ordine del Führer non c’era però pieno accordo: secondo l’interpretazione di
Raul Hilberg (1961), Hitler diede l’ordine generale di sterminio “all’inizio dell’estate” del 1941;
Helmut Krausnick fece risalire tale ordine “al più tardi al marzo 1941”;
Uwe Dietrich Adam (1972) ad un momento “tra il settembre e il novembre 1941”;
secondo il parere di Andreas Hillgruber, la decisione di Hitler fu presa nel luglio 1941, in relazione al trionfo sull’Unione Sovietica, che si presumeva già ottenuto, e alla progettata espansione all’Est.
D’altra parte, Martin Broszat (1977) dubitò che un formale ordine generale di sterminio di Hitler sia mai esistito.
Lo sterminio fisico degli Ebrei europei, secondo Broszat, non fu progettato e sistematicamente preparato da gran tempo, non fu messo in moto da un unico atto decisionale e da un unico ordine segreto di Hitler; piuttosto il “programma” dello sterminio ebraico si sviluppò gradualmente in senso istituzionale e fattuale “da singole azioni” fino alla primavera del 1942 ed ebbe un carattere determinato dopo l’installazione dei campi di sterminio in Polonia (tra il dicembre 1841 e il luglio 1942). Una simile interpretazione, secondo Borszat, non si può documentare con assoluta certezza, ma è di per sé stessa più probabile dell’ipotesi di un radicale ordine segreto di sterminio ebraico dell’estate 1941. Broszat aggiunge:“Se la nostra interpretazione si basa sul fatto che lo sterminio ebraico in tal modo fu improvvisato, non fu progettato da gran tempo e non fu avviato da un ordine segreto unico, ciò implica che la responsabilità e l’iniziativa delle azioni omicide non furono dovute soltanto a Hitler, Himmler o Heydrich. Ciò però non scagiona Hitler”.
Il modello ermeneutico di Broszat della genesi del piano omicida fu ulteriormente radicalizzato da Hans Mommsen (1983). Come Broszat, Mommsen è esplicitamente dell’avviso che non è esistito alcun “ordine formale” di Hitler sulla “soluzione finale”, neppure in forma verbale. Ma Mommsen postula inoltre un ruolo straordinariamente passivo di Hitler nella concezione e nell’esecuzione del piano omicida:
“Come già prima del 1939, egli si sentiva investito di responsabilità da parte del Partito e dell’apparato SS, i quali presero alla lettera ciò che per Hitler rappresentava ‘la grande prospettiva storica’”. Hitler è stato invero il promotore ideologico e politico della soluzione finale, “ma il suo passaggio da un programma che appariva utopistico ad una strategia effettivamente seguita fu il risultato da un lato della natura dei problemi che erano sorti da soli, dall’altro dell’ambiente di Himmler e dei suoi satrapi”.
La maggior parte degli studiosi ritiene come prima che l’iniziativa determinante del massacro degli Ebrei europei venne da Hitler e si realizzò in forma di ordine di sterminio impartito verbalmente. Hans-Heinrich Wilhelm (1981) ammette invero che non esistono prove che l’ordine generale di sterminio ebraico fosse stato impartito già prima della campagna di Russia del 1941; egli respinge però la tesi di una “radicalizzazione improvvisata” della persecuzione ebraica fino all’uccisione sistematica conclusiva e rileva che, senza la funzione direttiva di Hitler e senza il suo consenso, tutte le attività parziali che sfociarono nel programma della soluzione finale non sarebbero state possibili. In diretta polemica coll’interpretazione di Broszat, Christopher Browning (1981) è giunto alla conclusione che Hitler ordinò l’elaborazione di un piano di sterminio nell’estate del 1941; i punti fondamentali del piano omicida basati su quest’ordine furono approvati da Hitler “nell’ottobre o nel novembre 1941”. Gerad Fleming (1982) rileva che “nell’estate 1941” ebbe luogo la svolta fatale nella politica ebraica del Terzo Reich: allora Hitler ordinò lo sterminio degli Ebrei europei e in pari tempo dispose che le azioni omicide avrebbero dovuto essere effettuate con un rigoroso mascheramento e nella più grande segretezza possibile. Wolfgang Scheffler (1982) sottolinea che tutte le decisioni essenziali sulla realizzazione dello sterminio in massa furono prese tra il marzo e il novembre 1941. Nell’attuazione dell’Olocausto però Hitler e Himmler furono condizionati dalle circostanze fattuali: “Alla fine il programma di sterminio si presentò così definito, gli inizi della realizzazione furono così vari come si erano sviluppati dall’agosto all’ottobre-novembre 1941”. Comunque, continua Scheffler, gli avvenimenti dimostrano che “tra la decisione di Hitler e la sua attuazione che si delineò rapidamente dovrebbe intercorrere solo un lasso di tempo di non meno di un mese e di non più di tre”.
Per finire, adduciamo brevemente anche le opinioni più recenti. Shlomo Aronson (1984) è giunto alla conclusione, in base alla coincidenza di molti fattori, che Hitler decise di uccidere gli Ebrei europei “nell’autunno inoltrato del 1941”. Anche secondo il parere di Saul Freidländer non si può dubitare dell’esistenza di un piano generale di sterminio nell’autunno del 1941: Hitler deve aver approvato questo piano di sterminio “in qualche momento dell’estate 1941”» (651) (corsivo mio).
Anche il congresso di Stoccarda, per quanto riguarda questo tema fondamentale, fallì completamente il suo obiettivo. Lungi dal comporre la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti, il dibattito congressuale, da cui non emerse alcun elemento nuovo, l’accentuò, rivelando l’inconsistenza delle due interpretazioni in tutte le loro svariate sfumature, entrambe prive di riscontro documentario ed entrambe fondate su semplici congetture. Su un solo punto tutti i congressisti si trovarono d’accordo: un ordine scritto di sterminio non è mai esistito.
16:22 Scritto da: waa359 in Adolf HITLER,Führer,Reichskanzler, Articoli di Carlo Mattogno, Führerbefehl - Ordine di sterminio, hilberg raul, Soluzione finale,Endlösung | Link permanente | Commenti (0) | Tag: soluzione finale, endlösung, final solution |
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