21.11.2010
1 ELIE WIESEL E I CATTOLICI
Aiutami tu! Il sedicente wiesel elie così sembra implorare il presidente usraeliano ,un rappresentante degli artefici della truffa di Norimberga,.La ricerca revisionista non risparmia nè esclude alcuno,tanto meno chi ha detto menzogne e da esse ha tratto miliardi.WaA
di David O’Connell (2004)[1]
Parte 1
Elie Wiesel è assai ammirato da molti dei cattolici che esercitano il potere nelle cancellerie diocesane e nelle amministrazioni delle scuole e delle università cattoliche d’America. Ha ricevuto lauree ad honorem da svariati istituti cattolici, incluse le università di Georgetown, Notre Dame, Fordham e Marquette. E’ anche adulato da diversi intellettuali cattolici. Gli viene accordato questo trattamento nonostante il ruolo da lui esercitato nello sfruttamento della relazione – una relazione offensiva - esistente tra i rappresentanti delle più importanti organizzazioni ebraiche e quei cattolici che “dialogano” con esse. Nei 40 anni successivi al Vaticano II, questo presunto “dialogo”, iniziato con buoni propositi, si è rivelato in realtà come un monologo in cui la parte ebraica accusa abitualmente i cattolici e il cattolicesimo, mentre i rappresentanti cattolici annuiscono in approvazione. Non è stata mai fatta nessuna seria critica degli ebrei o del sionismo. Il dialogo, ad esempio, è stranamente “silenzioso” sull’implacabile guerra israeliana contro i cristiani di Palestina. Nel 1948, il 18-20% dei palestinesi erano cristiani. Tale cifra è diminuita fino al 2% odierno. La popolazione cristiana di Betlemme, che una volta era il 95% della città, si è ridotta a circa il 15%. Ancora peggio, il muro di separazione, ora in costruzione, passa attraverso molti luoghi sacri a tutti i cristiani.
Il ruolo che Wiesel ha assunto nella relazione offensiva predetta, è di sfruttare i canali privilegiati che egli ha con i media per prendere a bersaglio personalità cattoliche di alto rango. Nel 1979, attaccò il Papa perché non aveva menzionato la parola “ebreo” durante la visita al monumento delle vittime di Auschwitz, anch’esso privo di tale parola. Attaccò poi il Pontefice per non aver menzionato la parola “Israele” durante la sua visita alle Nazioni Unite. Quando il Papa lo invitò a venire a Roma a visitarlo personalmente, Wiesel rifiutò l’offerta. Poi, nel 2000, rimproverò il Pontefice perché le sue scuse agli ebrei per le passate persecuzioni non sarebbero state sufficienti.
I suoi attacchi contro il Cardinale O’Connor di New York, un uomo onesto, sincero e terribilmente ingenuo, iniziarono negli anni ’80. Quando O’Connor visitò Gerusalemme nel 1987, scoppiò in lacrime a causa delle sofferenze patite dagli ebrei nella seconda guerra mondiale. Emozionato, disse che si trattava di un “dono”. Quello che voleva dire era che, in termini cattolici, tali sofferenze erano state una possibile occasione di grazia, come tutte le sofferenze. Wiesel, e altri esponenti dell’ebraismo di New York, lo fecero a pezzi sui media per il suo presunto fanatismo e insensibilità. Il Cardinale e Wiesel allora, diventarono “amici” quando Wiesel lo andò a trovare.[2] In quell’occasione, Wiesel convinse O’Connor a fare un libro-intervista con lui. Venne intitolato Journey of Faith [Il viaggio della fede] (1991), e in esso il Cardinale rimase sulla difensiva dalla prima all’ultima pagina. Nel 1997, Wiesel si rivolse a O’Connor perché lo aiutasse a inaugurare il Museo dell’Olocausto di New York. Mentre erano lì, il Cardinale si prese la responsabilità di “scusarsi” a nome di tutti i cattolici che avevano contribuito alle passate sofferenze degli ebrei.[3] Poi, l’8 Settembre del 1999, molto malato e non lontano dal trapasso, scrisse a Wiesel una lettera personale in cui faceva lo stesso genere di scuse. Wiesel allora pagò 99.000 dollari per trasformare la lettera privata del Cardinale in un annuncio a tutta pagina sull’edizione domenicale del New York Times del 19 Settembre successivo. Dietro le prese di posizione del Cardinale O’Connor c’era l’idea che le sofferenze ebraiche della seconda guerra mondiale ripercorrono nel 20° secolo le sofferenze patite da Cristo, un’idea che un fedele cattolico non può assolutamente accettare.[4]
I rapporti di Wiesel con il Cardinale Jean-Marie Lustiger, di Parigi seguirono negli anni ’90 lo stesso andazzo. Dapprima attaccò Lustiger per essersi convertito da ragazzo al cattolicesimo, poi raggiunse una riconciliazione e infine fece con lui”amicizia”.
Wiesel si compiace anche di dissacrare quella che per molti cattolici è la venerata memoria di Papa Pio XII, facendolo ordinariamente a pezzi per il suo presunto “silenzio” durante la seconda guerra mondiale. Nessun altra voce pubblica ebraica ha mai neppure avvicinato Wiesel nella frequenza e nella velenosità degli insulti da lui espressi alla memoria cattolica di questo Papa. Wiesel sostiene da 35 anni che la Cristianità è morta a Auschwitz. Già nel 1971 dichiarava: “Il cristiano sincero sa che ad Auschwitz non è morto il popolo ebreo ma la cristianità”.[5] Tuttavia, la stampa cattolica, gli intellettuali e la gerarchia trattano Wiesel con gran rispetto! Per Wiesel (come d’altronde per la strapotente lobby mediatica ebraica) le sofferenze degli ebrei durante la seconda guerra mondiale hanno sostituito le sofferenze di Cristo come archetipo dell’era post-cristiana. Esse costituiscono la stella polare dei media, la sacra “offerta combusta” degli uomini secolarizzati. Come il rabbino Jacob Neusner ha fatto notare, “il Giudaismo, e la Redenzione dell’Olocausto” è diventata la religione civile degli Stati Uniti.[6] Quasi non passa giorno senza che i media controllati dagli ebrei producano un articolo, un reportage, uno spettacolo televisivo o un film di qualsiasi genere che hanno come soggetto l’Olocausto, con le discutibili lezioni che siamo obbligati a trarne. La propaganda dei media, sia contro il cattolicesimo che a favore dell’”unicità”, o della superiorità delle sofferenze degli ebrei, è incessante.
Nel corso della sua carriera, Wiesel ha raccontato molte panzane sulle sue presunte esperienze durante la seconda guerra mondiale.
Possono essere definite delle “pie menzogne”, poiché hanno uno scopo edificante e vengono raccontate presuntamente a fin di bene, anche se non sono vere. Nelle pagine seguenti, esaminerò attentamente una di queste “pie menzogne”. Riguarda il suo internamento a Buchenwald. Mentre racconterò tale vicenda, diventerà chiaro ai lettori che evito di proposito di utilizzare la parola “Olocausto”. [7] Poiché tale termine è diventato, da parte dei media, una parola in codice utilizzata fin troppo spesso come giustificazione per i crimini di guerra ebraici e per i crimini contro l’umanità che vengono commessi regolarmente nella Palestina occupata, il suo impiego è ormai squalificato. E’ legato anche alle truffe e alle manipolazioni di vari profittatori ebrei dell’Olocausto, dei quali lo stesso Wiesel è probabilmente l’esempio più clamoroso. E’ anche funzionale agli scopi della Israel Lobby, poiché serve da giustificazione alle avventure belliche in paesi stranieri per “prevenire un altro Olocausto”.[8] Parlerei piuttosto di Ordalia ebraica della seconda guerra mondiale, per descrivere la persecuzione nazista degli ebrei innocenti.
La credibilità di Wiesel
Ma chi è Wiesel, e che rapporto ha con l’Ordalia ebraica? Uno storico ebreo, Pierre Vidal-Naquet, il cui padre morì ad Auschwitz, ha scritto di Wiesel:
“Ad esempio, abbiamo il rabbino Kahane, l’estremista ebreo, che è meno pericoloso di un uomo come Elie Wiesel, che non dice nulla di importante…Dovete solo leggere dei brani di Notte per capire che certe sue descrizioni non sono esatte e che è essenzialmente un mercante della Shoah…che ha fatto un danno, un danno enorme alla verità storica”.[9]
Un’altra personalità ebraica ha fatto il seguente commento sull’ipocrita autobiografia di Wiesel: “Il memoriale di Elie Wiesel è scritto da un uomo le cui pose intellettuali sono passate a lungo inosservate; non riesce a persuaderci di aver intrapreso un percorso di auto-conoscenza, che è il primo requisito di un testamento. Il suo libro, mi dispiace dirlo, dà una brutta fama alla condizione di testimone”.[10]
Christopher Hitchens, prendendo posizione contro Wiesel a causa del suo silenzio sui crimini di guerra ebraici in Palestina, si chiede apertamente:
“C’è un posatore più spregevole e parolaio di Wiesel? Suppongo di sì. Ma non c’è, sicuramente, un posatore e un parolaio che riceve (e accetta come cosa dovuta) una deferenza così grottesca sulle questioni morali”.[11]
Dal Novembre del 1947 al Gennaio del 1949, Wiesel lavorò per Zion in Kampf, il giornale della banda di terroristi dell’Irgun. Lo sterminio, da parte dell’Irgun, della popolazione araba innocente del villaggio di Deir Yassin ebbe luogo l’8 Aprile del 1948, mentre Wiesel era sul libro paga della banda, e tuttavia egli si mostra sempre inorridito dal “terrorismo” palestinese. Similmente, mentre si dava attivamente da fare negli anni ’80 per ricevere il Premio Nobel, fece un viaggio in Sudafrica. Naturalmente, il New York Times era lì con lui, e registrò la sua condanna di prammatica dell’apartheid. Eppure adesso Wiesel è assolutamente a favore del muro dell’apartheid che viene costruito nella Palestina occupata anche se costerà ulteriori privazioni ai palestinesi. Come se non bastasse, ha attaccato Papa Giovanni Paolo II, che aveva detto che quello di cui il Medio Oriente ha bisogno sono ponti e non muri, scrivendo: “Dal capo di una delle più grandi e importanti religioni del mondo mi sarei aspettato qualcosa di molto diverso, e cioè una dichiarazione di condanna del terrorismo e dell’uccisione di innocenti, senza mescolarla a considerazioni politiche e soprattutto senza paragonare queste cose a un’opera di pura autodifesa. Politicizzare il terrorismo in questo modo è sbagliato”. [12] Ironicamente, lo stesso Wiesel che accusa Pio XII di “silenzio” ora vuole che Giovanni Paolo II rimanga “silenzioso” sui crimini di guerra ebraici in Palestina.
Wiesel e François Mauriac
L’opera con la quale Wiesel è diventato famoso è la sua problematica “autobiografia”, Notte, che è in realtà un romanzo, visto che contiene una buona dose di materiale d’invenzione. Venne pubblicata per la prima volta in Francia nel 1958, ed era basata su una versione in Yiddish molto più lunga, che era stata a suo tempo pubblicata con il titolo E il mondo dimenticò [Und Di Velthat Geshveyn] a Buenos Aires nel Dicembre del 1955. In un ricevimento tenuto all’ambasciata d’Israele nel Maggio del 1955, a cui Wiesel partecipava come reporter di un giornale israeliano, il Nostro avvicinò il ben noto romanziere cattolico (e vincitore nel 1952 del Premio Nobel) François Mauriac (1885-1970), e gli chiese se accettava di essere intervistato.
Mauriac era, per nascita e per educazione, un nazionalista di destra. Nella sua famiglia, all’inizio del ventesimo secolo, il vaso da notte della camera da letto veniva chiamato “le zola”, poiché i Mauriac erano convinti, come molti francesi, che Dreyfus fosse colpevole, nonostante la campagna giornalistica in suo favore. Ma egli cambiò schieramento politico alla metà degli anni ’30, diventando un forte sostenitore dell’ebraismo internazionale. Tale sostegno continuò negli anni bellici e postbellici, quando prese posizione in favore dello stato d’Israele. A quei tempi, nel 1951, fu il primo cattolico ad accusare Pio XII di “silenzio” durante gli anni della guerra. Sorprendentemente, solo due anni prima, quando la sua carriera sembrava finita, giacché non aveva pubblicato opere significative dal 1940, venne premiato con il Nobel della letteratura – e questo per i suoi romanzi! I letterati parigini erano sbalorditi. Come può essere, si chiedevano, specialmente al culmine della voga “esistenzialista”? La domanda che non osavano porsi era il possibile ruolo della lobby ebraica - così potente nella giuria del Nobel - in tale decisione. Il Nobel era forse una ricompensa per il suo sostegno agli ebrei negli anni di guerra e per aver accusato Pio XII, quando era ancora ben vivo? A tale domanda non sono ancora riuscito a dare una risposta.
In ogni caso, Mauriac invitò Wiesel a casa sua. Parlarono degli anni di guerra e dei campi di concentramento. In realtà sembra chiaro, vedendo la cosa in modo retrospettivo, che questo era il solo argomento di cui Wiesel volesse parlare. I due uomini diventarono amici, e Mauriac disse a Wiesel che lo avrebbe aiutato a trovare un editore per il suo libro. Ma il suo libro non solo era scritto in Yiddish ma era anche molto più lungo di quello che sarebbe infine diventato La nuit.
Come ebbe luogo la trasformazione?
Fu Wiesel a riscriverlo, come ha sempre detto, o venne aiutato da Mauriac?
La risposta a questa domanda potrebbe essere probabilmente trovata nella loro voluminosa corrispondenza ma Wiesel possiede entrambe le lettere ricevute da Mauriac e anche quelle che scrisse al suo amico e benefattore. Wiesel tiene nel cassetto la corrispondenza e si rifiuta di pubblicare le lettere, nonostante le suppliche dei suoi amici cattolici liberali alquanto ingenui.[13]
La nuit divenne Night quando apparve a New York nel 1960. Con il sostegno dell’ADL [Anti-Defamation League] la sua lettura divenne poco dopo obbligatoria nei licei e da allora il libro ha venduto milioni di copie. Si trova in contraddizione con il dogma dell’Olocausto ebraico su molti punti-chiave, e anzi, a questo riguardo, può essere considerato colpevole di “negazionismo”.
Nondimeno, rimane il solo memoriale sull’Olocausto dotato di qualità letteraria (la qualcosa ci riporta ancora una volta alla questione di chi abbia scritto davvero la versione finale del libro). Nel frattempo, Wiesel si è trasferito a New York, dove ha continuato a lavorare come corrispondente per un giornale israeliano. Poco dopo il suo arrivo in città, venne investito da una macchina vicino a Times Square. Portato per natura all’esagerazione, dichiarò in seguito: “Ho sorvolato un intero isolato. Sono stato investito sulla quarantacinquesima strada e l’ambulanza mi ha raccolto sulla quarantaquattresima. Suona incredibile, ma sono stato completamente rovinato”. [14] Poi, dopo il successo di Night, venne premiato con un incarico di ruolo in un’istituzione pubblica, l’Hunter College.
Nonostante si sia vantato nel corso degli anni di aver studiato filosofia e psicologia alla Sorbona e di aver fatto pratica di psicologia clinica per due anni all’Ospedale Saint-Anne, in realtà non è mai risultato iscritto ad alcun corso della Sorbona o di qualunque altro ramo dell’Università di Parigi. Non vi sono neppure le prove che abbia conseguito un diploma di scuola secondaria in Francia. Eppure ora percepisce all’anno un enorme compenso a sei cifre come professore di letteratura alla Boston University, un incarico che teoricamente richiederebbe la laurea.
Negli anni dal 1960 al 1967 i due uomini [Wiesel e Mauriac] intrattennero una corrispondenza regolare. Dopo la conquista della Palestina nel 1967, Mauriac espresse la preoccupazione, nella sua rubrica su Le Figaro, che gli israeliani si comportassero sempre più come i nazisti. Durante la guerra, Mauriac era stato obbligato a fornire ospitalità a casa sua a diversi soldati tedeschi per oltre quattro anni, e sapeva quello che l’occupazione comporta sia per l’occupante che per l’occupato. I due uomini litigarono, e si scambiarono per iscritto dure parole. Wiesel preferirebbe oggi non ricordare l’accaduto, perché probabilmente scrisse cose di cui ora si vergogna. Tuttavia, per anni ha proclamato che avrebbe prima o poi pubblicato le lettere.[15] Ma credo che ci possa essere una ragione molto più importante per l’occultamento della corrispondenza, e cioè perché potrebbe eventualmente rivelare il ruolo attivo di Mauriac nella redazione di La nuit. Dopo tutto, come Naomi Seidman ha fatto notare, La nuit differisce in modo radicale dall’originale in Yiddish quanto a lunghezza, stile, argomenti trattati e significato. Ella giustamente attribuisce questa differenza all’”influenza” di Mauriac. [16] Ma in che modo definiamo tale “influenza”? Mentre l’originale in yiddish sembra essere ricolmo d’odio, pieno del desiderio ebraico di vendetta contro i goym, la versione finale è più obliqua e trattenuta. In una parola, è un’opera di letteratura e, come tale, implica la presenza di una mano esperta, come quella di Mauriac. Viceversa, quando raffrontiamo La nuit a molti romanzi che Wiesel ha scritto in seguito, l’assenza di una mano esperta, come quella di Mauriac, è evidente. In Francia, La nuit è una lettura obbligatoria nelle scuole pubbliche, ma nessuno dei suoi altri romanzi lo sono, o vengono presi sul serio dai critici. In una parola, La nuit è totalmente differente da ogni altra cosa che Wiesel abbia scritto, ed è giusto chiedersi se l’influenza di Mauriac è andata oltre il livello del semplice suggerimento o del consiglio.
Wiesel ad Auschwitz e Buchenwald
Wiesel, insieme ai suoi genitori e a tre sorelle venne deportato da Sighet, Ungheria, ad Auschwitz nel Maggio del 1944. Nato nel Settembre del 1928, aveva all’epoca quindici anni e mezzo. I tedeschi avevano bisogno di lavoratori per le loro fabbriche, poiché l’ideologia nazista proibiva alle donne tedesche di essere ingaggiate in tali lavori. Le donne nella Germania nazista stavano a casa, una politica che appariva sensata ai razzisti che governavano il paese ma che lasciava i tedeschi a corto di manodopera. La mamma di Wiesel e una delle sorelle morirono ad Auschwitz nell’estate del 1944, probabilmente nell’orribile epidemia di tifo che infuriò nel settore femminile del campo. I loro certificati di morte si trovano negli archivi di Auschwitz, ma in un viaggio di studio che mi ha portato lì non mi è stato permesso di consultarli. Le altre due sorelle sopravvissero all’epidemia, e hanno vissuto sino a età inoltrata. Wiesel venne inviato nel settore maschile del campo assieme a suo padre. Alla fine del 1944, quando Wiesel si infortunò al piede in un incidente in fabbrica, venne operato nell’ospedale del campo. Secondo la versione corrente dell’Olocausto, avrebbe dovuto essere liquidato in una camera a gas poiché non solo era un ragazzo ma era anche disabile. Tuttavia non accadde nulla di tal genere. Mentre stava all’ospedale, fece amicizia con il personale e, quando i russi si avvicinarono nel Gennaio del 1945, gli venne offerta l’opportunità, da parte dello staff medico ebraico, di rimanere lì e di non essere evacuato con i tedeschi in ritirata. Eppure, Wiesel preferì partire con i tedeschi che, secondo la versione corrente, inviavano 20.000 persone al giorno nelle camere a gas. La decisione di Wiesel solleva un certo numero di domande molto serie. Anche per il fatto che insistette a trascinare con sé il padre ammalato, cosa che equivaleva in pratica a scrivere il certificato di morte di quell’uomo. Quest’ultimo, fisicamente debole anche prima di essere internato, morì di dissenteria poco dopo il loro arrivo a Buchenwald nel cuore dell’inverno. Rimpatriato in Francia alla fine di Aprile all’età di sedici anni e mezzo, Wiesel si riunì lì con le due sorelle che erano sopravvissute all’epidemia di tifo.
Il 4 Luglio del 2004, la rivista Parade ospitò un articolo di Wiesel. Era corredato da quella che è probabilmente la più famosa immagine propagandistica della seconda guerra mondiale. In essa, appare un cerchietto disegnato intorno al viso di un uomo che si ritiene sia Wiesel.
L’immagine venne scattata dal soldato H. Miller del Dipartimento Affari Civili dell’Esercito americano nel campo di Buchenwald il 16 Aprile del 1945, cinque giorni dopo l’arrivo degli americani. Non venne scattata d’impulso l’11 Aprile, ma faceva parte di un gruppo di dodici foto in cui vennero utilizzate tecniche professionali di fotomontaggio.[17] Lo scatto venne poi diffuso ai giornali per essere utilizzato con i consueti scopi propagandistici: dipingere un’immagine dei tedeschi come criminali di guerra nel momento in cui si distoglieva l’attenzione dell’opinione pubblica americana dagli orribili crimini di guerra commessi dagli Alleati. Il fatto che quest’immagine venga ancora sfruttata quasi 60 anni dopo dimostra quanto si sia dimostrata efficace e utile.
Le ultime due pagine di Notte parlano degli avvenimenti legati alla fuga dei tedeschi e all’arrivo degli americani a Buchenwald.
Wiesel scrive in Notte che “tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald mi ammalai seriamente per una intossicazione alimentare. Venni trasferito all’ospedale, dove passai due settimane tra la vita e la morte”.
Perciò, la prima affermazione di Wiesel sulla sua misteriosa malattia è che ebbe luogo “tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald”, vale a dire il 14 Aprile. Venne immediatamente ricoverato, e passò “due settimane tra la vita e la morte”. Secondo questo scenario, sarebbe stato all’ospedale dal 14 al 28 Aprile.
Poiché la foto venne scattata il 16 Aprile, non può essersi trovato lì.
Wiesel in seguito ha cambiato questa storia di base diverse volte.
Ecco la seconda versione dei fatti, che ha inventato molti anni dopo.
“Dopo la liberazione mi ammalai e il modo in cui accadde è strano. Ne ho accennato in Notte ma non è la storia completa. L’11 Aprile 1945, quando gli americani arrivano, siamo rimasti a Buchenwald in circa 20.000, dei 60.000 o 80.000 che c’erano prima e non mangiamo da una settimana o giù di lì. Improvvisamente gli americani arrivano e portano il loro cibo ma non sanno quello che stanno facendo; davano cibi grassi. 5.000 persone muoiono immediatamente per intossicazione…il mio corpo si ribella, perdo immediatamente conoscenza e rimango malato per dieci giorni circa – privo di sensi, in coma – intossicazione alimentare o qualcosa del genere”. In questa seconda versione, Wiesel dice che mangiò il cibo “un’ora o due dopo la liberazione”,[18] che contraddice la sua versione originale, riportata in Notte, secondo cui si ammalò tre giorni dopo la liberazione. Inoltre, in questa nuova versione risulta malato, privo di sensi e in coma per dieci giorni, dall’11 al 21 Aprile. In questo caso, una volta di più, non poteva essere lui nella foto scattata il 16 Aprile. Mentre per quanto riguarda l’affermazione di Wiesel dei 5.000 morti da intossicazione alimentare, si tratta di puro isterismo, privo di ogni documentazione storica.
Per conoscere la demolizione del personaggio,ad opera di Carlo Mattogno, autonominatosi "elie wiesel" si clicchi QUI e QUI
16:03 Scritto da: waa359 in Beghe preti-rabbini, Olo$alariati, wiesel elie (il SEDICENTE) | Link permanente | Commenti (0) | Tag: elie wiesel, truffa olocausto, auschwitz.buchenwald |
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