29.09.2010

1 A. J. P. TAYLOR E LE CAUSE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Reichswehr Swears an Oath of Allegiance to Adolf Hitler.jpg

 

[1] Di Harry Elmer Barnes[2], 1961

Parte 1

È un privilegio e un piacere essere invitati a esaminare il libro epocale del professor A. J. P. Taylor sulle Origini della seconda guerra mondiale per i lettori di una rivista costituita principalmente da seri esponenti della generazione più giovane, che cercano di capire il mondo nuovo e complesso in cui la maturità ha proiettato il loro destino. Nessun campo di studi potrebbe essere più fruttuoso della storia nel promuovere tali aspirazioni alla razionalità. Se non sappiamo come siamo arrivati sin qui siamo destinati a essere confusi su come affrontare il presente o come programmare il futuro.


Coloro che stanno giungendo adesso alla maturità sono notevolmente svantaggiati, dal punto di vista delle informazioni e della realtà dei fatti storici, rispetto alla mia generazione. Gli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 furono un’epoca di iconoclastia e di smitizzazioni, ben rappresentata da Mencken e Nathan e dall’American Mercury[3], dagli scritti di Theodore Dreiser, Sinclair Lewis, Scott Fitzgerald, e così via. All’epoca era difficile ovunque imporre un blackout intellettuale, e questo anche nell’ambito della storiografia. Il mio primo appassionato attacco contro ogni forma di blackout storico apparve sul primo numero del Mercury, grazie alla proposta - e persino all’insistenza - di Mencken.

La tendenza all’iconoclastia in ambito storiografico prese la forma di quello che sarebbe stato conosciuto come “revisionismo”, il cui scopo era smantellare le apparenze della propaganda di guerra del decennio precedente. Ricevette tale appellativo perché si sperava che i fatti rivelati da questo movimento sulle cause della prima guerra mondiale avrebbero portato alla revisione del famigerato Trattato di Versailles. Se una tale revisione vi fosse stata, non ci sarebbe stata nessuna seconda guerra mondiale, sebbene si potesse formare uno schieramento bellico dell’Europa occidentale contro la Russia sovietica.

La generazione nata o istruita a partire dal 1936 o giù di lì è, storicamente parlando, una generazione perduta: un gruppo di giovani Rip van Winkle[4]. A partire dal 1937, la maggioranza degli intellettuali liberal americani fecero propria l’ideologia internazionalista del Fronte Popolare e della “sicurezza collettiva” che Litvinov aveva con così grande successo diffuso a Ginevra. Quasi tutti i liberal, e un numero sorprendente di conservatori, balzarono sul carro interventista e antitedesco poi ufficializzato e pilotato dal Presidente Roosevelt e da Harry Hopkins[5]. La grande maggioranza degli storici americani appartenevano al campo liberal e diventarono ardenti interventisti.

Da quel momento in poi, la maggior parte dell’insegnamento e della compilazione di storia di questo paese – sui recenti avvenimenti internazionali – ha preso sempre più la forma di una favola fittizia e, in parte, inconsapevolmente maliziosa. Esso ha presentato la sequenza di avvenimenti degli anni ’30 e ’40 come una crociata planetaria in cui un triunvirato di San Giorgi – Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Joseph Stalin – si unirono coraggiosamente in una guerra santa per uccidere il drago nazista. Anche prima che quest’ultimo si uccidesse da sé in un bunker di Berlino, Roosevelt e Churchill avevano iniziato a sospettare che il crociato sovietico - da loro considerato in precedenza un compagno nella crociata per la libertà, la giustizia e la pace - fosse più pericoloso del “pazzo” nazista. A tempo debito, persino il suo successore sarebbe stato presentato come una minaccia per il Mondo Libero, sebbene avesse tolto Stalin dalla vetrina del Cremlino e lo avesse seppellito come un comune mortale.

Negli anni ’20, le prove degli errori compiuti dagli Stati Uniti nella loro prima crociata europea guidata da Woodrow Wilson vennero evidenziate con sincerità ed esposte all’attenzione del mondo educativo e dei lettori americani. Non è accaduto lo stesso con gli errori madornali - molto più grandi - della nostra seconda crociata globale. I fatti sgradevoli sono stati relegati in un dimenticatoio orwelliano, e i pochi libri che hanno cercato di presentare la salutare verità sono stati o ignorati o malevolmente irrisi. Alla generazione cresciuta in quest’infausta era di crociate è stato fatto un accurato lavaggio del cervello sulle basi storiche delle questioni internazionali e sul ruolo esercitato in esse dagli Stati Uniti. È emerso poco, ammesso che sia emerso qualcosa, oltre i limiti informativi e intellettuali della colorita ma ingannevole retorica del Presidente Roosevelt sul “Giorno dell’Infamia”.

Si dice da molto tempo che la verità storica è la prima vittima di una guerra. La storiografia americana è purtroppo entrata in sofferenza prima del Settembre del 1939 ed è stata colpita a morte da Pearl Harbor nel Dicembre del 1941. La grande maggioranza degli storici ha sostenuto in modo appassionato l’intervento nel maelstrom europeo. Un gruppo sorprendentemente numeroso di essi ha accettato incarichi relativi all’azione e alla propaganda di guerra, dei quali alcuni di grande importanza e responsabilità. Quindi, costoro avevano un forte interesse personale nel conservare e difendere la leggenda del drago assassino.

La maggior parte degli storici vennero appassionatamente sedotti dalle emozioni suscitate dalla propaganda bellica. Molti di essi, indubbiamente, vennero convinti dall’efficacia di questa propaganda, interventista e battagliera. Quei pochi che non avevano perso la testa e sapevano davvero come stavano le cose furono sufficientemente accorti da tenere per sé la propria opinione, per conservare i propri posti e avere qualche promessa di promozione. Qualunque fossero le ragioni di questa disfatta, è certo che i criteri e i risultati della storiografia legati in qualche modo ai recenti avvenimenti internazionali sono scesi ad un livello più basso, per quanto riguarda l’onestà e l’obbiettività, di qualunque altro periodo a partire dalla fine della Controriforma. Per trovare qualcosa di paragonabile, in questo paese, bisogna tornare all’epoca dei libelli politici della Guerra Civile e della Ricostruzione.

Negli anni ’20, vi fu una forte reazione contro l’ossessione militarista di intervenire nei conflitti stranieri. Per più di un decennio ne derivò una tendenza alla pace, all’isolamento e all’anti-militarismo. La storiografia e il mondo educativo si conformarono in modo abbastanza uniforme a questo clima intellettuale. Venne fuori il revisionismo e – complessivamente, prima che finissero gli anni ’20 - ebbe partita vinta contro i falchi del decennio precedente. Importanti storici revisionisti, come Sidney Bradshaw Fay e Charles Callan Tansill, vennero abbondantemente elogiati dai loro colleghi. Il massimo esempio giornalistico dell’impostazione e della cultura revisioniste, il libro Road to War di Walter Millis, divenne uno dei grandi bestseller degli anni ’30.

Non vi fu, dopo il V-J Day[6] del 1945, un’analoga fase di conciliazione, o di fuga dalle emozioni belliche. Insieme al proseguimento della propaganda bellica mascherata da storiografia, vi fu un impegno forte per impedire a coloro che avevano davvero a cuore la verità storica di esporre i fatti e le proprie idee all’opinione pubblica americana. Questo disegno è diventato noto con il nome di “Historical Blackout”. Esso manifestò lo sforzo globale, a partire dallo scoppio della seconda guerra mondiale, di sopprimere la verità sulle cause e i motivi del grande conflitto, che iniziò nel 1939, e sul modo in cui gli Stati Uniti vi erano entrati. Si trattava di ignorare od occultare i fatti che contrastavano con la propaganda bellica, quando c’era da scrivere libri su questi argomenti, e di reprimere, ignorare o screditare quei libri che avevano tenuto conto di tali fatti.

È stato detto spesso che questo blackout storico è oggi un complotto sinistro e deliberato per ostacolare la verità e mortificare la storia. Ciò è indubbiamente vero rispetto al programma e alle attività di certi gruppi minoritari e di certe organizzazioni ideogiche che hanno un particolare interesse a perpetuare la mitologia dell’epoca di guerra. Ma, in gran parte, è più il risultato involontario di quasi tre decenni dell’indottrinamento nato dalla propaganda bellica e interventista. Anche gli storici più professionali, che hanno iniziato la carriera accademica dopo il 1937, hanno accettato automaticamente come verità le distorsioni dell’interventismo bellico e pre-bellico. L’attuale blackout è più una reazione automatica al lavaggio del cervello che una cospirazione perversa. Ma tutto ciò non rende meno difficile resistere o vincere.

La situazione successiva alla seconda guerra mondiale è così l’esatto contrario di quanto accadde dopo la prima guerra mondiale, quando il revisionismo trionfò nel dibattito storico meno di dieci anni dopo l’Armistizio dell’11 Novembre 1918. Persino alcuni tra i più importanti leader del revisionismo successivo alla prima guerra mondiale, come Sidney B. Fay e William L. Langer, abiurarono il loro revisionismo, soccombettero al blackout storico e fornirono un sostegno appassionato alla finzione del drago da uccidere. Solo un anno e mezzo dopo l’Armistizio del 1918, Fay aveva distrutto per sempre il mito della colpevolezza esclusiva del gorilla Hohenzollern, come il Kaiser era stato dipinto durante il conflitto. Nel giro di dieci anni dopo la fine della guerra era nata una vera e propria biblioteca di libri revisionisti sulle responsabilità della calamità del 1914.

Nonostante il fatto che il materiale documentario a sostegno del revisionismo sia più abbondante, cogente e convincente di quello prodotto dopo il 1918, a tutt’oggi - nell’anno 1962 - non è stato pubblicato negli Stati Uniti, dagli studiosi americani, neanche un solo volume dedicato espressamente alle cause della seconda guerra mondiale: parliamo di qualcosa come ventitre anni dopo lo scoppio della guerra e diciassette dopo la sua conclusione.

In realtà, un libro relativo alla questione è stato pubblicato: Back Door to War[7] [In guerra dalla porta di servizio], di Charles Callan Tansill, ora decano degli storici della diplomazia. Presenta quasi altrettanto materiale sulle responsabilità del 1939 del libro del professor Taylor, è più accuratamente documentato e arriva praticamente alle stesse conclusioni di Taylor. Ma il libro di Tansill era stato concepito soprattutto per mostrare, con una documentazione impressionante, come – proprio come aveva detto Clare Boothe Luce – il Presidente Roosevelt aveva condotto in guerra gli Stati Uniti dal 1937 al 1941. Quindi, l’interesse era più per le origini di Pearl Harbor che per le responsabilità della guerra europea del 1939, e l’ampio e significativo materiale di Tansill su quest’ultima è stato generalmente ignorato. Vi è stato un certo numero di libri pregevoli e importanti, scritti da americani, che hanno completato il resoconto di Tansill sull’entrata in guerra americana nella seconda guerra mondiale, ma per la maggior parte sono stati ignorati o calunniati e la finzione del drago da uccidere rimane ancora quasi immacolata e inattaccabile.

Il libro del professor Tansill, America Goes to War, che venne pubblicato nel 1938, e che è di gran lunga il miglior resoconto sull’entrata in guerra americana del 1917, venne definito dal dr. Henry Steele Commager come “il contributo più importante della nostra letteratura alla storia degli anni pre-bellici e uno dei risultati più notevoli dell’erudizione storica di questa generazione”. Il suo Back Door to War è un resoconto altrettanto dotto ed erudito della nostra entrata nella seconda guerra mondiale, ma gli storici ortodossi sono stati indotti a liquidarlo come una forma di contro-propaganda risibilmente superficiale. Persino Charles Augustin Beard, il decano degli storici e degli scienziati politici americani, è stato impietosamente calunniato per aver osato proteggere la “castità di Clio”.

Sebbene diversi libri notevoli, scritti da autorevoli esperti, abbiano messo a punto i fatti sul disastro e sullo scandalo di Pearl Harbor, il professor Foster Rhea Dulles – scrivendo nella più famosa collana storica lanciata di recente negli Stati Uniti e co-diretta dal professor Commager – ha dichiarato che “non vi sono prove a sostegno di tali accuse”.

Quegli editori che potrebbero desiderare di divulgare la verità sulla seconda guerra mondiale sono intimoriti dai potenti Club del Libro, dominati senza eccezioni da coloro che sostengono il blackout storico. Il servizio di consulenza più influente, che ha un grande peso nel raccomandare l’acquisto di libri alle biblioteche pubbliche e alle librerie, ha la peculiarità di deridere e scoraggiare l’acquisto dei libri revisionisti. La favola del drago da uccidere rimane praticamente inviolata, per quanto riguarda la gran parte dell’opinione pubblica.

L’American Second Crusade di William Henry Chamberlin, il solo resoconto veritiero, per quanto di tipo divulgativo, della nostra entrata nella seconda guerra mondiale, è sicuramente paragonabile al Road to War di Millis del 1917. Ma, mentre il libro di Millis ha venduto 250.000 copie, un anno dopo la pubblicazione del libro di Chamberlin di esso non figurava neppure una copia in catalogo nella New York Public Library o in una delle sue sue molte filiali. Non c’è bisogno di supporre che tutti coloro che dirigono i club del libro e i servizi di consulenza libraria cerchino deliberatamente di corrompere o di ostacolare la verità storica riguardante gli affari internazionali. Essi, in teoria, sono dei sostenitori della verità. Solo che non sanno che cos’è. Sono emotivamente sintonizzati con i miti dell’epoca di guerra e la maggior parte degli storici che conoscono sembrano concordare con loro. Entrambe le categorie hanno subìto un lavaggio del cervello bastevole per una generazione.

Il succo di tutto ciò è che la generazione che dalla fine degli anni ’30 ha acquisito le sue conoscenze e prospettive in fatto di storia, è stata privata, ingannata e menomata dalla distorsione e dalla soppressione dei fatti riguardanti gli affari internazionali. Tutto ciò è particolarmente increscioso, a causa del ruolo straordinario delle relazioni e delle politiche internazionali nella vita, negli interessi, nelle decisioni e nei destini quotidiani dei cittadini americani odierni. Questo handicap è reale anche per coloro che al college si sono specializzati in storia. In realtà, è probabile che costoro rimarranno danneggiati dagli errori storici, dovuti ad un indottrinamento più intenso e abbondante a base di finzioni storiografiche, più di altri che si sono specializzati in letteratura, arte o musica.

L’importanza dell’assai discusso libro del professor Taylor sta nel fatto che potrebbe rivelarsi straordinariamente efficace nello spezzare il blackout storico. Grazie a una fortunata combinazione di circostanze, il libro ha scosso l’Inghilterra più di ogni altro libro di storia dedicato agli affari internazionali dall’epoca degli scritti di E. D. Morel, circa quarant’anni fa. È sperabile che l’edizione americana possa parimenti gettare uno squarcio di luce su un blackout storico che dura da quasi una generazione.

Per la generazione costituita dalla maggior parte dei lettori di questo articolo, il grande valore del libro di Taylor è che può rappresentare il logico punto di partenza per scoprire le pagine cruciali della storia smarrite dalla coscienza collettiva, senza le quali sono stati ingannati dal lavaggio del cervello e dal blackout storico. Coloro che sono interessati a proseguire questo percorso, troveranno utilissimi i seguenti libri: Liberal Opinion and World Politics [L’opinione liberale e la politica mondiale], di J. J. Martin, 1931-1941 (Devin-Adair); Back Door to the War, di C. C. Tansill (Regnery); Roosevelt’s Road to Russia [La strada di Roosevelt verso la Russia], di G. N. Crocker (Regnery); Beyond Containment [Oltre il contenimento], di W. H. Chamberlin (Regnery); e A History of the Cold War [Storia della Guerra Fredda], di John Lucas (Doubleday). Questi libri riportano le vicende storiche in modo continuativo dall’Amministrazione Hoover a quella di Kennedy.

Avendo quindi presentato con un certa abbondanza di particolari gli antefatti e il contesto del libro del professor Taylor, possiamo ora esaminare la natura e il significato del libro stesso. Innanzitutto, è il primo libro, pubblicato in una qualsiasi lingua, dedicato in modo esclusivo al compito di sfatare la messinscena del drago da uccidere, che ha alterato e distorto la prospettiva storica per quasi un quarto di secolo.

È probabile che nessuno storico contemporaneo sia più idoneo ad essere efficace e convincente dell’autore di questo libro. In primo luogo, è uno studioso inglese. Grazie all’erudizione di Rhodes[8] - e di altri simili personaggi che promuovono negli Stati Uniti l’anglofilia - gli storici inglesi, la loro erudizione, e la saggezza che viene loro attribuita godono di un’aura speciale. Tutto ciò dà a Taylor e al suo libro un prestigio particolare in questo paese. Poi, è pacifico che sia il più conosciuto e popolare degli storici inglesi contemporanei. Inoltre, è autore di alcune opere fondamentali di storia contemporanea – con i relativi rapporti diplomatici - la maggior parte delle quali dedicate almeno in parte alla recente storia tedesca. In altre parole, è uno specialista della materia oggetto del libro che qui recensiamo, cosa che non si può dire di certi suoi aspri critici, come A. L. Rowse e Hugh R. Trevor-Roper, in quanto il primo è uno specialista della storia e della poesia dell’epoca dei Tudor e il secondo della storia ecclesiastica e, parimenti, della poesia nell’epoca degli Stuart.

In tutti i suoi libri precedenti, Taylor ha sempre mostrato un’avversione piuttosto forte per i politici e i leader tedeschi. Quindi, non può logicamente essere sospettato di nessuna simpatia per i tedeschi o di alcun desiderio di discolpare Hitler, o qualunque altro politico tedesco, da errori o da crimini dimostrabili con documenti attendibili. Infine, è stato un attivo protagonista della sinistra inglese, del Partito Laburista, del movimento per il disarmo, e di altre prese di posizione e scelte politiche che rendono impossibile attribuire a uno come lui delle simpatie per qualsivoglia forma di totalitarismo, meno che mai per quello della Germania nazionalsocialista degli anni ’30. Clement Attlee e i laburisti furono, se non altro, più duri nel loro odio per Hitler e per il cosiddetto appeasement dei conservatori che furono al potere in Inghilterra nel 1938-39.

Quindi, sarebbe difficile immaginare uno storico in grado di offrire maggiori certezze che la sua critica alla tesi del drago da uccidere non vada oltre quello che l’esattezza storica e la documentazione attendibile rendono necessario. Essa è frutto dell’onestà storica e del coraggio professionale, quest’ultimo probabilmente superiore a quello di ogni altro storico della nostra generazione. È interessante notare che da quando il suo libro sulle cause della seconda guerra mondiale è uscito, un certo numero di recensori ostili hanno accusato Taylor di essere uno spacciatore di sensazionalismo in cerca di pubblicità che non deve essere preso sul serio come storico. Ma questi stessi critici sono in realtà gli stessi che avevano in precedenza elogiato la sua profonda erudizione quando i suoi libri riflettevano una forte ostilità verso la Germania e la sua politica.

Dopo aver precisato l’atteggiamento del professor Taylor verso la Germania, ed in particolare verso la Germania degli anni ’30 e verso Hitler, sarà bene chiarire il mio approccio personale a tali questioni. In quanto sostenitore da una vita della libertà di pensiero e di azione politica, e da critico di lunga data di qualsivoglia teoria razziale della storia, sarebbe difficile affibbiarmi l’etichetta di filo-hitleriano. Inoltre, dopo l’ascesa di Hitler e del nazionalsocialismo, ci ho rimesso più io – in termini di prestigio, influenza e contatti in Germania – di ogni altro intellettuale americano: sicuramente molto più di ogni altro storico. William L. Shirer e Dorothy Thompson sono stati lanciati verso la fama e il successo dall’ascesa dei nazisti e dovrebbero essere particolarmente grati alla comparsa di Hitler.

Il mio assunto è che vi sono ragioni sufficientemente valide per respingere il sistema sociale rappresentato dal nazionalsocialismo senza ricorrere alla massa di menzogne e di distorsioni più enorme, sensazionalistica e indifendibile che abbia mai degradato la cosiddetta scienza storica, e che ha indotto Clio a giacere con i gadareni[9] per un quarto di secolo. La mia vasta opera revisionista degli anni ’20 e dei primi anni ’30 era mirata a incoraggiare la revisione del Trattato di Versailles e a impedire l’ascesa al potere di Hitler o di chiunque altro come lui.

Parte 2

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13:40 Scritto da: waa359 in Verità Politicamente SCORRETTE | Link permanente | Commenti (1) | Tag: barnes, taylor, responsabilità inizio guerra | |  Facebook |  Stampa

Commenti

analisi bellissima..ma la risposta al perchè della crociata comune contro "il drago tedesco" e la sua ininterrotta demonizzazione da 60 anni personalmente la ricerco nella stessa ideologia nazionalsocialista. Le calunnie della propaganda bellica dopo il primo conflitto nei confronti della Germania cessarono con la sconfitta della nazione stessa perchè così conveniva, non c'era un ideologia da combattere, c'era solo un potente rivale economico e militare da mettere in ginocchio. Ciò che invece il "mondo democratico" temeva di più dalla rivoluzionaria Germania di Hitler non erano le sue armi, ma bensì le sue idee, ciò che rappresentava e incorporava. La paura che i stati del mondo potessero adottare idee nazionali e economie protezionistiche anti-capitaliste sull'esempio tedesco erano motivo più che sufficienti per voler la distruzione materiale e (soprattutto)spirituale di questa nazione. questo è anche il motivo del perchè l'America preferì un alleanza con l'URSS a quella con la Germania..il Comunismo rappresentava per il l'imperialismo americano una specie di "male minore", un idea certamente pericolosa, ma che cmq era in grado di tenere a bada o contenere più facilmente, (questo forse anche grazie alla visione internazionalista e globalizzatrice che le accomuna,
quasi fossero due facce della stessa medaglia). Il nazionalsocialismo è un idea arci-nemica di entrambe queste ideologie, ma in primo luogo del Capitalismo. Quando si inveisce oggi contro l'operato della Germania nazista e dei suoi leader, si attacca in realtà quell'acerrima idea che contrasta stridentemente con il sistema attuale..indi prevedo che non si smetterà mai di calunniare il nazismo, indipendentemente "dai fatti documentati" del suo operato, allo stesso modo in cui non si smetterà mai di accusarlo dell'antisemitismo più viscerale e diabolico, indipendentemente da ciò che effettivamente è stato operato. Il punto è che anche se la Germania avesse condotto la guerra più pulita e umana mai concepibile, per essa sarebbe cmq andata a finire in questo modo. questo senza il minimo dubbio.

Scritto da: Rjurik | 29.09.2010

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