12.08.2010
3 Schindler's List: l'immaginazione al potere...parte 3
parte 3
L'Olocausto non è certo «materia appropriata per una rappresentazione cinematografica. Ma nello stesso tempo credo che sia bene fare dei film su questo tema, per quanto quei film saranno sempre imperfetti e lontani dal rendere tutta l'inenarrabile verità».
Alla domanda se crede che l'olo-fiction possa costituire un'adeguata risposta alle infami tesi della storiografia revisionista, la faccia-di-bronzo Kaminski risponde di no: «Mi piacerebbe pensarlo, ma gli storici revisionisti sono dei malati di mente: essi rifiuteranno la storia sempre e comunque. Andranno a vedere Schindler's List solamente per attaccarlo». «Argomentazioni propagandistiche da minorati mentali di una mafia di destra, oppure già nuovamente nostalgica» sono, anche per il «tedesco» Herbert Strauss, le tesi di chi ricerca la verità oggettiva.
Invero, a parte la sequela di eccellenti vignette terrifiche - che peraltro ci illustrano uno sterminio «banale», compiuto cioè coi mezzi usuali ai cattivi di ogni risma: fucile, pistola, percosse, etc. - nella pellicola il Cardine Olocaustico, e cioè la camera a gas, è completamente assente («solo un lugubre camino fumante ci suggerisce, con tutto il pudore possibile, l'orrenda realtà», la volge sul patetico Luciano Tas).
L'unica realtà gassatoria è infatti costituita dalle dicerie, esplicitate come tali dal regista, che corrono tra le operaie (tipo: «No, io non l'ho visto, ma me l'ha raccontato uno a cui lo ha raccontato un altro che l'ha sentito da un altro ancora»). Nulla ci viene mostrato del gas, arma principe dello sterminio: solo voci riportate, rumeurs, «leggende metropolitane» di epoca bellica. Sul Perno dell'Olo-Immaginario Spielberg non prende posizione. Pur rafforzando negli spettatori culturalmente o intellettualmente più sprovveduti la Superstizione attraverso le suddette vignette, quanto al gas il Nostro si limita a suggestionare. E ciò a un punto tale che un critico malizioso potrebbe perfino valutare il film non come l'ultima operazione sterminazionista, ma come la prima ammissione in senso revisionista, un artificio per sottrarsi in souplesse alle sempre più numerose smentite dell'indagine storica (exempli gratia, gli studi di Butz, Faurisson, Sanning, Stäglich, Bohlinger, Ney, Walendy, Leuchter, Mattogno, Roques, Rudolf, Graf, Gauss e Werner).
Qualche altra confidenza, rivelatrice del sapiente lavoro di lima dei professionisti della manipolazione - suggestioni che mai giungeranno a livello conscio pur svolgendo la loro azione nefasta nei cervelli immaturi - ce la porge poi Janusz, l'altro Kaminski: «In bianco e nero la differenza sostanziale è che bisogna creare una separazione attraverso l'illuminazione. A causa dell'assenza di colore, mentre giravamo, dovevo puntare la luce sui volti in modo da trasformarli negli elementi più luminosi della scena; ho chiesto ad Allan Starski di assicurarsi che le pareti fossero dipinte di una tonalità più chiara o più scura rispetto ai volti presenti in scena, in modo da non far confondere i volti con lo sfondo». Desiderio del cinematographer è infatti che, attraverso gli accorgimenti adottati, «un domani, a distanza di anni, la gente nel vedere questo film non [sia] in grado di stabilire l'anno della realizzazione».
Quanto a Stevie, durante le riprese egli esorta, infaticabilmente, gli attori a mantenersi all'altezza del Compito: «We are not making a film, we are making a document, Non stiamo girando un film, stiamo facendo un documento». Chissà quale stizza nel leggere allora su Commentary, dopo il trionfo, le parole della newyorkese Ruth King la quale, pur affermando di aver constatato che l'Opera non è quella «gratuitous Hollywood version of the Holocaust», infondata versione hollywoodiana che la predominantly Christian audience le aveva fatto temere, ne demolisce tuttavia le alate ambizioni con sole dieci parole: «The movie is not perfect, nor can it legitimately be called a "document", i1 film non è perfetto, né si può legittimamente definire "documento"». E questo per non parlare dell'indignazione di Milton Birnbaum di Springfield, Massachusetts («Spielberg has Hollywoodized the Holocaust, the most tragic event in history»), o della critica della shiksa («non ebrea», l'equivalente femminile di goy) Ellis H. Potter, dirigente della Basel Christian Fellowship, che dall'elvetica Basilea non si tiene dallo scrivere che il Nostro «non è sfuggito allo stile dei cartoni animati di tutte le sue precedenti opere. Tutti i personaggi sono gente stereotipata [cardboard people], tracciati semplicisticamente, raffiguranti infimi attributi [minuscule aspects] di un vero essere umano».
E questo per non parlare di Philip Gourevitch, che, pur devoto dell'Olo-Religione, staffila quale «inverted history» e «kitschy melodrama» quella «pellicola i cui partigiani pretendono possa servire come resoconto definitivo della distruzione dell'ebraismo europeo per una massa di spettatori che non ne sapevano niente [for a previously ignorant mass audience]»: «Ci si può certo aspettare che Schindler's List resti per parecchio tempo la cinghia di trasmissione primaria della "storia" dell'Olocausto nel mondo, [ma dei miei contestatori] nessuno ha detto di non avere saputo nulla dell'Olocausto prima di aver visto il film, o di essere entrato nel cinema senza già sapere con chi si sarebbe identificato; e nessuno ha detto di avere imparato qualcosa da Schindler's List [...] Il doppio metro di giudizio che garantisce uno statuto sacrale alle rappresentazioni dell'Olocausto, e alle emozioni che destano, riflette la pericolosa tendenza che ho descritto nel mio articolo: lo scambio dell'artificio con l'evento e della commemorazione col vissuto [...] Ben Kingsley, che nel film impersona un ebreo, ha detto che gli Oscar non sono abbastanza per Steven Spielberg, che dovrebbero dargli il Nobel per la Pace. Questa fantasia imbecille [asinine fantasy] fa il paio col commento di Jeffrey Katzenberg, capo della Walt Disney [dal settembre 1994 socio dei confratelli Spielberg e David Geffen in un nuovo gigante multimediale, n.d.A.], che recentemente ha dichiarato al mensile New Yorker che va pazzo per Spielberg [who recently told the Spielberg-crazed New Yorker magazine], "Non voglio caricare di troppa responsabilità la pellicola, ma penso che essa porterà la pace sulla terra, buona volontà a tutti gli uomini" [it will bring peace on earth, good will to men]».
Ma su tutte le critiche Spielberg scivola leggero, permettendosi in soprappiù un qualche svolazzo di chutzpahica sincerità: «Sono state usate al quaranta per cento macchine da presa a spalla per raccontare gli eventi il più possibile come un giornalista più che come un regista che tenta di evidenziare la suspense, l'azione ed il pathos. Il bianco e nero e la cinepresa a mano conferiscono al film un taglio documentaristico, da cinema-verità. Incarna la verità che stavamo tentando di esplorare e trasmettere. In un certo senso la fa sembrare più reale» (corsivo nostro).
Il film, istiga di conserva lo storico Piero Melograni, avvinto dalla novellistica sterminazionista, trasmette allo spettatore «l'essenza dei fatti» (sic!): «Per questo [...] merita di essere visto e difeso. Nelle società di massa, difatti, un'opera cinematografica ben realizzata costituisce una forma di comunicazione assai più potente di un libro o di un comizio televisivo. Grazie a Schindler's List, insomma, milioni di persone si accosteranno alla dura realtà dello sterminio, rifletteranno e forse non dimenticheranno. Le immagini possono far più presa delle parole». Ancora più rivelatore è il giudizio dell'eletto Lorenzo Cremonesi, che lega la storia alla più urgente attualità politica: «Ovvio il significato politico e scontate le implicazioni pratiche di un benvenuto così caldo alla pellicola. Di fronte ai rigurgiti antisemiti, ai movimenti che non esitano a negare l'esistenza dell'Olocausto, la "Lista di Schindler" si rivelerà uno strumento molto utile per ricordare al mondo le atrocità della persecuzione voluta da Hitler. E ciò è particolarmente vero in seguito all'ondata di critiche internazionali contro Israele seguite all'eccidio palestinese a Hebron venerdì scorso [25 febbraio 1994]».
Anche Spielberg collabora al lancio, singultando, commosso, le ragioni di tanto impegno: «Nei licei americani il 23 per cento dei ragazzi pensa che l'Olocausto non sia mai veramente successo e il 50 per cento non sa nemmeno cosa significhi [secondo altra fonte le percentuali date dal Nostro sono 20 e 60]. L'unico modo per combattere l'ignoranza su quei fatti è trascinare la gente a vedere questo film. So che chiedo molto al pubblico, ma non è nulla paragonato a quello che hanno sofferto tanti milioni di ebrei». In un'émpito di furbesca ammissione, il Nostro continua: «Spero di portare il film nelle scuole superiori, come metodo di informazione, non soltanto come metodo didattico, perché i film, in realtà, non insegnano niente [troppo buono!, n.d.A.]. Un film ti fa rivivere l'esperienza dell'Olocausto vissuta dai superstiti e dalle vittime. Nient'altro [ancora troppo buono!, n.d.A.]. Forse un libro può fare di più, ma a volte le immagini di un film riescono ad essere più profonde di qualsiasi esperienza reale. Penso che questo film sia uno sguardo sulla realtà. O almeno lo è per me, dopo tutti i mondi fantastici che ho costruito nella mia carriera di regista. Spero che, dopo avere visto il film, alla gente venga voglia di sapere qualcosa di più su ciò che accadde fra il 1933 e il 1945» (a conforto del Nostro la MCA/ Universal commissiona alla Lifetime Learning System una guida «didattica» da distribuire in migliaia di scuole superiori e di college - quanto agli asili ci pensa la psicologa newyorkese Judith S. Kestenberg, ideatrice di un albo a figure per indurre i bambini a rigettare il «nazismo» dall'età di tre anni, educandoli «alla tolleranza e al sentimento di giustizia»).
Ed ancora, più franco e virtuoso: «Ho capito che dovevo fare questo film per due motivi, uno politico, l'altro esistenziale. Politicamente, viviamo in un momento in cui le meraviglie della tecnica possono consentire pericolose manipolazioni [ma guarda!, n.d.A.]. E c'è il rischio che passino operazioni pseudoculturali di chi nega addirittura lo sterminio [...] Questo film io l'ho fatto in memoria dei nostri caduti, perché i giovani ebrei di oggi non dimentichino quello che è accaduto. Ma ho voluto distribuirlo in tutto il mondo perché lo vedessero anche gli altri, i gentili». Il messaggio del film non è comunque politico, ma nobilmente educativo: «Imploro gli insegnanti di tutta l'America di far sì che lo sterminio di sei milioni di ebrei non rimanga una nota a piè di pagina sui libri di storia» (ancora a conforto del Nostro, dopo i numerosi corsi di studi e le pubblicazioni edite in proposito dai governi di California, Connecticut, Georgia, Illinois, Iowa, Maryland, Massachusetts, Michigan, New Jersey, New York, città di New York, Ohio e Pennsylvania, è il New Jersey a inserire per primo, negli insegnamenti di ogni ordine e grado, un corso obbligatorio su "Il genocidio degli ebrei sotto il dominio nazista", nel quale i docenti illustreranno «la responsabilità personale [di ognuno] nella lotta contro il razzismo e l'odio»).
E l'esortazione viene raccolta anche in Italia. Ecco quattro reazioni di spettatori intervistati dai Nostri all'uscita dei cinema romani, risposte che riportiamo senza commento, poiché si giudicano da sole. La tedesca Marianne Perk, che vive in Italia da anni, «è visibilmente scossa e quando le chiediamo, qualificandoci, una impressione sul film, non riesce a trattenere le lacrime»: «Sono nata in Germania lo stesso anno di Anna Frank [...] Ringrazio Dio di vedere lei, un giovane ebreo, appena uscita dal cinema. Sì, provo una grande gioia a parlare con lei. Questo film mi ha riportato a quegli anni tremendi, a quella atmosfera di terrore [...] Mio padre aveva sempre rifiutato il nazismo e la sua ideologia. E di questo ora, anche in questo momento, sono particolarmente felice, perché non avrei potuto vivere con il rimorso di avere avuto un padre nazista» (Spielberg è responsabile non solo dei complessi di colpa riaccesi nella povera Marianne, ma anche delle angosce indotte nella psiche della settantacinquenne «cecoslovacca» Ruzena Stanley, che nel luglio, dopo aver visto il film, giunge a suicidarsi a Londra sotto il peso dei «ricordi»). Per G.M., studentessa diciassettenne, la voce incrinata dal pianto, il film costituisce un Evento: «Studiando sui libri uno non si rende conto di quello che è veramente successo. Le cose rimangono lontane, astratte. Vederle così, in un film, è molto triste; è davvero molto triste». Un altro studente: «Io non sapevo che le cose fossero andate in questo modo. Ne avevo sentito parlare, ma non mi ero mai reso davvero conto di quanto è accaduto. È un film che consiglierò a tutti i miei amici. E anche ai loro genitori». Altri ragazzi sono venuti al cinema «consigliati» dall'insegnante di lettere: «Ha detto che ci avrebbe giustificato per l'interrogazione di domani se fossimo andati a vedere Schindler's List». «Ma non era obbligatorio, infatti molti della nostra classe non sono venuti», aggiunge «frettolosamente una sua compagna, quasi a giustificarsi».
Ma perché lasciare tanta Rieducazione all'iniziativa di un qualche isolato docente? L'operazione è meglio compiuta se collettiva, l'odio più convincente se sparso a più mani, i cervelli meglio lavati su scala industriale, l'accettazione di una tesi è resa più facile con la suggestione di tanti eventi individuali, piuttosto che dallo studio incessante e dalla faticosa ricerca documentaria (tutto ciò sa bene il démi juif Ian Buruma, quando cerca di farci credere, volpino, che «l'immaginazione è l'unico strumento di cui disponiamo per identificarci col passato. Solo attraverso l'immaginazione - e non mediante statistiche, documenti o finanche fotografie - gli esseri umani vivono in qualità di individui, e si creano storie, anziché la Storia»).
Ecco allora a Milano un «semplice cittadino», folgorato dal Verbo, acquistare biglietti per impartire a 1428 studenti, il 28 aprile, ricorrenza dell'assassinio di Benito Mussolini e data-simbolo dell'eccidio postbellico di cinquanta mila fascisti, la «lezione di storia» (durante l'orario scolastico, ché altrimenti l'affluenza non sarebbe tanto copiosa): «Spero che i giovani capiscano cos'è il razzismo, che cos'è l'antisemitismo, che cosa è stato l'Olocausto [...] Nessun intento politico. Non dobbiamo dimenticare [...] Spero, naturalmente, che questa iniziativa non resti isolata» (il modello seguito dall'Incognito è Spielberg il quale, ben conscio del valore del soldo, mette tuttavia a disposizione degli studenti californiani solo 16.000 dollari, alla condizione inoltre che i cinema abbassino il prezzo del biglietto ad un solo dollaro). Cosa che tale peraltro non resta, poiché, coadiuvando la Rieducazione, perfino il leader «neofascista» Gianfranco Fini, in cerca di legittimazione sistemica, condanna le beffe di quelli che, invocandone apertamente la repressione, definisce «naziskin», cioè - decrittiamo - di coloro cui ripugna portare il cervello all'ammasso: « E la dimostrazione che ai giovani bisogna insegnare la storia». Ma che i giovani abbiano appreso la lezione senza i suoi consigli lo dimostrano tosto, in una lettera al Corriere della Sera, tali Francesca Borgonovi e Sandra Perletti, terza liceo scientifico «Zaccaria», le quali, se non il paradiso, si sono certo guadagnate la promozione (ne riportiamo integralmente nomi e missiva, grati per la convalida offerta a tutte le nostre tesi - ci si permetta però di segnalare in corsivo i passi più toccanti): «"Anonimo ringraziasi". Potrebbe essere questa l'inserzione di 1400 studenti milanesi per "ringraziare" un benefattore sconosciuto che ha donato dieci milioni al cinema Odeon per fare in modo che venisse proiettato il film di Steven Spielberg Schindler's List. Nell'attuale sistema scolastico, che risale a più di trent'anni fa, le immagini, la musica, le persone sono ritenuti mezzi meno efficaci delle lezioni tradizionali a stimolare i ragazzi verso lo sviluppo di un senso critico. Anzi non si riesce ad ammettere che andare al cinema possa essere una lezione scolastica. Schindler's List ha cambiato il nostro modo di rivolgerci alla guerra, al genocidio degli ebrei, ad una parte importante della nostra storia. È stato diverso dal solito documentario che spesso viene proiettato nelle classi: la differenza è nel fatto che, mentre i documentari sono quasi una fredda sequenza di immagini che seguono lo stile dei libri di testo, nella finzione cinematografica viene ricostruita la vita. Vedendo l'uomo Schindler o un bambino, noi ci siamo visti allo specchio, abbiamo visto la violenza e la morte attraversare la nostra mente, diventare esperienza. Ci siamo resi conto che la verità non era più mediata dalle parole, dalla razionalità con cui si studiano anche le lezioni più interessanti, era lì, vicino, drammaticamente reale, viva e pulsante come il saluto del portiere o il fischio del vigile. In questo modo le immagini dei bambini, anche se solo pallidi riflessi di quelli veri, sono diventati i nostri bambini uccisi, i massacri rappresentati, anche se semplici spezzoni di pellicola, sono ora i massacri visti dai nostri occhi. Un personaggio del film ha detto, in un altro contesto, che "la lista è tutto, oltre la lista, attorno alla lista nulla". Finalmente anche noi siamo entrati nella lista, siamo usciti dal vuoto di parole ridondanti e ripetitive che non avevano significato. Si è parlato molto della mancanza di un ricordo storico che hanno i giovani, e si è anche detto che questa è la causa del riesplodere di fenomeni nazisti ed antisemiti. Una risposta? Dare ai giovani ricordi di persone e storie individuali proprio come chi ha vissuto la seconda guerra mondiale dal vivo, tante storie nella storia, come ogni giorno nella realtà. Quindi ancora grazie, signore, per averci regalato dei ricordi; per averci fatto capire che chi salva un uomo, in ogni senso, salva il mondo» (dopo aver visto quel film «stupendo e terribile», anche la giovane ebrea Shira Helfman di Atlanta si identifica «col popolo ebraico come totalità [...] ero veramente orgogliosa per ciò che abbiamo passato»).
E grazie dicono a Giovanni Ramella, preside del torinese liceo Massimo D'Azeglio, alcuni studenti demo-anti-«nazi», comandati alla visione in orario scolastico, per i quali non solo la Lista «è meglio di mille lezioni fatte di parole», ma che, autorevolmente insipienti, bocciano una lettera di protesta indirizzata al preside da quattordici docenti dell'istituto, in testa «il docente revisionista» professor Francesco Coppellotti (curatore e traduttore in Italia delle opere di Ernst Nolte), che si sono permessi di sottolineare l'unilateralità/diseducatività dell'Operazione Visione Scolastica. Blasfemi, numerosi studenti di Genova e Siena, «comandati» all'olo-visione dai presidi, mettono invece in burla, di fronte alla truculenza di certe scene, l'Opera Somma con urla, approvazioni, risa, lazzi e schiamazzi, suscitando scandalo sui mass media.
Quanto agli USA, ad Oakland un'eguale messa in burla dell'Opera suscita non solo l'indignazione di Spielberg, che si precipita a redarguire i temerari («per la maggior parte negri», rileva Moment), ma anche l'ira del produttore Sidney Sheinberg, che contatta ipso facto il governatore Pete Wilson e lo invita a sanzionare i 69 studenti di Castlemont High che, condotti alla Visione dall'insegnante Rick Finkelstein, non hanno mostrato un proper respect, decoroso rispetto.
Anche la consigliera municipale Mary Moore afferma, sconcerto-indignata: «Ho sentito una ragazza bianca non-ebrea giudicare tedioso Schindler's List. Vuol dire non aver capito proprio niente [this is a case of zero comprehension]. Il tragico fallimento dell'insegnamento di questa parte di storia è il fallimento del sistema educativo dell'intera nazione».
E per non andare incontro al medesimo fallimento, ecco in Italia scendere in campo, a quietare le acque contro i «casi di intolleranza di qualche scolaresca di fronte al film sulla shoah» (così su Shalom, e al ridicolo, come all'impudenza, non c'è mai fine), i docenti Pupa Garribba e Clotilde Pontecorvo, la preside Paola Sonnino, lo psicanalista Davide Meghnagi e Marina Marmiroli Hassan, coordinatrice del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Pur rilevando la «straordinarietà» dell'«esperienza collettiva» della visione scolareschica, la prima rileva che portare le classi senza una preventiva «preparazione» può essere controproducente e deleterio, sia perché «c'è sempre qualche ragazzo fascistello che non aspetta altro che ridere davanti alle immagini dei campi di concentramento», sia perché gli schiamazzi spesso sono «reazione ad un impatto violento al quale gli studenti sono impreparati: è una reazione illogica che serve a superare uno stato d'animo di grande angoscia» (anche Meghnagi consiglia di addestrare i docenti alla gestione degli aspetti emozionali e delle dinamiche di gruppo nei confronti di «situazioni che investono il presente, che mettono in moto il bisogno di ripulirsi la coscienza per non sentirsi in colpa»).
Essendo «un film che documenta una realtà storica», prosegue la Sonnino, deve «essere commentato e spiegato, magari già durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, dai docenti di storia e di italiano, ad una classe, o al massimo a due insieme. In questo caso, si spiega, si commenta, si puntualizza, e il messaggio viene sicuramente recepito». Che i ragazzi non siano da biasimare (finché almeno non si mostrino di dura cervice) lo sostiene anche Settimia Spizzichino, ex deportata: «I ragazzi non sono mai insensibili. Se qualcuno ride davanti alle immagini di Schindler's List la colpa è solo della pubblica istruzione e in particolare dei professori che non li preparano adeguatamente».
Alla psicologa Masal Pas Bagdadi viene invece «voglia di prenderli a sberle, ma ciò servirebbe solo a placare momentaneamente la rabbia». Suggerendo di moltiplicare le iniziative olo-filmiche e di usare come materia d'obbligo scolastica gli Schindler's List, la psicologa, pur «contraria a sofferenze gratuite o visioni di violenza di cui è carica la nostra televisione ed il nostro cinema», invoca diuturne raffigurazioni sterminazionistiche al fine di portare «i nostri ragazzi ad un maggior impegno nella lotta al razzismo in generale e all'antisemitismo in particolare».
Incitando a non permettere che la storia [...] si sbiadisca col passare del tempo», si scaglia poi, con astuzia trimillenaria, contro i «naziskin» che «nei loro raduni ufficiali divulgano l'idea che i campi di concentramento ed i forni crematori non sono mai esistiti e sono invenzione degli ebrei stessi... e questo dopo soli cinquant'anni e quando i testimoni sono ancora in vita!» (nessun revisionista, sottolineiamo al lettore, ha mai pensato di negare l'esistenza dei campi di concentramento e dei forni crematori, bensì la realtà delle camere a gas, la genuinità di molti «documenti» e la veridicità di moltissime testimonianze). Ma il messaggio rieducatorio (è doveroso, aggiunge la Marmiroli Hassan, che gli studenti abbiano «una buona preparazione storica già iniziata dai loro insegnanti: lezioni, letture adeguate, discussioni in classe») è stato da tempo già recepito dal Sistema attraverso l'organizzazione di convegni (ad esempio: «Ebrei ed ebraismo nel mondo della scuola - Aspetti didattico-formativi per le discipline storico-sociali», tenutosi in Roma il 10, 11, 17 e 18 marzo 1992) e l'emissione di circolari ministeriali ai Provveditori, quali la n.65/24 febbraio 1994 e la n.73/2 marzo 1994, «Trasmissione videocassetta e guida didattica del progetto "Chi sono gli ebrei"» e «Dialogo interculturale e convivenza democratica: l'impegno progettuale della scuola», a firma Rosa Russo Jervolino, partitante col ministro dell'Interno Nicola Mancino e querula presidente DC.
A illustrare la strategia dell'offensiva mondialista ne basti qualche scampolo. Citiamo in primo luogo 1'opuscoletto di sedici pagine, dispensa «s-didattica» ad usum delphini curata dall'inglese Film Education che, come detto in quarta di copertina, «è un ente sponsorizzato dall'industria cinematografica. Il suo scopo è quello di promuovere l'uso dei film nei programmi scolastici e di incrementare l'utilizzo delle sale cinematografiche da parte delle scuole. A questo scopo pubblica materiale di studio gratuito e promuove visite organizzate, conferenze e seminari». Quanto alla sostanza del contendere, la Study Guide esamina «alcuni aspetti del background di Schindler's List - La Lista di Schindler [gettando] anche uno sguardo sulle sfide che hanno affrontato i realizzatori del film nel riprodurre eventi che sono realmente accaduti». A tal fine il libello si presenta allo studente come una serie articolata di esercizi (inconcepibili dal punto di vista della serietà storiografica e dell'interpretazione storica) volti a «riempire i vuoti della storia».
Aulicamente pietosa la prima circolare: «Questo Ministero, d'intesa con I'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e con la RAI, al fine di prevenire fenomeni di intolleranza e concorrere alla formazione interculturale dei giovani anche attraverso la conoscenza corretta di culture diverse, ha realizzato un progetto tendente a rendere coscienti gli allievi sugli aspetti più significativi della religione, della storia e della cultura degli Ebrei [...] I materiali sono destinati agli studenti delle scuole secondarie ma saranno inviati anche alle scuole medie in cui [sic!] sarà cura dei docenti prevederne un utilizzazione [sic!, senza apostrofo, bella Istruzione!, n.d.A.] adatta al livello cognitivo degli alunni. Le SS.LL. organizzeranno incontri di presentazione dei materiali ai capi di istituto delle scuole della provincia coinvolgendo, in modi e termini adeguati e sempre che se ne ravvisi l'opportunità, espressioni culturali significative dell'ambito provinciale. Le scuole dovranno, entro la fine dell'anno scolastico, far pervenire alle SS.LL. una relazione sui risultati dell'utilizzazione dei materiali e sulla eventuale produzione di progetti particolari». Quanto alla seconda: «La prevenzione dell'antisemitismo comporta una riflessione sulle radici storiche e ideologiche del fenomeno e sull'enormità del genocidio, nonché una migliore conoscenza dell'ebraismo e dell'apporto dei cittadini italiani di religione e cultura ebraica al progresso civile e scientifico della nostra società»...
Più problematico, in una tavola rotonda tra correligionari, è Ernesto Galli della Loggia: «Gli studenti non sanno nulla, e non solo di storia. Ma se la risposta dev'essere quella di propinargli lezioncine, corsi, spettacoli cinematografici, invitandoli poi ad essere contro l'antisemitismo e il razzismo, la risposta è sbagliata e giudico deleterie tutte queste cose. Fare una conferenza contro l'antisemitismo ha l'unico effetto di rinfocolare l'antisemitismo. I ragazzi hanno una specie di elementare e animalesco senso di giustizia e percepiscono che c'è disparità tra l'oratore incaricato di diffondere buoni sentimenti contro gli antisemiti e gli antidemocratici e dicono (o pensano): "Quelli però, cioè gli antisemiti e gli antidemocratici, non li fanno parlare mai!"».
Quanto alla Germania, mentre gli storici Ernst Nolte e Rainer Zitelmann non si tengono dal criticare la smaccata faziosità, l'ipocrisia e la falsità della Congrega Rieducante (il secondo si permette addirittura di attaccare la scelta dei valori occidentali, definendola «una utopia politica che punta ad una penetrazione quasi totalitaria dell'intera società»), si appellano invece corali all'ex disertore Weizsäcker i «rappresentanti del popolo» (o più esattamente gli affiliati alla «banda dei quattro»: CDU, SPD, CSU e FDP, più i soliti Verdi cosmopoliti - «Lieber weltoffen als national beschränkt», «Meglio aperti al mondo che resi ottusi dalla nazione», suona su un loro manifesto un negro sogghignante che rigira tra le mani un girasole). Così Michael Glos, capogruppo CSU: «Il presidente dovrebbe impegnarsi con tutta la sua autorità per convincere la TV pubblica a trasmettere il film». «Dovrebbe andare in onda il più presto possibile. Sono convinto che avrebbe lo stesso impatto emotivo creato alcuni anni fa dallo sceneggiato Holocaust», gli si affianca, benaugurante, il CDU Klaus-Heiner Lehne. «Schindler's List potrebbe contribuire alla costruzione di una coscienza e di una sensibilità contro l'estremismo neonazi.
Un intervento del presidente sarebbe importantissimo», aggiunge solidale 1'SPD Axel Wernitz. Il prezioso bilancio finale lo traccia però Wolfgang Wipperman, specialista in storia del Terzo Reich alla Libera Università di Berlino: «Fare i conti col passato nazista è un compito fondamentale della nostra cultura politica, e penso lo sarà sempre. Oggi a molti tedeschi piacerebbe dire che siamo uno stato "normale" con una storia "normale". Poi saltano fuori cose come questa, e non possono farlo».
Quanto a Spielberg, memore dei suoi precedenti poltergeist, non ci nega, parlando di Auschwitz, «terreno sacro e frequentato dagli spiriti», un tocco inquietante: «Mai prima d'ora ho versato tante lacrime girando un film. E ho pianto non solo perché si trattava dell'Olocausto, ma anche perché ero consapevole del fatto che tutto si era svolto nel luogo preciso in cui stavamo girando. Perché quando si fa un film ad Auschwitz si percepisce la presenza dello spirito dei morti [...] Tornai indietro da solo, e mentre camminavo nella neve mi dicevo che avevo fatto bene ad accettare di non fare riprese dentro il campo di concentramento. E poi successe una cosa strana. Volevo riprendere Birkenau con la mia telecamera personale, ma non funzionava. Le immagini erano molto disturbate e mancava completamente l'audio. Quando uscii dal campo e tornai alla macchina, la telecamera riprese a funzionare, normalmente. Funzionava dappertutto, tranne che nel campo di Birkenau» (chissà che indignato patema deve aver quindi successivamente provato, il nostro Spielberg, nel venire a sapere che il molto più pratico correligionario Zolzislaw Les ha pensato bene di fare fruttare la cosa, istituendo un giro turistico sui luoghi delle riprese, con tanto di guida in polacco, inglese e tedesco, nonché da cartoline illustrate).
L'avere girato il film, continua il regista, è stato una valvola di sfogo per la paranoia accumulata in tutta una vita: «I miei genitori parlavano costantemente dell'Olocausto: abbiamo perso otto parenti nei campi di sterminio. Ma non ne parlavano con tristezza, la loro era pura rabbia, e io sono cresciuto pieno di furia nei confronti di Hitler e dei nazisti. E quando ho iniziato il film la mia rabbia esplodeva anche contro gli attori tedeschi, soprattutto quando li vedevo in uniforme».
Tanto lodevole razzismo antitedesco - ci fosse una giustizia divina il Nostro verrebbe dannato alle fiamme eterne per l'immondo incitamento all'odio che trasuda ogni inquadratura - non gli impedisce tuttavia di pontificare, magnanimo al pari di Bejski e della Zevi: «Non mi importa se non recupererò nemmeno la metà dei soldi che ho investito [timore del tutto infondato, specialmente dopo l'assegnazione dei sette Oscar, che la settimana seguente comporta una impennata del più 31 per cento di spettatori, n.d.A.] per via dell'argomento poco divertente: questo film andava fatto, specialmente adesso che il mondo è dilaniato da odii razziali e pulizie etniche di ogni tipo». Con la stessa aria rieducatoria il démi juif Ben Kingsley, nel 1989 già protagonista del televisivo The Murderers Among Us: The Simon Wiesenthal Story e che interpreta il personaggio di Stem, definisce Spielberg «un minimalista attentissimo a non manipolare le emozioni del pubblico» [sic!], richiamandoci a quella «tragedia ancora così vivida nella memoria collettiva»: «Abbiamo avuto modo di vedere in azione un antisemitismo di prima mano, e questo mi riempie di disperazione [...] Sul set di Schindler's List abbiamo spesso trovato graffiti antisemiti e alcuni polacchi sono venuti a raccontarci con nostalgia quanto si stesse bene sotto i tedeschi [a muso duro una donna dice a Fiennes: "I nazisti non uccidevano chi non se lo meritava"; un'altra: «con quanto fiato aveva in gola»: "Chi se ne frega di quegli stronzi di ebrei"; all'uscita da un ristorante altri, dopo avere lanciato invettive ed essersi passati un dito sulla gola disegnando un cappio, si prendono una sventola dall'ex Gandhi, n.d.A.].
Bisogna invece che la gente non dimentichi le atrocità del dominio nazista, perché è l'unico modo per impedire che questo capitolo della storia si ripeta». Deamicisiano infine il richiamo al piccolo Spielberg/ET: «È il primo film personale della mia vita. A scuola mi picchiavano, mi tiravano addosso oggetti e mi insultavano. Mi sentivo un alieno, un diverso e provavo tanta paura e vergogna». Ma, divenuto famoso, la rivincita: «Sono arrivato tardi a sfruttare il mio potere per fare un film che nessuno a Hollywood avrebbe mai fatto: un film sull'Olocausto di tre ore in bianco e nero! È stato bello scoprire che mi è bastato andare alla Universal per avere 22 milioni di dollari per fare qualunque film volessi» (anche perché nelle prime 14 settimane, e nei soli States, ne ha incassati 60, saliti a 90 dopo altre otto; al contempo il Nostro non solo si fa maggiore azionista della Knowledge, una produttrice di software educativi su cd-rom per ragazzi, ma ricava milioni da «offerte speciali», come quella vantata dal settimanale Télémoustique del 7 luglio: «Per 6500 franchi [belgi], la versione lusso comprende il film, il romanzo, un libro di foto del film, la musica e una lettera di Spielberg!»).
E tanto più bello, aggiungiamo, quanto più la fantasticheria sarà imposta ad infinite scolaresche da quegli insegnanti che avranno scelto di non adempiere all'uso, invero arduo, della ragione. E tanto più bello, quanto più l'ansia di verità dei kaminskici «malati di mente» potrà venir soffocata, oltre che dai giullari e dalla repressione del Sistema, da quintali di celluloide miliardaria.
Gianantonio Valli
Miliardi di eventi che formano la trama della storia umana possono essere liberamente interpretati da ognuno. Uno solo - l' «Olocausto» degli ebrei nelle camere a gas tra il 1942 e il 1944 - è decretato indiscutibile sotto pena di multe, carcere ed anche, talora, interdizione professionale o morte civile. Le migliaia di anni che precedono il 1942 e il mezzo secolo che segue, il 1944 possono, almeno in via di principio, essere oggetto di qualsiasi interpretazione, mentre al contrario la storia degli anni 1942-1943-1944, e solo quella, è stata posta sotto l'alta sorveglianza delle autorità religiose, politiche, giudiziarie e massmediali di questo paese.
Eric Delcroix, La police de la pensée contre le révisionnisme, 1994
10:46 Scritto da: waa359 in Articoli di G.Antonio Valli, Industria dell'olocau$to, Schindler's List | Link permanente | Commenti (0) | Tag: valli, truffa, industria olocausto |
|
Facebook |
Stampa



Scrivi un commento