11.08.2010

2 Gli OMICIDI di Norimberga parte 2

Gli OMICIDI di Norimberga (WaA359)

Il termine "omicidi" è dovuto perchè :

1) In tale processo si accettarono e "accertarono" 4.000.000 di omicidi ad Auschwitz

2) In tale processo si attribuì il massacro di Katyn ai Tedeschi

3) In tale processo si processò la Germania per "Guerra di aggressione" e non l'URSS che aveva compiuto lo stesso "reato"!

Oggi sappiamo che ad Auschwitz NON furono uccisi 4.000.000 di persone.

Oggi sappiamo che lo sterminio di Katyn fu eseguito dai comunisti dell'URSS.

...QUINDI fu un processo truccato,quindi le esecuzioni furono degli OMICIDI!

Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt Stalin,yalta,killers,hangmen.JPG

Churchill Winston

Roosevelt Franklin D.

Stalin,

furono questi 3 soggetti a stabilire , ad Yalta,la celebrazione del processo. (WaA359)


Norimberga ultimo atto l’impiccagione dei gerarchi nazionalsocialisti

Parte 2

Di Giacomo Busulini


“Goring mi fregò, si suicidò nella sua cella inghiottendo una capsula di cianuro che nessuno ha mai saputo come gli fosse arrivata…Mi fregò? E si, ormai era un fatto personale fra noi carnefici e lui. Quando passavo davanti alla sua cella, Goring mi gridava sempre, in un inglese spezzato ma comprensibile: “Ehi, boia, non riuscirai ad ammazzarmi” e io gli gridavo di rimando: “Aspetta, aspetta, bastardo, che sto preparando una corda speciale per impiccare proprio te”. E invece la corda che doveva strangolare Goring è proprio qui, mai utilizzata, tra le dita di un pensionato in una casa di riposo di Revere Beach di Boston”.


Ma le tre forche costruite dal falegname di Norimberga, due attive e una di scorta, non difettarono di clienti. Poco dopo l’una, alle ore 01.11 del 16 ottobre, le due guardie condussero il primo condannato, il ministro degli Esteri del reich Joachim von Ribbentrop. Sotto la luce da teatro di anatomia, illuminato al neon per le riprese footografiche, salì i tredici gradini del patibolo fino al soldato scelto Joseph Malta.

“John, il sergente Woods, il capo carnefice, stava allo stik, al bastone, alla leva che apriva la botola. Io aspetto Ribbentrop al cappio”. Mentre il cappellano mormorava le preghiere della morte, Joseph Malta gli legò insieme le caviglie con una cintura militare, gli infilò la calza, come la chiamavano i boia, il cappuccio attorno al collo.

“Spinsi fino in fondo il nodo scorsoio, così, vede, per stringere il laccio attorno alla gola e perché il nodo premesse forte tra collo e nuca, perché è quello che spezza l’osso subito”, snap? “si, appunto, snap, e fa perdere i sensi al condannato, se tutto va bene”.

Poi si sistemò alle sue spalle e afferrò la corda per tenerla ben tesa e assicurare che lui andasse giù verticale.

“Se la corda è troppo lenta, il corpo casca male e non va bene, il nodo strappa la pelle dal collo, il sangue esce a fiotti e la testa rischia di strapparsi dal collo”.

I due carnefici avevano stabilito un’intesa segreta, fra loro. Per decidere quando azionare la leva e spalancare la botola avevano scelto la preghiera del cappellano come segnale.

Nei secoli dei secoli, amen! Il sergente azionò la leva, John Malta lasciò andare la corda. Il corpo di Ribbentrop sprofondò nel buco, sparendo dalla vista di tutti. Ma non alla vista di Joe.

Il figlio del piastrellista di Palermo doveva correre giù dalla scaletta, infilarsi sotto la tenda che nascondeva la base sotto il patibolo ed accertarsi che il condannato fosse privo di sensi.

“Guardavo l’angolo della testa rispetto alle spalle, nel quadrato di luce della botola tenuta aperta dalla calamita. Se l’angolo era molto acuto, voleva dire che l’osso si era spezzato bene. Se la testa era troppo dritta, gli saltavo addosso, mi aggrappavo al suo corpo, per aumentare il peso e se ancora non bastava, gli spezzavo il collo come le ho fatto vedere e se vuole glielo faccio ancora”, no grazie. “A volte erano necessari due tentativi”. Snap Snap.

Ribbentrop morì in fretta dopo aver gridato “Auguro pace per il mondo”, e il pensiero ancora infuria Joe, “se ci avesse pensato un po’ prima, il grandissimo pezzo di merda, alla pace del mondo”. Altri non furono così fortunati, i condannati più grossi, massicci, morivano meglio, grazie al loro peso. I piccoletti, i magri, dovevano soffrire.

“Il più tremendo fu Julius Streicher. Era un omuncolo e quando lo andai a vedere sotto la forca era ancora vivo, il sangue e il muco gli gorgogliavano dalla bocca in un rantolo. Mi aggrappai a lui e lo tirai più volte, e ancora non moriva”. L’impiccato e il suo carnefice avvinghiati some sacrestani alla fune di una campana. Finalmente Joe riuscì a spezzargli il collo con la sua tecnica. Snap (11).

Quando il suo lavoro era finito, faceva un cenno d’intesa ai medici che entravano al suo posto e auscultavano il moribondo fino a quando non lo dichiaravano legalmente morto. Sette minuti dall’apertura della botola per Ribbentrop. Diciotto minuti per il piccolo Streicher. Il sergente Woods tagliava la corda in alto e altri MP, poliziotti militari, buttavano il corpo, con ancora il cappio al collo, nelle casse di pino aperte, allineate contro il muro. Dopo Ribbentrop, gli altri salirono sul patibolo vedendo i cadaveri di chi li aveva preceduti, nelle casse.

“Era una vista perfetta, per quelli”, mormora Joe, e le dita si stringono in un riflesso di nostalgia attorno al nodo scorsoio “vedevano se stessi come sarebbero stati dopo pochi secondi”.

La sera del 16 dopo le 10 esecuzioni, Joseph malta dormì “benissimo”, come ancora oggi dorme. “Non ho mai avuto dubbi né ripensamenti. Credo oggi, come credevo allora, alla pena di morte”.

“Della notte delle forche, nel ginnasio di Norimberga, non ha riportato a casa nulla. Soltanto la sua foto in divisa da MP, i documenti del suo congedo e una vecchia scatola di cartone, tipo quelle che contengono coppe e trofei. “Fagliela vedere, Joe”. Oddio tremo. Che souvenir avrà mai riportato il boia di Norimberga? La apre. Dalla scatola affiora un giocattolo infernale: se le figlie del diavolo avessero una casa di bambola, questo sarebbe il loro pezzo forte. E’ una forca, un patibolo in miniatura e in perfetta scala, completo di tutto, i tredici scalini, la cordina, il cappietto, la botolina con le calamite sotto, la tendina attorno alla base per nascondere il corpo dell’impiccato. “Me la feci fare dal carpentiere di Norimberga, è stupenda”. La accarezza. La rimira. Si arrampica sulla scaletta con le dita e titilla con l’indice il cappietto. “Liz Taylor, che è ebrea, a saputo della sua esistenza e mi aveva chiesto di comprarlo per una grossa cifra. Le ho risposto di no, non fino a quando sono vivo”. Sospira, tace. “Adesso basta – interviene Cathy, la moglie –“ che ti senti male, Joe. Oggi, è sabato, sa – insiste per cambiare discorso – e nel salone del pensionato viene un’orchestrina. Balliamo”.

Valzer per un carnefice e signora, al ballo degli spettri della nostra storia.

Solo il pubblico ministero del processo che giudicò i gerarchi nazionalsocialisti, Telford Taylor (1908-1988), ha espresso nel suo libro (12) un tardivo ripensamento rimettendo in discussione alcune delle sentenze di morte: come quella che condannò alla pena di morte Julius Streicher per propaganda antisemita. “Streicher era repellente” dice oggi Taylor “ma l’impiccagione fu sbagliata: sarebbe stato più giusto l’ergastolo. Invece i giudici lo schiacciarono come un verme”.

Tornando ai lunghi dibattimenti del dopoguerra, Taylor, arrivato all’epoca della pubblicazione all’età di 84 anni, ammette “incredibili assurdità” e punta l’indice anche sui molti vizi di forma che a suo parere inficiarono il processo di Norimberga per la scarsa legislazione internazionale. Inoltre, il magistrato ricorda che Stalin e Churchill volevano fucilare gerarchi e ufficiali nazisti piuttosto che processarli: “Norimberga” dice Taylor “fu un’invenzione americana”. Quando lo stesso Taylor, a una festa, propose il processo, un gruppo di aviatori americani gli diede del traditore: “Era l’umore del tempo”, commenta ora l’ex magistrato di Norimberga.

Lacune? Anche lacune, risponde il giudice: “Non riuscimmo, ad esempio, a incastrare i Krupp, perché nello scrivere l’atto d’accusa noi americani segnalammo il nome del più giovane”. Tra i ricordi del magistrato, alcuni macabri dettagli delle esecuzioni: il boia usò un cappio male annodato, e i condannati agonizzarono a lungo.

I processi celebrati dagli Alleati nell’immediato dopoguerra contro i “criminali di guerra” nazisti costituirono, nella storia contemporanea, il primo caso in cui i vincitori non si limitarono a giudicare i vinti, ma pretesero di distruggerli ideologicamente e culturalmente. Il processo di Norimberga, come dichiarò candidamente il procuratore degli Stati Uniti J. R. H. Jackson, rappresentava semplicemente una “continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Unite”, che si trovavano “tecnicamente ancora in stato di guerra con la Germania”.

Maurice Bardèche colse perfettamente lo spirito di Norimberga scrivendo che,

per scusare i crimini commessi nella (loro) condotta di guerra, (per gli Alleati) era assolutamente necessario scoprirne di ancora più gravi dall’altra parte. Bisognava assolutamente che i bombardieri inglesi e americani apparissero come la spada del Signore. Gli Alleati non avevano scelta. Se non avessero affermato solennemente, se non avessero dimostrato – non importa in che modo – che essi erano stati i salvatori dell’umanità, sarebbero stati solo degli assassini (13).

Sarebbero stati solo dei criminali di guerra che giudicavano altri criminali di guerra. Adolf Hitler divenne inevitabilmente il criminale per antonomasia e mantenne questa centralità anche nella farsa processuale che si trasformò successivamente in “storiografia”.

Per quanto riguarda invece la lezione morale che avrebbe dovuto derivarne, oggi sappiamo che il processo di Norimberga non è servito a nulla. Avrebbe dovuto costituire il deterrente stabilendo per casi analoghi la certezza di una inesorabile condanna, far sapere ai popoli che una suprema giustizia non avrebbe più consentito il ripetersi di crimini orrendi come quelli giudicati. Si è visto quanto fossero fallaci così nobili proponimenti. Le guerre d’aggressione sono continuate, c’è stato il Vietnam, c’è stato l’Afghanistan, c’è stato l’Iraq e di nuovo l’Afghanistan, c’è stato lo strazio del Libano e di Gaza. La ferocia umana ha continuato a scatenarsi e i crimini più infami a perpetuarsi, basti pensare a quanto è accaduto per anni in Cambogia.

La lezione di Norimberga era stata: “Chi scatena una guerra e si macchia di crudeltà efferate pagherà di persona”, ma non risulta che abbiano pagato i vari Ariel Sharon, Pol Pot, Menghistu…Disse con freddo realismo il presidente Truman nel 1971, poco prima di morire: “E’ stato il terrore atomico, non Norimberga, a mantenere l’equilibrio del mondo”.

Sappiamo anche che il processo sollevò e forse continua a sollevare molti dubbi.

Era giusto che a processare i vinti fossero i vincitori?

Era giusto che si giudicasse in assenza di una legge specifica?

La Società delle nazioni aveva dichiarato “reato di diritto internazionale” la guerra di aggressione, ma non aveva fatto seguito la codificazione dell’assunto. Saltava agli occhi la parzialità della chiamata in giudizio:

perché nessun processo agli altri colpevoli di guerre d’aggressione?

Come si potevano chiamare quelle dell’URSS alla Finlandia, alla Polonia, all’Estonia, alla Lettonia, alla Lituania, alla Bulgaria, al Giappone? Perché il silenzio sui massacri commessi dai vincitori, Katyn, Dresda, Hiroshima, Nagasaki?

Nessun processo era mai stato istruito, prima di Norimberga, per punire gli Stati aggressori.

Dopo la prima guerra mondiale si intendeva processare il Kaiser, Hindemburg, Ludendorff, Tirpitz, l’Alto comando tedesco, ma non se ne era fatto nulla. Così nessun tribunale era stato istituito per giudicare l’aggressione giapponese alla Cina o quella italiana all’Etiopia. Norimberga avrebbe dovuto diventare una pietra miliare, l’esempio. O almeno, una buona intenzione: fallita come tutte le buone intenzioni. Queste cose ce le ricorda Giuseppe Mayda, studioso di quanto avvenne a Norimberga, nel suo nuovo libro dedicato a quell’avvenimento (14).

Già egli aveva scritto un precedente volume sul tema ed ora lo ha rielaborato e accresciuto, ponendosi come obiettivo, dopo aver rievocato le cose che dovremmo sapere e che forse sono state dimenticate, quelle ignorate e qui finalmente rivelate. Prima di tutte, la verità sulla fine di Goring. Il Maresciallo non rifiutava la morte, ma l’impiccagione: chiedeva d’essere fucilato e gli venne negato. La sera dell’esecuzione lo trovarono morto nella branda, sembrava dormisse: la posa però parve innaturale e una guardia diede l’allarme. Accorse il colonnello Andrus, direttore del carcere, e successe il finimondo. Com’era stato possibile eludere la scientifica organizzazione di sorveglianza dei detenuti messa in atto dagli americani? Com’era stato possibile che Goring si fosse procurato del cianuro?

I giornalisti invitati ad assistere alle esecuzioni si trovavano già all’interno del carcere e erano stati condotti in visita alle celle e agli impianti funebri, perché si rendessero conto della perfezione dei preparativi, di come nulla fosse sfuggito alla regia statunitense. Ed ecco, proprio allora, la beffa: il più importante tra i criminali di guerra di Hitler gli era sfuggito di mano, irridendoli. Furono febbrilmente ricercati i colpevoli, senza venire a capo di nulla. Si sospettò di tutti, la moglie, la figlia, il cappellano, l’avvocato, i militari di guardia, perfino i giornalisti. Nessuno di costoro c’entrava.

Cominciarono a comparire i mitomani, generali delle SS amici del Maresciallo, ex paracadutisti, tanti altri. La verità oggi si compone: la fiala del cianuro la fornì a Goring il tenente americano Wheelis, che durante il processo non aveva mai nascosto, pensate un po’, la sua simpatia per i “criminali” nazisti. Wheelis aveva portato clandestinamente lettere di Goring alla moglie e viceversa, aveva accettato un orologio d’oro e una penna stilografica pure d’oro in segno di amicizia; insomma, veniva clamorosamente meno ai suoi compiti e nessuno se ne accorgeva. L’ufficiale americano consegnò il veleno al cappellano tedesco Gerecke, il quale lo trasmise all’urologo Pflucker perché lo desse al condannato solo in extremis un paio d’ore prima dell’esecuzione.

Un’ultima considerazione. L’Europa ha posto l’abolizione della pena di morte fra le condizioni per l’ammissione della Turchia nella CEE. Giusto. Contemporaneamente, accettiamo come nostro alleato di riferimento e leader della Nato un paese che la pena di morte non solo la pratica ma la diffonde. E’ vero che gli USA sono il Paese di Dio, ma non è una contraddizione? Questo è il nuovo ordine mondiale e il prossimo paradiso in terra. Però i “criminali di guerra” sembrano essere stati solo i nazisti. Gli altri la faranno sempre franca.

Giacomo Busulini

NOTE:

1) Intervento a sostegno del senatore repubblicano Robert Taft che aveva condannato il processo di Norimberga come una violazione dei più basilari principi della giustizia statunitense e internazionalmente accettati come standard per la giustizia. John Kennedy, Ritratti del coraggio, Gaffi, 2008.
2) Brandley F. Smith, The road to Nuremberg, Basic Books, 1981.
3) Sulla dibattuta questione delle norme tacitamente riconosciute a livello mondiale a proposito di “crimini di guerra e contro l’umanità” così si espresse la senatrice indiana Savitri Devi: “Una moralità che valga per tutta l’umanità non esiste. Si sostiene essere, la gravità dei cosiddetti crimini di guerra e contro l’umanità, in aperto contrasto con una ipotetica coscienza universale. Ebbene, questa troppo celebrata coscienza universale non esiste. Non è mai esistita. Si tratta al più dell’assieme dei pregiudizi esistenti nell’ambito di ogni singola civiltà Il che vuol dire che non è universale”, in Souvenir set reflections, Edizioni Mukherj, New Delhi e Calcutta, 1976, pag. 254.
4) David Irving, Norimberga ultima battaglia, Settimo Sigillo, 2002.
5) Piero Sella, l’Occidente contro l’Europa, edizioni dell’Uomo Libero, 1985.
6) Charles Duff, Manuale del Boia, Adelphi, 1998. La prima edizione di questo libro scritto da un cattolico nordirlandese, membro del servizio diplomatico britannico, fu pubblicato nel 1928 e riporta un lungo sottotitolo: “Breve introduzione alla nobile arte dell’impiccare, con molte altre informazioni utili su come rompere il collo, strozzare, strangolare, asfissiare, decapitare e fulminare con la corrente elettrica; e anche dati e suggerimenti per il boia, una descrizione del metodo di uccidere del defunto signor Berry, la sua tabella operativa delle altezze di caduta; e inoltre un prontuario del boia per fare questi calcoli e certi altri argomenti di particolare interesse, incluse le grandi impiccagioni di Norimberga”. Tutto molto castigato perché lo si possa leggere e tenere in tutte le famiglie. Da quando era stato pubblicato per la prima volta a Londra, nel 1928, il libro ha avuto una grande fortuna. Fu tradotto in molte lingue. Uscì anche in tedesco e nella Germania di Weimar. L’autore ricorda che “quando Hitler arrivò al potere una copia venne pubblicamente bruciata a Lipsia dai nazisti”. “Temo che non l’abbiano apprezzato”, il commento. In Inghilterra ebbe invece un’enorme fortuna (un po’ meno in America). Il libro ebbe un ruolo decisivo nel dare vita al movimento di opinione che avrebbe portato all’abolizione della forca in Inghilterra nel 1973. Le edizioni del dopoguerra furono aggiornate con una relazione, nella stessa vena, dell’impiccagione dei gerarchi nazisti condannati a Norimberga. Un giornale francese scrisse che gli impiccati avevano impiegato “un tempo anormale a morire”, erano defunti per strangolamento e non per rottura delle vertebre, alcuni erano andati a sbattere contro l’orlo della piattaforma. Il sergente maggiore John C. Woods, 43 anni, di San Antonio nel Texas, che nei suoi 15 anni da boia dell’esercito americano aveva impiccato 347 commilitoni, difese la propria professionalità: “Le sole persone che possono diffondere notizie del genere sono dilettanti che chiaramente non ne capiscono niente. Se dubitate della mia parola chiedete al servizio sanitario. L’ufficiale medico mi ha detto subito dopo: “Non ne hai sbagliata una”. L’uomo non è diventato meno crudele col passare di quella cosa illusoria che si chiama tempo, anche se in quasi tutte le parti del mondo è diventato più ipocrita di quello che era”: così leggiamo in margine a questo pamphlet di pura vena swiftiana, del quale si può dire con tutta tranquillità che è agghiacciante. Fa parte essenziale dell’ipocrisia moderna spostare il dibattito sulla pena di morte verso altre questioni di principio, senza prima accertare che cosa sia di fatto una pena capitale. E proprio questo deplora Duff, col suo magistrale sarcasmo. Se, come argomentano i suoi difensori, la pena di morte ha una funzione dissuasiva, perché rendere quasi clandestine le esecuzioni capitali e non farne invece “il più grande spettacolo del mondo?”. All’alto valore pedagogico si aggiungerebbe quel tocco sanguinario che ha sempre attratto il grande pubblico. Oggi invece l’impiccagione – anche per il suo aspetto di “art pour l’art”, che tende a renderla una manifestazione elitaria – continua ad essere apprezzata soltanto da sceriffi, guardie carcerarie e rappresentanti del clero. A questo malcostume Duff vuole ovviare divulgando i fatti della cerimonia – a cominciare dalle atroci modalità della morte per strangolamento che in genere sopravviene in questi casi, invece della più celere e “pulita” morte per slogamento dell’osso del collo, che è la massima aspirazione nell’arte del boia.
7) Il processo di Norimberga, Storia Illustrata n. 156, novembre 1970.
8) L’addetto che preparò con tanta cura e meticolosità il nodo scorsoio per le corde della forca morì poco dopo in un incidente, capottatosi fuori strada con la sua auto, finì strangolato dalla cintura di sicurezza.
9) Il campo di Dachau non fa parte dell’elenco dei “campi di sterminio” della storiografia olocaustica.
10) www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=53081
11) Dennis Bark e David Gress, A History of West Germany, volume II, Blackwell, Oxford, 1989, le ultime parole di Julius Streicher prima di essere impiccato furono: “Heil Hitler! Questa è la mia celebrazione del Purim 1946. Io vado da Dio. I bolscevichi un giorno vi impiccheranno tutti”. La festa ebraica del Purim, citata nelle ultime parole, ricorda la sconfitta del nobile persiano Haman e l’impiccagione dei suoi dieci figli ricordata nel Rotolo di Ester. Haman e i suoi figli erano nemici del popolo ebraico; probabilmente Streicher fece un parallelo tra sé e gli altri nove imputati nazionalsocialisti condannati a morte (l’undicesimo, Goring, si era suicidato la notte precedente) ed i figli di Haman accusati ingiustamente dal “perverso giudeo”.
12) Telford Taylor, Anatomia dei processi di Norimberga, Rizzoli, 2005.
13) Maurice bardèche, Norimberga o la terra promessa, Effepi, 2000.
14) Giuseppe Mayda, I dossier segreti di Norimberga, Mursia, 2007.


12/01/2010

Fonte

Pagina iniziale

 

Ci scusiamo per la pubblicazione del vomitevole racconto di John Malta. WaA359

09:57 Scritto da: waa359 in Truffa di Norimberga | Link permanente | Commenti (0) | Tag: norimberga, omicidi | |  Facebook |  Stampa

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