11.08.2010
1 Gli OMICIDI di Norimberga parte 1
Norimberga ultimo atto l ’impiccagione dei gerarchi nazionalsocialisti
Gli OMICIDI di Norimberga (Waa359)
Illegittimità del tribunale – Torture fisiche e psicologiche – Il vanto del boia
Di Giacomo Busulini
Parte 1
Norimberga fu il giudizio dei vincitori sui vinti. Non servì principi giuridici, ma gli interessi delle potenze che lo organizzarono, quelle che avevano sconfitto la Germania. Spero che di Norimberga si perda il modello.
Renzo De Felice (Rosso e Nero, 1995)
John F. Kennedy nel 1956 scriveva: “La costituzione degli Stati Uniti, che non consente l’introduzione di leggi retroattive, non è una raccolta di parole soggette a libera interpretazione: è il fondamento della nostra giustizia. E’ cosa disgustosa che a Norimberga si sia venuto meno ai nostri principi costituzionali per punire un avversario sconfitto. (…) Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta. E dove c’è vendetta non c’è giustizia (1)”.
Le leggi retroattive di cui parla il presidente statunitense sono uno degli elementi chiave del più famoso processo-farsa della storia. Esso fu possibile per il marchingegno con il quale la Gran Bretagna e gli stati Uniti modificarono temporaneamente le loro leggi di guerra laddove queste consentivano ai militari accusati di reati di guerra di difendersi adducendo la giustificazione di aver dovuto obbedire all’ordine di un superiore. Quella temporanea modifica fu apportata, ammisero i responsabili del War Department “per evitare che i criminali di guerra tedeschi potessero difendersi appellandosi alle leggi esistenti in Inghilterra e in America (2)”.
Elemento centrale del processo di Norimberga fu dunque il ritenere personalmente colpevoli i militari tedeschi che avevano eseguito degli ordini. E ciò anche se, viste le accuse di aggressione, di crimini di guerra e contro l’umanità (3), tutti, a Norimberga, erano colpevoli. Anche i quattro Paesi vincitori-giudici.
Su Norimberga si è detto di tutto e di più. Il processo del 1945 è stato illegittimo: i reati contestati ai tedeschi erano tutti riconducibili ai fatti della Seconda Guerra Mondiale. Nel corso della quale tanto i sovietici che gli occidentali si erano macchiati di innumerevoli delitti sia contro le popolazioni civili che nei confronti dei militari nemici.
Un esempio su tutti, Dresda rasa al suolo dai bombardamenti: zero obiettivi militari, 130.000 vittime civili inermi. La guerra per definizione fa strage di innocenti. Tuttavia nessuno, per esempio, è stato processato per aver fatto uso di gas nella prima guerra mondiale. Né nessuno è stato accusato di aggressione. Questo perché le origini di un conflitto sono sempre state decise dalle nazioni coinvolte: tutte provocate, tutte costrette a difendere la libertà e la democrazia, tutte sostanzialmente entrate in guerra per difesa. A tal proposito, la famigerata “guerra preventiva” di Bush jr. ha un precedente “nobile” proprio nella Seconda Guerra Mondiale.
La dottrina oggi trionfante, che dichiara lecita l’aggressione prima che ad aggredire sia l’avversario, giustifica l’invasione della Russia sovietica da parte di Hitler. I bolscevichi infatti vennero attaccati nel giugno 1941 battendo sul tempo l’invasione dell’Europa programmata da Stalin per il luglio.
La vexata quaestio sulla pena di morte, tornata in auge dopo l’impiccagione del presidente iracheno Saddam Hussein distrae l’opinione pubblica da un fatto altrettanto fondamentale. Se è inumano uccidere qualcuno secondo la legge, è di certo ingiusto che processi come quello di Norimberga o quello a Saddam vengano fatti solo in base al rapporto di forza che condanna il vinto al vincitore. E’ difficile escludere che non entri in gioco l’elemento vendetta o che chi vince non ritenga opportuno eliminare il suo avversario, economicamente, politicamente, militarmente, moralmente, fisicamente.
Non ci occuperemo qui già dello svolgersi del processo di Norimberga la cui ricostruzione è stata oggetto di una ricca pubblicistica oltre che di alcuni film, ma di ciò che è seguito alla sentenza, riportando alla luce i dettagli delle esecuzioni su cui oggi si preferisce stendere una coltre di silenzio.
Churchill nelle sue memorie sostiene: “I principi morali della civiltà moderna sembrano prescrivere che i capi di una nazione sconfitta in guerra siano messi a morte dai vincitori”.
L’enunciazione di un simile sbrigativo criterio di giustizia, sia pur temperato dall’idea di accollarne la paternità alla “civiltà moderna”, non era una filologica valutazione di costume, rifletteva invece il perverso criterio scelto dai vincitori per risolvere il problema della sottomissione dei vinti. I capi del popolo sconfitto andavano messi a morte, ma prima era necessario venissero spettacolarmente criminalizzati, trattati come volgari assassini. Un processo ben architettato ed una giustizia esemplare, paragonabile alle pubbliche impiccagioni del Far West, dovevano inquinare, con effetti prolungati nel tempo, l’immagine storica dei capi e rendere impossibile la rinascita della Germania danneggiando irrimediabilmente le sue fondamenta culturali e spirituali.
Il calvario dei vinti inizia subito dopo il loro arresto al fine di fiaccarne il morale e portarli al processo in condizioni psicofisiche deteriorate. Ciò in contrasto con la posizione di prigionieri di guerra degli imputati contro i quali, al momento dell’arresto, non esisteva alcuna imputazione. I capi d’accusa in base ai quali vennero processati e condannati furono infatti elaborati successivamente all’arresto e messi a punto solo verso la fine di ottobre del 1945.
Un paralizzante regime di terrore psicologico viene imposto agli imputati già prima che gli atti formali d’accusa siano a loro consegnati. Sono tenuti in assoluto isolamento nel carcere di Norimberga e sorvegliati a vista da soldati cui è vietato rispondere a qualsiasi domanda. Ogni giorno le celle vengono perquisite: i prigionieri devono partecipare alla cerimonia nudi, perché anche i loro corpi sono tenuti costantemente sotto controllo onde evitare possano nascondervi qualcosa. Sottoposti ad una dieta da fame ricevono il vitto attraverso uno spioncino e devono consumarlo da soli, come da soli devono provvedere alla pulizia delle celle. Sono costretti a mangiare senza coltello e senza forchetta. Ogni giorno a partire dalle 17.30 i prigionieri possono stare seduti e meditare nelle loro celle, poiché i loro occhiali vengono sequestrati e l’unica luce proveniente dallo spioncino non è sufficiente per la lettura. Di notte sono obbligati a riposare sul fianco destro, con le braccia fuori dalla coperta e con il viso sempre rivolto alla porta in modo da poter essere meglio sorvegliati.
Ogni sera il tavolino e la sedia vengono rimossi dalla cella. E così, poiché non c’è alcun posto per appendere gli abiti e la biancheria, i prigionieri devono lasciarli sul pavimento. Il feldmaresciallo Keitel annota nel suo diario: Le nostre esigenze igieniche sono soddisfatte con sapone, dentifricio ed una doccia alla settimana, ma ciò è davvero insufficiente per contrastare le condizioni di vita in una cella e la sporcizia dei materassi, delle coperte (4)”.
Il movimento all’aria aperta o nei corridoi è limitato a dieci minuti al giorno. I colloqui con gli avvocati avvengono dietro il doppio ostacolo di una grata metallica e di una lastra di cristallo; gli imputati però, per maggior sicurezza, sono anche ammanettati.
Nonostante il clima della detenzione e il morale che gli eventi esterni non potevano certo contribuire a tenere alto, il contegno degli imputati fu complessivamente dignitoso. La dichiarazione conclusiva di Hermann Goring testimonia come la fermezza di questo combattente non sia stata minimamente scalfita dalle umiliazioni subite:
“Non ho mai decretato la morte di nessuno, né alcuna altra atrocità, e neppure ho tollerato quelle delle quali potevo venire a conoscenza e impedire. Non volevo la guerra e non ho fatto nulla perché venisse dichiarata. Ho cercato in tutti i modi di prevenirla tramite i negoziati. Quando scoppiò feci tutto ciò che stava in me per conseguire la vittoria. La mia guida è stato l’amore ardente per il mio popolo e il desiderio della sua felicità e libertà. Di questo chiamo a testimoni l’Altissimo e il popolo tedesco (5)”.
Vae Victis. Questa è l’iscrizione che appare sopra la porta della residenza coatta del capitano Erich Priebke a Roma.
La parte del boia a Norimberga toccò ad un sergente ebreo americano, John Woods, che morirà qualche anno dopo in un incidente collaudando una sedia elettrica. Aveva deciso di continuare il mestiere, e per scrupolo professionale volle procedere a un collaudo di persona: la macchina funzionò perfettamente.
Al termine dell’esecuzione Woods disse: “Dieci in centotré minuti. Un lavoro perfetto”.
Dell’undicesimo condannato all’impiccagione, Hermann Goring, la storiografia ufficiale ricorda che si suicidò con una capsula di cianuro poche ore prima dell’esecuzione.
Si omettono volutamente alcuni particolari macabri che i giustizieri preferiscono dimenticare: delusi per essersi fatti sfuggire quello che era stato il delfino di Hitler, ordinarono di appendere ugualmente il corpo alla forca. Le fotografie di questo agghiacciante vilipendio di cadavere sono state fatte sparire, ma rimane, almeno in Italia, a disdoro dei vincitori, il titolo del Corriere d’Informazione di mercoledì-giovedì 16-17 ottobre 1946: “Goring si avvelena in cella (…) il suo cadavere è stato appeso alla forca”.
La sentenza venne pronunciata il 30 settembre ed il 1° ottobre 1946. Le impiccagioni furono eseguite il 16 ottobre 1946 nella vecchia palestra del carcere dove vennero issate tre grandi forche.
Gli inglesi sono affezionati al “long drop (6)”, che però richiede un artista più che un boia. Il condannato è posto su di un palco sopra una botola. E’ legato e incappucciato (il cappuccio è sempre lo stesso). La botola si apre e il corpo precipita. La lunghezza della corda deve essere proporzionata al peso del condannato e alla sua struttura muscolare. Se va tutto bene la corda si tende, il nodo si stringe e le vertebre si spezzano causando prima l’incoscienza e poi la morte per soffocamento. La morte non è istantanea, come si scoprì a Norimberga, e il cadavere deve restare appeso almeno un’ora (a Norimberga i capi nazisti furono finiti con delle iniezioni).
L’agghiacciante descrizione dell’esecuzione è stata riportata su Storia Illustrata nel numero speciale dedicato al Processo di Norimberga (7): “Ma già da tempo la sorte dei capi nazisti è certa. Il boia è arrivato a Norimberga nel pomeriggio del 5 ottobre e più tardi dichiarerà ‘Fin da agosto mi avevano detto che dovevo eseguire questo lavoro ‘ :.
Contemporaneamente al boia giunge dall’Inghilterra, con un aereo speciale, un macabro pacco spedito dalla ditta John Edgington & co. Con sede a Londra, in Old Kent Road 108, che da un secolo fabbrica cordami per la marina mercantile e tende da campo: l’involto contiene quaranta corde in canapa italiana, lunga ognuna tre metri e dieci centimetri. Queste corde le ha fabbricate a partire dal maggio precedente un artigiano sessantunenne, piccolo e rugoso, Harry Moakes (8), che da una trentina d’anni rifornisce regolarmente il boia d’Inghilterra.
Le corde per impiccare hanno il cappio ricoperto di pelle di vitello, morbida e liscia, sia per rendere più scorrevole il nodo, sia per evitare abrasioni e ferite al collo del giustiziato. Ciascuna corda richiede una lavorazione di cinque o sei giorni, e il suo costo può essere valutato in circa 400 degli attuali euro. E’ però un articolo che la John Edgington non ha mai messo in catalogo e la sua preparazione avviene in un laboratorio posto sul retro del negozio, protetto dal massimo riserbo. Si sale sul palco attraverso una rozza scaletta di legno con tredici gradini, così come vuole la tradizionale forca americana, appoggiandosi a ringhiere fatte da assi inchiodate. Le forche dipinte di verde sono alte 4 metri e 15 centimetri.
La lunghezza della fune, secondo le prescrizioni, deve corrispondere alla statura del condannato più un margine di sicurezza di circa un metro. Al centro della piattaforma, che ha una superficie di 5 mq, c’è la botola formata da due ante che combaciano perfettamente e che si aprirà a comando del boia sotto i piedi del condannato.
Quando la botola si spalanca, il corpo del condannato precipita nell’interno del palco e sparisce completamente allo sguardo dei presenti per evitare la vista delle convulsioni dell’impiccato. Se si fa ogni cosa a dovere, la morte per impiccagione è la più rapida e la meno dolorosa: può darsi che l’agonia duri a lungo, magari qualche minuto, ma l’impiccato ha perso subito conoscenza.
Due medici, uno americano e l’altro francese, si avvicinano al primo palco, scostano la tenda nera che ricopre uno dei lati ed esaminano il corpo che ancora penzola dalla corda. Attraverso la camicia aperta sul petto ascoltano a turno il cuore. Poi il medico americano va dai quattro generali ed annuncia a bassa voce: l’impiccato è morto. Uno degli aiutanti del boia dal palco taglia la corda con un affilatissimo coltello, i necrofori rimuovono la salma e la adagiano in una delle bare preparate da tempo.
Continua Storia Illustrata: “Il carnefice gli mette il cappuccio, gli aiutanti gli legano le gambe ed i polsi con neri legacci di cuoio. La botola si apre e Streicher lancia un ultimo grido ed un saluto alla moglie: “Adele mia cara”. Il corpo sparisce sotto il palco e nel silenzio teso si ode provenire dalla botola un lamento umano, debole ma prolungato. Un giornalista sviene abbattendosi sulla scrivania, ufficiali, giudici e soldati si guardano smarriti. I due medici entrano frettolosamente sotto il palco e ne escono quasi subito scuotendo la testa in segno negativo: l’impiccato è morto ed il decesso è stato istantaneo”.
I feretri adesso sono aperti, allineati uno accanto all’altro. Ogni salma ha ancora la camicia aperta, il cappio stretto intorno al collo, la testa coperta da un panno nero. I necrofori li sollevano ad uno ad uno e li trasportano nel locale accanto deponendoli su altrettante brandine e fissando alla giacca di ognuno un cartellino con nome e cognome. I quattro fotografi autorizzati possono far scattare i loro flash.
“Gli autocarri funebri vanno verso il campo di sterminio di Dachau (9) e vi giungono in tre ore di marcia. Uno dei forni del lager dove sono stati cremati migliaia di ebrei e di antinazisti è stato riacceso fin dal giorno prima da un ex- internato, un arrotino di Monaco che ha un nome famoso: Riccardo Wagner”.
I feretri vengono scaricati e contati di nuovo.
Infine quattro soldati sollevano la prima bara, quella di Keitel e la trasportano nella baracca. Lentamente viene spinta nella bocca incandescente del forno. Poi è la volta di Goring e via via di tutti gli altri fino a Streicher. Qualche ora più tardi il forno viene spento e lasciato raffreddare, poi dallo sportello aperto i soldati raccolgono le ceneri con le pale deponendole in due bidoni della spazzatura. I recipienti vengono portati in jeep sulle rive dell’Isar, il fiume che bagna Monaco, e le ceneri disperse a palate nella corrente.
Qualora la precedente descrizione non fosse abbastanza cruda e impietosa ecco l’allucinante confessione dell’altro boia di Norimberga, Joseph Malta, intervistato da Vittorio Zucconi sul Venerdì di Repubblica (10). Tra sadismo e necrofilia lasciamo al lettore il giudizio sulla confessione di questo alfiere del nuovo ordine mondiale:
“Il primo a morire fu Ribbentrop. Morì con i denti stretti, una bollicina fra le labbra chiuse in una smorfia di disprezzo, e quando staccai il suo cadavere dalla forca pensai, cristo, quel figlio di puttana è rimasto arrogante fino all’ultimo, anche davanti al boia, ma adesso è un figlio di puttana morto, e l’ho fatto fuori io, Joe Malta, il figlio del piastrellista siciliano (…) Non rimpiango niente (…) non ho incubi, provai solo piacere, un grande, immenso piacere ad ammazzarli, e se mi chiedessero di impiccare anche questo vostro maggiore Priebke delle SS, verrei a Roma domattina (…) La guerra era finita in maggio ed io non avevo potuto fare niente per saldare i conti con quei porci. Dare una mano a impiccarli mi sembrò un modo per farlo”.
“Ho il rimpianto di essere arrivato in Germania troppo tardi con la mia forca (…) Ogni volta che mettevo il cappio intorno al collo di uno di loro, di Ribbentrop, di Keitel, di Jodl, di Streicher, di Seyss-Inquart e sentivo il loro corpo irrigidirsi nell’attesa gli mormoravo “e adesso prova tu quello che hai fatto provare a quegli innocenti…”, loro capivano tutti un po’ di inglese (…) forse mi hanno sentito prima di precipitare dentro la botola (…) lo spero”.
Sbuffa la moglie in una nube di parole e di fumo: “Quando ebbe un infarto, lo ricoverarono all’Ospedale Generale del Massachussets, in corsia, ma il primario cardiologo, che era un ebreo, scoprì chi era. Si precipitò al suo letto con gli assistenti dietro, gli strinse la mano, lo fece trasferire in una stanza privata di lusso e disse ai medici: ‘Se questo paziente muore, vi faccio impiccare tutti, come lui impiccò i nazisti’ “.
“Saliva e sangue – ricomincia lui – di impiccagioni ne feci in tutto quaranta, fra i pezzi grossi di Norimberga e i piccoli criminali minori, le SS, che venivano condannati dai tribunali straordinari. Gli impiccati impiegano fino a venti minuti per morire, prima che il cuore smetta di battere, e qualcuno non perde i sensi subito, quando il nodo gli spezza il collo, gorgogliano, gemono, si lamentano, vomitano sangue e saliva. A volte mi trovavo l’uniforme coperta di sangue, quando gli davo il colpo di grazia. Con queste mani”.
Afferra il suo cappio, lo infila al collo del giornalista, lo stringe e con le dita fredde, ancora straordinariamente forti, dà il colpo di grazia: “Ci si mette di fronte all’impiccato, lo si tiene con il braccio sinistro, con la destra si passa dietro la nuca, si afferra l’orecchio destro e si dà uno strattone forte all’indietro. Il collo si spezza, fa “snap” e lui non si lamenta più. L’osso del collo è già incrinato e cede subito, così… Ehi, non mi fissi con quegli occhi sbarrati. Non sono mica una belva. Non credo in Dio, ma se c’è un Dio sono sicuro che quando mi riceverà in cielo mi dirà: “grazie Joe, per avere fatto bene il tuo lavoro”.
“Johnny, dissi al sergente, non siamo macellai, che figura ci facciamo. Ordiniamo delle forche nuove da un carpentiere di Norimberga e facciamo mettere potenti calamite sotto il pavimento e sotto la botola, così che le due mezze porte restino aperte quanto vogliamo e il corpo possa precipitare pulito pulito”.
09:56 Scritto da: waa359 in Truffa di Norimberga | Link permanente | Commenti (0) | Tag: norimberga |
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