30.07.2010

Deposizione di Hilberg raul al processo Zundel del 1985 a Toronto

Analisi critica dell'opera di Raul Hilberg “La distruzione degli Ebrei d'Europa”, costantemente invocata con fede cieca, quasi novella “Biblia Sacra iuxta holocausticam versionem”, da tutti i proseliti della “Holocaustica Religio”. Un’indagine approfondita sulle fonti e sui metodi di lavoro di Hilberg mostra invece quanto storicamente inconsistente sia la nuova dogmatica olocaustica e quanto poco possa moralmente arrogarsi il diritto di lanciare scomuniche solenni e anatemi contro gli eretici “negazionisti": per questo non basta travestirsi da Angelo di Luce e chi nega la verità si sa bene chi sia. CM


La deposizione di Hilberg raul al processo Zundel del 1985 a Toronto

Sintesi della deposizione

Il presunto ordine di sterminio di Hitler

di Carlo Mattogno


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Nelle foto le due "vittime" "illustri"della ricerca revisionista: il sedicente "wiesel elie" e hilberg raul. Rispettivamente Oloevangelista massimo e Papa dell'Olocau$tiane$imo. Due ex mostri sacri ! WaA359

Nel resoconto stenografico del processo, la deposizione di Hilberg copre oltre 600 pagine. In questo capitolo mi occuperò soltanto di alcuni dei problemi dibattuti che hanno una stretta attinenza con quanto ho esposto sopra in relazione alla sua opera. Prima, però, è opportuno mostrare un quadro generale della deposizione di Hilberg. Per questo, mi avvalgo della magistrale sintesi di Robert Faurisson, che fu accanto all’avvocato Christie durante il processo:

«Egli inciampò fin dalla prima domanda. D. Christie gli annunciò che avrebbe letto una lista di campi per chiedergli quali avesse esaminato e quante volte. Risultò che non ne aveva esaminato nessuno, prima di pubblicare la prima edizione della sua opera maggiore nel 1961, dopo questa data e neppure per l’edizione “definitiva” del 1985.raul-hilberg-lies.jpg Dato che aveva cominciato a lavorare sulla questione dell’Olocausto nel 1948, eravamo dunque in presenza di un uomo che si era conquistato la reputazione di essere il primo storico al mondo nel suo campo specifico di ricerche senza aver esaminato, una sola volta in trentasette anni, un solo campo di concentramento. Egli aveva visitato solo due campi, Auschwitz e Treblinka, nel 1979: “Un giorno a Treblinka e forse una mezza giornata ad Auschwitz e una mezza giornata a Birkenau”: per di più, fu in occasione di cerimonie.
Egli non aveva avuto la curiosità di ispezionare i luoghi, , sul posto, gli archivi di Auschwitz. Non aveva mai visitato i luoghi designati “camere a gas”.
Essendo stato pregato di fornire qualche spiegazione su progetti dei crematori, fotografie, grafici, rifiutò dichiarando: “Se cominciate a mostrarmi progetti di edifici, fotografie, diagrammi, [in queste materie] non ho la stessa competenza che per i documenti scritti”.
Egli stimava a più di un milione il numero degli Ebrei morti ad Auschwitz e a “forse trecentomila” quello dei non ebrei, ma non spiegava come era giunto a queste stime, né perché i Polacchi e i Sovietici erano arrivati a un totale di quattro milioni, cifra [all’epoca] inscritta sul monumento di Birkenau.


D. Christie l’interrogò poi sui campi che si riteneva avessero contenuto camere a gas omicide. Sciorinò i nomi di questi campi, chiedendogli ogni volta se questo campo avesse posseduto o no una o più di queste camere a gas. La risposta avrebbe dovuto essere semplice per questo eminente specialista, ma anche qui, di nuovo, Hilberg perse la bussola. Accanto ai campi “con” e ai campi “senza” camera a gas, egli creò, nel disastro delle sue improvvisazioni, altre due categorie di campi: quelli che avevano “forse” avuto una camera a gas (Dachau, Flossenburg, Neuengamme, Sachsenhausen) e quelli che avevano avuto una “piccolissima camera a gas” (per esempio Struthof-Natzweiler in Alsazia), così piccola che ci si domandava se valeva la pena parlarne; egli non rivelò i suoi criteri di distinzione tra queste quattro categorie di campi.
Gli fu chiesto se era a conoscenza di una perizia (expert report) che stabilisse che un certo locale fosse stato effettivamente una camera a gas omicida. Hilberg fece orecchi da mercante, poi tergiversò e moltiplicò le risposte più inappropriate. Le sue manovre dilatorie divenivano così manifeste che il giudice Locke, generalmente così pronto ad accorrere in soccorso dell’accusa, si sentì obbligato a intervenire per chiedere una risposta. Solo allora, senza più cercare delle scappatoie, Hilberg rispose che non era a conoscenza di alcuna perizia di questo genere. Ci sono quattordici pagine di trascrizione (pp. 968-981) tra il momento in cui questa imbarazzante domanda viene posta e il momento in cui infine viene data la risposta.
Conosceva un rapporto d’autopsia che stabilisse che un certo cadavere di un detenuto era il cadavere di un individuo ucciso mediante gas tossico? La risposta, anche qui, fu: “No”.
Poiché Hilberg, in compenso, dava una così grande importanza alle testimonianze, fu interrogato su quella di Kurt Gerstein. Egli tentò di dire che, nel suo libro, non utilizzava affatto le confessioni di quest’ufficiale SS. Al che Christie gli replicò che, in The Destruction of the European Jews, il nome di Gerstein appariva ventitré volte e il documento PS-1553 dello stesso Gerstein era citato in dieci occasioni. Poi, alcuni frammenti di queste confessioni, sotto differenti forme, furono letti davanti alla giuria. Hilberg finì col convenire che certe parti di queste confessioni di Gerstein erano una “pura assurdità” (pure nonsense).
Stesso scenario con le confessioni di Höss. Hilberg, prostrato, dovette ammettere in una circostanza: “It’s terrible”, il che, nel contesto, significava: “È indifendibile”. A proposito della più importante delle “confessioni” firmate da Höss (documento NO-1210), egli riconobbe che eravamo in presenza di un uomo che faceva una deposizione in una lingua (l’inglese) diversa da quella sua propria (il tedesco), una deposizione dal contenuto completamente inaccettabile, “una deposizione che sembra essere stata il riassunto di cose che egli aveva detto o che poteva aver detto o che pensava forse di aver detto, da parte di qualcuno che gli aveva sbattuto davanti un riassunto che egli aveva firmato, il che è infelice.
A proposito del fatto che, secondo questa “confessione”, ad Auschwitz erano stati gasati due milioni e cinquecentomila persone, Hilberg arrivò a dire che si trattava di “una cifra manifestamente non verificata, totalmente esagerata, che era stata forse ben conosciuta e diffusa dopo le conclusioni erronee di una commissione di inchiesta sovietico-polacca su Auschwitz”.
Sentendo che doveva gettare la zavorra, non ebbe alcuna difficoltà ad ammettere, con D. Christie, che “storici” come William Shirer non avevano per così dire alcun valore» (561).


In questa occasione Christie lesse in aula un passo del libro di Shirer in cui appariva un grossolano travisamento delle dichiarazioni di Lammers a Norimberga (562). Cito dall’edizione italiana del libro:

«Così Hans Lammers, il capo dalla testa taurina della Cancelleria del Reich, quando a Norimberga rese la sua testimonianza, alle domande incalzanti dell’accusa rispose: “Sapevo che un ordine del Führer era stato trasmesso a Heydrich da Göring... Quest’ordine era chiamato ‘la soluzione finale del problema ebraico’”» (563).

In realtà Lammers, all’udienza del 9 aprile 1946, interrogato dal colonnello Pokrowsky, viceprocuratore dell’Unione Sovietica, dichiarò:

«Mi è solo stato comunicato che un ordine del Führer era stato trasmesso dal Maresciallo del Reich Göring all’allora capo del RSHA, il signor Heydrich. [...]. Questo incarico fu definito “Endlösung der Judenfrage”, ma nessuno sapeva di che cosa si trattasse, che cosa significasse, e successivamente mi sforzai in varie occasioni di chiarire che cosa dovesse significare effettivamente il termine “Endlösung”, che cosa dovesse accadere. Ieri qui ho cercato di spiegare questa questione, ma non ho potuto parlare compiutamente».


Indi Lammers ribadì ciò che aveva affermato il giorno prima, ossia che «erano affiorate voci sull’uccisione di Ebrei» che lo indussero a verificarle, ma, dopo i suoi accertamenti, queste voci rimasero tali. Allora si rivolse a Hitler e Himmler (564), il quale gli parlò soltanto di evacuazioni (565).
L’accenno di Lammers all’ «ordine del Führer» che era stato trasmesso da Göring a Heydrich si riferiva alla lettera di Göring del 31 luglio 1941 più volte citata, che non aveva nulla a che vedere col presunto sterminio ebraico.
Torniamo al resoconto processuale di Faurisson. A Hilberg

«fu chiesta la sua opinione sulla testimonianza di Filip Müller, l’autore di Tre anni in una camera a gas di Auschwitz. Gli furono letti dei passi tratti dal più puro antinazismo da sex-shop e D. Christie dimostrò davanti alla giuria, grazie a un’analisi del revisionista italiano Carlo Mattogno, che F. Müller o chi per lui, aveva semplicemente commesso un plagio traendo un intero episodio, quasi parola per parola, da Medico ad Auschwitz, questo falso notorio firmato da Miklos Nyiszli. A quel punto Hilberg cambiò improvvisamente tattica: finse emozione e dichiarò in tono patetico che la testimonianza di F. Müller era troppo sconvolgente perché si potesse dubitare della sua sincerità. Ma tutto suonava falso in questo nuovo Hilberg che, fino ad allora, si era espresso in tono monocorde e con la circospezione di un gatto che tema la brace. D. Christie non giudicò utile insistervi» (566).


Il presunto ordine di sterminio di Hitler

Nel capitolo II ho dimostrato che il primo ordine di sterminio di Hitler addotto da Hilberg non ha alcun fondamento storico-documentario. Passiamo ora al secondo.
Nel 1983 Hilberg, all’Avery Fisher Hall, aveva esposto una tesi in aperto contrasto con quella che aveva propugnato nel suo libro:

«Ma ciò che cominciò nel 1941 fu un processo di distruzione non pianificato in anticipo, non organizzato centralmente da alcun organismo. Non ci furono progetti né bilancio preventivo per misure di distruzione. Queste furono prese gradualmente, un passo alla volta. Così risultò non tanto un piano da realizzare, ma un incredibile incontro di pensieri, una lettura di pensieri concordanti da parte di una vasta burocrazia» (567).


L’avvocato Christie lesse queste parole a Hilberg, il quale le confermò, ma dichiarò che esse non escludevano l’esistenza di un ordine di sterminio.

«Christie - Ci fu o non ci fu un ordine?
Hilberg - Io credo che ci fu un ordine di Hitler.
Christie - Bene.
Hilberg - Il professor Krowslich (568) lo crede. Altri credono che non ci fu.
Christie - Così è un articolo di fede basato sulla vostra opinione?
Hilberg - No, non è affatto un articolo di fede. È una conclusione. Ci si può arrivare per una via o per un’altra.
Christie - Perché non c’è nessuna prova per dimostrare un aspetto o l’altro. Esatto?
Hilberg - Ci possono essere delle prove, ma qui, in questo caso, si tratta di che cosa sia una prova sufficiente.
Christie - Un ordine fu dato nella primavera del 1941, è ciò che avete detto nel vostro libro.
Hilberg - È l’opinione di un uomo, la mia».


Indi Christie tornò sulla pagina 177 del libro di Hilberg:

«“Subito dopo l’inizio delle operazioni mobili nei territori sovietici occupati, Hitler impartì il suo secondo ordine”. Ora, dov’è il suo secondo ordine?
Hilberg - Il problema di questo particolare ordine è lo stesso del primo. È orale.
Christie - È orale.
Hilberg - E ci sono persone che dicono, no, non ci fu affatto un ordine. Ci fu una serie di ordini che furono dati a varie persone in vari momenti.
Christie - Mm-hmmm.
Hilberg - Ciò è oggetto di disputa e di discussione tra gli storici e per questo ci sono convegni e anche seconde edizioni di libri.
Christie -Vedo. Così voi dovete correggere questa dichiarazione nella seconda edizione. Esatto?
Hilberg - No, non dico che devo correggere questa dichiarazione, ma naturalmente nella seconda edizione ci sono correzioni» (569) (corsivo mio).


Nel dibattimento successivo, Christie chiese a Hilberg se poteva esibire una prova dell’esistenza del secondo ordine di Hitler, ed egli menzionò la lettera di Göring a Heydrich del 31 luglio 1941. L’avvocato gli obiettò che in questo documento si parla di «re-settlement» (traduzione inglese del termine tedesco “Evakuierung”) di Ebrei all’Est, al che Hilberg rispose:

«Bene, il termine “re-settlement” [ricolonizzazione] divenne la parola usata nella corrispondenza nella seconda guerra mondiale nei documenti tedeschi per indicare il processo di deportazione di persone nei centri di uccisione. In breve, ciò era per distinguere dal portare gli assassini alle vittime. Qui le vittime sono portate agli assassini.
Christie - Bene, quella è la vostra interpretazione di...
Hilberg - Quella era la mia interpretazione e lo è ancora.
Christie - Ma non era affatto un ordine o una lettera di Hitler.
Hilberg - No, non lo è.
Christie - Ma qui [nel libro] si dice “Hitler impartì il suo secondo ordine”. Corretto?
Hilberg - Questo è corretto.
Christie - Ciò potrebbe essere un po’ fuorviante, no?
Hilberg - , potrebbe essere fuorviante e per questa ragione scriviamo seconde edizioni» (570).


Incalzato da Christie, Hilberg mantenne la realtà del primo ordine di sterminio ebraico di Hitler della primavera 1941, che, come ho dimostrato sopra, è assolutamente insussistente. Quanto al secondo ordine, egli dichiarò che sulla realtà di esso c’era discussione, ma soltanto un paio di storici tedeschi affermavano «che non c’era alcuna necessità di un ordine di Hitler» (571). Personalmente, però, come abbiamo visto sopra, egli credeva che un tale ordine fosse realmente esistito in forma verbale e che su questo punto non doveva fare correzioni nella seconda edizione della sua opera. Improvvisando malamente, Hilberg attribuiva il carattere verbale del presunto ordine al fatto che la lettera di Göring del 31 luglio 1941 era stata da lui «scritta per ordine di Adolf Hitler» (572), sicché egli basava la sua realtà storica sul semplice travisamento di una semplice parola di un documento che si riferiva al progetto Madagascar! Egli arrivò perfino ad affermare che esistono documenti scritti che dimostrano l’esistenza del presunto ordine di Hitler:

«Non è l’ordine di Hitler che esiste in forma di documento, perché pare che sia stato verbale, ma ci sono documenti che dicono che un ordine di Hitler ci fu.
Christie - Sì. Ci sono testimonianze di persone...
Hilberg - No, no, no. Ci sono documenti. Ripeto, ci sono documenti. Anche nella conferenza di Wannsee troverete riferimento a ciò».


Hilberg precisò poi questa singolare tesi così:

«Essa contiene un riferimento in quanto Heydrich parla di evoluzione della politica fino alla soluzione finale e in questo contesto fa un riferimento specifico a Hitler» (573).


A questo riguardo, Faurisson rileva:

«Poco tempo dopo il processo, scoprii che Hilberg aveva commesso uno spergiuro. Nel gennaio 1985, sotto il vincolo del giuramento, in presenza del giudice e della giuria, aveva osato affermare che, nella nuova edizione del suo libro, allora in corso di stampa, egli manteneva l’esistenza di questi ordini di Hitler di cui aveva appena riconosciuto che non esisteva “traccia”.
Ora, egli mentiva.
In questa nuova edizione, la cui prefazione è datata settembre 1984 (Hilberg depose sotto giuramento nel gennaio 1985) qualunque menzione di un ordine di Hitler è sistematicamente soppressa; il suo collega e amico Christopher Browning lo noterà in una recensione intitolata “The Revised Hilberg”:
Nella nuova edizione [quella del 1985], tutte le menzioni del testo relative a una decisione di Hitler o a un ordine di Hitler per la ‘soluzione finale’ [intesa da Browning nel senso di ‘sterminio’] sono state sistematicamente soppresse. Nascosta in fondo a una sola nota appare una sola e unica menzione:’ La cronologia degli eventi e il contesto storico portano a credere che Hitler abbia preso la decisione prima della fine dell’estate [1941] ‘. Nella nuova edizione, non si prendono più decisioni e non si danno più ordini” (574).
Il fatto è grave.
Esso dimostra che, per essere più sicuro di ottenere la condanna di E. Zündel (la cui tesi è in particolare che non è mai esistito un ordine di Hitler o di chiunque di sterminare gli Ebrei), un professore universitario non aveva timore di ricorrere alla menzogna e allo spergiuro» (575).


E questo, come ho mostrato, non fu neppure l’unico spergiuro di Hilberg.

Brani da:

RAUL HILBERG E I «CENTRI DI STERMINIO» NAZIONALSOCIALISTI , FONTI E METODOLOGIA di Carlo Mattogno.

Gennaio 2008

Foto,grassetto,evidenziazione,colore,sottolineatura,NON fanno parte del testo originale.WaA359

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08:45 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, hilberg raul, Olo$alariati | Link permanente | Commenti (2) | Tag: zundel, mattogno, hilberg, toronto | |  Facebook |  Stampa

Commenti

Mah...che dire? In questo marasma di affermazioni di presunta storicità, giusto per averne dei vantaggi economici, neanche ci si meraviglia più. Se anche i turisti che visitano i campi, senza aver mai visto nè sentito nè letto niente diventano evangelisti, siamo veramente alla frutta.
Anche a Fenestrelle, in Piemonte, davvero il primo lager italiano della storia, dove morirono non si sa esattamente quanti soldati borbonici, forse un migliaio, un elenco ufficiale non esiste, ci vanno in molti, compreso il sottoscritto ad onorare e ricordare quei soldati, davvero pochi si azzardano a scrivere qualcosa e in modo superficiale. E' una questione di serietà, non di fede o di interessi.
Credo di cominciare a capire bene tutta la questione del cosidetto olocausto. Se ne accenno a qualche ex insegnate...mi guarda con sospetto e la cosa mi fa sorridere.

Scritto da: Borjes | 01.08.2010

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Quello citato era il massimo "storico" sterminazionista!
Il "faro" degli olostorici.
Va notato,nessuno lo fa, il suo "servizio" nell'intelligence yankee...è ammesso tranquillamente!
Non si meravigli degl insegnanti o ex ,di questa storia sanno meno di un neonato!
Si basano sui filmati della TV e delle pellicole hollywoodiane,tipo schingler list!
Il rischio,caro mio, è di andare oltre il "sospetto",alle mani!
E' capitato ed è sempre in agguato!

Scritto da: WaA359 | 01.08.2010

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