27.07.2010
I garanti di Kurt Gerstein di Carlo Mattogno
da: L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS ,ovvero ,
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ ,risposta a VALENTINA PISANTY
di Carlo Mattogno
Nel mio studio su Gerstein ho raccolto ed analizzato le testimonianze dei presunti garanti della sua narrazione: il barone von Otter, il vescovo Dibelius, Wilhelm Pfannenstiel e Rudolf Reder.
a) Il barone von Otter
La Pisanty riassume così il capitolo che dedico a questo personaggio253:
«In una lettera del 1948, il diplomatico svedese von Otter ha confermato di avere incontrato Gerstein su un treno nell’estate 1942, e di averne raccolto la testimonianza e l’accorato appello, così come risulta dal rapporto. Dopo l’incontro, von Otter si mise in contatto col vescovo Otto Dibelius a Berlino per informarsi sull’attendibilità di Gerstein e poi redasse un rapporto dettagliato del suo colloquio con Gerstein. Tale rapporto (andato perduto) non è mai stato spedito in quanto, dovendo recarsi di persona a Stoccolma poco dopo, von Otter decise di riferire oralmente al governo svedese del suo colloquio. Sfortunatamente (o fortunatamente, a seconda della tesi che si vuole sostenere) manca la trascrizione del rapporto orale di von Otter ai funzionari del governo svedese. Nonostante von Otter abbia successivamente confermato che i contenuti del rapporto Gerstein coincidono con ciò che egli apprese durante il suo dialogo in treno, Mattogno ritiene che, siccome non esiste traccia scritta del rapporto di von Otter al governo svedese, “è lecito perlomeno dubitare della realtà della comunicazione orale di von Otter al suo governo”. Mattogno afferma inoltre che non esiste alcuna prova dell’incontro di von Otter con Gerstein, ma che - se anche tale incontro fosse avvenuto evidentemente esso apparve talmente insignificante al diplomatico svedese da non indurlo nemmeno a stilare un rapporto scritto.
Qui Mattogno fa un uso improprio dei dati di cui dispone: siccome non rimane più traccia del rapporto di von Otter, egli balza alla conclusione (tutta da dimostrare) che tale rapporto non sia mai stato steso» (p. 124).
In realtà è la Pisanty che fa un «uso improprio dei dati». Tutta la sua argomentazione si fonda infatti sul presupposto «tutto da dimostrare» che tale rapporto sia esistito.
Con un abile gioco di prestigio, l’allieva di Eco gira le carte in tavola e pretende che non spetti a lei dimostrare l’esistenza del rapporto, ma spetti a me dimostrarne l’ inesistenza!
Ricapitoliamo:
- l’incontro Gerstein-von Otter sarebbe avvenuto sul treno Varsavia-Berlino alla fine di Agosto del 1942: il barone von Otter non ha mai dimostrato di essersi trovato a Varsavia in quel periodo e di aver fatto quel viaggio;
- del presunto rapporto scritto redatto da von Otter a Berlino non esiste alcuna traccia documentaria nel Riksarkivet di Stoccolma;
- del presunto rapporto orale di von Otter al governo svedese non esiste parimenti alcuna traccia documentaria.
Nonostante ciò, la Pisanty non solo assume come un fatto indubitabilmente certo che il rapporto in questione sia esistito, ma pretende addirittura che sia io a dimostrare la sua inesistenza!
Eppure il «postulato della storia scientifica» esposto da Baynac parla chiaro:
«niente documento, niente fatto accertato».
La lettera del barone von Otter non è del 1948 (come afferma la nostra dottoressa), ma del 23 luglio 1945. Si tratta di una lettera in svedese indirizzata al barone Lagerfelt che ho tradotto e riassunto nel mio libro. Essa, più che confermare il presunto incontro del diplomatico svedese con Gerstein, fa nascere ulteriori dubbi. Anzitutto essa riporta le presunte dichiarazioni di Gerstein in modo estremamente scarno:
«La relazione sulla “fabbrica dei cadaveri” di Belzec è vaga e generica e non raggiunge le sei righe: non si parla di Ebrei né degli altri tre “campi di sterminio”»254.
In secondo luogo, essa contiene una stridente contraddizione :
«Nella lettera von Otter dichiara che Gerstein aveva proposto “la cosa” (saken) a Dibelius. “La cosa”, come risulta dal contesto, si riferisce al progetto di Gerstein di far diffondere e confermare da una potenza neutrale “la conoscenza dello sterminio umano” (kännedom om människoutrotningen), cioè dello “sterminio” perpetrato nei campi polacchi.
La dichiarazione è dunque necessariamente falsa, perché Gerstein si trovava ancora sul treno Varsavia-Berlino e non poteva perciò aver già parlato al riguardo con Dibelius»255.
La Pisanty pretende che von Otter «abbia successivamente confermato che i contenuti del rapporto Gerstein coincidono con ciò che egli apprese durante il suo dialogo in treno», in realtà, nella sua “conferma”, risalente al 1964(!), come ho dimostrato con un confronto di testi, egli ha tratto questi «contenuti» da un articolo di Poliakov dell’inizio di quell’anno, plagiando perfino le falsificazioni testuali apportate da costui al rapporto Gerstein!256
Ciò mi pare sufficiente per mostrare quale sia l’attendibilità di questo testimone.
Il vescovo Dibelius
«Altre persone - scrive la Pisanty - sono state contattate da Gerstein prima del 1945. Tra queste, il vescovo Dibelius e Wilhelm Pfannenstiel. Dibelius, con il quale Gerstein aveva avuto contatti negli anni della guerra, nel 1955 ha a sua volta confermato i contenuti del rapporto. L’unica differenza riguarda il motivo della missione di Gerstein a Belzec, che secondo Dibelius riguardava i metodi di incenerimento dei cadaveri. Tale divergenza è per Mattogno motivo sufficiente di rifiuto della testimonianza di Dibelius» (p. 126).
La questione non è così semplice come la prospetta la Pisanty. Bisogna premettere che il vescovo Dibelius testimoniò al processo di appello contro Gerhard Peters nel 1955 e il caso Gerstein era già stato discusso nel processo del 1949. Poiché era stato convocato a questo processo proprio per il fatto che Gerstein lo aveva chiamato in causa nel suo rapporto,
Dibelius, quando rese la sua testimonianza, conosceva già, almeno per sommi capi, il contenuto di tale rapporto.
La cosa più strana è che Dibelius, sebbene avesse asserito di aver incontrato nel 1942 Gerstein, il quale gli avrebbe descritto il presunto sterminio a Belzec, pur essendo in possesso di informazioni tanto gravi, abbia parlato per la prima volta del fatto a tredici anni di distanza.
Egli avrebbe comunicato le informazioni ricevute da Gerstein al vescovo di Upsala, con preghiera di farle conoscere al mondo, ma di ciò non esiste traccia neppure negli archivi vaticani.
Un altro rapporto fantasma.
Per conoscere queste informazioni bisogna attendere il 1963.
Se al processo Peters Dibelius dichiarò che lo scopo della missione di Gerstein era quello di trovare un modo per eliminare «l’odore pestilenziale» provocato dall’arsione in massa dei cadaveri (il che è in contraddizione non solo con il rapporto Gerstein, ma anche con la storiografia ufficiale257),
nel 1963 egli aggiunse particolari molto eloquenti:
Gerstein era stato testimone di un’ «azione di cremazione» (Verbrennungsaktion) e la gasazione era avvenuta in un... «forno di gasazione»! (Vergasungsofen).
Altrettanto eloquenti sono i rapporti intercorsi tra Dibelius e von Otter. Nella lettera del 23 luglio 1945, il diplomatico svedese scrive che, dopo il presunto colloquio con Gerstein, egli incontrò il vescovo Dibelius dal quale ricevette conferma «dell’attendibilità e dell’identità dell’uomo».
Tuttavia nel 1966, al giornalista Pierre Joffroy, von Otter dichiarò:
«La coincidenza ha voluto che incontrassi, alcune settimane dopo, Otto Dibelius alla chiesa svedese di Berlino, in occasione della cerimonia di insediamento di un pastore luterano. Avrei potuto verificare allora se Gerstein mi avesse mentito se non fossi stato già convinto del suo racconto»258.
Dunque Dibelius non gli aveva confermato un bel nulla.
Vediamo ora la versione di Dibelius come viene riportata in un articolo del 1955:
«Alcuni giorni dopo, continuò il dott. Dibelius, von Otter gli si avvicinò con una richiesta di informazioni su Gerstein. Quando anche lo svedese gli parlò della conversazione sul treno espresso, il dott. Dibelius disse che i suoi dubbi venivano meno»259, perché egli non aveva creduto alla storia di Gerstein.
Ricapitolando,
von Otter prima dichiara di aver ricevuto da Dibelius conferma dell’attendibilità di Gerstein,
poi smentisce di aver parlato con il vescovo;
questi a sua volta dichiara di aver ricevuto conferma dell’attendibilità di Gerstein da von Otter in un incontro
che quest'ultimo afferma e nega e afferma solo per dire il contrario di ciò che dice Dibelius.
Come si vede, queste testimonianze sono estremamente attendibili!
Wilhelm Pfannenstiel
La discussione delle dichiarazioni di questo testimone richiede un breve inquadramento storico. Al dottor Wilhelm Pfannenstiel la giustizia alleata contestò esclusivamente la sua presunta partecipazione alla visita ai campi di sterminio orientali in compagnia di Gerstein.
Friedländer pubblica la fotocopia di un mandato di cattura spiccato alla fine della guerra dalle autorità francesi in cui, sulla base del rapporto Gerstein, egli stesso considerato sospetto («Kurt Gerstein, che pretende di aver combattuto questa politica di atrocità...»), il dottor Pfannenstiel viene annoverato260 tra coloro «che hanno preso parte in qualche modo alle atrocità commesse nei campi di concentramento tedeschi».
L’imputazione era la violazione dell’articolo 302 del codice penale, che prevedeva la pena di morte261.
Arrestato dagli Alleati, Pfannenstiel fu interrogato in veste di imputato nell’ambito del processo IG-Farben (agosto-1947-giugno 1948) sui suoi rapporti con Gerstein, il cui rapporto del 26 aprile 1945 (PS-1553) era già stato presentato come prova a carico e ammesso dal Tribunale nel processo dei medici (16 gennaio 1947).
Per salvarsi la pelle, egli cercò di barcamenarsi in qualche modo confermando di aver assistito ad una gasazione omicida con gas di scarico di un motore Diesel, ma negando di essere mai stato a Belzec e a Treblinka262.
Nel 1949 la storia di Gerstein fu dibattuta al processo contro Peters ed ebbe una larga eco nella stampa tedesca263.
Ma Pfannenstiel, sebbene prosciolto da ogni imputazione dalla giustizia alleata, doveva ancora affrontare lo scoglio finale della giustizia tedesca.
Il 6 giugno 1950, quando fu interrogato dal Tribunale provinciale di Darmstadt, egli era ancora un imputato, ma all’interrogatorio successivo (9 novembre 1959) era già divenuto un semplice testimone.
In questo periodo egli iniziò la sua carriera di garante ufficiale della veridicità del rapporto Gerstein a beneficio della nascente storiografia olocaustica tedesca.
I risultati non si fecero attendere:
Pfannenstiel fu prosciolto per mancanza di prove da tre istruttorie intentate contro di lui dal pubblico ministero di Marburg/Lahn (un piccolo atto di gratitudine da parte della magistratura) e tutti i passi relativi a lui, che lo ponevano in cattiva luce, furono espunti nella pubblicazione del rapporto Gerstein del 4 maggio 1945 curata dallo storico Hans Rothfels nel 1953 (un piccolo atto di gratitudine da parte della storiografia)264.
Non stupisce dunque che, a partire dal 1950, Pfannenstiel, ufficialmente, abbia garantito in generale l’attendibilità del rapporto Gerstein (ad eccezione dei passi relativi a lui).
In privato, invece, egli poteva permettersi di dire ciò che pensava realmente. Così fece in una lettera a Rassinier datata 3 agosto 1963, nella quale, tra l’altro, scrisse:
«I Suoi sospetti sulla realizzazione (Zustandekommen) del suo rapporto, una letteratura dozzinale (Kolportage265) in effetti estremamente inattendibile (höchst unglaubwürdigen) in cui la “finzione” (Dichtung) prevale di gran lunga sulla verità, come pure su come egli è morto, sono probabilmente esatti anche a mio parere»266.
Poiché Rassinier sospettava che il rapporto Gerstein fosse non veridico e non autentico, essendo opera dei due militari americani che incontrarono per primi Gerstein, è chiaro che
Pfannenstiel smentiva completamente la veridicità del rapporto. Nel seguito della lettera Pfannenstiel spiegava che la menzione del suo nome in questa «letteratura dozzinale» gli aveva già causato un grave pregiudizio, perciò egli voleva evitare a tutti i costi un dibattito pubblico sulla sua persona e chiedeva a Rassinier di mantenere il massimo riserbo sul suo nome.
E ciò si capisce benissimo.
D’altra parte la “conferma” di Pfannenstiel del rapporto Gerstein è chiaramente ricalcata su di esso, anche se egli trovò il modo di inserirvi (intenzionalmente?) contraddizioni e assurdità supplementari. Tanto per dirne una, Pfannenstiel, al pari di Gerstein, ha “osservato” il colore «bluastro» (bläulich) dei volti di alcuni cadaveri; in realtà il colorito delle vittime di un avvelenamento da ossido di carbonio è «rosso ciliegia chiaro»267.
Riguardo a questo testimone, la Pisanty rileva che «il suo principale interesse è di ripulire la propria immagine imbrattata da quanto emerge dal rapporto Gerstein. A parte ciò, egli non mette in discussione quello che gli storici hanno definito l‘ “essenziale” della testimonianza di Gerstein sulle camere a gas di Belzec».
Ciò è perfettamente vero, ma la Pisanty prende l’effetto per la causa:
Pfannenstiel accettò il suo ruolo di garante dell’attendibilità di Gerstein proprio per «ripulire la sua immagine», cioè per essere lasciato in pace dalla giustizia e dalla storiografia tedesche. E, come si è visto, la cosa gli riuscì molto bene.
La Pisanty finge anche di non capire il senso della lettera di Pfannenstiel a Rassinier, insinuando:
«Pfannenstiel non specifica quale parte del rapporto Gerstein susciti i suoi sospetti, ma c’è da scommettere che egli si riferisca alla parte che lo riguarda direttamente, mentre le obiezioni circa gli altri dettagli della testimonianza servono a screditare la figura dell’autore...» (pp. 126-127).
Si tratta di un banale trucco interpretativo che la nostra dottoressa realizza da un lato omettendo la mia spiegazione (il fatto che Rassinier riteneva l'intero rapporto Gerstein apocrifo e falso), dall’altro tentando di circuire il lettore per fargli credere che Pfannenstiel non si riferisse all’intero rapporto, ma soltanto ad una «parte» di esso. Il trucco riesce tuttavia solo a metà, perché al lettore attento non può sfuggire ciò che la Pisanty scrive al riguardo a p. 102:
«Per questo autore [Rassinier], il rapporto Gerstein è stato estorto con la forza da due “minus habens” armati fino ai denti (che poi sarebbero gli ufficiali Haught e Evans) i quali, dopo averlo scritto, avrebbero costretto Gerstein a firmarlo, aggiungendovi due righe di suo pugno per conferire ad esso un’apparenza di autenticità».
Se dunque la Pisanty ha capito benissimo la natura dei sospetti di Rassinier, come può pretendere in buona fede che essi si riferissero soltanto ad una «parte» del rapporto Gerstein?
Rudolf Reder
Riguardo alla mia discussione su questo testimone, la Pisanty scrive che
«Mattogno osserva che vi sono dei brani nel testo di Reder che riprendono così da vicino le parole impiegate da Gerstein da suscitare il sospetto che essi siano stati ricalcati, e pertanto conclude che “la ‘testimonianza’ di Rudolf Reder è completamente inattendibile”» p. 128, corsivo mio).
Dopo aver elencato «i brani incriminati», l’Autrice prosegue:
«Premesso che alcune di queste corrispondenze non dovrebbero sorprendere nessuno, visto che Reder e Gerstein hanno visto gli stessi luoghi e dunque è naturale che li descrivano in maniera analoga, quand’anche Reder fosse venuto a conoscenza del rapporto Gerstein prima di registrare per iscritto la sua testimonianza e avesse impiegato un paio di espressioni usate da Gerstein nel suo testo, ciò non sarebbe motivo sufficiente per negare ogni valore alla sua testimonianza» (p. 128, corsivo mio).
La Pisanty chiude rimarcando che, per i revisionisti, le testimonianze dei sopravvissuti «sono da scartare a priori» (pp. 128-129).
Questa argomentazione è forse il miglior esempio di disonestà intellettuale dell’intero libro; in poche righe la Pisanty riesce a condensare tutta la sua metodologia capziosa.
Anzitutto, l’argomentazione presuppone come un dato di fatto ciò che è invece oggetto di discussione, vale a dire assume aprioristicamente la veridicità della testimonianza di Gerstein e di Reder, in base al principio che tutte le testimonianze dei sopravvissuti sono da accettare a priori.
In pratica, il ragionamento della Pisanty si riduce a questo circolo vizioso: assumendo a priori che le testimonianze di Gerstein e di Reder siano vere, ne consegue che, se Reder ha plagiato Gerstein, ciò non infirma la deposizione di Reder, che resta vera.
In secondo luogo, per quanto riguarda i «brani incriminati» (testi praticamente identici che appaiono nelle due testimonianze), la Pisanty applica il nobile metodo dei due pesi e delle due misure: quando si tratta di inveire contro i “negazionisti” che mettono in rilievo le discordanze tra le varie testimonianze, ella sentenzia che «le inevitabili discrepanze tra le testimonianze fino a un certo punto rafforzano, anziché compromettere, una certa visione dei fatti - se non altro perché allontanano il sospetto che esse emanino tutte da un unico soggetto storico» (p. 32).
Anzi, ella si spinge ancora oltre, facendo sua la seguente asserzione di Marc Bloch:
«la nostra ragione [...] si rifiuta di ammettere che due osservatori, necessariamente situati in punti diversi dello spazio e dotati di ineguali facoltà di attenzione, abbiano potuto notare, punto per punto, i medesimi epIsodi» (p. 264).
La mente della nostra dottoressa, invece, non solo non si è ribellata di fronte a due testimonianze che proferiscono la stessa assurdità (la presenza di 700-800 persone in locali di 20 o 25 metri quadrati di superficie), non solo non ha sospettato che esse emanino entrambe da «un unico soggetto storico», ma considera naturali «i medesimi episodi», perché entrambi i testimoni hanno visto le stesse cose!
Ella ha infine travisato la mia critica omettendo semplicemente qualunque riferimento alla questione - non certo irrilevante - di come e perché Reder al suo arrivo a Belzec, nonostante i suoi 61 (sessantuno) anni compiuti, non fosse stato gasato immediatamente (tanto più in quanto non aveva alcuna qualificazione specialistica che giustificasse il suo invio al campo); di come e perché egli fosse riuscito a sfuggire a 80 (ottanta) selezioni tra il personale del campo per la camera a gas; di come e perché non fosse stato gasato quando le sue condizioni di salute erano alquanto gravi («ero gonfio, pieno di chiazze blu e il pus [mi] usciva dalle piaghe») - tipico caso di umanitarismo dei carnefici SS!268 -, delle mirabolanti vicende in cui riuscì a fuggire dal campo269.
È in base a tutto ciò che ho concluso che la testimonianza di Reder è inattendibile.
Note:
253) Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., capitolo IV, Il testimone Göran von Otter, pp. 87-97.
254 Idem, p. 92.
255 Idem.
256 Idem, pp. 95-96.
257 L’arsione dei cadaveri a Belzec cominciò nel novembre 1942, tre mesi dopo la visita di Gerstein. Nationalsozialistiche Massentötungen durch Giftgas, p. 188.
258 Pierre Joffroy, L’espion de Dieu. Grasset, Parigi, 1969, p. 17.
259 «Who knew of the extermination? Kurt Gerstein’s Story», in: The Wiener Library Bulletin, 9, 1955, p. 22.
260 In ottima compagnia, essendo preceduto da Hitler, Himmler, Eichamm e Günther!
261 Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene. Feltrinelli, Milano, 1967, pp. 12-13.
262 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.124.
263 Vedi ad esempio l’articolo «Cyklon B gegen KZ-Häftlinge. Bericht über ersten deutschen
Giftgasprozess», in: Die Neue Zeitung, n. 34, 22 marzo 1949.
264 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.127.
265 Il termine designa un «rapporto letterariamente scadente mirante a un facile effetto». Deutsches Universalwörterbuch. Dudenverlag, Mannheim/Vienna/Zurigo, 1983, p. 709.
266 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.124.
267 Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 144.
Foto,grassetto,evidenziazione,colore,sottolineatura,NON fanno parte del testo originale.WaA359
19:54 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, sion zion sionisti "Italia", umberto eco, valentina pisanty | Link permanente | Commenti (0) | Tag: mattogno, gerstein, pisanty, lewinsky |
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