13.07.2010

2 Wahrheit Macht Frei Auschwitz all'ombra della croce Parte 2

Le cifre rivedute dei morti sarebbero state scritte in 18 lingue e installate vicino al monumento principale di Auschwitz-Birkenau. La nuova iscrizione recitava:

“Questo luogo rimanga per l’eternità come un grido di disperazione, e come un monito all’umanità. Circa un milione e mezzo di uomini, donne, bambini, e neonati, principalmente ebrei da differenti paesi d’Europa, vennero uccisi qui. Il mondo stava in silenzio. Auschwitz-Birkenau, 1945.”

Ernst Zündel mostra le targhe di Auschwitz con la cifra dei morti riveduta e corretta.

Secondo un articolo pubblicato dal Centro Wiesenthal,

“Questo nuovo testo sostituirà la vecchia targa, che recitava: “Questo è il luogo del martirio e della morte di quattro milioni di vittime uccise dal genocidio nazista, 1940-1945.””


La singolare esegesi del Centro Wiesenthal rispetto a questa drastica riduzione del totale delle vittime fu alquanto deludente. “In realtà”, essi asserirono, “la cifra dei “4 milioni” fu opera delle autorità comuniste postbelliche che cercarono di attenuare l’unicità dell’esperienza ebraica durante l’Olocausto.”

Sfortunatamente, il Centro omise di identificare queste presunte autorità comuniste per nome. Né fornì una spiegazione ragionevole del perché tali autorità avrebbero dovuto cercare di attenuare l’unicità dell’Olocausto ebraico. E’ assai significativo il fatto che il Centro non riuscì a fornire prove convincenti per confutare la deduzione che le perdite ebraiche erano sempre state incluse nella cifra dei quattro milioni, le cui origini possono essere rintracciate meticolosamente nelle fonti contemporanee durante la guerra, piuttosto che dopo.

Inoltre, i dati storici relativi al numero totale dei morti ad Auschwitz non sono mai stati coerenti e gli storici non sono riusciti a mettersi d’accordo su una cifra definitiva. In pratica, la controversia rimane irrisolta ed è prevedibile che il numero totale delle vittime diminuisca alla luce di nuove ricerche.

Mentre la campagna orchestrata per aggredire la Chiesa cattolica prendeva slancio, diversi giornalisti ebrei decisamente perturbatori si aggregarono agli assalitori cercando di fomentare il disprezzo contro la Chiesa paragonando l’immagine della croce cristiana con la svastica nazista. Ma nel 1995, Leon Wieseltier, uno scrittore del New York Times, giudicò che “l’ombra della croce ad Auschwitz era, con tutto il rispetto, ripugnante” e dichiarò irresponsabilmente che “l’Olocausto venne perpetrato da cristiani che si definivano cristiani”.

Tuttavia, durante e prima dello scoppio della guerra in Europa nel 1939, i propagandisti ebrei avevano dipinto la svastica come un crocifisso sul quale Gesù Cristo era stato appeso per ottenere il sostegno dei cristiani.

Tempora mutantur, nos et mutantamur in illis.

Perciò, le organizzazioni ebraiche stavano mandando un messaggio subliminale ai sopravvissuti non ebrei, e alle loro famiglie, consistente nel fatto che le vite dei loro cari erano di minor valore delle vite degli ebrei: negando così la loro stessa umanità. In pratica, alle vittime non ebree del nazionalsocialismo veniva detto non di “salire sui posti in fondo del bus”, ma di uscirne totalmente. Rigettando le vittime non ebree di Auschwitz, i sostenitori dell’esclusivismo ebraico stavano in realtà dicendo che,

“Non ci importa quale altro bus prenderete, o dove lo prenderete, ma una cosa è certa: voi non prenderete questo bus, che è stato riservato ai soli ebrei.”

Come se volesse sottolineare questo punto, il rabbino Martin Hier del Centro Simon Wiesenthal volò a Roma per fare pressioni sul Vaticano affinché si sottomettesse alle richieste ebraiche, dicendo loro:

“Ad Auschwitz la Chiesa sta rivendicando il proprio diritto esclusivo su un simbolo che non le appartiene. Ci sono altri campi da rivendicare per Cristo, ma questo non è uno di quelli…”

Jack Reich, un sedicente sopravvissuto di Auschwitz, calunniò pubblicamente la Chiesa cattolica quando disse:

Non c’erano vescovi o suore a pregare con le loro croci per i miei cari quando venivano umiliati, affamati e uccisi. Questa non è nient’altro che una dissacrazione di quello che è stato soprattutto un massacro di ebrei.”

Lo storico inglese “ufficiale” dell’Olocausto Martin Gilbert fece eco a queste affermazioni dicendo che “quello che la Chiesa cattolica sta facendo è scandaloso e grottesco.”

Nel suo periodico illustrato, Response, il Centro Wiesenthal giudicò che “la chiesa ubicata sul terreno dell’ex campo di sterminio di Birkenau è offensiva per gli ebrei.”

Senza usare mezzi termini, il rabbino Hier, decano del Centro, si lamentò:

“Innalzare una croce torreggiante sopra le famiglie delle vittime che vengono in pellegrinaggio in questo luogo è una provocazione gratuita. La chiesa di Birkenau è anche più offensiva del convento di Auschwitz perché Birkenau è il più grande cimitero ebraico del mondo.”[4]

Birkenau, 2005: la chiesa vilipesa dagli ebrei è ancora lì.

Gli ingiustificabili tentativi messi all’opera dalle organizzazioni ebraiche per equiparare o correlare la persecuzione razziale degli ebrei da parte dei nazisti con il presuntoantisemitismo” della Chiesa cattolica e della cristianità in generale non è solo ingiustificabile, insincero e intellettualmente disonesto, ma tradisce anche un’ignoranza abissale della teologia cristiana e di duemila anni di interrelazione ebraico-cristiana storicamente documentata.

Sfortunatamente, la controversia sulla croce ri-esplose nel 1998, quando i sopravvissuti del campo polacco, insieme alle loro famiglie e a vari nazionalisti polacchi, si unirono temporaneamente sotto la leadership di Kzimierz Switon. Sfidando apertamente la messa al bando delle croci, essi ne piantarono duecento sul terreno di Auschwitz I tra lo sbalordimento del mondo intero. Switon e i suoi sostenitori annunciarono la loro intenzione di non lasciare il campo fino a quando dei rappresentanti della Chiesa cattolica non avessero fornito loro una garanzia scritta che le croci non sarebbero state rimosse.

Nel 1998 vennero piantate 200 croci di fronte al Block 11.

Le vigili organizzazioni ebraiche, capeggiate da elite come quella costituita dal Centro Simon Wiesenthal, intervennero immediatamente, orchestrando una serie di rumorose proteste pubbliche e private, attentamente inscenate, che denunciavano il “sacrilegio”, mentre l’irrefrenabile rabbino Weiss salmodiava in stile vampiresco che “gli ebrei non avrebbero negoziato all’ombra della croce.”

Alla fine il gruppo di Switon non riuscì a raggiungere il suo obbiettivo e, quando le croci vennero rimosse, manifestò la propria delusione per quello che venne percepito come il tradimento della Chiesa del popolo polacco.

Questi nazionalisti polacchi erano dolorosamente consapevoli del fatto che durante l’occupazione sovietica della Polonia durante la seconda guerra mondiale, oltre un milione e mezzo di polacchi etnici vennero deportati in Unione Sovietica, tra cui oltre 250.000 bambini di età inferiore ai 14 anni. Del suddetto milione e mezzo, oltre mezzo milione venne inviato nelle galere e nei campi di concentramento, da cui la maggior parte non ritornarono più, e la stragrande maggioranza di queste vittime erano cattolici. A inasprire questa questione c’era il fatto che un numero significativo di ebrei avevano attivamente collaborato con i sovietici nella loro oppressione della popolazione polacca.

Questo fatto venne in seguito riconosciuto e confermato da due storici ebrei, che osservarono che “i giovani ebrei e il proletariato esercitarono un ruolo importante nell’apparato repressivo, e attuarono la “lotta di classe” direttamente in primo luogo contro i polacchi con “intransigenza rivoluzionaria.”

Un testimone ebreo di questi tragici eventi osservò in seguito,

“Il benvenuto esteso ai bolscevichi era soprattutto una dimostrazione di identità separata, di essere diversi da quelli contro cui i sovietici stavano combattendo una guerra – dai polacchiun rifiuto a essere identificati con lo stato polacco. Non dobbiamo pretendere di non capire tutto ciò, o non riusciremo ad ammettere che questo fu il risultato della nostra politica.”

Sviluppando questo punto di vista, Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Stefan Batory, ha affermato che,

In nessun altro paese europeo durante la guerra ci fu un conflitto di interessi e di idee così drammatico tra gli ebrei e la nazione in cui vivevano, come durante l’occupazione sovietica degli anni 1939-1941. Altrove gli ebrei avevano interessi divergenti rispetto a una parte della società che li circondava, ma in un quadro di solidarietà complessiva e di relazione con il resto della società. Nella Polonia orientale, tuttavia, furono gli ebrei a essere percepiti come collaborazionisti.”

Perciò, le legittime preoccupazioni del popolo polacco vennero assolutamente ignorate dai gruppi ebraici critici verso i polacchi e la Chiesa cattolica, come pure dagli stessi rappresentanti del Vaticano.

Vantandosi del ruolo eccezionale avuto dalla propria organizzazione nell’aver provocato l’escalation della controversia di Auschwitz, il Centro Wiesenthal proclamò,

“Durante i due decenni passati, il Centro è stato in prima linea nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocaustoun movimento guidato da antisemiti professionisti e da pseudo-intellettuali. Ma cosa accade quando degli estremisti, inclusi i membri di un’istituzione importante – in questo caso la Chiesa cattolica polaccadecidono di monopolizzare la memoria e di riscrivere la storia per seguire i propri programmi teologici e nazionalisti? La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1992 che designava il sito di Auschwitz-Birkenau come “integro”, non significa nulla per quelli che cercano di assumere il controllo postumo del più grande cimitero ebraico del mondo…”

Non solo il Centro Wiesenthal insinuava irresponsabilmente un’affinità esistenziale tra la Chiesa cattolica e inegazionisti dell’Olocausto”, ma le sue accuse sarcastiche costituirono un atto di incredibile, egoista elitarismo alla luce del fatto che, riguardo ad Auschwitz, nessun altro gruppo, nazione, o organizzazione ha mai cercato di “monopolizzare la memoria e riscrivere la storia” o di “assumere il controllo postumo” in modo più risoluto di quelle agenzie ebraiche impegnate così attivamente nel mantenere e salvaguardare gelosamente il loro predominio su Auschwitz. Anche concedendo il fatto che ad Auschwitz morirono più ebrei che non ebrei tutto ciò non sminuisce in alcun modo il diritto delle vittime non ebree di rivendicare uno status uguale a quello degli ebrei. E’ palesemente ingiusto che un gruppo di vittime si arroghi un privilegio esclusivo nei riguardi di un campo di concentramento dove ebrei e non ebrei morirono allo stesso modo in gran numero. Nella morte tutti gli uomini sono uguali. Inoltre, persino a Birkenau, gli ebrei hanno il dovere di condividere le loro memorie con gli zingari, che vennero parimenti seppelliti in quel sottocampo. Come gli analisti polacchi hanno fatto rapidamente notare, se è un diritto di esclusiva quello che le organizzazioni ebraiche stanno chiedendo, i loro sforzi sarebbero meglio diretti se venissero concentrati su Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, poiché sono questi ad essere noti come campi esclusivamente “ebraici.

Similmente, le lamentele ebraiche secondo cui i polacchi e la Chiesa cattolica furono in qualche modo manchevoli nel loro avvertito dovere di salvarli [gli ebrei] durante la guerra non possono essere sostenute o convalidate né da un punto di vista storico né da un punto di vista morale, perché i cattolici polacchi morirono in numero uguale o superiore a quello dei cittadini ebrei che vivevano in Polonia in quel tempo. Sia che le vittime venissero gasate o fatte morire di fame, fucilate o fatte lavorare fino a provocarne la morte, il risultato finale rimane lo stesso. Considerando tutti i fatti conosciuti, non è quindi ragionevole sollevare interrogativi pertinenti al silenzio dei leader ebrei all’epoca dei fatti?

E’ irragionevole chiedere perché influenti leader ebrei non accorsero in aiuto dei cattolici polacchi o almeno non pubblicizzarono, protestarono o attirarono l’attenzione sui maltrattamenti subiti da questi ultimi per mano dei comunisti? Inoltre, il primo dovere del Papa non è quello di prendersi cura dei bisogni spirituali e temporali del proprio gregge.

Presi tra due fuochi, i polacchi soffrirono sia ad opera dei nazisti che dei sovietici, e il loro stato di servitù sotto la tirannia durò per decenni dopo la guerra. Similmente, la Chiesa non ha né colpa né responsabilità per la persecuzione nazista degli ebrei, poiché i due Papi dell’epoca, Pio XI e Pio XII, condannarono le misure antiebraiche prese dai nazisti in numerose occasioni. Come lo scrittore – ed ex console – Pinchas E. Lapide osserva, la Chiesa cattolica riuscì a salvare più ebrei durante tutta la guerra di ogni altra organizzazione, incluse le organizzazioni ebraiche. Non ci sono assolutamente giustificazioni di sorta per le critiche ebraiche riguardo al ruolo presuntamente inattivo avuto dal Vaticano o da Papa Pio XII durante la guerra. A parte marciare su Berlino alla testa delle proprie guardie svizzere e arrestare il più potente dittatore del mondo, i critici ebrei non realistici non hanno mai spiegato in modo soddisfacente cosa si aspettavano che il Papa facesse, considerando i margini limitati di manovra che aveva. Inoltre, il Vaticano non poteva impedire l’arresto di Maximilian Kolbe né la deportazione di Edith Stein. Né gli stessi polacchi né alcuno dei pontefici e dei vescovi della Cristianità si trovavano in una posizione tale da poter liberare i paesi occupati dal potere draconiano di Hitler e Stalin. Alla luce del fatto che il Papa non poteva salvare i suoi stessi correligionari, come possono i critici ebrei aspettarsi che fosse in suo potere salvare gli ebrei d’Europa dalle grinfie della Gestapo?

Nei cinquant’anni trascorsi, i Papi in successione hanno, nei termini più accorati, ripetutamente diretto l’attenzione del mondo sul fatto che dieci milioni di nascituri sono stati uccisi come risultato dell’aborto legalizzato, facendo appello ai governi per abrogare le leggi in questione, e tuttavia nessuna nazione ha risposto ai moniti papali in termini positivi. Senza considerare le opinioni espresse col senno di poi dai soliti critici, un annuncio pubblico del Papa Pio XII rispetto alla persecuzione della Germania nazista degli ebrei si sarebbe risolta in un nulla di fatto.

Perciò, i rumorosi e irritanti attivisti ebrei che rivendicano il diritto esclusivo sull’intero complesso di Auschwitz non agiscono solo in senso simbolico ma anche letterale. Sfrattando e allontanando tutti gli ex detenuti non ebrei dai luoghi in questione e cancellando la loro memoria, le organizzazioni ebraiche, a prescindere dalle loro intenzioni, relegano tutti gli altri morti nella spazzatura della storia. Per gli imbonitori dell’industria dell’Olocausto, le sofferenze patite dalle vittime non ebree di Auschwitz diventano solo una nota a piè di pagina di minore importanza.

Note:


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrbelling/nrbelcross.html

[2] Nota del traduttore: lo shofar è un piccolo corno di montone utilizzato come strumento musicale. Viene utilizzato durante alcune funzioni religiose ebraiche, in particolare durante lo Yom Kippur.

[3] Nota del traduttore: la yeshiva è una scuola per lo studio della Torah.

[4] Nota del traduttore: in realtà alla fine del 2005 la chiesa di Birkenau era ancora al suo posto, come dimostra una delle foto consultabili all’indirizzo seguente: Cliccare QUI

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