12.07.2010
1 I Diritti dell'Uomo in azione:La deriva della legge e dei giudici verso lo psicoreato Parte 1
Parte 1
Assoggettamento e decadenza delle sovranità democratiche
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Messianismo capitalista e ideologie sessantottine
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Dal Leviatano a Mammona, nuovo messia
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Il dominio del totalitarismo finanziario
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Terrore, potenza militare e Diritti dell'Uomo
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Sottomissione del diritto nazionale ai Diritti dell'Uomo
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La Corte europea dei diritti dell'uomo alla prova
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Libertà di ricerca occultabile e chimica immorale
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Dalla libertà di espressione in particolare alla proscrizione giudiziaria in generale
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Dalla lettera allo spirito della Convenzione: la deriva verso il processo alle intenzioni
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Nessuna misericordia per i porci
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I porci non sono soggetti di diritto
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Dietro i Diritti dell'Uomo, il Terrore messianico.
Assoggettamento e decadenza delle sovranità democratiche
La “innovativa” presa in conto da parte del diritto penale contemporaneo dell'intenzione puramente soggettiva (movente ultimo, arrière-pensée, foro interiore, o coscienza intima che sia), per la definizione strutturale stessa dei crimini e dei reati, ha una fonte internazionale (1).
Questa fonte storica essenziale risiede nello statuto del Tribunale Militare Internazionale, incluso nell'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945, così come nella giurisprudenza che ne è seguita. Ma ciò che ben merita di essere chiamata la decadenza dei sistemi giuridici europei ha altre fonti estere, che emanano da convenzioni e trattati dal contenuto moraleggiante, che mirano a fondare anzi un nuovo ordine morale universale. Sotto la copertura dell'ordine morale occidentale e mondialista è stato edificato il sistema che ha fatto uscire dai confini religiosi la cattiva coscienza secolarizzata. Questo fenomeno, come vedremo, è in gran parte il frutto dell'unione che le circostanze hanno creato tra la plutocrazia puritana e l'”antifascismo”.
Le convenzioni e i trattati internazionali, fondati su una «morale di unanimità ed ortodossia» (vedi Robert Munchenbled) dalle pretese universali, pullulano, e strumentalizzano un “dovere alla virtù”. Sono atti multilaterali tramite cui i paesi europei partecipanti, in nome dell'”etica” rivelata dalle Nazioni Unite, non cessano di abdicare a grandi passi alla sovranità “democratica” nazionale.
Prima, questa sovranità veniva fondata, specie in Francia, sull'imperativo della “salute pubblica” della Nazione, cara ai rivoluzionari del 1793; ma poteva anche richiamarsi alla tradizione nazionale precedentemente incarnata dal Re, che, da parte sua, si riteneva ricevesse la sua sovranità da Dio; ed ancora nella prima parte del ventesimo secolo la sovranità sfuggiva alla metafisica mondialista debilitante dei Diritti dell'Uomo, cui essa è ora invece strettamente assoggettata. Così che ogni reticenza, ogni ribellione a questo nuovo ordine morale è giudicata oscena, e non può costituire altro che il fatto di “estremisti” indifendibili, dediti al vizio ed alla fornicazione spirituale con idee impure e peccaminose.
L'intero Occidente è ormai assoggettato alla metafisica neoprimitiva dei Diritti dell'Uomo, senza troppe finezze intellettuali o teologiche, ma che si pretende nondimeno immanente ed universale. I Diritti dell'Uomo si vogliono in particolare superiori alla stessa sovranità “democratica”, per quanto gli zelanti fautori dei primi rivendichino una sorta di proprietà immateriale sull'aggettivo della seconda... Copyright incongruo e paradossale, fondato su un'illusione retorica che sovverte il senso delle parole. I Diritti dell'Uomo sono così, nel mondo contemporaneo, circonfusi di una divinità ineffabile, che dà loro un'imponderabile essenza detta “democratica” per definizione, e li pone al di là delle contingenze democratiche tradizionali quali il suffragio universale o il diritto dei popoli di disporre di se stessi. Così, la pretesa “giustizia internazionale” e le grandi istituzioni internazionali costrittive sono coperte dalla santificazione “giusumanista”, senza che la loro tecnocrazia di ferro debba niente ad elezioni o a volontà popolari o simili orpelli del passato.
La democrazia dell'Occidente, ormai soggiogata da una morale superiore trascendente, non è ormai infatti che un mezzo contingente, sospendibile in caso di necessità, e non più la sorgente fondamentale del potere. La volontà dei popoli non può essere ancora detta “sovrana” se non tramite il ricorso alla “neolingua” orwelliana che infetta tutti i nostri discorsi (2).
Tutte queste abdicazioni di sovranità avvengono a profitto della cosmopoli del nuovo ordine morale e finanziario in via di consolidamento, al servizio di fatto della formidabile egemonia plutocratica americana. Tale è lo sbocco dell'involuzione sovversiva, abbozzata a Londra (1945) e a Norimberga (1945-1946), e che ha poi davvero cominciato ad estendersi al mondo intero sotto l'egida dell'ONU, a partire dalla famosa Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948. Troviamo qui un dispositivo iniziale di importanza primaria, propriamente metafisica, la cui conoscenza è indispensabile alla comprensione del nuovo ordine mondalista, semi-religioso benché strettamente materialista; un nuovo ordine morale che intende ormai reggere direttamente lo status degli individui, divenuti così soggetti di diritto internazionale pubblico, dopo essere stati per lungo tempo soggetti di diritto privato in seno a potenze pubbliche multeplici e particolari (clan, caste, tribù, città e Stati).
Si tratta forse della realizzazione finale del sogno dell'americano Henry David Thoreau (1817-1862), pensatore anarchico e “puritano illuminato”, per il quale l'individuo doveva primeggiare sullo Stato in modo assoluto; posizione che conduce in realtà allo Stato mondiale, così come è vero che l'individualismo assoluto conduce all'universalismo assoluto – e all'assolutismo universale.
Louis-Edmond Pettiti (1916-1998), che fu presidente dell'ordine degli avvocati di Parigi e giudice alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, si è fatto portavoce di questa mutazione a favore del nuovo rule of law con un entusiasmo incondizionato. Celebrando a Notre-Dame (!), il 10 dicembre 1978, il trentesimo anniversario della Dichiarazione Universale, questa nuova metafisica del diritto, dichiarava: «L'opera delle Nazioni Unite sulla scala dei cinque continenti è consistita nel sorpassare la barriera dello Stato Leviatano e nel fare accettare la competenza delle Commissioni sui Diritti dell'Uomo e della Commissione contro il Razzismo e la Discriminazione. [...] La seconda tappa era quella dell'ammissione di procedure instaurate da petizioni individuali e di enti privati. L'uomo diveniva un soggetto di diritto internazionale, persona munita di pieno accesso alle istituzioni sovrannazionali, al di là degli stessi diritti che deteneva nel suo paese di appartenenza. Questa mutazione è stata una rivoluzione storica» (3).
Amen...
Divenuti soggetti di diritto internazionale pubblico, gli individui possono agire per le loro rivendicazioni, senza tramiti né intermediari sovrani, in nome dell'universalità e dell'immanenza dei Diritti dell'Uomo. Divenuti soggetti di diritto internazionale pubblico, nello stesso modo ed allo stesso titolo degli Stati, gli individui possono dunque essere strumentalizzati a piacere a spese dell'interesse generale e delle sovranità politiche, rese sussidiarie. Gli Stati europei accettano senza un lamento questo stato di cose invertito. E' vero d'altronde che gli Stati nazionali sono sempre più, al di là di ogni buon senso, Stati moralisti serviti da un personale largamente corrotto (ma “antirazzista”), e non Stati amorali serviti di preferenza da persone virtuose (cioè oneste e di carattere).
Oggi, per esempio, il diritto di ogni immigrato, foss'anche giudicato indesiderabile, può interdire una politica restrittiva mirante alla sua espulsione, e imporre la riunione tra di noi della sua famiglia, in nome del suo diritto «al rispetto della sua vita [...] familiare» (art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo). Per la gioia della canaglia ed a vantaggio dell'arroganza: un singolo trafficante di droga o un immigrante clandestino può così imporsi pur contro la “volontà democratica” di non importa quale grande popolo europeo. L'immigrazione massiccia diventa anzi istituzionalmente e moralmente impossibile da contrastare. Eppure, molto potrebbe essere eccepito sulla immigrazione extra-europea attuale: non induce da parte degli immigrati un razzismo masochista all'inverso, dato che ciò che vogliono è non vivere più in paesi dove le maggioranze ed i governi non siano bianchi ed europei? I popoli occidentali, non avendo più nei confronti degli individui prerogative sovrane piene ed integre, sono votati ad essere sommersi demograficamente. In questo campo, i popoli europei non si vedono più neppure riconoscere il diritto elementare alla legittima difesa. E' divenuto impossibile imporre una volontà politica la cui giustificazione risieda nell'“interesse generale”. Ed è così che viene in essere la tragedia del ventunesimo secolo.
Pereat mundus, fiat iustitia, dice l'adagio latino degli estremisti del diritto della decadenza. Che tutto vada al diavolo purché ciò avvenga per la “giustizia” individuale, per l'assunzione dell'Uomo astratto e normalizzato nel regno dei cieli. Esattamente l'inverso della saggezza sociale secondo Goethe, per cui persino un'ingiustizia è meglio che l'instaurarsi del disordine.
I Diritti dell'Uomo devono dunque imporsi, quali che siano le conseguenze sulle prerogative storiche, civili e demografiche delle collettività naturali ed organiche (come le famiglie e le nazioni, senza sosta vilipese) (4) E tuttavia, persino dal punto di vista dell'individuo che ne viene reputato beneficiario, i Diritti dell'Uomo non sono privi di conseguenze inquietanti,
giacché comportano anche l'affermazione del fatto che il ladro ha altrettanti diritti del derubato,
così come lo stupratore o l'assassino rispetto alla sua vittima,
l'immigrante clandestino rispetto a chi è invaso e spossessato del suo santuario storico ed etnico. Tutti diritti sacri, e privi d'altronde di doveri correlativi.
Cosicché qualsiasi balordo impenitente ha un credito illimitato e imprescrittibile nei confronti della “società”, cioè delle persone oneste...
Ogni tesi sull'adattamento della repressione alle necessità imposte dalla minaccia criminale, fondata su un'idea di legittima difesa sociale, d'interesse generale o di salute pubblica si trova così delegittimata in partenza. Un'illustrazione di questo fatto ci viene data dall'inibizione dei paesi europei nei confronti dell'immigrazione illegale di popolamento. Per esempio, nessuno osa chiedere la denuncia della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati politici (all'epoca creata per persone che si spostavano da un paese all'altro in ambito europeo) o l'internamento degli invasori in campi d'espulsione.
Ogni nozione di legittima difesa sociale, d'interesse generale, di salvezza pubblica e di volontà popolare, ricorso ultimo e “democratico” dei popoli, si ritrova così sconfitta dagli effluvi deleteri della nuova pietas. E ciò qualsiasi possano essere le conseguenze generali e storiche per la collettività, la cui evocazione si urta contro il riflesso di stopreato, di autointerdizione ed autocensura mentale preventiva, come nel termine inventato dalla neolingua orwelliana in 1984. In compenso, ogni pietà scompare in modo quasi magico, nel sottofondo foderato di bombe della strategia della US Air Force, nel momento in cui la pietà potrebbe essere d'intralcio ai disegni del Denaro.
L'avvento del messianismo materialista su scala mondiale
L'ispirazione unica di questo sistema (raccoltosi in seguito intorno all'“antifascismo” che ne è divenuto uno dei motori fondamentali, come vedremo) risiede nella coniugazione dell'agostinismo politico, proprio al puritanesimo calvinista americano, e del messianismo ebraico.
L'agostinismo è stato definito come «l'assenza di distinzione formale tra il campo della filosofia e quello della teologia, cioè tra l'ordine delle verità razionali e quello delle verità rivelate». Più precisamente per agostinismo politico si intende «la tendenza ad assorbire il diritto naturale nella giustizia soprannaturale, il diritto dello Stato in quello della Chiesa» (5). In altri termini, il riassorbimento delle funzioni politiche e amministrative profane da parte della religione istituzionale, della Chiesa o delle Nazioni Unite, riassorbimento ispirato al dispotismo orientale. La conseguenza indotta sulla dottrina giuridica è il riferimento ricorrente all'autorità suprema della Bibbia [alias] più in particolare al Pentateuco (la Torah ebraica) e al Vangelo.
Uno spirito biblico comune al giudaismo ed al calvinismo puritano presiede a questo incontro di dottrine, spirito trasmesso da organizzazioni e sette quali la massoneria o i suoi succedanei oligarchici moderni
la Trilaterale
il Bilderberg Group
il Congresso Ebraico Mondiale
il Siècle in Francia
il B'nai B'rith,
etc.
L'idea direttrice risiede nella credenza in un' “elezione” o “predestinazione” divina di certi uomini e in una ricompensa terrestre correlativa, o mal distinta da queste. Gli “Eletti” erano all'origine gli ebrei storici o pretesi tali, promessi alla ricompensa su questa terra: «Yahvé il tuo dio ti eleverà al di sopra di tutte le nazioni della terra [...] Yahvé ti procurerà una sovrabbondanza di beni: frutto dei tuoi lombi, frutto del tuo bestiame e frutto della tua terra, su questa terra che ha giurato ai tuoi padri di donarti. Yahvé aprirà per te i cieli, il suo più grande tesoro, per darti a suo tempo la pioggia, e per benedire le tue opere» (6).
In effetti, per le sue tendenze “padronali”, il giudaismo presenta i caratteri di un'etica e di una metafisica del capitalismo, come ha mostrato magistralmente Werber Sombart (1863-1941), per il quale d'altronde «ciò che noi chiamiamo americanismo non è che lo spirito ebraico che ha trovato la sua forma definitiva» (7).
Si tratta più precisamente del capitalismo finanziario volatile e speculatore poiché essenzialmente nomade, marcato dal sua origine ebraica “errante”.
Edouard Valdman ha recentemente definito la questione, senza ambagie e circonlocuzioni, in affermazioni che sembrano sinora coperte da una sorta di “immunità etnica” rispetto alla legge francese del 1972 (8): «L'ebreo è colui che esce dalla terra del signore e del contadino per creare con il mondo un altro rapporto, che si apparenta ad un errare primordiale. Il denaro gli assomiglia. Il denaro e l'ebreo sono di fatto la stessa cosa. Entrambi sono erranti. Di più, l'ebreo, il denaro lo fa lavorare, il che è peggio di tutto. E la chiesa, questa potenza morale, vieta l'usura, questa abominazione. [...] Il grande Shakespeare stesso l'ha sottolineato. L'ebreo pone un velo sordido su tutta questa gratuità, su tutta questa fraternità. [...] Marx situa la nascita dei diritti dell'uomo nel 1789... un punto di vista singolarmente riduttivo e miope per un uomo con l'intenzione di cambiare il mondo. Non gli spiaccia, i diritti dell'uomo cominciano nel momento in cui l'Uomo nasce, cioè nel momento in cui si fa errante, e più tardi nel momento in cui riceve la Legge» (9).
Edouard Valdman, presidente dell'Associazione degli scrittori ebrei di lingua francese, è stato avvocato nel foro di Parigi dove si è fatto araldo dello spirito del sessantotto. Oggi, segno dei tempi, presta la sua penna a Le Figaro, giornale molto borghese, chic e perbene, e d'altra parte alla rivista ebraica L'Arche. Della sua opera Le juif et l'argent, il presidente dell'ordine degli avvocati di Parigi Henri Ader a detto: «Bisogna leggerla...» (10). Ecco fatto.
Per Karl Marx, lui stesso di razza ebraica,
«il fondo profano del giudaismo è il bisogno pratico, l'utilità personale.
Qual è il culto profano dell'ebreo? I traffici.
Qual è il suo dio profano? Il denaro.
Ebbene, emancipandosi dai traffici e dal denaro, di conseguenza dal giudaismo, l'epoca attuale emanciperebbe se stessa. [...]
L'ebreo si è emancipato in maniera ebraica, non soltanto rendendosi padrone del mercato finanziario, ma perché, grazie a lui e suo tramite, il denaro è divenuto una potenza mondiale, e lo spirito pratico ebraico lo spirito pratico dei popoli cristiani» (11).
Tale d'altronde era l'idea dell'austriaco Otto Weininger (1880-1903), israelita apostata, «filosofo tanto altamente dotato» secondo Sigmund Freud: «L'ebreo non presta fede a nulla e cerca rifugio nelle cose materiali: da qui la sua sete di denaro» (12).
Il discorso di Weininger può parere scandaloso, ma non lo è di più di quello di un Eduoard Valdman o di un Karl Marx. Se le affermazioni di Valdman e di Marx sono, diciamo così, un po' estreme, hanno nondimeno il merito dell'acutezza analitica. Per di più. provengono da persone considerate come autori moralmente rispettabili, e dunque non “estremisti” secondo la terminologia puritana attuale.
Per ciò che riguarda invece lo spirito puritano e calvinista, Michael Mourre ne dà questa definizione concisa, che sottolinea la sua parentela intrinseca con l'ebraismo: «Come ha mostrato il sociologo Max Weber in studi rimasti celebri, la predestinazione dona al fedele un sentimento di solitudine interiore; provoca un “disincantamento” del mondo che può di conseguenza divenire preda della conquista economica. Il puritano troverà la certezza della predestinazione nei risultati del suo lavoro indefesso, nella riuscita della sua impresa. E dato che la sua morale gli proibisce il godimento sfrenato dei beni di questo mondo, il puritano ne è ricondotto ad accumulare il suo capitale, ad investire per ottenere ancora di più, e assicurarsi così una prova ancora più eclatante della sua salvezza» (13).
Effettivamente, per Max Weber (1864-1920), la sorgente puritana dello spirito del capitalismo moderno risiede precisamente nel New England del diciassettesimo secolo (14).
La forma oggi più corrente di questo stato d'animo giudeopuritano si trova dunque in questi famosi “diritti dell'uomo”. Nati con l'erranza nomade, se dobbiamo credere all'avvocato Valdman, sono oggi inclusi in una visione del mondo moralista, dovuta più specificamente al puritanesimo americano. Si tratta di una Carta universale riduzionista, totalitaria e semi-teologica, che tende a fare credere agli uomini che i sognati tempi messianici della giustizia universale sono finalmente venuti, così come sarebbero arrivati i tempi della felicità materiale, del consumismo e dell'arrangiarsi sottobanco, in nome dell'individuo creditore infinito della natura. Il saccheggio è d'altronde giustificato dal dono biblico di Dio, forzosamente preso alla lettera. giacché il puritanesimo è anche un integralismo:
«Siate il terrore e la paura di tutti gli animali della terra e di tutti gli uccelli del cielo, come di tutto ciò di cui la terra formicola e di tutti i pesci del mare; sono consegnati nelle vostre mani. Tutto ciò che si muove e possiede la vita vi servirà di cibo, vi dò tutto ciò così come la verdura delle piante, [...] Per voi, siate fecondi, moltiplicatevi, pullulate sulla terra e dominatela» (15).
E' dai germi di questa dismisura antropocentrica che sarà affetto l'Occidente all'aurora dei tempi moderni. Per Cartesio, nel suo Discorso sul metodo (1637), noi dobbiamo renderci «padroni e possessori della natura», senza la misura che si imporrebbe a colui che non si escludesse preventivamente dalla sua naturalità, dalla sua animalità primordiale. Per Heidegger, «la scienza di Cartesio non cessa di aggirarsi intorno alla magia di cui denuncia l'impostura, ma non l'ambizione» (16). Troviamo qui lo sbocco delle idee utopiche circa la pretesa “fine della storia”, laicizzata ai nostri giorni tramite un recupero materialista evidente del messianismo biblico, accessibile tanto a spiriti giudeopuritani che a marxisti del resto delusi nella loro speranza comunista.
E' sintomatico che questi famosi “diritti dell'uomo” esacerbati, indotti dalla Bibbia, ignorino nozioni morali o estetiche essenziali nella civiltà europea, quali il dovere, la buonafede, la franchezza, la dirittura, l'onestà, la lealtà, il civismo, l'onore, la fedeltà, il merito, il carattere (la virtus romana) o l'eroismo.
Queste virtù antiche sono già superate, e derise da tutti i mezzi di comunicazione, venduti alle potenze del denaro.
I Diritti dell'Uomo, fumosi, ma dalla temibile efficacia sovversiva, oppongono loro l'individualismo radicale dell'«utilità personale», principio socialmente deleterio per le sovranità nazionali, i diritti dei popoli, delle famiglie e delle altre entità organiche, fondate per natura sulla legge del sangue. Le virtù tradizionali, perché non quantificabili, sono escluse da una possibile strumentalizzazione giuridica da poarte del moralismo dei Diritti dell'Uomo.
Questo pensiero capitalista totalitario ha per centro d'irraggiamento gli Stati Uniti, per quanto possa predicare e incoraggiare il nomadismo universale della “erranza primordiale” ebraica di cui parla Valdman. E' vero che questo “errare” può ben essere virtuale grazie alle operazioni di Borsa; e, onnipresente nella società americana, questo spirito nomade ciò malgrado trova talora dei limiti relativi tra i Wasp (white-anglo-saxon-protestant), cronicamente colpiti dal ripiegamento politico; ma questa tendenza ricorrente, più o meno espressa dal cosiddetto isolazionismo, è praticamente scomparsa sotto la presidenza di Bill Clinton e poi di George W. Bush.
Il pensiero capitalista s'appoggia sulla forza, sempre giustificata da una morale di usurai, di aggiottaggisti e profittatori, che nasce dal puritanesimo ed invoca Dio. Secondo Roger Garaudy [alias], questo pensiero è quello «d'una religione che non osa dire il suo nome: il monoteismo del mercato. [...] Il mercato non si trasforma in religione che quando diventa il solo regolatore delle relazioni sociali, personali o nazionali, sola sorgente del potere e delle gerarchie. [...] La droga è divenuta l'incenso della nuova chiesa. [...] Corollario del monoteismo del mercato: la corruzione» (17). La posizione del professor Garaudy, illuminata dalla cultura della critica marxista al capitalismo, coincide qui in modo coerente con il nostro approccio, pure concepito agli antipodi del suo. Il buon senso appoggiato dall'osservazione attenta consente di superare gli spartiacque sociali e politici. Due più due fa quattro...
I valori del “monoteismo del mercato” hanno il sopravvento sulle virtù dell'antica Grecia: la concezione etica e quantitativa del mondo respinge brutalmente e senza condizioni la concezione uscita da un'altra etica, ma soprattutto da un'altra estetica; la visione qualitativa della vita è diventata sospetta (“fascista”).
13:02 Scritto da: waa359 in Eretici antisemiti, Verità Politicamente SCORRETTE | Link permanente | Commenti (0) | Tag: psicoreato, tribunale norimberga, mondialismo |
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