23.06.2010
1 I FALSI FALSI PROTOCOLLI SCOPO E SIGNIFICATO DEI “PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION di Carlo Mattogno
di Carlo Mattogno( nella foto), 2010
Parte 1
Da quando, nell’agosto 1920, il Times di Londra svelò che i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” sono tratti in buona misura dalla satira politica di Maurice Joly Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu ou la politique de Machiavel au XIXe siècle(1), essi si trasformarono da “prova” di una “cospirazione” mondiale ebraica, come fu interpretato negli ambienti antisemiti (ma è più corretto dire antigiudaici), a “prova” del “falso antisemita”, interpretazione che è tuttora in auge in quelli filosemiti.
Un’attenta lettura del testo, al di fuori di condizionamenti ideologici e di pregiudizi culturali, mirante ad individuare nei “Protocolli” ciò che realmente c’è, non conferma tuttavia né l’una né l’altra interpretazione.
1) CRITICA DEL LIBERALISMO
I “Protocolli” costituiscono essenzialmente una filosofia politica e una filosofia della storia: essi sono da un lato una requisitoria contro il liberalismo e un'apologia dell'autocrazia, dall'altro la spiegazione della causa che (per l’autore dello scritto) ha prodotto la rovina della forma di governo autocratica e la nascita di quella repubblicana.
Prima di analizzare questi aspetti dei “Protocolli”, è opportuno formulare schematicamente le chiavi di interpretazione di questo saggio.
Dal punto di vista dell’azione politica, “noi”, cioè i “Savi di Sion”, rappresentano i liberali e tutti i nemici della monarchia assoluta (capitalisti, socialisti, massoni ecc.).
I “Gentili”, i “Cristiani” simboleggiano le monarchie assolute di diritto divino e i loro popoli come oggetto dell’azione disgregatrice liberale. In tale prospettiva “noi abbiamo fatto” significa “i liberali hanno fatto”; “noi faremo” significa “i liberali faranno o hanno intenzione di fare”.
Dal punto di vista dottrinario, “noi” esprime i princìpi del liberalismo e “noi abbiamo fatto” e “noi faremo” si riferiscono alle conseguenze presenti e future di tali princìpi.
Di tanto in tanto però la prospettiva si inverte: laddove i “Savi di Sion” esprimono il loro veemente biasimo per il popolo traviato dal liberalismo e gli oppongono le proprie virtù, essi rappresentano gli aristocrati fautori della monarchia assoluta. Ciò, naturalmente, vale soprattutto per la serie di passi in cui i “Savi di Sion” espongono una stucchevole apologia dello zarismo russo.
Mettendo ordine nella grande confusione di temi che vi regna, si possono individuare nei “Protocolli”, per quanto riguarda la dottrina antiliberale e antimodernista, tre direttive di confutazione:
1) una critica generale e specifica dei princìpi e delle istituzioni del liberalismo;
2) una esposizione degli effetti deleteri – in campo politico, economico, culturale, sociale e morale – dei suddetti princìpi;
3) una critica della forma di governo repubblicana nella sua concreta attualizzazione.
Esaminiamo il primo punto.
Anzitutto i princìpi e le teorie liberali hanno una «falsità assoluta» (IX, p. 87(2), sono dei «princìpi brutali» (XXIII, p. 174); il liberalismo è un «veleno» e una «malattia mortale» (X, p. 92), che non dà «il regno della ragione» (III, p. 62). Infatti «il concetto della libertà non è realizzabile, perché nessuno sa adoperarla con discrezione» (I, p. 42). Essa implica delle «contraddizioni» (III, p. 63) ed è «il simbolo della forza bestiale che trasforma le popolazioni in belve assetate di sangue» (III, p. 64).
L'eguaglianza «non esiste nella natura, la quale crea calibri diversi e disuguali di mente, carattere, capacità» (I, p. 50), perciò «la vera eguaglianza non può esistere, data la natura diversa delle varie qualità di lavoro» (III, p. 60).
Le «parole d'ordine» di «libertà, uguaglianza, fratellanza» sono «astratte» e non solo non si accordano, ma si contraddicono addirittura (I, p. 49).
L'idea del progresso nasconde «una deviazione dalla verità, eccezione fatta dei casi in cui la parola libertà si riferisce alla materia delle scoperte scientifiche. Giacché esiste soltanto una vera dottrina ed in essa non vi è posto per il “progresso”: Il progresso, come qualunque altro falso concetto, serve a nascondere la verità» (XIII, p. 116).
La libertà di religione e l'eguaglianza sono «princìpi perniciosi» (XXII, p. 171). Inoltre «non vi è nulla di più dannoso dell'iniziativa individuale» (V, p. 73) e il suffragio universale fa ottenere «la maggioranza assoluta», la quale «non si potrebbe ottenere dalle classi educate o da una società divisa in caste» (X, p. 90).
Passiamo al secondo punto.
«Il liberalismo fece nascere i governi costituzionali» (X, p. 93), minando il fondamento della sovranità delle monarchie assolute: «Il significato astratto della parola libertà rese possibile di convincere le turbe che il Governo non è altro che un gerente rappresentante il possessore – vale a dire la nazione –; e pertanto può essere messo da parte come un paio di guanti usati» (I, p. 52). Infatti i diritti liberali indussero le popolazioni che li propugnarono «a considerare i Re come semplici mortali» (V, p. 69).
Dal punto di vista politico, il liberalismo indebolisce partiti, Stati e monarchi: è più facile eliminare un partito avversario «se questo rivale diventa infetto da idee di “libertà” – dal cosiddetto liberalismo – e se per questo ideale cede una parte del suo potere» (I, p. 42), ed è più facile impadronirsi dello Stato nel quale si propaghi tale «infezione»: allora «il nuovo Governo non fa che sostituire il vecchio, indebolito dal suo liberalismo» (I, p. 42). Le «tendenze liberali verso l'indipendenza» non sono altro che il «cattivo uso» che gli amanti del potere fanno dei loro diritti (III, p. 57).
In campo politico-costituzionale, «le leggi e la personalità del regnante sono rese inefficaci dal continuo liberalismo invadente» (I, p. 45) e le «idee liberali» minano il prestigio delle leggi (XV, p. 127).
In campo sociale, il liberalismo ha «distrutto il funzionamento dell'esistenza naturale» (I, p. 45); le idee del diritto e della libertà «hanno distrutto tutte le organizzazioni sociali», svolgendo «un'azione nefasta» (XXIII, p. 175).
Per quanto riguarda il popolo, i princìpi liberali hanno creato cattivi sudditi: «Quando la massa del popolo ha delle idee politiche sbagliate, si volge a concezioni utopistiche con il risultato di diventare un insieme di pessimi sudditi» (XVI, pp. 135-136).
Le costituzioni degli Stati liberali contengono «molti diritti che per le masse sono puramente fittizi. Tutti i cosiddetti “diritti del popolo” possono esistere solo in teorie le quali non sono praticamente attuabili». Un «operaio del proletariato, curvato dalle sue dure fatiche e oppresso dal destino», non riceve nessun vantaggio «dal fatto che un cialtrone ottiene il diritto di parlare, od un giornalista quello di stampare qualsiasi sciocchezza». La costituzione non giova a nulla al proletariato, mentre «i diritti repubblicani sono un'ironia per il povero, perché la dura necessità del lavoro quotidiano gli impedisce di ricavare qualsiasi beneficio da diritti di tal genere e non fa che togliergli la garanzia di uno stipendio fisso e continuo rendendolo schiavo degli scioperi, di chi gli dà lavoro e dei suoi compagni» (III, p. 58).
Infine il liberalismo ha dato al popolo diritti fittizi: «Quando la plebe si avvide che in nome della libertà le venivano concessi diritti di ogni genere, si immaginò di essere la padrona e tentò di assumere il potere. Naturalmente si imbatté, come un cieco qualsiasi, in ostacoli innumerevoli» (III, p. 62).
La libertà conduce ad una guerra ad oltranza contro ogni ordinamento: «La parola “libertà” porta la società a lottare contro tutte le potenze, persino contro le potenze della Natura di Dio» (III, p. 64). Essa tollera inoltre il consumo illimitato delle bevande alcoliche (I, p. 47).
Le «parole d'ordine» di «libertà, uguaglianza, fratellanza», poi, «tolsero al mondo la prosperità ed all'individuo la vera libertà personale» (I, p. 49). Esse corrosero «come altrettanti vermi, il benessere dei Cristiani [= delle monarchie assolute]» e distrussero «la loro pace, la loro costanza, la loro unione, rovinando così le fondamenta degli Stati» (I, p. 51).
Il progresso, infine, «conduce direttamente all'utopia, da cui nacquero l'anarchia e l'odio verso l'autorità» (XII, pp. 106-107).
Veniamo ora al terzo punto.
I «princìpi brutali» del liberalismo costituiscono una legalizzazione dei furti e della violenza: «Al momento attuale questi concetti prevalgono con grande successo, e le conseguenze sono i furti e la violenza compiuti sotto lo stendardo del diritto e della libertà» (XXIII, pp. 174-175). E infatti i liberali sono in realtà degli anarchici: «Tutti i cosiddetti liberali sono in realtà degli anarchici, se non per le loro azioni, certamente per le loro idee» (XII, p. 106).
Il regime costituzionale «non è altro che una scuola di dissensioni, disaccordi, contese e inutili agitazioni di partito: in breve, essa è la scuola di tutto ciò che indebolisce l'efficienza del governo» (X, p. 93).
Lo stato repubblicano nasce dalla violenza e di essa si alimenta: «Ogni Repubblica attraversa varie fasi. La prima fase è rappresentata dai primi giorni di furia cieca, quando le turbe annientano e distruggono a destra e a sinistra. La seconda è il regno del demagogo, che promuove l'anarchia ed impone il potere assoluto. Questo dispotismo non è ufficialmente legale ed è, pertanto, irresponsabile: esso è nascosto ed invisibile, ma nel medesimo tempo si fa sentire. Esso è generalmente controllato da una organizzazione segreta la quale agisce dietro le spalle di qualche agente ed è conseguentemente tanto più audace e senza scrupoli. A questa forza segreta non importerà di mutare gli agenti che la mascherano. Questi mutamenti aiuteranno persino l'organizzazione, la quale con questo mezzo si sbarazzerà dei suoi vecchi servitori, ai quali avrebbe dovuto dare un forte premio, data la durata del loro servizio» (IV, p. 65).
Oltre che di una organizzazione segreta, i regimi liberali sono anche schiavi dell'oro: «Oggi giorno la potenza dell'oro ha sopraffatto i regimi liberali» (I, p. 42).
I presidenti delle repubbliche parlamentari sono «una caricatura» del sovrano autocratico (X, p. 93), mentre i «Presidenti dei Consigli dei Ministri» sono dei «dittatori» che commettono impunemente «abusi per il più piccolo dei quali» i popoli liberali «avrebbero ucciso cento re» (III, p. 63).
I governi liberali sono «arene dove si combattono le guerre di partito». Le istituzioni parlamentari sono in preda all'anarchia: «Chiacchieroni irrefrenabili trasformano le assemblee parlamentari ed amministrative in riunioni di controversia. Giornalisti audaci, e sfacciati scrittori di opuscoli, attaccano continuamente i poteri amministrativi. L'abuso del potere preparerà definitivamente il crollo di tutte le istituzioni e tutto cadrà sotto i colpi della popolazione inferocita» (III, p. 57).
I funzionari repubblicani sono delle semplici marionette intercambiabili, mentre «la tribuna, come pure la stampa, hanno contribuito a rendere i governi deboli ed inattivi, rendendoli in tal modo inutili e superflui; ed è per questo motivo che in molti paesi vennero destituiti» (X, p. 93).
Le università sfornano «giovani inesperti, imbevuti di idee circa nuove forme costituzionali, come se queste fossero commedie o tragedie; oppure dediti ad occuparsi di questioni politiche che neppure i loro padri comprendevano» (XV, p. 135).
I giudici «sono indulgenti verso tutti i delinquenti, perché non hanno il giusto concetto del loro dovere, ed anche per il semplice fatto, che i governanti, quando nominano i giudici, non imprimono in essi il concetto del dovere, come sarebbe necessario» (XV, pp. 130-131). Gli avvocati sono crudeli e immorali: «La professione di giureconsulto rende coloro che la esercitano freddi, crudeli e ostinati, li priva di tutti i princìpi e li obbliga a formarsi un concetto della vita che non è umano, ma puramente legale. Si abituano anche a vedere le circostanze soltanto dal punto di vista di quanto si può guadagnare facendo una difesa, senza badare alle conseguenze che essa può avere sul benessere pubblico. Un avvocato non rifiuta mai di difendere una causa. Egli farà di tutto per ottenere l'assoluzione a qualunque costo, attaccandosi ai più meschini cavilli della giurisprudenza, e con questi mezzi egli demoralizza il tribunale» (XVII, p. 140).
Il popolo, nei regimi liberali, è schiavo come mai lo è stato nei regimi autocratici: «Il popolo è assoggettato nella miseria dal sudore della sua fronte in un modo assai più formidabile che non dalle leggi della schiavitù. Da quest'ultima i popoli poterono affrancarsi in un modo o in un altro, mentre nulla li potrà liberare dalla tirannide della completa indigenza» (III, p. 57).
«Oggi giorno il popolo, avendo distrutto i privilegi dell'aristocrazia, è caduto sotto il giogo di furbi sfruttatori e di gente venuta dal nulla» (III, p. 58).
I «popoli Cristiani», cioè i popoli infettati dal liberalismo, «nella loro immensa bassezza» si presternano davanti alla forza, sono senza pietà per i deboli, crudeli per le colpe e indulgenti per i delitti, e infine «sono pazienti fino al martirio nel sopportare la violenza di una tirannide audace» (III, p. 63). Le masse sono illogiche, perché i «despoti» (= i liberali) «persuadono il popolo, per mezzo dei loro agenti, che l'abuso del potere con evidente danno allo Stato è compiuto per uno scopo elevato, vale a dire per ottenere la prosperità della popolazione e per l'amore della fratellanza internazionale, dell'unione e dell'uguaglianza». La popolazione, in regime repubblicano, condanna gli innocenti e assolve i colpevoli (III, p. 63). La massa ha un carattere distruttore e anarchico: «La plebe, data questa sua condizione mentale, distrugge tutto ciò che è stabile e crea lo scompiglio ovunque» (III, pp. 63-64).
In conclusione, le società liberali sono in sfacelo: «Che genere di governo si può dare ad una società nella quale il subornamento e la corruzione sono penetrate ovunque; dove le ricchezze si possono ottenere solamente di sorpresa e con mezzi fraudolenti; dove il dissenso prevale in tutto, e la moralità si mantiene unicamente per mezzo del castigo e di leggi severe, e non in conseguenza di princìpi volontariamente accettati; dove il sentimento patriottico e religioso affoga nelle convinzioni cosmopolitiche?» (V, p. 68).
2) APOLOGIA DELL'AUTOCRAZIA
L'apologia dell'autocrazia si svolge mediante una puntuale contrapposizione dei princìpi e degli effetti della monarchia assoluta a quelli del regime liberale.
I diritti liberali indussero i popoli a considerare i re come semplici mortali, ma «allorquando i popoli consideravano i loro sovrani come l'espressione della volontà di Dio, si sottomettevano tranquillamente al dispotismo dei loro monarchi» (V, p. 69).
L'autocrazia è il fondamento della civiltà: «Senza il dispotismo assoluto la civiltà non può esistere, perché la civiltà può essere promossa solamente sotto la protezione del regnante, chiunque egli sia, e non dalla massa» (I, p. 47). Essa è dunque «l'unica forma sana di governo» (X, p. 93). Solo l'autocrate è un vero politico: «Solamente chi è stato educato alla sovranità autocratica può leggere le parole formate con l'alfabeto politico» (I, p. 46).
«Soltanto un autocrate può concepire piani più vasti, assegnando la sua parte a ciascun ente del meccanismo della macchina statale» (I, p. 47).
Al regime parlamentare viene contrapposto il regime dinastico: «Il padre soleva istruire il figlio nel significato e nello svolgimento delle evoluzioni politiche, in maniera tale che nessuno, fuorché i membri della dinastia, potesse averne conoscenza e che pertanto nessuno potesse svelarne i segreti al popolo governato. Col tempo il significato dei veri insegnamenti politici, i quali erano trasmessi nelle dinastie da una generazione all'altra, andò perduto», e ciò contribuì al trionfo del liberalismo (I, p. 50).
L'aristocrazia era «l'unica difesa che le Nazioni ed i paesi» (monarchici) possedevano contro i princìpi liberali (I, p. 51). Essa difendeva il popolo, sicché «oggi giorno il popolo, avendo distrutto i privilegi dell'aristocrazia, è caduto sotto il giogo di furbi sfruttatori e di gente venuta dal nulla» (III, p. 58). Essa difendeva anche le classi operaie e salvaguardava la libertà personale: « L'aristocrazia, la quale – per diritto – spartiva il guadagno delle classi operaie, si interessava perché queste classi fossero ben nutrite, sane e robuste» (III, p. 59). Ma i liberali fautori dei princìpi della rivoluzione francese «tolsero al mondo la prosperità ed all'individuo la vera libertà personale, che prima era stata così bene salvaguardata»(I, p. 49).
Non manca l'apologia delle caste: «la sola vera e più importante di tutte le scienze» è quella «della vita dell'uomo e delle condizioni sociali, le quali richiedono entrambe la spartizione del lavoro e conseguentemente la classificazione degli individui in caste e classi. È assolutamente indispensabile che tutti sappiano che la vera eguaglianza non può esistere, data la natura diversa delle varie qualità di lavoro; e che pertanto coloro i quali agiscono a detrimento di tutta una casta incorrono in una responsabilità ben diversa, davanti alla legge, di quelli che commettono un delitto nocivo soltanto al loro onore personale». La vera scienza sociale «convincerebbe il mondo che il lavoro e gli impieghi si dovrebbero assegnare a caste ben distinte, allo scopo di evitare le sofferenze umane derivanti da un'educazione non rispondente al lavoro che gli individui sono chiamati ad eseguire». La conoscenza di questa scienza indurrebbe il popolo a sottomettersi «volontariamente ai poteri governativi e alle caste di governo classificate da essi» (III, pp. 60-61).
La vera libertà è quella che si realizza in regime autocratico: «La libertà potrebbe non essere dannosa e sussistere nei governi e nei paesi senza pregiudicare il benessere del popolo, se fosse basata sulla religione, sul timore di Dio e sulla fratellanza umana, scevra di quei concetti di uguaglianza che sono in contraddizione diretta con le leggi della creazione che hanno ordinato la sottomissione. Retto da una fede simile, il popolo sarebbe governato dalle parrocchie e vivrebbe tranquillamente ed umilmente sotto la tutela dei suoi pastori spirituali, sottomettendosi all’ordinamento da Dio stabilito sulla terra»(IV, p. 66). In particolare, contrariamente alla concezione liberale, «la libertà non consiste nella dissolutezza, né nel diritto di fare ciò che si vuole»; la vera libertà «consiste unicamente nell’inviolabilità di persona, di domicilio e di proprietà per chiunque aderisce onestamente a tutte le leggi della vita sociale»(XXII, p. 171).
Come la civiltà, neppure il popolo può esistere senza un monarca assoluto, in mancanza del quale esso è una forza cieca e distruttrice: «…perché la forza cieca del popolo non può esistere per un solo giorno senza un Capo che la guidi»(I. p. 142). Il popolo ha un «potere cieco» (III, p. 56); la massa «è una potenza cieca», incapace di autogovernarsi, perché «coloro i quali, emergendo da essa, vengono chiamati al governo, sono ugualmente ciechi in fatto di politica», l’unico vero politico essendo l’autocrate (I, p. 50).
Altri passi insistono sull’incapacità di autogovernarsi del popolo, tanto lodato quando si sottomette «all’ordine da Dio stabilito sulla terra», altrettando denigrato, persino negli appellativi (massa, plebe, folla) quando accetta il liberalismo: «Può una mente sana e logica sperare di governare una massa con successo per mezzo di argomenti e ragionamenti, quando sussiste la possibilità che essi siano contraddetti da altri i quali, anche se assurdi e ridicoli, vengano presentati in guisa attraente a quella parte della plebe, che non è capace di ragionare o di approfondire, guidata come è interamente da piccole passioni e convenzioni, o da teorie sentimentali? Il grosso della plebe, non iniziata e ignorante, assieme a coloro che sono sorti e saliti da essa, vengono avviluppati da dissensi di partito, che rendono impossibile qualsiasi accordo anche sulla base di argomenti sani e convincenti. Ogni decisione della massa dipende da una maggioranza casuale o predisposta la quale, nella sua totale ignoranza dei misteri politici, approva risoluzioni assurde, seminando in questo modo i germi dell’anarchia»(I, pp. 43-44).
«Basta dare l’autonomia di governo ad un popolo, per un periodo brevissimo, perché esso diventi una ciurmaglia disorganizzata. Da quel momento stesso cominceranno i dissidi, i quali presto si trasformano in guerre civili, l’incendio si appicca ovunque e gli stati cessano virtualmente di esistere»(I, pp. 42-43).
«Si deve comprendere, che la forza della folla è cieca e senza acume; che porge ascolto ora a destra ora a sinistra. Se il cieco guida il cieco, ambedue cadono nella fossa(3). Conseguentemente quei membri della folla che sono venuti su da essa, non possono, anche essendo degli uomini d’ingegno, guidare le masse senza rovinare la nazione». Solo l’autocrate può farlo (I, p. 46).
«È forse possibile che le masse possano giungere tranquillamente ad amministrare senza gelosia gli affari di Stato che non devono confondere con i loro interessi personali? Possono le masse organizzare la difesa contro il nemico esterno? Ciò è assolutamente impossibile, perché un piano suddiviso in tante parti quante sono le menti della massa, perde il suo valore e quindi diventa inintelligibile e ineseguibile».
La conclusione è di nuovo che «soltanto un autocrate può concepire piani più vasti»(I, pp. 46-47).
La plebe è inoltre ignorante e credulona (III, p. 61), stupida (V, p. 79), meschina, incostante, priva di equilibrio morale, incapace di comprendere e di rispettare le condizioni stesse del suo benessere e della sua esistenza (I, p. 46). «La folla è barbara, ed agisce barbaramente in ogni occasione. La turba, appena acquista la libertà, rapidamente la trasforma in anarchia, la quale è per sé stessa la massima delle barbarie»(I, p. 47).
La plebe è anarchica e nemica di ogni ordinamento costituito: «La plebe, data questa sua condizione mentale, distrugge tutto ciò che è stabile e crea lo scompiglio ovunque» (III, pp. 63-64). «Il popolo abbandonato a sé stesso, cioè in balìa di individui saliti su dalla plebe, viene rovinato dai dissensi di partito che hanno origine dall’avidità di potere e dalla bramosia di onori, generatrici di agitazioni e disordini»(I, p. 46).
Quest’aspetto esplicitamente didascalico dei “Protocolli”, fino ad ora inesplorato, è già di per sé sorprendente, ma ancora di più lo è la concezione politica propugnata dai “Savi di Sion”, che è altrettanto esplicitamente un’autocrazia idealizzata, chiamata appunto «la nostra autocrazia» governata dal «nostro autocrate» (X, p. 97) nel quadro di una monarchia di diritto divino.
3) “REGNO EBRAICO” OVVERO AUTOCRAZIA ZARISTA
La filosofia politica dei “Savi di Sion” è esposta in una serie di dichiarazioni sparse in vari “Protocolli” e trattata sistematicamente nell’ultimo. Ciò non toglie che essa rappresenti una parte molto esigua di questo scritto e soprattutto una parte assolutamente inadeguata a quello che dovrebbe essere il fine ultimo della loro “cospirazione”. Essa consiste infatti in un’autocrazia zarista idealizzata maldestramente travestita da Regno ebraico. Come semplice copertura vanno infatti intese espressioni quali «Re d’Israele» (XV, p. 134; XVII, p. 142; XXIII, p. 175; XXIV, p. 178), «dinastia del Re Davide»(XXIV, p. 176) o «germogliato dal Seme Santo di Davide(4)»(XXIV, p. 178), copertura che del resto si tradisce in epiteti pseudogiudaici come «Re Desposta, uscito dal sangue di Sionne»(III, p. 62) o «autocrate del sangue di Sionne»(V, p. 70), mentre altri, come «Patriarca mondiale»(XV, p. 134), «Patriarca della Chiesa Internazionale»(XVII, p. 142) o «vero Papa dell’universo» (idem), sono tratti direttamente dalle gerarchie della Chiesa d’Oriente e d’Occidente.
Altri sono apertamente zaristi.
Il «Re d’Israele» è in effetti un «Imperatore Universale»(XII, p. 105), un «Sovrano Mondiale»(III, p. 60), cioè un monarca assoluto di diritto divino «prescelto da Dio e consacrato dall’alto» (XXIII, p. 174), in pari tempo padre e dio dei suoi sudditi: «Il nostro governo avrà l’aspetto di una fede patriarcale nella persona del suo sovrano. La nostra Nazione ed i nostri sudditi considereranno il sovrano come un padre, il quale si cura di tutti i loro bisogni, si occupa delle loro azioni, sistema le relazioni reciproche dei suoi sudditi, nonché quelle di essi verso il governo. Così che il sentimento di venerazione per il regnante si radicherà tanto profondamente nella nazione, che questa non potrà esistere senza le sue cure e la sua guida. Il popolo non potrà vivere in pace senza il sovrano e finalmente lo riconoscerà come autocrate. Il popolo nutrirà per il sovrano un sentimento di venerazione talmente profondo da avvicinarsi all’adorazione, specialmente quando si convincerà che i suoi dipendenti seguono i suoi ordini ciecamente e che egli solo regna su di essi. Il popolo si rallegrerà vedendoci regolare la nostra esistenza come se fossimo genitori desiderosi di educare la propria prole in un sentimento profondo del dovere e dell’ubbidienza»(XV, p. 133).
Questa concezione politica, che ricalca i temi apologetici precedentemente esaminati, è infatti essenzialmente un’ardente apologia dell’autocrazia zarista, che assume alcuni toni del messinismo russo, come risulta ancor più chiaramente dallo scopo ultimo di questo Regno: «Il nostro Sovrano sarà prescelto da Dio e consacrato dall’alto allo scopo di distruggere tutte le idee influenzate dall’istinto e non dalla ragione, da princìpi brutali e non dall’umanità»(XXIII, p. 174).
In altre parole, il compito affidato da Dio al Sovrano è quello di distruggere le idee liberali in tutti i campi, politico, sociale, morale, economico e finanziario, e di restaurare un’autocrazia ideale fondata sulla successione dinastica non ereditaria (XXIV, p. 176) e sulle caste (XVI, pp. 136-137).
Con ciò l’autore dei “Protocolli” scopre le sue carte: egli è un nostalgico dell’Ancien Régime che vede crollare il principio delle monarchie assolute di diritto divino ad opera del liberalismo e del parlamentarismo e che cerca di contrastarli descrivendo il volto nefasto, a suo modo di vedere, reale, del liberalismo, contrapponendogli la grandezza idealizzata, a parer suo altrettanto reale, dell’autocrazia.
I “Savi di Sion” sono dunque una finzione letteraria che esprime il suo giudizio sul liberalismo laddove essi criticano aspramente questa dottrina, e in pari tempo la sua concezione dell’autocrazia laddove essi elogiano fervidamente questa forma politica e la pongono a fondamento del loro Regno venturo.
4) I “SAVI”: ARISTOCRATICI E LIBERALI
Se la parte della “cospirazione” mondiale ancora da realizzare – l’istaurazione del Regno universale – tradisce la filosofia politica e le aspirazioni politico-sociali dell’autore dei “Protocolli”, la parte già realizzata – il dominio occulto tramite l’«infezione» liberale – appare nel suo vero significato proprio grazie a questa chiave di lettura, la quale chiarisce inoltre il significato reale della “cospirazione” e della sua vera funzionalità per ciò che riguarda il suo aspetto propriamente ebraico.
La “cospirazione”, nel suo aspetto da realizzare, non si esaurisce nella monarchia di diritto divino con spiccati caratteri paternalistici già esaminato, ma ne presenta un altro in stridente contraddizione col primo: quello di un dispotismo brutale e terroristico che appare ora già attuato, ora da attuare. In rapporto a questo duplice aspetto della “cospirazione”, i “Savi di Sion” sono l’incarnazione letteraria del dispostismo plebeo che l’autore dello scritto vedeva attuato nei regimi liberali e in pari tempo delle estreme conseguenze o finalità o minacce che egli riteneva di poter individuare in essi.
19:44 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno | Link permanente | Commenti (0) |
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