13.04.2010
9 Complici di Dio genesi del mondialismo parte 9
Parte 9
SECONDO
Le radici ideologiche dell'invasione
Acceleratori della Fine
«Regresso delle nascite, morte dei popoli»: mai come oggi risuona veridico il monito lanciato settant'anni or sono dal demografo tedesco Richard Korherr e sottoscritto dal capo del fascismo. Mai come oggi ricevono conferma le analisi di Guglielmo Danzi, Karl Astel e H. Keisermann. Mai come in questi frangenti riprende valore la massima di Vacher de Lapouge: «La vera legge della lotta per l'esistenza è quella della lotta per la discendenza».
Se l'aumento numerico sia poi sopportabile dall'ecologia del pianeta, tale problema, in questo momento, non deve riguardare i popoli europei.
La concezione del razzismo morfologico – della quale abbiamo trattato sul n.37 de l'Uomo libero – evitando di accampare diritti e/o superiorità al di fuori del Vecchio Continente, rispetta di fatto la sovranità culturale e territoriale delle altre compagini razziali (cosa che, lo si esamini bene, comporta l'eversione dell'immorale modello finanziario-economico esistente, peraltro sulla via dell'insostenibilità da parte del cosmo terracqueo). Da ciò le deriva la legittimazione a teorizzare i necessari provvedimenti per salvaguardare lo Spazio Vitale europeo (troppo cruda è l'antica espressione?) da indebite intrusioni.
Del resto, va tenuto presente, e non lo si ribadirà mai a sufficienza, che l'immigrazione dal Terzomondo di cosiddetti «disperati» verso un'Europa in crisi economica/sociale strutturale, dovuta da un lato all'ingravescente difficoltà di assorbire l'iperproduttività industriale e dall'altro all'ingravescente espulsione della forza-lavoro umana dai processi produttivi in virtù di una loro sempre maggiore tecnologizzazione, non è l'intrusione di qualche migliaio di persone, ma una vera e propria, strisciante e del tutto insensata (come detto: se non nella strategia del Piccolo Popolo) invasione di decine di milioni di individui (nei soli paesi della Comunità già oggi campeggiano venti milioni di alieni!) che mai potranno essere integrati, occupati e neppure soccorsi, stanti i gravissimi problemi economici/sociali, attuali e più ancora a venire, che comporta per tutto il mondo l'applicazione dei postulati del Sistema.
Altro quindi che il criminale «buonismo» del giornalista Gianni Riotta, intriso di tutta la vuotezza parolaia peculiare di ogni sinistro: «Dobbiamo tornare ad essere un paese multietnico e multirazziale, come tante volte nella nostra storia millenaria [ma quando mai lo si è stati?]. Dovremmo discutere di quanti stranieri riusciremo ad integrare, per non alimentare il racket dei disperati. Dovremmo approntare le scuole e l'assistenza, senza le quali non c'è convivenza»!
Sintomaticamente, i Complici di Dio – Corifei dello Sradicamento delle genti europee attraverso una riedizione nel Vecchio Continente del multirazzialismo che flagella il Paese di Dio – vedono in prima fila sempre i Primogeniti, non tanto giustificantisi per la loro mortifera angoscia mondialista, quanto auto-esaltati e vantati.
Ciò, giusta le rivendicazioni «moderne» del «moderno» M. Hirsh Goldberg: «Le relazioni internazionali degli ebrei facilitarono il commercio mondiale e diedero vita a istituti bancari multinazionali. L'ebreo è stato, in un certo senso, l'ape della civiltà, che ha impollinato una cultura con le idee dell'altra – e portato al miscuglio il proprio peculiare contributo. Che gli ebrei avrebbero avuto il ruolo di messaggeri è profetizzato in due passi biblici. In Deuteronomio IV 27-29: "il Signore vi disperderà fra i popoli, e rimarrete in pochi tra le nazioni [...] e di là ricercherete il Signore, tuo Dio, e lo troverai, se lo chiederai con tutto il tuo cuore e con tutto te stesso". In Amos IX 9: "Io scuoterò la Casa d'Israele fra le nazioni, come si scuote un setaccio, e non ne cadrà un sol grano a terra". La dispersione degli ebrei come parte di un disegno divino è stata a lungo accettata da pensatori sia ebrei che cristiani. Invero, tale teoria fu uno dei primi motivi per cui gli ebrei vennero riammessi in Inghilterra nel Seicento, dopo esserne stati espulsi da secoli. L'argomentazione di Rabbi Manasseh ben Israel agli inglesi fu che l'Inghilterra avrebbe dovuto permettere agli ebrei di vivere sul suo suolo o il Giorno del Giudizio per cristiani ed ebrei non sarebbe mai giunto. Nel 1655, in "Una dichiarazione al Commonwealth di Inghilterra", egli disse: "Prima che tutto sia compiuto, il Popolo di Dio ha dovuto essere disperso in ogni angolo e paese del mondo"».
Ciò, giusta l'interpretazione del Destino Manifesto data da Max Dimont, secondo cui «la storia ebraica consiste in una serie unica di eventi, casuali o finalistici che siano stati, i quali hanno avuto il pratico effetto di preservare gli ebrei in quanto ebrei in un "esilio" che permise loro di compiere la dichiarata missione di annunciare la fraternità di tutti gli esseri umani. Se tale missione sia stata istituita da Dio o retroattivamente attribuita a Dio dagli stessi ebrei, ciò non cambia in alcun modo la nostra tesi di un destino manifesto degli ebrei. Ancor più, noi sosteniamo che lungi dall'essere una maledizione, l'esilio degli ebrei è una benedizione. Non è una punizione per i peccati, ma un fattore chiave per la sopravvivenza dell'ebraismo. Lungi dal condannare gli ebrei all'estinzione, li portò alla libertà».
Non v'è poi contraddizione tra l'«universalismo etico» di un Isaia, che inflaziona i suoi scritti del termine kadosh «santo», e il «nazionalismo umanistico» di un Osea, che predilige invece kovod «gloria»: «Il nostro dramma vuole che se gli ebrei devono adempiere il loro destino manifesto, devono sopravvivere in esilio tra i non-ebrei per tutto il tempo necessario. La storia, quindi, deve prevedere un centro nazionalista ebraico in Palestina per conservare l'identità del messaggero, e centri universalistici ebraici sparsi nel mondo per diffondere il messaggio. Fortunatamente, coi profeti assistiamo al sorgere di due di tali centri del giudaismo, uno universalista in prospettiva, creato per gli ebrei che vogliono vivere in esilio volontario, l'altro nazionalista in prospettiva, creato per gli ebrei che vogliono ritornare a Gerusalemme per riaffermare i loro legami con Sion [...] Allora i profeti seminarono i semi per due idealità del giudaismo. Una è un giudaismo ideologico, universalista for export nella Diaspora, per il mondo in generale. L'altra è un giudaismo umanistico, nazionalista for domestic consumption a Sion, per gli ebrei. Consonanti col tema lurianico-cabbalistico che la redenzione d'Israele annuncerà la redenzione dell'uomo, queste due correnti profetiche del giudaismo confluiranno un giorno in una sintesi di storia ebraica e di storia mondiale. Nei secoli, il pendolo della storia ebraica è destinato ad oscillare tra questi due concetti profetici di nazionalismo umanistico e universalismo ideologico [...] La Scrittura esige la creazione di due giudaismi: l'uno, governo tra i popoli stranieri, l'altro, fortezza patria [one a government in exile, the other a homeland citadel]. Se infatti tutti gli ebrei esiliati tornassero a Gerusalemme, l'intelaiatura diasporica costruita nell'esilio babilonese crollerebbe e l'elezione del Popolo Eletto perderebbe il suo senso. Se, d'altra parte, gli ebrei non tornassero a Gerusalemme, perderebbe senso il nostro dramma, perché non ci sarebbe più Sion a trattenere gli ebrei nell'orbita del giudaismo».
Ciò, giusta l'asserto di W. Gunther Plaut sul «burden of choice, peso della scelta» che grava da sempre, per quel comando di cui è stato il più alto cantore Isaia, sul Popolo Santo: «È obiettivo messianico di Israele fare della pura conoscenza di Dio e della pura legge morale giudaica il possesso e la benedizione comune a tutti i popoli della Terra. Non ci aspettiamo dalle nazioni che, accettando tali insegnamenti, rinuncino alle proprie peculiarità storiche per accettare quelle del nostro popolo; e similmente non permetteremo che il popolo ebraico rinunci ai propri santi innati poteri e sentimenti [and similarly we shall not permit the Jewish people to give up its innate holy powers and sentiments] per venire assorbito dalle nazioni. "Questo è allora il nostro obiettivo: mantenere il giudaismo all'interno del popolo ebraico e al contempo diffondere il giudaismo tra le nazioni; proteggere il senso dell'unità ebraica di vita e di fede senza diminuire il senso dell'unità con tutti gli uomini; nutrire l'amore per il giudaismo senza diminuire l'amore per tutti gli esseri umani"».
Ciò, giusta la tesi di André Neher, avallata da W.D. Davies, il quale rileva come la resa dei termini golah/galuth operata dai Settanta con aichmalosia "cattività", apoikesia "emigrazione", metoikesia "deportazione" e paroikia "soggiorno", non rendano l'intonazione positiva, il vero senso dell'«esilio»: «La shekinah dimora in ogni frammento esiliato del popolo ebraico. In ogni particella di terra calpestata da un ebreo si rivela la presenza di Dio. Lungi dal costituire una strada che porta il Popolo Eletto sempre più lontano dalla elezione, l'esilio è per Israele una missione, ed ogni stadio rafforza i legami tra l'ebreo e Dio che lo accompagna [...] L'universo perderebbe la forma se Israele non fosse onnipresente, facendo pulsare nell'organismo del cosmo la linfa divina così come il sangue nel corpo [...] In ogni campo del suo esilio l'ebreo pianta i semi che un giorno porteranno al raccolto divino».
Ciò, giusta le riflessioni del sionista Leon I. Feuer, per il quale «the dispersion of the Jews was a blessing in disguise, la dispersione degli ebrei fu una benedizione mascherata [sotto le spoglie della sofferenza]. Fu un atto della Provvidenza. Mise in grado gli ebrei di perseguire con maggiore efficacia la propria missione».
Ciò, giusta la millenaria auto-esaltazione, riaffermata da Moritz Güdemann, caporabbi a Vienna nel 1895: «Ho sempre creduto che noi non siamo una nazione, o meglio, che siamo qualcosa di più di una nazione: credo che noi abbiamo avuto la missione storica di diffondere l'universalismo».
Ciò, giusta Paul Breines: «La Diaspora diviene, per così dire, la base sociale dell'idea degli ebrei come redentori dell'umanità [...] La dispersione, infatti, libera gli ebrei: essa permette loro di rimanere una nazione e, nello stesso tempo, di trascendere tale nazione e tutte le nazioni, e di percepire l'unità futura dell'umanità in una diversità di vere nazioni» (dopo Deuteronomio XXVIII 64: «Il Signore ti disperderà fra tutte le nazioni, da una estremità della terra all'altra», vedi Daniele XII 7: «Tutte queste cose si adempiranno quando sarà del tutto dissolta la forza del Popolo Santo»).
Ciò, giusta il vanto di Jacob Bernays sul newyorkese Israels Herold, 1849: «Gli ebrei hanno emancipato gli uomini dalla concezione meschina di una patria esclusiva, dal patriottismo [...] l'ebreo non è soltanto ateo, ma cosmopolita, e ha trasformato gli uomini in atei e cosmopoliti; ha fatto dell'uomo un libero cittadino del mondo».
Ciò, giusta l'Istigatrice – mai abbastanza citata! – Calabi Zevi: «Da continente bianco e monoculturale l'Europa sta diventando multirazziale e policulturale. Non è preparata. A noi tocca educare al pluralismo religioso, etnico, politico e culturale» (Corriere della Sera, 13 agosto 1992; vedi anche il maestrino Guido Bolaffi, stigmatizzante «il grave ritardo culturale e istituzionale dell'Europa» nell'accogliere gli invasori terzomondiali, Corriere della Sera, 23 maggio 2000; vedi l'Enrico Modigliani padre della Tre M; e non scordiamo il già detto richiamo, settant'anni innanzi, di Rabbi Louis Israel Newman: «La missione moderna dell'ebreo è di assumere la guida morale del mondo»).
Concetti reiterati dalla stessa Maestrina in un misto di delirio invasionista, democachinno e repressiva libidine antirevisionista: «Nel giro di due o tre generazioni il nostro continente sta perdendo la sua relativa omogeneità per diventare multietnico. È ineluttabile che, come nei vasi comunicanti, avvengano grandi spostamenti di popolazione fra paesi poveri ad alta natalità e paesi ricchi a bassa natalità. Questo afflusso di persone diverse genera angoscia; crea il meccanismo del capro espiatorio e un rigetto di chi è percepito come diverso. L'Europa deve saper controllare le proprie paure istintive e gestire con intelligenza questa trasformazione, così che diventi un fattore di crescita [...] Non bisogna lasciarsi spaventare dai demagoghi, da personaggi che parlano molto, facendo leva sulle angosce della perdita di identità [sic!] [...] Esiste una tendenza al revisionismo della storia della guerra mondiale che si spinge fino alla negazione dei campi di sterminio. Quanti amano la democrazia hanno il compito, e il dovere, di difendere la memoria, per salvare le future generazioni dagli orrori che la mia generazione ha dovuto vivere» (Il Gazzettino, 22 aprile 1997).
Ed ancora furbesca e patetica, intrisa delle favole più becere, la bava alla bocca contro le pur prevedibili ed ovvie reazioni anti-invasori dei cittadini più esasperati: «Rimbalza sempre più frequente la domanda: gli italiani sono o non sono antisemiti, sono o non sono razzisti? I due fenomeni hanno radici storiche, religiose, sociali e culturali diverse, ma rappresentano entrambi, nell'immaginario collettivo, la "diversità" recepita come una minaccia alla propria identità. In un'Europa percorsa da grandi flussi di immigrazione e che sta diventando sempre più multietnica e multiculturale [nonché "multicriminale"... ci si consenta il termine, giudicato dalla Bundesverfassungsschutz, la polizia spionistica demotedesca, «spregiativo della dignità umana» e quindi da bandire in quanto «verfassungsfeindlich, anticostituzionale», perseguendo con carcere e multe milionarie chi osasse pronunciarlo], la paura di "perdere il controllo" del proprio territorio può scatenare meccanismi difensivi-offensivi che tendono a proiettare sui "diversi" le proprie paure, le proprie difficoltà, la propria aggressività. È un fenomeno latente in tutti noi, non ci sono da una parte i razzisti e dall'altra gli antirazzisti. Liberarsene è una conquista quotidiana che si raggiunge approfondendo la conoscenza dell'altro e scoprendo quanto ci somigli. Le nostre differenze sono solo epidermiche, a fior di pelle. Il sangue, ovunque, è rosso, e identiche sono le lacrime di ogni madre che pianga il proprio figlio ucciso. Poiché la società multiculturale, con le sue differenti lingue, etnie, religioni, usanze appare come l'unico futuro immaginabile per l'Europa, non ci resta che rimboccarci le maniche e lavorare insieme perché ciò avvenga con razionalità e spirito di giustizia. La scuola è, e deve essere, il grande laboratorio da dove usciranno i cittadini "dalle molte origini" dell'Europa che sta nascendo» (io donna n.45, 7 novembre 1998).
Tra tali Acceleratori della Fine è, tra mille «a sinistra», il se-possibile-ancora-più-massimo «bastardo cosmopolita» (autovanto in un convegno a Manhattan organizzato nel maggio 1997 dal Goethe-Institut e dalle università di New York e Washington) Daniel Cohn-Bendit, l'ex boss sessantottino Danny-Le-Rouge, promosso, a difesa del democapitalismo multirazziale e per meriti di elezione, assessore per gli Affari Multiculturali, vice-sindaco di Francoforte ed europarlamentare Verde. Dopo avere co-redatto un libello in favore dell'invasione allogena del Vecchio Continente dall'inequivoco titolo Heimat Babylon, «Patria Babilonia» (come sia andata a finire la biblica Babele però non ci viene ricordato), il Nostro ammonisce ad «accettare la realtà di un certo tipo di mobilità internazionale», e ciò non solo per astratti valori umanitari, ma per contrastare quel «rifiuto dell'altro» e quel «rilancio di antisemitismo parallelo alla xenofobia» che può essere emblematizzato dallo «slogan rabbioso» Deutschland den Deutschen, "La Germania ai tedeschi", «caro agli squadristi bruni e ai loro camerati in doppiopetto in cerca di voti e seggi», parola d'ordine che oggi risuona «quasi altrettanto assurda» del grido «l'America agli indiani».
Tale «verità», continua l'ebreo – che rifiuta peraltro, in piena coerenza talmudica, il melting pot inteso come frammischiamento generalizzato – deve «essere posta davanti agli occhi anche degli spiriti più semplici», poiché non esiste alcun «problema degli stranieri», ma solo una «questione tedesca». Contro il crogiuolo – modello non solo fallito e irrealizzabile, ma anche teoricamente inaccettabile e praticamente nefasto per chi si ponga a Luce delle genti, c'è un'unica strada: la sfida della «democrazia multiculturale», per realizzare la quale, a prescindere «dai luoghi comuni dei multiculturalisti ingenui e schematici», il primo passo dev'essere spalancare le braccia ai rifugiati politici dell'intero pianeta, rifiutandone al contempo sia l'emarginazione che l'assimilazione: «Lo jus soli rispetto allo jus sanguinis ha il grande vantaggio civile di non misurare le persone in base alla loro provenienza [...] ma in base a ciò che sono diventate, o meglio, che sono riuscite a diventare».
Come per il marxista goy, epigono della Frankfurter Schule, Jürgen Habermas, concepire, programmare e volere la Germania quale «Einwanderungsland, terra d'immigrazione» è la miglior prova di democrazia, è accettare e volere la Definitiva Rieducazione (uguali le tesi di Bubis, di Friedman e dell'ex-sessantottino Joseph «Joschka» Fischer, già traduttore di libri pornografici, superinvasionista, «simbolo dei verdi tedeschi, cattolico ma non credente», nell'ottobre 1998 ministro degli Esteri del governo rossoverde del socialista ex-sessantottino Gerhard Schröder): «La sinistra deve stare molto attenta [a impedire che si riparli] di Grande Germania, di potenza mondiale. Noi dobbiamo invece lavorare, dal basso e dall'alto, affinché la nostra sia una società multiculturale, lontana da ogni volontà di potenza»). L'arrivo di milioni di stranieri comporterà infatti non per la sola Germania ma per tutta l'Europa un'eccezionale miglioramento, e non solo in campo culinario: «L'evoluzione del gusto porta anche a un cambiamento dell'identità nazionale. È un esempio che l'apertura di una società può realizzarsi anche attraverso lo stomaco».
Tra tali Accelatori della Fine, massimo è, tra mille «a destra», il co-fondatore Trilateral Arrigo Levi, che si scaglia contro la decisione presa dal parlamento tedesco il 26 maggio 1993 onde porre un limite all'invasione (nel 1992 hanno varcato quelle frontiere mezzo milione di sedicenti profughi «in cerca di asilo» – nel 1985 erano stati 62.000, nel 1991 256.000 – e tenga il lettore presente che tali statistiche sono correntemente truccate al ribasso o perfino tenute completamente celate dall'establishment in ogni paese d'Europa... ed invero, assevera l'invasionista francese Hervé Le Bras, incitando in Le Démon des origines a riservare i veri dati ai ricercatori «indipendenti», negandoli ai malintenzionati, e considerando «xenofobo» chiunque consideri l'immigrazione un «problema», «la demografia sta diventando in Francia un mezzo di espressione del razzismo»). Dopo avere lasciato incancrenire le cose per anni, il Bundestag ha infatti approvato una modifica in senso restrittivo dell'articolo 16 del Grundgesetz, la Legge Fondamentale nata nelle salmerie delle truppe di invasione ed imposta – ribadiamo – a eradicazione dell'anima tedesca.
Dall'alto del suo moralismo il Levi, pur dicendo legittime le motivazioni che hanno portato a «rifiutare una immigrazione incontrollata, fonte di forti tensioni fra comunità diverse, all'interno di paesi già densamente popolati *** e non abituati al pluralismo etnico», sermoneggia contro «questo continente privo di generosità»: «È proprio vero che questi nostri paesi, a differenza dell'America, non possono accogliere al loro interno quegli apporti di nuove etnie che pure arricchiscono robustamente (e lo dimostra il caso americano) una società libera? È stato fatto abbastanza per cercare di educare i popoli europei alla nuova realtà di un mondo fatto di disuguaglianze intollerabili, che richiedono, per essere superate, gesti di generosità e non chiusure? Preoccupa il fatto che la "fortezza Europa" si dimostri unita più nel difendersi dai mali del mondo [...] che non nell'assunzione di responsabilità più larghe».
*** Ad esempio: Germania 223 abitanti per kmq, contro i 26,6 degli USA, i 12,6 della Nuova Zelanda, i 2,6 del Canada e i 2,3 dell'Australia.
Ed ancora tre anni più tardi, nel febbraio 1996, identificando il Regno col Grande Mercato e inveendo perché «nel mondo si aggirano spettri che sembravano esorcizzati, e non lo erano», «valori totalizzanti» di nazionalismi reazionari, incapaci di quegli «ideali di solidarismo e tolleranza che dovrebbero dare al mondo intero un nuovo ordine di pace e di progresso»: «Ma il fondamentalismo non dà voce soltanto a rimpianti del passato. È anche la reazione a paure nuove, diffuse in tutto l'Occidente e legate alla globalizzazione dell'economia, che ha assunto per alcuni le sembianze di un mostro che divora posti di lavoro e che annuncia ondate immigratorie destinate a distruggere antiche nazioni [come se il tutto non rispondesse a verità e non fosse stato anzi autorevolmente auspicato!]. La globalizzazione, che pure crea occasioni di progresso senza precedenti per tutti i popoli, e che fa nascere forti interdipendenze che giovano alla pace, fa purtroppo le sue vittime, lungo il percorso: la riforma di antiche economie nei tempi medi e lunghi positiva per tutti ha, a breve termine, i suoi costi. Migliaia o milioni di disoccupati (anche se la colpa è in piccola parte del mercato globale) offrono una base di massa ai fondamentalisti dell'Occidente». Ed ancora un anno dopo, sempre invasato di messianismo, non tralascia di bacchettare solo i goyim, ma anche i confrère di più dura cervice: «E se qualcosa si può rimproverare a Israele, o all'ebraismo israeliano, è di tendere a dimenticare quell'insieme di valori prettamente ebraici (anche se di questi valori gli ebrei non hanno l'esclusiva) che va sotto il nome di cosmopolitismo [...] In materia, penso che sia soprattutto l'ebreo cosmopolita, col suo impasto di tolleranza, curiosità e arroganza, che abbia qualche lezione da dare a tutti: non esclusi, forse, alcuni ebrei israeliani».
E come il Levi è il caporabbi Toaff, giubilante col demopresidente Oscar Luigi Scalfaro, Susanna sorella di Gianni Agnelli e ministro degli Esteri, Francesco Rutelli sindaco di Roma e la Calabi Zevi il 21 giugno 1995, all'inaugurazione a Roma della più grande moschea d'Europa: «Sono stato tra i primi a difendere il diritto dei musulmani ad avere un luogo di culto a Roma. Tanto che andai, parecchi anni fa, in Campidoglio per sollecitare la costruzione di questa moschea [coprogettata dall'architetto PSI Paolo Portoghesi ad un costo di 50 milioni di dollari pagati da 23 paesi musulmani, Siria e Iran esclusi, la prima pietra era stata posata l'11 dicembre 1984 alla presenza del ministro degli Esteri Giulio Andreotti]. Mi sono messo nei loro panni: anche noi tanti secoli fa arrivammo qui. E ricavammo in questa città un luogo per pregare. Ora sono giunti loro, a migliaia [invero: a milioni]: devono avere un punto di riferimento ufficiale» *** (lapidario, aveva sentenziato Eustace Mullins: «the parasite introduces other types of parasites into the host, il parassita apre la via nell'ospite ad altri tipi di parassiti»). ***
*** Nulla di grave, ci dicono, neppure sulle 200 moschee presenti nel 2000 in Italia, o sul primo «tempio» sikh, eretto a Pessina Cremonese – cento giunti dall'India su ottocento abitanti – col plauso ecumenico del sindaco centrosinistro e del detto parroco don Luigi Calonghi... facendo giungere i libri sacri e le statue delle divinità da Londra e non dall'India «perché il viaggio sarebbe troppo costoso». Cosa dovrebbe poi dire la Francia la quale, oltre che da 500-600 enclave off-limits, ghetti di colore black-beurs nei quali non è consigliabile avventurarsi, nel novembre 2000 ne è costellata da 1536... anche se il ministro dell'Interno ne dà «solo» 1200, delle quali 400 nella regione parigina, o la Germania, che ne vede 80 nella sola Berlino!
*** Riconferma d'autore, questa toaffiana, dei giudizi di Hanna Zakarias: «Maometto, il Corano arabo e l'Islam rappresentano per noi l'ultimo tentativo degli ebrei di assicurare il trionfo di Israele nel bacino mediterraneo», «Il vocabolo Allah designa essenzialmente nel Corano arabo il Dio degli ebrei, lo Jahweh di Mosè. Tale conclusione capitale apparirà in tutta la sua evidenza al termine della nostra opera. Ci convinceremo allora che l'islam è un'affaire puramente ebraico: l'islam è la più potente intrapresa per giudaizzare l'Arabia; e il Dio che il rabbino della Mecca [...] annuncia a Maometto e ai meccani idolatri altri non è che lo Jahweh del Sinai, lo Jahweh del Pentateuco. Vedremo più oltre che l'Allah del rabbino, di questo rabbino maestro di Maometto e predicatore alla Mecca, ha tutte le qualità e gli attributi del Dio degli ebrei e dei giudei e non ha che questi attributi. È sostanzialmente Unico, Creatore, Onnipotente e datore di tutti i beni concessi all'uomo», ed ancora: «L'islam non fu che una brutale sostituzione del giudaismo all'idolatria attraverso l'efficace opera della comunità ebraica meccana, coadiuvata in tale apostolato dalla coppia Khadidja-Maometto» (Khadidja è la moglie, ebrea, del semi-ebreo Maometto).
E il caporabbi Toaff era stato preceduto, nel gennaio sull'ufficiale Shalom, papale papale, dal vicecaporabbino a Milano Elia Richetti: «Certamente abbiamo ancora qualcosa da dare al mondo. Intanto, il messaggio universale della Bibbia non è stato completamente recepito nel mondo non ebraico [...] Potrei anche dire che in realtà il motivo dell'opposizione che suscitiamo è proprio perché in qualche maniera noi siamo, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, la coscienza del mondo».
Nel giugno segue a ruota, sempre sull'ufficiale Shalom, il great boss Furio Colombo: «La componente e il ruolo che l'ebraismo ha avuto, avrà e deve avere nella struttura del mondo è insostituibile. È un terminale di tutto ciò che chiamiamo cultura, dal punto di vista del metodo, dei valori, di ciò che sappiamo di noi stessi, della storia dell'umanità. Dal punto di vista dell'evoluzione di questa storia e di ciò che potrà accadere nel futuro».
E come il Levi, la Zevi e il Toaff, e sulla falsariga ideologica di Richetti e Colombo, è l'ex-lottacontinuo Paolo Mieli, dispensatore di saggezza su quel Corrierone che ha diretto per anni. All'insegna della «necessità» di accettare le «sfide» lanciate dall'invasione terzomondiale, in risposta ad una lettrice perplessa sull'erogazione da parte della neocomunista Regione Campania, in particolare dopo l'11 settembre delle Twin Towers, di due miliardi di lire per la costruzione di una moschea a Ponticelli nei pressi di Napoli (il provvedimento viene bloccato alla Camera per il deciso intervento della «razzistica» Lega Nord), l'Anima Pia sparge ulteriore veleno: «Destinare i nostri soldi a una moschea può renderci più forti, più sicuri delle nostre buone ragioni, quando chiederemo agli immigrati islamici non solo di rispettare le nostre norme ma di aiutarci a farle rispettare. Ogni giorno ricevo lettere che denunciano come un'ingiustizia la concessione di questo o quello ai musulmani. A mio avviso non si deve concedere alcunché in ciò che può provocar danno a un qualsiasi altro cittadino o possa creare delle disuguaglianze. Ma si deve fare l'impossibile perché questi nostri nuovi concittadini non sentano di vivere in un regime di discriminazione. L'impossibile. So bene che sono giunti in Italia volontariamente (e spesso illegalmente). So altrettanto bene che nei Paesi da cui provengono quasi sempre è impensabile non solo che vengano stanziati soldi ma anche che sia concesso di costruire luoghi di culto per religioni diverse dalla loro. Questo, però, non ci deve far smuovere dai nostri princìpi».
Al «tedesco» e ai sei «italiani» si accodano gli «inglesi» Jay M. Winter e Michael Teitelbaum, il politologo superamericano Andrei S. Markovits, il «belga» Elie Ringer e i «francesi» Alain Minc, grand commis d'Etat e consigliere mitterrandiano, ed il ràbido ex nouveau philosophe Bernard-Henry Lévy.
Se i due primi da un lato irridono «l'ossessione del declino demografico» che investe i più consapevoli tra gli europei, dall'altro essi si scagliano, coperti dall'eterno ricatto, contro i moti anti-invasori tedeschi, «manifestazione moderna di un'antica malattia. Il rifiuto su basi nazionalistiche di stranieri che appaiono diversi dalla massa della popolazione tedesca per aspetto, abbigliamento o abitudini religiose è un fenomeno dolorosamente familiare. Rispetto al passato, cambia solo la religione delle vittime». Ancora più deciso il terzo, che in una lettera aperta denuncia l'«estremismo di destra» del tedesco Bernd Rabehl, ottenendone l'immediato licenziamento: docente di Sociologia alla Hans-Böckler-Stiftung, in un discorso tenuto nell'autunno 1998 all'associazione studentesca Danubia, l'ex-sessantottino convertito a tesi nazionali si era infatti permesso di sottolineare che «l'eccesso politico di stranieri» in Germania avrebbe necessariamente portato alla «distruzione dell'identità nazionale» tedesca.
Similmente fa Ringer, presidente del Forum delle Organizzazioni Ebraiche del Belgio; di fronte alla strepitosa avanzata elettorale che il Blocco Fiammingo, registra nell'ottobre 1994 (il 28%, con punte del 40 e del 50% nei quartieri più poveri, di consensi ad Anversa, città dalla quale 18.000 ebrei controllano l'85% del traffico di diamanti mondiali; nell'ottobre 2000 il Vlaams Blok, guidato dal trentottenne Filip Dewinter all'insegna «Eigen Volk eerst, Prima il nostro popolo», dal 28% sale al 33%), mentre l'intero establishment si scaglia compatto contro il partito nazionalista, che richiede l'espulsione dei clandestini e l'adozione di severe misure contro l'invasione, l'ineffabile ebreo non riesce che salmodiare à la Hertzberg: «La storia ci insegna che il razzismo nasce proprio colpendo prima le comunità più deboli. Si parte dal nazionalismo e si finisce coi genocidi. Il programma del Vlaams Blok incita alla deportazione di alcune categorie di immigrati, in contrasto con le leggi dell'Unione Europea» (dopo altri interventi in proposito, il 19 settembre 1996 l'Europarlamento condanna solennemente l'espulsione dei cosiddetti «immigrati clandestini» – più correttamente nominabili, a parer nostro, «invasori plateali» – riaffermando l'obbligo di rispettare i Sacrosanti Diritti).
Quanto a Minc, a fronte della rinascita ubiquitaria dello spirito nazionale, invita, con eguale virulenta chutzpah – l'ormai stranota arroganza, prima ancora del vittimismo vera stimmata della psiche giudaica – a «ricostruire» un'idea di nazione, ad «elaborare» nuovi princìpi democratici, a «ripensare» lo Stato (come se il demoliberalismo non avesse avuto a disposizione già mezzo secolo). Il tutto, «ridando spazio all'immaginazione», ovviamente «all'interno di un codice etico». Quale debba essere il principio fondante di tale codice è presto detto: non scendere a patti col mondo reale. O, per dirla minchianamente: «Proscrivere la resa intellettuale, vale a dire rifiutarsi di cedere davanti alle forze dominanti che si annunciano [...] Ogni concessione di terminologia è un atto di sottomissione, ogni prestito ideologico un atto di resa. Ora, la visione che l'estrema destra offre oggi dell'immigrazione e, attraverso questa, della nazione, si sta diffondendo a tutto il corpo sociale... chiaramente con delle sfumature a seconda della posizione originaria degli uni e degli altri [...] Il nazional-populismo sta diventando un riferimento, il focolaio a partire dal quale si definiscono certi concetti chiave, come l'identità nazionale [...] In poche parole, che le classi dirigenti non lascino al nazional-populismo il monopolio dell'idea nazionale!».
Quanto al Sogno Americano, caratterizzato dagli Eterni Valori: «Uno Stato integrazionista; una società aperta; una cittadinanza flessibile; una nazione che si definisca come una comunità d'adesione e non come frutto della Storia [neanche il divenire storico gli va più bene!] o dell'eugenetica [non parliamo poi dell'«immutabile» biologia!]: non esiste un modello da copiare». Tale allucinazione è ri-conferma del più sfrenato utopismo, poiché il tecnocrate mondialista nulla vuole imparare dalla Storia, teso com'è ad un Regno sempre tutto da definire: «Non esiste nessuna ricetta: sarebbe contraria alla visione di uno Stato-nazione in perpetuo divenire. Ma dobbiamo renderci conto che noi partiamo da una tabula rasa piuttosto che da un'esperienza acquisita. A ciò una sola risposta: immaginazione, ancora immaginazione, sempre immaginazione».
E con eguale follia – sbavante contro la polizia che sgombra 300 negri illegali asserragliati nella parigina chiesa di Saint-Bernard, complici il parroco e ogni sinistro – il corvino Bernard-Henri Lévy intima nell'agosto 1996 l'ennesima immonda sanatoria: «Sono scandalizzato, soprattutto per la bestialità dell'intervento [...] Non siamo ancora a Vichy, ma... Mi vergogno della brutalità di questi cinici politicanti. Sono dei miserabili. Vogliono pescare voti nelle acque di Jean-Marie Le Pen [...] Sarà difficile, per il primo ministro Alain Juppé e per il suo governo, uscirne. Avrebbe dovuto mettere in regola, senza perdere tempo, non dico tutti, ma quasi tutti quegli africani: erano dei fuorilegge creati dalla legge Pasqua, l'ex ministro dell'Interno neogollista [riprova della connaturata irresponsabilità democratica, nell'agosto 1998 Charles Pasqua si muterà in invasionista, invitando alla resa e pretendendo, per mero buonismo elettorale, la regolarizzazione di 70.000 clandestini (pudicamente definiti sans-papiers, cioè «senza documenti»), negata dal pur sinistro governo Jospin: «Si possono approvare tutte le leggi che si vuole: nessuna sarà mai sufficiente. La spinta demografica è troppo forte»!]. Tutti sapevano che si trattava di norme pessime. Norme che provocano il disordine, che fabbricano illegalità [...] In una democrazia le leggi si migliorano. E tutti i movimenti sociali hanno lo scopo di provare l'insufficienza delle leggi, le loro carenze. Le leggi non sono immutabili, non possono essere di bronzo». ***
*** Mentre il goy direttore Jean-Marie Colombani lo affianca da le Monde tuonando contro «una Francia che volta le spalle a ciò che ha costituito la sua identità: l'aspirazione all'universale [...] l'immigrazione è senza dubbio il nostro affare Dreyfus, il momento della verità dove si svela un'epoca e le generazioni si dividono radicalmente [...] Quando si comincia a escludere lo straniero si finisce sempre, prima o poi, per escludere il povero, il misero, il dissidente e l'oppositore», ben più razionale è l'«ungaro-francese» François Fejtö: «[Jacques Chirac] ha agito in modo sensato. Sarà pure il presidente di tutti i francesi, sarà anche animato da simpatia per i diseredati, ma non può essere il presidente di tutti gli Stati africani in preda alla miseria». Nello stesso giorno, nell'assenza più completa di polemiche interne, Israele vara un piano per espellere oltre la metà dei 200.000 lavoratori stranieri – filippini, thailandesi, rumeni, turchi, etc. – giunti in Terra Promessa dal dicembre 1987, data dello scoppio dell'Intifada, per rimpiazzare i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza. Del tutto indifferente alle (più che improbabili: quod licet Iovi non licet bovi!) reazioni degli «antirazzisti» esteri, il capo del governo Benjamin Netanyahu illustra: «Faremo di tutto per ridurre in modo drastico la presenza di lavoratori stranieri privi di visto regolare e allo stesso tempo limiteremo gli arrivi della mano d'opera in cerca d'impiego nel nostro paese con un normale permesso».
Le ragioni di tanto zelo? Presto detto:
«A Tel Aviv ormai un abitante su sette è uno straniero», denunciano i media. «Come faremo a garantire l'ebraicità dello Stato?», accusano i rabbini. Quello che è certo, informa Lorenzo Cremonesi, è che «i quartieri della vecchia stazione degli autobus e nel sud della città hanno cambiato popolazione, con l'inevitabile dilagare di prostituzione, droga e criminalità».
N.B:Foto,sottolineatura,grassetto,colore,NONsono parte del testo originale.WaA359
10:48 Scritto da: waa359 in Articoli di G.Antonio Valli | Link permanente | Commenti (0) |
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