31.03.2010

2 Norman FINKELSTEIN Verità e conseguenze dell’invasione di Gaza Parte 2

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Fino a quando reggerà il paravento dell'olocau$to ? La truffa ha i giorni contati! Si noti che più viene diffusa la verità sui falsi 6.000.000 di ebrei gasati ,più aumenta l'isteria e la violenza cieca della colonia sionista di Palestina ! WaA359

 

Parte 2

Ascrivere il disgusto popolare dei Gentili per il massacro di Gaza all’anti-Semitismo si è dimostrato del tutto irrazionale a fronte del diffuso e palese dissenso ebraico. Mentre organizzazioni ebraiche ufficiali delle comunità diffondevano dichiarazioni in favore di Israele, proliferavano organizzazioni ebraiche ad hoc che presentavano istanze che deploravano l’invasione.


Più significativamente, Ebrei di notevole importanza nella vita delle comunità ebraiche censuravano le azioni di Israele, sebbene con toni in generale smorzati. Quando Israele era pronto a lanciare l’offensiva di terra dopo una settimana di attacchi aerei, un gruppo di Ebrei più illustri della Gran Bretagna, pur dichiarandosi “profondi e appassionati sostenitori” di Israele, esprimevano “orrore” all’aumentare “ delle perdite di vite umane da entrambe le parti ” e raccomandavano ad Israele di cessare immediatamente le operazioni militari contro Gaza.

In una nota più aspra, Gerald Kaufman, membro del Parlamento britannico ed ex ministro ombra per gli affari esteri, dichiarava durante un dibattito sulla questione di Gaza alla Camera dei Comuni: “Mia nonna si trovava ammalata a letto quando i Nazisti fecero irruzione nella sua città natale di Staszow. Un soldato tedesco la colpì a morte nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire una copertura ai soldati di Israele per andare ad ammazzare nonne palestinesi a Gaza.”

Kaufman arrivava ad accusare il governo di Israele di avere “crudelmente e cinicamente sfruttato il continuo senso di colpa fra i Gentili per il massacro di Ebrei nell’olocausto come giustificazione dei loro assassini di Palestinesi.”Intanto, in Francia, il popolare scrittore ebreo Jean-Moïse Braitberg richiedeva al presidente di Israele di rimuovere il nome di suo nonno dal momumento di Yad Vashem dedicato alle vittime dell’olocausto nazista, “cosicché non possa essere usato per giutificare l’orrore che viene riversato sui Palestinesi.” In Germania, Evelyn Hecht-Galinski, figlia dell’ex presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania, scriveva : “Non il governo di Hamas eletto regolarmente, ma il brutale occupante…deve essere posto sul banco degli imputati all’Aja,” mentre la sezione germanica degli Ebrei europei per una Pace Giusta pubblicava una dichiarazione che sottolineava come “gli Ebrei Tedeschi Dicevano NO alle Uccisioni commesse dall’Esercito Israeliano.”
In Canada, otto donne ebree che occupavano il Consolato di Israele invitavano “tutti gli Ebrei a pronunciarsi contro questo massacro,” e il celebre pianista canadese Anton Kuerti dichiarava:

Gli incredibili crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza . . .mi fanno vergognare di essere Ebreo.”In Australia, due romanzieri di fama ed un ex ministro del governo federale firmavano un appello di Ebrei che condannavano Israele per la sua aggressione gravemente spropositata.

L’amministrazione Bush e il Congresso degli Stati Uniti sostenevano Israele in modo inqualificabile nel corso di tutta l’invasione. Una risoluzione, che assegnava la totale colpevolezza delle morti e delle distruzioni ad Hamas, passava all’unanimità al Senato e alla Camera con 390 voti a favore e 5 contrari. Molto del flusso di informazioni nei media negli Stati Uniti, in modo altrettanto sfacciato, era in linea con la parte in causa israeliana. Il giornalista Max Blumenthal osservava : “Dal capodanno, un drappello osannante Israele ha trasformato le pagine di opinione dei maggiori quotidiani usamericani in uno spazio personale dei più violenti e rumorosi. Di tutti i contributi editoriali pubblicati dal Washington Post, Wall Street Journal, e New York Times, da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza, . . . solo uno ha offerto uno scettico punto di vista sull’aggressione.”

La concezione del New York Times di editoriali… equilibrati veniva conseguita giustappunto mediante le fantasie di Jeffrey Goldberg sul male non redimibile di Hamas e con le raccomandazioni di Thomas Friedman per Israele ad infliggere “pesanti sofferenze alla popolazione di Gaza.”

Il suo rivale cittadino, il New York Daily News, pubblicava un editoriale di apertura del Rabbino Marvin Hier che incalzava i leader mondiali a “non. . . ricostruire più Gaza ” anche se “molti civili soffriranno ”, dato che “i terroristi e coloro che li appoggiano non hanno diritto a ricevere aiuti importanti per la loro crudeltà, per i loro misfatti e per la loro omertà.” E questo è il fondatore e decano del Centro Simon Wiesenthal e del suo Museo della Tolleranza!

Nel bel mezzo di questa atmosfera da linciaggio anche organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, riservavano per Hamas la loro più forte condanna.

Nonostante questa elite riversasse torrenti di veleno, i sondaggi dell’opinione pubblica mostravano che, pur con dure critiche ad Hamas, solo circa il 40% degli USAmericani approvavano l’attacco di Israele, mentre fra coloro che votavano Democratico (il partito di affiliazione di molti Ebrei) il consenso crollava al 30%.

In una teatrale esibizione di indipendenza, che richiamava alla mente Jimmy Carter come autore di Palestine Peace Not Apartheid, l’icona liberal Bill Moyers stigmatizzava Israele sul suo popolare programma di questioni pubbliche Bill Moyers Journal, quantunque in un contesto assai critico nei confronti di Hamas: “Uccidendo indiscriminatamente vecchi, bambini, intere famiglie, distruggendo scuole ed ospedali, Israele ha fatto esattamente ciò che fanno i terroristi.”

Come Carter, anche Moyers immediatamente finì sotto il tiro di Abraham H. Foxman, che lo accusava di “razzismo, revisionismo storico ed indifferenza al terrorismo,” e del professore di diritto ad Harvard Alan M. Dershowitz, che screditava Moyers per “la sua falsa moralistica equidistanza ” fra il terrorismo di Hamas e l’esercito di Israele, che “inavvertitamente aveva ammazzato qualche civile palestinese che era stato usato da Hamas come scudo umano.”

Ma ancora come Carter, Moyers riusciva a guadagnare terreno, visto che altri liberal si erano levati in sua difesa, e ad uscire illeso dopo la raffica di diffamazioni.

Quando si scatenò l’invasione di Gaza e le immagini sconvolgenti del massacro trasmesse dal vivo da Al-Jazeera non potevano più oltre essere ignorate, cominciarono a presentarsi crepe nel flusso delle informazioni dei media moderati.

Sotto il titolo inquietante “Si sta esaurendo il tempo di una soluzione a due Stati?” il notiziario televisivo più seguito negli Stati Uniti 60 Minutes mandava in onda un segmento di programma devastante sui coloni ebrei nella West Bank, che includeva scene strazianti di “Arabi che subivano l’occupazione delle loro abitazioni ” da parte di soldati israeliani.

La pagina editoriale di destra del Wall Street Journal pubblicava un articolo del professore di diritto George E. Bisharat dal titolo di testa “Israele sta commettendo crimini di guerra.”

Il giornalista del New York Times Roger Cohen, di solito tanto compassato, confessava in un paio di colonne di “vergognarsi per le azioni di Israele.” In un secondo articolo, Cohen considerava che “l’espansione continua di Israele mediante gli insediamenti, l’assedio a Gaza, la West Bank rinchiusa da muri e lo sfrenato ricorso alla forza ad alta tecnologia” era “progettata precisamente per colpire a randellate, indebolire e umiliare il popolo palestinese, fino a far svanire la sua dignità e il sogno di uno Stato palestinese.”

L’ex editore della New Republic e lo scrittore conservatore Andrew Sullivan giudicava che l’attacco israeliano era “tutt’altro che una esigenza moralmente stringente…Si tratta di una guerra decisamente unilaterale,” ed etichettava come “thugs” [N.d.tr. : i thugs erano membri di una setta religiosa indiana di strangolatori] i sodali con la destra ebraica per “il terribile massacro di uomini che ora veniva inflitto da Israele (e finanziato in parte dagli USAmericani).”

Philip Slater, autore dello studio sociologico The Pursuit of Loneliness, dichiarava: “La Striscia di Gaza è poco più di un grande campo di concentramento israeliano, in cui i Palestinesi vengono aggrediti a piacere, privati di cibo, carburante, energia, perfino privati di strutture ospedaliere…Diventerebbe difficile avere una qualche stima per loro, se non sparassero in risposta qualche razzo! ”

Intanto il Consiglio Comunale di Cambridge, Massachusetts, un enclave liberal e sede dell’Università di Harvard, adottava una risoluzione “che condannava gli attacchi e l’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano e il lancio di razzi contro la gente di Israele,” e un gruppo di professori universitari statunitensi lanciava una campagna nazionale che faceva appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele.

Un sondaggio condotto fra Ebrei statunitensi riscontrava che il 47% approvava con forza l’aggressione israeliana, ma, in netto contrasto con la usuale solidarietà sempre e comunque, il 53% era o equidistante (il 44% approvava “solo un po’” o disapprovava “solo un po’”) o decisamente disapprovava (il 9%).

Osservatori di esperienza nel campo delle comunità ebraiche statunitensi sottolineavano un “cambio di marea dopo Gaza.”

A prescindere dai “settori più conservatori filo-israeliani delle comunità,” M. J. Rosenberg del Israel Policy Forum notava che “si faceva poca mostra di sostegno per questa guerra. A New York, una città in cui nel passato erano state fate marce di ‘solidarietà’ che avevano visto la partecipazione anche di 250.000 persone, solo 8.000 persone si erano recate a Manhattan per una dimostrazione della comunità in una domenica soleggiata.”

In pubblico contrasto con la leadership tradizionale ebraica, organizzazioni ebraiche di recente costituzione come J Street [N.d.tr. : un gruppo di pressione politica con l’obiettivo di rappresentare gli ebrei americani di sinistra] delimitavano un terreno di mediazione che “riconosceva che né gli Israeliani né i Palestinesi avevano il monopolio di essere nel giusto o nell’errore,” e raccomandavano “di liberare il Medio Oriente dall’approccio piuttosto limitato di noi-contro-loro.”

Costituito nel 2008, J Street si propone come controparte liberal dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È ancora troppo presto per prevedere se J Street, che attualmente si uniforma ad una agenda politica vagamente progressista, sebbene si definisca anche “vicinissimo” a Kadima, il partito politico israeliano guidato da Tzipi Livni, si calcificherà in una “leale opposizione” o accentuerà il suo criticismo nei confronti della politica di Israele, quando la spaccatura che divide gli Ebrei statunitensi da Israele si allargherà.

Anche l’organizzazione “American Jews for a Just Peace” metteva in circolazione una petizione rivolta ai “Soldati Israeliani per Cessare i Crimini di Guerra,” e “Jews Say No” manifestava davanti all’Organizzazione Sionista Mondiale e agli uffici dell’Agenzia Ebraica, e “Jews against the Occupation” calavano uno striscione sull’autostrada nella West Side di New York City che affermava “Jews Say: End Israel’s War on Gaza NOW! – Gli Ebrei affermano: la Guerra di Israele contro Gaza deve finire ORA!”

Negli ambienti intellettuali ebraici liberal, solamente alcuni perenni fautori di Israele, la maggior parte dei quali si erano imbarcati a destra dopo il giugno 1967, si sono avventurati a vele spiegate in difesa dell’invasione.

Era del tutto ovvio per il filosofo morale Michael Walzer che Israele avesse esaurito le opzioni non-violente prima dell’aggressione e che Hamas portasse la responsabilità per la morte di civili. Per Walzer la sola “difficile questione” consisteva nel fatto se Israele si fosse impegnato al massimo per ridurre il numero di queste vittime.

Era del tutto ovvio per Alan M. Dershowitz che Israele avesse fatto “tutti gli sforzi possibili per evitare l’uccisione dei civili” e che in questo non fosse riuscita perché Hamas aveva ricercato una strategia del tipo “bimbo morto”, vale a dire quella di costringere Israele ad ammazzare bambini palestinesi in modo da raccogliere le simpatie internazionali.

Era del tutto ovvio per l’editore di New Republic Martin Peretz che l’assedio di Gaza non risultasse così tanto spietato dal suo attento esame delle scarpe dei Palestinesi: “Bisogna guardare attentamente alle loro scarpe ‘sneakers’, visibilmente nuove e, senza dubbio, costose.”
Era del tutto ovvio per lo scrittore Paul Berman che, se una “possibilità” esiste per Hamas di minacciare di genocidio Israele in un giorno futuro, “se ad Hamas e ai suoi alleati e a coloro che la pensano nello stesso modo come Hezbollah viene permesso di prosperare senza alcun ostacolo, e se allo stesso modo viene concesso al governo dell’Iran e al suo programma nucleare di progredire,” allora Israele avrebbe il diritto di scatenare subito un attacco.

Dopo un tale ammasso di ipotetici affastellati di condizionali è difficile immaginare quale paese al mondo potrebbe dirsi al sicuro da un attacco proditorio e quale paese potrebbe non ricevere giustificazioni nel lanciare arbitrariamente un attacco.

Se, a prescindere da questa congrega di difensori di Israele, Ebrei liberal riconoscevano che l’attacco di Israele costituiva un problema di natura morale, cionondimeno non potevano sopportare che i loro panni sporchi venissero messi in piazza alla vista dei Gentili. Dunque, riviste e giornali di opinione destinati ad un pubblico di Ebrei dell’alta borghesia cittadina, come il New Yorker e il New York Review of Books, sorvolavano sul massacro di Gaza. Comunque, un folto gruppo molto influente di intellettuali Ebrei, di dominio pubblico liberal, non sono stati in silenzio: la nuova generazione di bloggers ebraici liberal e collaboratori regolari con siti web liberal-democratici, come Salon.com e Huffington Post, meno dipendenti dalla classe dirigente, editori ebrei, inserzionisti, finanziatori e social networks, parlava da e per una generazione che ha raggiunto la maggiore età quando in larga misura la mitologia sionista è stata espulsa e sostituita da equilibrate ricerche storiche.La classe dirigente politica di Israele è andata evolvendo con modalità reazionarie e squallide. La documentazione sui diritti umani in Israele è stata sottoposta ad inchieste laceranti da parte delle organizzazioni sociali per i diritti umani.

La paranoia Olocausto-indotta e lo spaccio di accuse di anti-Semitismo tangibilmente contrastano con la quotidiana realtà di una assimilazione ebraica ovunque trionfante, dalla Ivy League [N.d.tr.: lega delle otto principali università del nord-est degli Stati Uniti] a Wall Street, da Hollywood a Washington, dai circoli d’élite all’altare del matrimonio.

Professionalmente, mentalmente ed emozionalmente emancipati dai ceppi del passato, questi Ebrei frequentatori assidui di Internet sono passati all’offensiva denunciando l’invasione di Gaza dal suo inizio. Il simbolismo potrebbe a mala pena essere evitato. Mentre i sostenitori di Israele, che non si danno mai per vinti, come Walzer, Dershowitz, e Peretz sono stati abbarbicati fin dalla loro gioventù alla barca sionista, la generazione di giovani intellettuali noti ebrei che ora si presentano su Internet ne sono saltati fuori. “Li compatisco per il loro odio nei confronti del loro retaggio,” Peretz ha sibilato. “Sono solo strida fastidiose.”
Ecco le strida fastidiose nelle loro parole!

Ezra Klein (età 25 anni; blogger per American Prospect) nel secondo giorno dell’invasione così diffondeva: “Il lancio di razzi risulta senza dubbio ‘profondamente disturbante’ per gli Israeliani. Ma hanno fatto traboccare il vaso i tanti checkpoints, le strade chiuse o riservate, la limitazione dei movimenti, la terribile disoccupazione, l’oppressione inflessibile, le umiliazioni quotidiane, gli insediamenti illegali - ah, scusate! ‘avamposti’ – costruzioni ‘profondamente disturbanti’ per i Palestinesi, e decisamente molto più lesive ed oltraggiose. E i 300 morti Palestinesi dovrebbero creare qualche disturbo anche a noi tutti!”

Adam Horowitz (età 35 anni; blogger per Mondoweiss) nel quarto giorno dell’invasione, in risposta ad un editoriale di Benny Morris in prima pagina del New York Times, diffondeva: “Evidentemente, lei vede solo le reazioni e non le cause. Lei elenca le reazioni ad Israele e alla colonizzazione ebraica della Palestina storica portata avanti da Israele senza citare l’elefante nella stanza, che le mura che avviluppano Israele sono del tutto auto-prodotte.”

Matthew Yglesias (età 28 anni; blogger per Think Progress) nel sesto giono dell’invasione diffondeva: “Mentre Israele dichiarava il desiderio di abbandonare i Palestinesi di Gaza nella loro enclave minuscola, sovrappopolata, economicamente non vitale, il ‘disimpegno’ del 2005 da Gaza non ha mai comportato il permesso ai Palestinesi di controllare i confini o di esercitare la piena sovranità su questa loro area. Il progetto fondamentalmente prospettava che, se i Palestinesi cessavano le violenze contro Israele, allora la Striscia di Gaza avrebbe avuto un tarttamento simile a quello di una riserva indiana.”

Dana Goldstein (età 24 anni; blogger per American Prospect) nel dodicesimo giorno dell’invasione diffondeva: “Io voglio credere che l’esperienza storica, collettiva dell’Ebraismo e del Sionismo produca qualcosa di meglio, qualcosa di più umano, di ciò per cui siamo stati testimoni in Medio Oriente in questa ultima settimana.”

Glenn Greenwald (età 42 anni; blogger per Salon.com) nel tredicesimo giorno dell’invasione diffondeva: “Questa non più dirsi una guerra, questo è un massacro unilaterale senza pari,” e il

30 gennaio 2009, “Proprio non è possibile compiere effettivi progressi nelle intenzioni domestiche di rinvigorire la Costituzione e di revocare le nostre espansioni militari e di intelligence, se allo stesso tempo siamo impotenti e ciecamente sosteniamo Israele nelle sue varie guerre (e di conseguenza trasciniamo anche noi stessi in queste guerre).”

Il 20 febbraio 2009 Greenwald rispondeva ad una insinuazione mossagli da Jeffrey Goldberg di essere un “picchiatore contro Israele che odia gli Ebrei”: “la gente come Jeffrey Goldberg . . . ha così tanto abusato, manipolato e sfruttato le accuse di ‘anti-Semitismo’ e di ‘anti-Israele’ per fini scorretti e scopertamente politici che questi termini si sono svuotati di significato, hanno perso quasi del tutto il loro stimolo e di fatto sono diventati così banali da assumere caratteristiche caricaturali…Infatti, gente come Goldberg è diventata extra rancida e sprezzante nella sua retorica, precisamente perché sa che questi espedienti retorici hanno cessato di funzionare.” “Vi è un deciso cambio di marea quando la politica usamericana discute di Israele,” concludeva Greenwald, “Queste persone non possiedono più la capacità di soffocare il dissenso tramite tattiche di criminale intimidazione e sanno che è per questo che ora non possono fare altro che alzare il volume dei loro attacchi insultanti. La devastazione di Gaza da parte di Israele, con l’uso di bombe, armamenti, denaro e copertura diplomatica statunitense, e l’intrappolamento della popolazione civile di Gaza priva di difese sono così brutali ed orrende da guardare che era inevitabile un cambiamento del punto di vista della gente sul conflitto in Medio Oriente.” Subito dopo la fine dell’invasione di Gaza, la falange dei blogger liberal ebrei ancora una volta ha reso pan per focaccia alla lobby israeliana quando questa ha cercato di bloccare la nomina da parte dell’amministrazione Obama di Chas Freeman, un funzionario critico nei confronti della politica di Israele. Un altro indizio decisamente eclatante è stato uno sketch dal titolo “Strip Maul – Colpi di maglio sulla Striscia” mandato in onda su Daily Show di Comedy Channel, il 5 gennaio 2009. Il conduttore del programma televisivo, il comico Jon Stewart, è ebreo ed ha un enorme seguito fra i giovani. Egli metteva in ridicolo l’appoggio unanime, instupidito e dominato da stereotipi, dei politici verso Israele, ricevendo boati di approvazione dal pubblico in studio (“Questo è il nastro di Möbius dei problemi in discussione – esiste solo un’unica parte!”); [N.d.tr.: il nastro di Möbius, dal nome del matematico tedesco August Ferdinand Möbius, è un esempio di superficie non orientabile. Le superfici ordinarie, intese come le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due "lati" (o meglio, facce), per cui è sempre possibile percorrere idealmente uno dei due lati senza mai raggiungere il secondo, salvo attraversando una possibile linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamata "bordo"). Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo.]; rivolgeva l’attenzione verso “la segmentazione e l’assedio di Gaza che schiacciavano le persone”; e paragonava la situazione di un Palestinese a quella di qualcuno costretto “a vivere nel mio corridoio di ingresso e obbligato a passare attraverso posti di controllo ogni volta che deve prendere un s**t. (Una qualsiasi cosa in qualche altra parte della casa) ”

La metamorfosi generazionale che ha riguardato Israele si è resa molto più evidente nei campus universitari. Inside Higher Ed riportava in un articolo: “In molti campus è stato riscontrato un deciso slittamento verso un più evidente sentimento filo palestinese e anti-Israele, causato, in parte, dall’aggressione bellica a Gaza di questo inverno.”

Ampie sale per conferenze di collegi universitari traboccavano di partecipanti alle assemblee che condannavano il massacro a Gaza. Mentre i gruppi “filo” israeliani, che di solito erano usi protestare dentro e fuori le conferenze, ora praticamente non si erano fatti vedere.

Gli studenti della Cornell University delineavano dei tracciati con 1.300 bandiere nere in commemorazione dei morti di Gaza. (Più tardi, l’esposizione veniva distrutta da un atto vandalico).

Gli studenti dell’Università di Rochester, dell’Università del Massachusetts, della New York University, della Columbia University, dell’Haverford College, del Bryn Mawr College, e dell’Hampshire College organizzavano lanci di petizioni, proteste e sit-in per raccogliere contributi finanziari in favore di studenti palestinesi e per sostenere il disinvestimento dalle imprese di armamenti e dalle compagnie che facevano affari con gli insediamenti illegali di Israele. Gli studenti dell’Hampshire College esercitavano con successo pressioni sugli amministratori del college per disinvestire dalle corporation statunitensi che traevano direttamente vantaggi dall’occupazione.

Sebbene le organizzazioni filo-israeliane dichiarassero che “i campus dei college e delle università…erano diventati focolai di una nuova virulenta pressione di anti-Semitismo,” in molti campus a giocare un ruolo guida erano stati gli studenti ebrei attraverso i comitati locali di “Students for Justice in Palestine ” e giovani attivisti ebrei creativi ed impegnati in “Birthright Unplugged” e in “Anarchists Against the Wall”, a fianco di singoli personaggi come Anna Baltzer, autrice del saggio Witness in Palestine, che era andata scuola per scuola offrendo la sua personale testimonianza sugli orrori giornalieri che si rivelavano in Palestina.

I legami di solidarietà che sono andati ad instaurarsi tra giovani Ebrei e giovani Musulmani in opposizione all’occupazione – i gruppi animatori in molti campus erano costituiti da radicali ebrei laici e giovani donne musulmane osservanti – danno ragione alla speranza che una giusta pace duratura possa ora essere acquisita.

Dopo avere parlato del massacro di Gaza presso una università del Canada, gli organizzatori mi hanno offerto un distintivo che recava la scritta “I GAZA.” Ho appuntato il distintivo sul mio zainetto e mi sono diretto all’aeroporto. Quando stavo in coda per salire in aereo, un passeggero dietro di me mi sussurrò “Mi piace il suo distintivo.” Eh sì, ho pensato, i tempi stanno proprio cambiando. Un paio di ore più tardi chiedevo un bicchiere d’acqua all’assistente di volo. Porgendomi il bicchiere si chinava verso di me e anche lui mi sussurrava“Mi piace il suo distintivo.” Eh sì, ho pensato, qui sta succedendo veramente qualcosa!

 

Originale da: Truth and Consequences in the Gaza Invasion

Articolo originale pubblicato in marzo 2010

L’autore

Curzio Bettio è membro di
Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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N.B:Foto,sottolineatura,grassetto,colore,NON sono parte del testo originale.Per ulteriori informazioni, dettagliate, tecniche, storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti :http://revisionismo.splinder.com/ WaA359

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19:56 Scritto da: waa359 in Industria dell'olocau$to | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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