27.03.2010

3 Per non dimenticare niente Atrocità comuniste del 1944-45 Parte 3

e malediranno il giorno.jpgParte 3
Poi successe. Pesanti passi, violenti colpi alle porte, urla cominciarono a rintronare per tutto il palazzo. Al primo piano la signora König fu una delle prime prede: l'afferrarono, sgombrarono il letto, gettando a terra la madre settantottenne che vi giaceva agonizzante, e la violentarono. Quindi toccò alla ragazza della porta accanto: aveva vent'anni e venti bruti si buttarono su di lei, a turno. Nel corridoio videro uno sfollato di Goldap e lo abbatterono. Dall'appartamento del dottor Grünwald giungevano assordanti rumori e risa: i vincitori vi si erano installati, bevevano acquavite e spaccavano mobili.


Il primo giorno di viaggio sul Frisches Haff erano avanzati abbastanza bene, risparmiati perfino, grazie al leggero turbinare della neve che aveva ridotto la visibilità, dai temuti attacchi aerei sovietici. Ma l'indomani il cielo tornò terso e si trovarono esposti alle bombe ed al mitragliamento nemici. Ai primi colpi le due donne si accovacciarono in fondo al carro e l'uomo, tenendo saldamente le briglie del cavallo, divenuto irrequieto, si rincantucciò accanto al timone. La prima ondata li lasciò indenni, ma, alla seconda, una bomba, con assordante scoppio, cadde a pochi metri da loro. Testimoni, sopravvissuti di Metgethen, riferirono che un soldato tedesco prigioniero fu incatenato ad un autocarro e trascinato da esso fino a morirne; che cadaveri di donne erano stati appesi agli alberi dei giardini pubblici; che donne in stato interessante erano state sventrate e gettate in fosse nella foresta di Schönfliess.

Non sempre si poteva proseguire: l'affollamento agli ormai ridotti passaggi lagunari, le esigenze belliche o lo stato del ghiaccio sovente la bloccavano e allora doveva attendere, talvolta per breve tempo, tal'altra per giorni e giorni, all'addiaccio, tra il sudiciume ed il letame dei Trecks che tutt'attorno si accumulava, raramente ristorata con qualche minestra o bevanda calda. Non tutti resistevano, molti si ammalavano e per la scarsità di medicinali venivano curati approssimativamente; alcuni finivano lì i loro giorni, distrutti dalle malattie, dal freddo e dalla dissenteria.

Ne rimase colpita e li osservò più attentamente e vide visi bianchi e visi più scuri, visi ovali e visi tondeggianti e visi con zigomi marcati e si provò a catalogarli: russi o ucraini gli uni, gli altri di certo mongoli o tartari, gente della Siberia comunque. Che quella valutazione fosse esatta, poté stabilirlo la sera stessa quando dodici di essi la violentarono sino al mattino successivo. Altrettanto avvenne nelle altre case di Kanth dove c'erano donne, anche nella parrocchia, alle sette anziane suore. Gli uomini, invece, furono sbrigativamente sistemati. Quelli apparentemente benestanti e quindi per loro capitalisti, furono giustiziati, l'arciprete Möpert ebbe la testa spaccata perché difendeva le suore, l'ufficiale postale Linder fu chiuso in una cantina e fatto morire di fame. Gli altri finirono sotto stretta sorveglianza. La gente era allibita; ancora fuori di città si combatteva e loro trovavano il tempo di violentare e di distruggere. Spaccavano armadi e sfondavano materassi, usavano per carta igienica la biancheria che laceravano, la lordavano di escrementi o di altro e la gettavano per strada. Simili scempi e tanta sporcizia a Kanth, Gisela Franke non l'aveva mai vista nei suoi quarant'anni di vita. Le cose non cambiarono neppure in seguito. Per gli uomini risparmiati c'era il lavoro di scavare trincee e di recuperare i sovietici morti o feriti, per le donne questo di giorno e il resto di notte. Diversi si erano tolta la vita e anche Gisela Franke cominciò ad essere pervasa da questa idea. La decisione la prese la sera in cui lei e altre due donne furono condotte da due soldati in un ospedaletto da campo dove erano ricoverati quindici feriti leggeri. Passarono da un letto all'altro finché, volgarmente apostrofate, le gettarono giù dalle scale. Sfinita, terrorizzata di fare la fine della sua conoscente Maria Kugler, così orrendamente violentata da morire per le lacerazioni interne causatele, la donna si trascinò nel suo alloggio, rovistò in un cassetto e trovò del quadronox, ne prese dieci pastiglie ed attese la morte. Stette così per tre giorni in stato di incoscienza, poi lentamente tornò in sé e continuò l'esistenza che il destino aveva riservato ai tedeschi di quella parte della Germania.

Si erano inoltrati nelle vie cittadine, circospetti e con le armi in pugno pronti a far fuoco; nella Hehenfriedebergstrasse e nella Wilhelmstrasse, lungo la passeggiata di fronte al negozio del fioricoltore Teicher e nella Ziganstrasse, nella Pilgramshainerstrasse e nella Bahnhofstrasse non avevano trovato che cadaveri e cadaveri, tutti orribili a vedersi; ne avevano trovato pure nelle abitazioni perlustrate.

La polizia criminale, che li seguiva, aveva il suo daffare a compilare gli elenchi dei ritrovamenti che, con pignoleria burocratica, suddivideva in decessi isolati, decessi in gruppo e decessi per suicidio. Le ci volle più tempo a catalogare i morti che a registrare i vivi, una trentina di persone. Bastarono due autocarri a trasportare al sicuro in Sassonia quel pugno di scampati alla morte e alla deportazione, toccata alle centinaia di presenti nella città all'arrivo dell'Armata Rossa, e con la loro partenza, Striegau, riconquistata di nuovo dai sovietici, e il suo dramma, finirono con l'essere un semplice episodio della guerra.
"Il 13 febbraio" gli riferì la donna, "giorno dell'ingresso dei sovietici, restammo in cantina sino alle 20, indisturbate. Poi sentimmo dei passi e tanto era il terrore che ci prese, che non osavamo neppure respirare. Comparvero quattro soldati che dapprima si comportarono sopportabilmente; presto però divennero un po' troppo intraprendenti verso di me e verso la giovane signora Keil e all'improvviso fu: "Frau komm". Non risposi. Al terzo ordine, spazientito, il soldato mi afferrò per un braccio, mi sollevò e mi diede un calcio tale che volai sino alla porta della cantina. Un altro malmenò la signora Keil e poi se la trascinò dietro, costringendola a portare con sé la figlia Traudl. Anche sua mamma e sua sorella dovettero andare. Cosa poi ci capitò, non occorre che glielo descriva: andò avanti tutta la notte sino al mattino; bestiale! Io tornai per prima nella cantina e lì trovai i due anziani coniugi della nostra casa uccisi e con gli occhi enucleati: si erano opposti, come mi raccontò la signora Tindel, a lasciar andare con loro la cognata ed il nipotino. Verso le 10, ci fu un po' di tranquillità e tutte ci recammo nell'appartamento della signora Keil, la cui figlia undicenne era stata pure violentata. Lì ci cucinammo qualcosa da mangiare e in quel mentre udimmo di nuovo passi e si ricominciò daccapo. Urlavamo, li pregavamo di lasciarci in pace, ma non avevano pietà. Ci accordammo allora di impiccarci, ma ne sopraggiunsero altri. Quando finalmente anche costoro se ne andarono eravamo pronte. Ognuna di noi si era procurata un coltello ed anche un lenzuolo era pronto. La signora Polowski s'impiccò per prima. La signora Keil impiccò dapprima la sua Traudl e poi se stessa, lo stesso la sua cara mamma fece con sua sorella. Restammo solo noi due, sua mamma ed io. La pregai di farmi il cappio, poiché, per l'eccitazione, non ci riuscivo; lo fece, ci abbracciammo ancora una volta, e spingemmo via coi piedi il bauletto sul quale stavamo. Mi accorsi di toccare terra con la punta dei piedi: sua mamma mi aveva fatto la corda troppo lunga. Provai ancora e ancora, perché volevo morire, ma senza riuscirvi; guardai e destra e a sinistra: eravamo appese tutte su una fila e loro si trovavano bene, poiché erano morte. A me non restò che liberarmi dal cappio, cosa che mi riuscì dopo molti tentativi. Ero sola e fuggii disperata. Frattanto, nella città che aveva dovuto lasciare, i suoi soldati venivano radunati con spinte e calci e privati degli orologi, degli stivali e dei maglioni e, se in buono stato, anche dei pantaloni. L'indomani, scalzi e seminudi, sotto temperature polari, sfilarono sotto agli occhi del popolino polacco che li colpiva a bastonate e con pietre; al quarto giorno partirono per aggiungersi alla lista di prigionieri di ogni nazionalità, dal cui conto finale di 8.000.000 ben l'85% non avrebbe mai più fatto ritorno. Non videro, e forse non seppero mai, che i loro compagni gravemente feriti erano stati liquidati coi lanciafiamme.

Bärwalde non era stata abbandonata da tutti. Martha Nadez era rimasta col marito Karl ed i due figli e con una sorella pure madre di due bimbe. Avevano deciso di non andarsene per non sottoporre le creature agli strapazzi di una fuga sotto la neve ed il ghiaccio ed il giorno venuto, non più tanto convinti della giustezza della decisione presa, andarono a rifugiarsi in un bunker ed attesero. Non dovettero aspettare molto. [...] Era una facile preda ed i due gendarmi non persero tempo e la violentarono e altrettanto fecero con la sorella, al suo ritorno dal bunker, tutta insanguinata, sorretta dal cognato pallido e stravolto per la pena avuta a difenderla dalla cupidigia dei soldati incontrati per strada. A cose fatte videro uno andarsene e l'altro piazzarsi sulla porta di casa e chiamare i commilitoni di passaggio. Giunsero a gruppi di sette per volta e a turno, al lume di una candela che Karl Nadez era costretto a tenere in mano, si avventarono sulle due donne senza curarsi dei bimbi presenti. Alla fine, uno alla volta, sghignazzando, se ne andarono, per ultimo il gendarme, che prima si diresse sull'uomo e lo colpì col calcio del fucile deciso ad ucciderlo, ma non poté dargli un secondo colpo: moglie e figli si attaccarono al suo braccio, implorando di risparmiargli la vita e lui, preso alla sprovvista, vi rinunciò e lasciò la casa. [...] Non si accorsero che i loro piedi avevano lasciato le impronte sulla neve; le notarono invece tre soldati che li seguirono e li costrinsero a tornare in casa, baciarono le due bimbe e violentarono la madre. [...] Sentirono muoversi nel cortile gente che gridava e sparava e avvertirono i loro passi sempre più vicini; poi videro la porta aprirsi e, alla luce di lampadine tascabili, stagliarsi nel riquadro civili e soldati col caratteristico berretto ad angoli e pompon dell'esercito polacco. Fu un attimo. Gli arrivati si lanciarono su di loro, afferrarono l'uomo e la cognata ed i bimbi più grandicelli e li impiccarono; poi presero i due più piccoli e li strozzarono. Martha Nadez visse tutto in uno stato di incoscienza. Giaceva sul pavimento tramortita da un violento colpo alla nuca. Vide solo ombre pendere dal soffitto, sentì che la violentavano e poi qualcosa che le stringeva e stringeva il collo, soffocandola. Ma non morì. Tornò in sé richiamata da un suono di voci e notò quattro uomini chini su di lei che le dicevano: "Vieni, donna", ma lei restava inerte. Sentì poi che la trasportavano e si trovò su un letto con accanto uno dei quattro polacchi che le chiedeva: "Donna, chi fatto ciò?". Rispose: "I russi". Allora quello la bastonò urlandole :"Russi soldati buoni. SS porci, impiccano donne e bambini". La colse una violenta crisi di pianto che richiamò l'attenzione degli altri tre. I quattro la osservarono e abbandonarono la stanza e poco dopo giunse un sovietico con una frusta che, battendo sul letto e su di lei e intimandole di tacere, cercò di calmarla, ma non ottenendo alcun risultato, se ne uscì lui pure. Si calmò al rumore di voci che provenivano dall'esterno, si alzò terrorizzata e andò a gettarsi nello stagno del cortile per annegarsi. Quando riprese i sensi si ritrovò a giacere sul pavimento della stanza di una vicina. Tremava per il freddo. A fatica si tirò su e si adagiò sul letto che c'era e si accorse che qualcuno le si avvicinava. Terrorizzata implorò che la uccidesse, ma l'uomo le illuminò con la lampadina il viso, si tolse il cappotto e le mostrò le sue decorazioni, dicendole che era un tenente e che lei non doveva aver paura. Poi prese da una parete un asciugamano e cominciò a strofinarla. Quando le vide il collo piagato dalla corda le chiese: "Chi fatto?". "I russi". "Si, si, quelli bolscevichi, ora niente bolscevichi, ora bielorussi. Bielorussi buoni". Con la baionetta le tagliò gli indumenti poi le asciugò le gambe e le tolse l'anello, se lo mise in tasca chiedendole dov'era suo marito, e quindi la violentò. [...] Sopraggiunsero invece quattro giovani soldati sui 18-20 anni, totalmente ubriachi, che la buttarono dal letto, ne approfittarono e la malmenarono fino a farla svenire. L'indomani i soldati che caricavano su un camion il bestiame macellato dei Nadez la videro arrivare vestita in qualche modo con abiti troppo corti e stretti. Credettero di aver a che fare con una pazza e l'accolsero con risa e lazzi, ma non così le quattro soldatesse presenti che, infastidite dal suo aspetto, imbracciarono le armi decise a fucilarla. La salvò per tempo un ufficiale. Con tatto s'informò chi fosse e poi le chiese la ragione dei segni sul collo. Rispose: "Soldati russi, marito, sorella e pure bambini". Quando sentì “bambini” non riuscì a nascondere l'indignazione e il turbamento che provava, chiamò un soldato e la fece accompagnare al comando. Lì l'arrestarono e, dopo alcuni giorni, la rinchiusero con altri connazionali nelle carceri di Neustettin.
A gruppi di 5-10 uomini arrivarono i soldati a oltraggiarci: "Urri, Urri; Frau, komm". Sedevamo raggruppati attorno ad una candela. Sul mio grembo tenevo una vigorosa ragazza, Inge, figlia tredicenne del signor Bart, a cui avevo intrecciato i capelli, dicendole di comportarsi in maniera molto infantile. Ciò riuscì a proteggermi. La mia vicina invece, la signora Friedel, una biondona, dovette seguire il richiamo, sotto spinte, e lasciarsi violentare da sei soldati. La signora Paula, distesa in un lettino da bambino, lasciava uscire saliva dalla bocca e gemeva, riuscendo così a far allontanare da sé gli individui. Nei giorni successivi i sovietici si scatenarono. Misero a ferro e fuoco la città, nessuna donna venne risparmiata, anche sotto gli occhi dei mariti, tenuti a bada con il mitra. Ci si nascondeva, ma ci trovavano. Mi trovavo per strada quando un giovanotto, armato di una bottiglia di vino, mi si avvicinò e mi spinse in una cabina telefonica. Io gli dissi: "Vecchia nonna, tutta grinzosa". Ma lui rispose, ripetendosi, di continuo: "Nonna deve". In quel mentre una giovane madre con tre bimbi che cercava di rifugiarsi in una cantina vicina fu sopraffatta da un'orda. I bimbi urlavano: "Mamma, mammina!". Allora uno dei soldati li afferrò e li sbatté contro il muro. Non dimenticherò mai in vita mia lo schianto. Poi la donna fu presa dal successivo. Alla fine fu solo capace di trascinarsi nella mota. Un polacco, accompagnato da una ragazza, tentò di strapparmi la fede, che portavo da 40 anni al dito, dove vi si era quasi incastrata. Non riuscendovi estrasse un coltello per tagliarmi il dito. Con uno sforzo riuscii a strapparlo con tutta la pelle e a consegnarglielo. [...] Nelle capaci cantine regnava l'orrore. Chiuse nei piccoli locali vi erano più di 100 persone. Una volta al mattino venivano portati nel cortile contiguo per i loro bisogni personali. I morti restavano dove erano, senza che gli altri li spingessero da parte. [...] Un'altra volta le sentinelle gettarono un secchio di carburo acceso in mezzo alle donne, perché non erano state pronte ad assecondarli.

La soluzione che i coniugi Kremse credettero essere quella giusta, rifugiarsi nella campagna di Possen, dove il loro giovane nipote imparava a fare il contadino, fu una soluzione sbagliata. Per loro il destino si presentò nelle vesti di uno strano soldato sovietico che incontrarono il giorno in cui stavano attraversando la strada per recarsi nella fattoria di fronte alla loro. Lo straniero si parò loro davanti e allungò le mani per portarsi via la donna. Questa si difese e quello, imprecando in una lingua incomprensibile, le sparò col mitra nell'addome, eppoi rimase a guardare la scena: il nipote, che sorreggeva la zia, e il marito, corso a prendere una carriola, che con questa cercava di portare la ferita grave nella casa del vicino. Non sembrò esserne soddisfatto, poiché li seguì e, imbracciato di nuovo il mitra, sparò una seconda volta addosso alla donna e siccome non moriva, le andò vicino e la colpì col calcio dell'arma sulla testa. Così, avanzando fra grida e lamenti, i malcapitati arrivarono nella corte della fattoria dove erano diretti, ma qui li raggiunse ancora il soldato. Fra il terrore dei presenti si fece avanti e scaricò quattro volte l'arma sulla donna e poi, visto che la ferita continuava a gridare, afferrò l'arma per la canna e gliel'abbatté con forza sulla testa. La Kremse morì e il soldato parve finalmente soddisfatto. Vedovo il povero Kremse, di qualche anno più vecchio della moglie cinquantenne, non lo rimase per molto tempo. Quando apprese che i sovietici avevano deciso di deportarlo, tappò la stufa a carbone e si uccise assieme alla madre e al fratello minore del nipote contadino.

A Graz, al loro ingresso, i sovietici furono salutati come liberatori da rappresentanti dei partiti appena costituitisi. Il comandante dell'unità li squadrò e, asciutto, rispose: "Non siamo venuti come liberatori, ma come conquistatori!.

Sentì ancora dietro di sé il rumore stridente della porta scorrere sulle guide e lo scatto del gancio e si trovò pigiato, quasi schiacciato, fra 120 altri individui. Così, in un vagone senza spazio, sporco e senza un filo di paglia per giaciglio, al pari di altri 218.000 connazionali che lo avrebbero seguito, iniziò il suo viaggio di deportato nell'Unione Sovietica. [...] Dopo giorni di vagare nel disperato tentativo di sottrarsi al nemico incalzante, il suo Treck era stato raggiunto e sconvolto e lui con la famiglia e centinaia di altri fuggiaschi era stato riportato su camion indietro, oltre Stallupönen ed Eydtkuhnen e scaricato a 30 km dalla frontiera lituana, in una caserma. [...] Friedrich Koller sopportò tutti i 28 giorni che occorsero per giungere agli Urali chiuso come merce nel suo vagone. [...] All'ottavo giorno l'uomo calcolò che già 12 dei suoi compagni erano deceduti. [...] La fame, non ricevevano che una brodaglia con qualche briciola di pane al giorno, e la sete li uccidevano. [...] Il giorno dell'arrivo li tirarono giù dai vagoni e li allinearono lungo il treno: un terzo di loro non esisteva più. Dovettero inginocchiarsi nella neve e restare così, con -45°C, per ore, finché non finirono i loro controlli. Friedrich Koller ebbe il tempo di guardarsi e di guardare. Per la prima volta si accorse di quanto fossero dimagriti e come fossero ricoperti di sporcizia e di escrementi. Erano spaventosi. Il piano di deportazione era a punto. Mosca lo aveva programmato da tempo e anche collaudato deportando, al suo ingresso in Romania, Ungheria e Yugoslavia, le minoranze tedesche che da secoli vivevano in quei paesi. Lo aveva quindi catalogato sotto la voce “riparazioni di guerra” e fatto legittimare a Yalta dagli occidentali. Scattò ai primi di febbraio. [...] Agli ordini dei quattro comandi dei Fronti d'Ucraina e della Russia Bianca, cui spettava fornire le quote di deportati, iniziarono a radunare le persone da avviare, dall'Artico al Turkmenistan, ai lavori forzati. Azioni di polizia erano già iniziate subito dopo l'ondata di violenze e saccheggi che avevano caratterizzato i primi giorni d'occupazione, limitate però a perseguire uomini e donne della regione sospetti d'appartenere al partito nazionalsocialista o alle sue organizzazioni. Alla questura di Hindenburg, divenuta sede della NKVD per l'Alta Slesia, li giudicavano approssimativamente, senza difesa e senza testimoni a discarico, e li rinchiudevano ad Auschwitz o a Blechhammer, da dove parte dei condannati finiva poi nell'Unione Sovietica.

Le deportazioni colpirono 218.000 persone, di cui la metà morì nei Gulag per sfinimento o malattie. Assieme ai tedeschi furono pure deportati polacchi fedeli al governo in esilio a Londra, cittadini sovietici che avevano lavorato in Germania, francesi e americani. Nel Gulag di Kolumna si trovava pure un diplomatico spagnolo, arrestato a Danzica. L'ondata delle deportazioni cessò a partire dal mese di maggio del 1945. Nell'autunno seguente i deportati malati o non più abili al lavoro vennero rispediti alle località d'origine. Negli anni 1946-1948 iniziarono i rientri in massa e nel 1949 ebbero luogo gli ultimi ritorni. Indietro, tuttavia, rimase ancora un'aliquota di prigionieri di cui non si é saputo più nulla.

A Könisberg

I sovietici s'inoltrarono nella città e subito da ogni dove l'eco delle urla di terrore dei civili si confuse con le loro urla di trionfo. Uomini cadevano uccisi e donne invocavano aiuto dai soldati che passavano avviati in prigionia e che nessun soccorso potevano ormai più dare; il fuoco si accompagnava ai saccheggi, i saccheggi alla furia distruggitrice. L'indomani i cittadini furono stanati dai loro rifugi e radunati nelle vie e nelle piazze e, sotto stretta sorveglianza, posti in marcia per le vie sconnesse della città e per le strade che dalla città si diramavano nelle zone limitrofe. Colonne di donne e colonne di uomini cominciarono a camminare in direzioni diverse senza sapere dove, sempre spinti in avanti dalle guardie che li scortavano, affrontavano un percorso e poi tornavano indietro, passavano per una località e poi ci ritornavano finché affrontarono percorsi più lunghi che li portarono nel Samland o a Labiau. A dover peregrinare in questo modo non erano solo adulti, ma pure ragazzi, neonati in carrozzella, malati portati avanti su carriole, e su di loro scese per prima la morte. I sovietici pareva avessero in programma nient'altro che di farli marciare, di trascinarli, spettatori coatti, sugli scenari della lotta, per luoghi minati e ancora seminati di cadaveri; non davano loro da mangiare né da bere, non interessava loro se trascorrevano la notte all'aperto, dietro cespugli o qualche albero per ripararsi dal freddo o in qualche stalla o fienile delle fattorie demolite dalla guerra. Loro preoccupazione principale era di farli marciare a bastonate, se necessario, e a notte andare a disturbare le donne.
L'odissea di Könisberg é evidenziata dalle seguenti cifre: al momento dell'assedio, nella città erano rimasti circa 100.000 abitanti. A causa dei combattimenti e delle marce dei primi giorni d'occupazione morirono circa 30.000 persone (dati sovietici). Diverse migliaia morirono nei lager organizzati dall'autorità sovietica. Questo vuoto venne colmato nei mesi di giugno-luglio 1945 dai rimpatriati, cosicché, in base ai certificati di registrazione, gli abitanti raggiunsero il numero di circa 70.000. Due anni dopo, nell'estate 1947, secondo valutazioni fatte da medici e dal clero, rimanevano ancora circa 24.000 tedeschi; in detto periodo 2.300 persone avevano potuto lasciare la città. In totale, sotto dominazione sovietica, a fine 1947, erano decedute quasi 50.000 persone, a cui vanno aggiunti i 30.000 del periodo bellico e delle “marce di propaganda” (Deichelmann, Hans, Ich sah Könisberg sterben, Aquisgrana, s.e., 1949).

Così, fra discorsi ed applausi, se ne partì l'Armata Rossa. Aveva avuto il tempo di infierire, deportare, ridurre allo stremo la popolazione tedesca e, soprattutto, di spogliare il paese dei macchinari e delle apparecchiature industriali, dei beni agricoli e del patrimonio zootecnico. Si portò via i mezzi di trasporto, le attrezzature scolastiche, municipali, alberghiere, ospedaliere e, singolarmente, si arricchì di ogni possibile bene privato, senza trascurare le biciclette, un mezzo che molti dell'Armata Rossa non avevano mai usato. Ai polacchi lasciò ben poco, ai tedeschi nulla.

L'offensiva d'ottobre nella Prussia orientale dimostrò sia ai Gauleiter sia ai cittadini che i tedeschi non avevano da aspettarsi molta comprensione da parte delle truppe sovietiche e dei comandanti delle divisioni corazzate; le fiumane di evacuati che arrivavano nella Sassonia e nella Slesia occidentale davano notizie di prima mano sulle atrocità perpetrate dai sovietici contro i civili tedeschi che non avevano sgomberato in tempo. Il 20 ottobre, per esempio, alcuni comandanti di carri armati sovietici avevano raggiunto una colonna di profughi che abbandonavano il distretto di Gumbinnen nella Prussia orientale; l'intera colonna era stata sterminata perché il comandante aveva ordinato ai suoi carri armati di continuare ad avanzare sui rifugiati e sui loro veicoli. [...]

A queste vittime vanno aggiunte migliaia di altre vittime degli anglo americani dopo la fine della guerra. Anche qui le prove saltano fuori raramente ma ormai a sufficienza per imbastire un’altra Norimberga. Il caso più spaventoso è quello americano: fu Ike Eisenhower, il comandante in capo dei "liberatori", a volerlo: fece morire di fame, di stenti e di malattie un milione di soldati tedeschi, prigionieri di guerra e rinchiusi nei campi di concentramento americani in Europa. In tre mesi, senza camere a gas. Lo ha documentato, in un recente libro edito dalla Mursia e intitolato "Gli altri lager", lo scrittore canadese James Baque. Anche questo testo è ormai introvabile. Non è politicamente corretto.

Per tutti questi crimini, perpetrati per giunta a guerra finita, mai nessuno è stato non solo condannato ma neppure processato. Ma questo non si insegna nelle scuole dove regna ormai una propaganda totalitaria.

Ci scusiamo con il lettore per la frammentarietà dei testi, in gran parte tratti dalla preziose quanto unica ricerca dello storico Marco Picone Chiodo, in seguito diventato cittadino germanico.

Il suo libro “ e malediranno l’ora in cui partorirono” ed Mursia, è uscito vent’anni fa, non ha più avuto riedizioni è praticamente introvabile.

I milioni di assassinati tedeschi non hanno diritto alla memoria e non hanno diritto nemmeno alla loro storia. E’ la poesia di Elia Eheremberg.

Ma la giornata della memoria, piaccia o no, vale anche per loro. Se sapranno mantenerla, la memoria vera, il tempo porterà forse giustizia. Non esiste il male assoluto e il male peggiore deriva sempre da chi è convinto di essere deputato ad incarnare il Bene.
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N.B.Foto iniziale,sottolineatura,grassetto,colore,NON sono parte del testo originale.Per ulteriori informazioni, dettagliate, tecniche, storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti :http://revisionismo.splinder.com/ WaA359

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10:11 Scritto da: waa359 in Olocausto tedesco | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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