11.03.2010

Norimberga ossia la Terra Promessa Parte 7

camere_gas_auschwitz_lager_ebrei_juden_jews.gifMaurice Bardèche

Parte 7

 

Così non si conclude nulla.

" Che vi hanno fatto i tedeschi in Francia? "Hanno portato via gli ebrei ".

" E a voi, in Belgio? ". "Hanno portato via gli ebrei ".

" E a voi in Olanda?". "Hanno portato via gli ebrei".

Hanno portato via gli ebrei. E in questa enorme confusione, si ha soltanto il diritto di affermare che in Olanda,in Belgio, in Francia, i tedeschi hanno seguito una politica di sterminio degli ebrei: allora questa accusa non va più mossa dal popolo francese o belga od olandese contro la Germania;essa deve esser mossa dal popolo ebraico, sostenuta da delegati ebraici o dai delegati che parlino in nome del popolo ebraico, e non da una qualsiasi delegazione nazionale. Le diverse delegazioni nazionali invece, e in particolare la delegazione francese, hanno mantenuto questa confusione con la massima cura. A Norimberga non è stato detto qual è la percentuale dei deportati ebrei sul totale dei deportati appartenenti ad ogni nazione. Un solo paese ha comunicato tale cifra. É l'Olanda, la quale segnala che su 126.000 deportati, 110.000 erano di religione israelita; abbiamo dunque una proporzione dell'87 %. Il rappresentante francese a Norimberga non ha creduto opportuno comunicare una statistica analoga per la Francia:tuttavia, rispondendo ad un quesito posto recentemente da Paul Thetten sul numero delle vittime della guerra, il ministro degli ex combattenti ha pur dovuto fare una cifra. Sull'Officiel del 26 maggio 1948 si legge che è riconosciuta l'esistenza di 100.000 deportati politici e di 120.000 deportati razziali, il che dà una proporzione del 54%. Questa proporzione, assai diversa da quella pubblicata dal governo olandese, può essere accettata?


Essa, in ogni caso, non coincide con i documenti prodotti a Norimberga. Infatti, nel resoconto stenografico del processo si può leggere che una conferenza tenuta a Berlino, l'11 giugno 1942, prevedeva nello stesso anno un trasferimento di 100.000 ebrei residenti in Francia, che le disposizioni prese per attuare tale trasferimento si conclusero parzialmente, e che il 6 marzo 1943 il numero degli ebrei deportati sommava a 49.000. D'altra parte, una lista delle "deportazioni di persone per ragioni politiche o razziali", prodotta dal pubblico ministero francese,menziona per i convogli la seguente statistica: tre nel 1940, quattordici nel 1941, centosette nel 1942, duecentocinquantasette nel 1943, trecentoventisei nel 1944. Ammesso che questa statistica sia esatta e si riferisca ai convogli di deportati politici,bisognerebbe concludere che nel marzo 1943 ancora non era stato raggiunto un quarto dell'effettivo totale dei deportati.

Infatti, tutti sappiamo che il ritmo delle deportazioni divenne molto più rapido nel 1943 e nel 1944. In tali condizioni, è poco verosimile che soltanto 120.000 ebrei siano stati mandati nei campi. Se il ministero degli ex combattenti non avesse fatto la dichiarazione su riferita, avremmo il diritto di concludere dai documenti di Norimberga che la cifra dei deportati ebrei fu all'incirca 200.000 su un totale di 220.000, e si raggiungerebbe in tal caso una proporzione analoga a quella pubblicata dal governo olandese. C'è dunque una contraddizione sulla quale è difficile esprimere un giudizio. Da parte mia,tenderei a contestare la cifra fornita dal ministero degli ex combattenti, perché quest'organo ufficiale dice ciò che vuole,senza autorizzare alcuno a consultare i suoi archivi. Nell'attesa che sia portata a conoscenza la cifra che deve pure esistere negli archivi del servizio germanico, pensiamo sia indispensabile tenere conto dei dati acquisiti del marzo 1943, e dell'intensificarsi delle deportazioni dopo questa data. Quando si riflette su tali cifre, risulta chiaro che il processo concernente i campi d'internamento deve essere visto sotto una luce diversa da quella sinora usata: nel pensiero germanico non esisteva affatto una volontà di sterminio dei francesi (e per questo non se ne trovano prove); esisteva invece una volontà di sterminio degli ebrei (e ce ne sono numerose prove): non vi furono deportazioni di francesi, ma deportazioni di ebrei, e se alcuni francesi furono deportati insieme agli ebrei, è perché essi avevano accettato o sembrava avessero accettato la difesa della causa israelita. Il problema è di sapere se possiamo ammettere in questa discussione il "distinguo" germanico: ecco ciò che un francese deve domandarsi. Gli ebrei sono originariamente stranieri, ammessi da principio con una certa prudenza nel nostro paese, poi in numero sempre maggiore, a mano a mano che alcuni tra loro divenivano influenti. Malgrado l'ospitalità loro accordata, gli ebrei non si astennero dal prendere parte alle discussioni politiche del nostro paese, e quando si è trattato di decidere se sarebbe stato bene trasformare l'invasione della Cecoslovacchia o la guerra di Polonia in una guerra europea, essi non hanno esitato (e nel momento attuale lo affermano!) a combattere ogni spirito di conciliazione, a trascinare cioè il paese in una guerra disastrosa ma desiderabile, perché diretta contro i nemici della razza ebraica. Noi non siamo più oggi una grande nazione, forse non siamo più realmente una nazione indipendente, perché la loro ricchezza ed influenza hanno fatto prevalere il punto di vista ebraico su quello del popolo francese, attaccato alla sua terra e desideroso di conservare la pace. Noi li abbiamo visti in seguito opporsi a tutte le misure ragionevoli che potevano preservare vite e beni, a noi e a loro nel medesimo tempo. E più tardi ancora, li abbiamo visti capeggiare la persecuzione e la calunnia contro i nostri camerati, i quali avevano cercato di proteggere dai rigori dell'occupazione il paese dove da così lungo tempo viviamo,dove vivevano i nostri genitori e che gli uomini della nostra razza avevano fatto grande. Essi dicono oggi di essere i veri sposi di questa terra sconosciuta ai loro padri, e di conoscere meglio di noi la saggezza e la missione di questo paese di cui alcuni sanno appena parlare la lingua: hanno deciso tutto, hanno preteso il sangue dei migliori e dei più puri tra noi, si sono rallegrati e si rallegrano dei nostri morti. Questa guerra voluta da loro, abbiamo il diritto di considerarla la loro guerra e non la nostra. L'hanno pagata al prezzo di tutte le guerre. Abbiamo il diritto di non mescolare i loro morti ai nostri. Malgrado il silenzio imposto ai nostri intellettuali, lo sforzo per porre la questione ebraica in termini concreti non può essere eluso. Può benissimo non accompagnarsi all'antisemitismo e da parte mia io non sono antisemita: desidero anzi che il popolo ebraico trovi in qualche luogo una patria che lo riunisca. Mi sembra nondimeno evidente che se io fossi rifugiato in Argentina, non mi occuperei degli affari interni dell'Argentina, anche avendone ottenuto la nazionalità. Non esigerei dagli argentini di erigersi a vendicatori dei francesi perseguitati, non chiederei soprattutto che gli argentini mostratisi indifferenti al destino dei rifugiati francesi fossero condannati a morte. Perché affermare un dovere di vendetta e di recriminazioni in nome di un compatriottismo legale, ma non accettato dal cuore? Le fraternità non si fabbricano, Un ebreo è per me un uomo come gli altri,ma non è che un uomo come gli altri; trovo triste che sia massacrato e perseguitato, ma il mio sentimento non cambia improvvisamente,il mio sangue non si raggela d'un tratto se so che abita a Bordeaux. Non mi sento tenuto a prendere "in modo particolare " la difesa degli ebrei, più che degli slavi o dei giapponesi ed anche dei malgasci, degli indocinesi o dei tedeschi sudetici. É tutto. Non sento un affetto speciale per gli ebrei che abitano in Francia e non vedo perché dovrei sentirlo.

Inoltre, l'atteggiamento preso dalla maggior parte degli ebrei riguardo all'epurazione ha messo in luce alcune divergenze di sensibilità non annullabili con un atto di naturalizzazione.

Molti francesi nel 1944 erano pronti, senza spirito di parte, a risentirsi vivamente per il trattamento inumano inflitto agli ebrei: ma oggi altre sofferenze, altre ingiustizie molto più forti hanno suscitato la nostra indignazione ed anche la nostra pietà.

Gli ebrei stessi hanno organizzato un "cambio della guardia" delle vittime dell'ingiustizia. Non ci accusino di non aver cuore:noi pensiamo prima ai nostri e sono stati loro a volerlo.

L'epurazione ha lasciato nel nostro paese cicatrici sanguinose che non saranno mai dimenticate. Se dovessi rifarlo, rifarei ancora ciò che feci durante l'occupazione per i "resistenti", e perfino per gli ebrei, ma lo farei oggi come don Giovanni dona al povero: "per amor di Dio" e con immenso disprezzo. Poiché soltanto per amor di Dio e perché essi sono stati come noi salvati da Cristo, noi possiamo oggi partecipare alle sofferenze degli ebrei. La reazione da loro sentita davanti alla lealtà, all'onore e alla difesa della patria è stata diversa dalla nostra: quella solidarietà che avevamo il diritto di aspettarci, anche in tempi di una guerra ideologica, da chi ha condiviso la nostra nazionalità, noi non l'abbiamo avuta. Possiamo perciò oggi avere soltanto l'impressione di una separazione, di un'incapacità a pensare all'unisono, di un fallimento dell'assimilazione.

Diventa allora inevitabile che lo sterminio degli ebrei ci appaia come uno dei procedimenti nuovi di questa guerra, e dovremo giudicarlo alla stregua degli altri: lo sterminio degli slavi, i bombardamenti delle grandi città tedesche. É inutile naturalmente precisare che noi condanniamo, come tutti, la distruzione sistematica degli ebrei. Ma non è inutile ricordare che gli stessi tedeschi (come può constatarsi dai documenti pervenutici) la condannavano, e che la maggior parte tra loro, anche tra i capi, l'hanno ignorata. Risulta chiaramente dagli elementi del processo che la "soluzione del problema ebraico" approvata dai dirigenti nazionalsocialisti consisteva unicamente nel riunire gli ebrei in una zona territoriale chiamata "riserva ebraica": era una specie di ghetto europeo, una, patria ebraica ricostituita all'est. Le disposizioni a conoscenza dei ministri e degli alti funzionari erano soltanto queste. Gli accusati di Norimberga hanno potuto sostenere di avere ignorato, durante tutta la guerra, le esecuzioni in massa avvenute ad Auschwitz, a Treblinka e altrove: essi ne sentivano parlare per la prima volta dagli accusatori, e nessun documento del processo ci permette di affermare che Göring, Ribbentrop o Keitel abbiano mentito affermando ciò. É possibile in effetti che la politica di Himmler sia stata una politica del tutto personale, eseguita con discrezione e che a lui soltanto vada accollata 1a responsabilità.

La condanna alla quale ci si chiede di associarsi e alla quale ci associamo non tocca quindi un popolo, ma un uomo al quale il regime (ed è il suo torto) ha lasciato poteri esorbitanti. Non abbiamo il diritto di concludere che i tedeschi all'oscuro di queste cose, sono mostri. E non abbiamo il diritto di concludere che il nazionalsocialismo mirava necessariamente alla distruzione degli ebrei: si riproponeva soltanto di escluderli dalla vita politica ed economica del paese, e tale risultato poteva essere ottenuto con metodi ragionevoli e moderati. Costituendoci difensori del popolo ebraico, mettendoci alla testa di una crociata di odio a causa dei campi di concentramento, estendendo a tutti quell'odio inespiabile e senza appello, non siamo forse vittime di una propaganda i cui effetti potranno essere un giorno tremendamente deleteri per il popolo francese? Che rispondere se un giorno vorranno farci portare il peso di questa vendetta che ci siamo volontariamente assunti, se ci diranno che le nostre doglianze, la nostra requisitoria avrebbero dovuto riguardare soltanto l'esiguo numero di francesi deportati contrariamente alle leggi di guerra, se ci riterranno responsabili di questa tempesta d'odio e di dolore che abbiamo invocato sulla nazione germanica? Risponderemo parlando della "grande voce della Francia"? Allora non stia zitta quando altre ingiustizie e altri morti la citano in giudizio: se per decreto del cielo siamo i difensori di tutti, i difensori degli ebrei e degli slavi, allora non dobbiamo escludere nessuno, dobbiamo essere i difensori anche dei giapponesi e dei tedeschi quando i cadaveri sono giapponesi e tedeschi. Non posso impedirmi di aggiungere una cosa. La missione che noi rivendichiamo per la Francia è singolarmente compromessa non soltanto da ciò che è avvenuto nel nostro paese da quattro anni in qua, ma anche dal nostro silenzio e, per altri versi, dalla nostra leggerezza nell'accogliere ogni genere di propaganda. La nostra indignazione a tratti si eclissa: la coscienza si sveglia quando parla l'interesse.

Denunciamo la perversità degli avversari, il loro sangue freddo,nella tortura e nello sterminio, fingiamo di aprire occhi terrorizzati davanti alla bestia umana, e nel medesimo istante dimentichiamo: dimentichiamo e accettiamo la perversità dei nostri, accettiamo le torture e lo sterminio dei nostri nemici,salutiamo come angeli liberatori esseri muniti di casco, non meno mostruosi dei mostri da noi inventati. I campi di concentramento hitleriani ci indignano moltissimo, ma nello stesso tempo fingiamo di ignorare i campi di concentramento russi,che del resto scopriamo con orrore quando fa comodo alla nostra propaganda. Quale voce si è levata per far conoscere al pubblico francese il dossier schiacciante dell'occupazione in Germania; chi ha protestato contro il trattamento vergognoso e veramente "criminale" nel senso della convenzione di Ginevra,inflitto ai prigionieri di guerra tedeschi? I nostri giornali assicurano una larga diffusione alla propaganda antisovietica di origine americana nel nostro paese: chi ha cercato di verificare i fatti, di confrontarli almeno con i documenti di origine russa, infine di parlare con onestà della Russia sovietica, senza apparire né un servitore degli staliniani professionali né lo strumento dei finanzieri americani? Dov'è la "grande voce della Francia"? Quale verità ha osato guardare in faccia, da quattro anni? Noi consideriamo la guerra orrenda e parliamo di "atrocità" tedesche: ma non ci viene in mente nemmeno per un momento che forse è un'"atrocità" altrettanto grave cospargere città intere di bombe al fosforo, e dimentichiamo le migliaia di cadaveri di donne e di bambini rattrappiti nelle loro fosse, gli 80.000 morti di Amburgo in quattro giorni, i 60.000 morti di Dresda in quarantotto ore. Non so ciò che tra cinquant'anni si penserà di tutto questo; quanto a me, il negro americano che abbassa tranquillamente sulle case di una città la leva della sua riserva di bombe mi sembra ancora più inumano e mostruoso del guardiano carcerario il quale nella nostra immaginazione accompagna i sinistri convogli di Treblinka verso la doccia mortale. Confesso che se dovessi scegliere tra Himmler, che inventò i campi di concentramento, e il maresciallo dell'aria britannico che un giorno del gennaio 1944 decise di ordinare la tattica del bombardamento a tappeto per eliminare ormai l'azione singola, non metterei Himmler al primo posto. Invece noi abbiamo abbracciato i negri per le strade chiamandoli "liberatori",e il maresciallo dell'aria è passato fra i nostri evviva.Siamo difensori della civiltà, ma sopportiamo benissimo l'idea che città sovietiche siano distrutte in un secondo da due o tre bombe atomiche, e ce lo auguriamo perfino nell'interesse della civiltà e del diritto. Dopo questo, citiamo con orrore il numero delle vittime dei nazisti. C'è tuttavia la perversità dicono gli altri, c'è l'ordine, quel meccanismo dell'orrore, quel sadismo,quegli impiccati a suon di musica, quella lavorazione a macchina della disfatta. Metodo magnifico il quale consiste nell'inventare una fantasia dell'orrore, e poi battersi il petto in nome dell'umanità, in onore dei film da noi stessi fabbricati.

Controlliamo innanzi tutto queste super produzioni sensazionali degne dei fertili cervelli di Hollywood, e vedremo che cosa valgano certe proteste le quali provano soprattutto che ci manca il dono della riflessione. Giacché noi abbiamo accettato e approvato che si monti un meccanismo della decadenza morale e della persecuzione anche da noi; accettato e approvato procedimenti i quali portano il medesimo spirito d'ordine, di metodo, di ipocrisia nell'eliminazione, e che tradiscono per lo meno altrettanto sadismo di quello denunciato negli altri. Evidentemente,è meno spettacolare dello strappare le unghie, il che del resto non impedisce di strappare le unghie. Ma, alla fine, bisogna riconoscere tutti i meriti, riabilitare la nozione di "tortura morale". Gli inventori dell'ignobile truffa dell'articolo 75, gli uomini politici che li hanno coperti, hanno cercato di ottenere con mezzi puramente legali i medesimi risultati richiesti dagli altri, secondo loro, con mezzi fisici. Si sono serviti della menzogna, dell'ipocrisia, della perfidia per costringere uomini e donne alla disperazione, alla miseria morale, alla miseria materiale e sovente a quella fisiologica. Lavoro fatto bene: non si vede sangue e le pompe funebri pensano al funerale,beninteso col carro dei poveri. Ma decine di migliaia di francesi, tra i migliori, i più disinteressati, i più leali, i più fedeli,sono oggi morti viventi. Scacciati dalle loro case requisite,spogliati delle loro economie confiscate, privati dei diritti di cittadino, allontanati dagli impieghi, perseguitati da giudici servili, carichi di dolore e di amarezza, abbeverati di umiliazioni e di menzogne, erranti di rifiuto in rifiuto, senza appoggio,senza difensori, si accorgono oggi che la città della menzogna ha innalzato intorno a loro mura invisibili, simili a quelle dei campi, e che anche essi sono condannati, ma in silenzio,alla miseria e alla morte. I loro figli furono fucilati una mattina all'alba; essi non hanno più nulla, si guardano, senza comprendere, il petto da cui la croce di guerra è stata strappata, e la manica vuota di mutilato. Non portano la casacca dei deportati, ma una sera muoiono come loro dentro la prigione invisibile che l'ingiustizia ha loro costruito intorno. Talvolta muoiono modestamente di miseria, altre volte si uccidono col gas, e quasi sempre ci viene spiegato che si trattava di malattia,di depressione, di età. Tutto ciò non è spettacolare: non ci sono colpi di frusta, ma citazioni: non "ranci", ma un alberghetto con una lampada ad alcool: non forni crematori, ma bambini che muoiono e fanciulle che si perdono. Sì, ebrei, sì, cristiani sociali, gollisti, resistenti, potete essere fieri (ma un giorno i conti verranno fatti!). Quando si conteranno i morti anonimi della persecuzione, si vedrà che la cifra di 50.000 o di 80.000 deportati francesi morti è largamente bilanciata dal numero dei francesi morti di miseria e di dolore in seguito alla liberazione. Siccome non avevamo bombardieri, abbiamo inventato un modo di uccidere commisurato ai nostri mezzi: non vale più degli altri, è soltanto vile e ipocrita. Confesso di stimare molto di più il coraggio morale di Otto Ohlendorf, generale delle SS, che riconosce davanti al tribunale di aver massacrato 90.000 ebrei ed ucraini per comando del suo Führer, che non il generale francese responsabile di uno stesso numero di morti francesi che non si sente la forza di accettare. Dove ha detto tutto questo la "gran voce 'della Francia."? Dove avete udito queste cose, nei grandi giornali e nelle trasmissioni per l'estero? Quale voce "autorizzata" ha osato dire, in quattro anni, tutta la verità? Quale grande giornale francese, quale grande scrittore francese ha osato ingaggiare questa battaglia secolare del pensiero francese? Ci dedichiamo a lavori più facili.

Ci crediamo i dottori del mondo, e non abbiamo il coraggio di metterci uno specchio davanti agli occhi. Diamo al mondo lezioni di morale, lezioni di giustizia, lezioni di libertà. Siamo eloquenti come una mezzana durante un sermone. La nostra grande idea è che morale e giustizia siano sempre dalla nostra parte. Quindi abbiamo diritto, noi e i nostri amici, a una certa libertà d'azione. É per la buona causa. Ciò che noi e i nostri alleati facciamo, non sono mai atrocità. Ma appena un regime diventa nostro avversano, l'atrocità spunta in lui come le ortiche in un giardino. Crederò all'esistenza giuridica dei "crimini di guerra" quando avrò visto il generale Eisenhower e il maresciallo Rokossovsky sul banco degli accusati, al tribunale di Norimberga. E, accanto a loro, signorotti di minor importanza come il nostro generale De Gaulle, responsabile ben più diretto che non Keitel e Jodl di un discreto numero di atrocità.

Aspettando, non mi interessa lanciare maledizioni diverse contro i diversi nemici della City e di WalI Street o di cambia re anatemi come le donne mutano cappello. Reclamo il diritto di non credere ai racconti dei corrispondenti di guerra. Reclamo il diritto di riflettere prima di indignarmi. La tessera della benzina è un po' troppo complicata per la mia filosofia. Si potrebbe credere qui che i principi posti in questa terza parte siano inattaccabili e limpidi, e che non' c'è nulla di più' semplice che condannare azioni contrarie alle leggi di guerra. Così effettivamente sarebbe avvenuto se il tribunale si fosse contentato di constatare che l'armata germanica aveva commesso azioni chiaramente vietate dalla convenzione dell'Aia. Noi non abbiamo niente da dire quando si limita a far ciò: per quel che riguarda la guerra sui mari, per esempio, o le esecuzioni irregolari dei prigionieri o le requisizioni abusive. Ma, a parte quest'ultimo capitolo (problema del resto assai complesso),quelle accuse sono poco numerose e soprattutto, non sono l'essenziale del processo. L'ultima parte dell'atto di accusa solleva mille difficoltà, gravissime, appunto perché il tribunale ha voluto introdurre innovazioni. Esso confessa queste innovazioni.

Il carattere retroattivo della legge internazionale improvvisata dal tribunale è talmente evidente che è stato ammesso dai capi delle delegazioni inglese ed americana. Se ne scusano soltanto dicendo che l'opinione pubblica mondiale non ammetterebbe di lasciare impunite certe atrocità commesse a sangue freddo. Quale valore ha tale affermazione, quando l'opinione pubblica mondiale è stata surriscaldata deliberatamente,e non si è aperta un'inchiesta completa e leale contro tutti i belligeranti? In mancanza di queste garanzie, la retroattività della legge internazionale alla fine si esprime così : alcuni diplomatici alleati si riuniscono a Londra dopo la firma della capitolazione, e dichiarano che determinati atti rimproverati ai loro nemici sono considerati criminali e puniti con la morte: ne fanno una lista che chiamano statuto dell'8 agosto 1945, e incaricano i giudici di fabbricare un atto d'accusa dove ogni paragrafo termina con quest'enormità: "E tali atti commessi nel 1943 o nel 1944 sono illegali e criminali perché contrari all'articolo 6 o all'articolo 8 del nostro statuto". I bambini, almeno avvertono quando vogliono cambiare le regole del giuoco. Ma i nostri giuristi internazionali non sono arretrati davanti a questa incoerenza: sembra che non ne abbiano nemmeno intravisto le conseguenze. Non soltanto il carattere ingiusto di questa retroattività, riprovata da tutti i legislatori, ci colpisce, ma esso costituisce una minaccia per l'avvenire. Dopo ogni guerra internazionale ormai, è evidente, il vincitore si crederà autorizzato a fare altrettanto. Si appellerà sempre all'indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Sarà facile allora fare ammettere che i responsabili dei bombardamenti atomici debbono essere processati; allo stesso titolo si riconoscerà che debbono essere processati i responsabili di tutti i bombardamenti delle popolazioni civili. E, basandosi su quel precedente, colpirà tutti insieme aviatori, ministri, generali, fabbricanti. Si potrà andare anche più lontano: basta essere il più forte. Si può sostenere con ottimi argomenti che ogni operazione di blocco è essenzialmente disumana, e dichiararla contraria alle leggi di guerra. Il più forte può dire tutto ciò che vuole: i suoi fotografi pubblicheranno cadaveri, i giornalisti invieranno corrispondenze e l'opinione pubblica mondiale fremerà ascoltando la radio. E i suoi nemici saranno impiccati sino al grado di colonnello incluso od anche più in là, se si vuole. "Voglio vincere la prossima guerra," diceva in una recente intervista il maresciallo Montgomery, "perché non intendo essere impiccato".

Questo soldato britannico ha compreso bene la solidità del nuovo diritto. La delegazione francese (capitolo logica e solidità)sentiva con pena la parola "retroattività". Voleva dimostrare che non bisogna avere tanti scrupoli e che Göring era giuridicamente soltanto un brigante di strada. La decisa dialettica seguita in questa dimostrazione è interessante perché pone un principio ancora più ampio del precedente. Poiché "i tedeschi sono stati gli aggressori", la loro guerra è "illegale" e si sono messi al di fuori della legge internazionale. "Che significa,se non che tutti i crimini commessi in seguito a questa aggressione,per il proseguimento della lotta iniziata, cesseranno di avere il carattere giuridico di atti di guerra? " Da questo momento tutto diventa semplice: "Le azioni commesse durante l'andamento di una guerra sono attentati alle persone e ai beni, proibiti e sanzionati in tutte le legislazioni. Lo stato di guerra non potrebbe renderli leciti altro che se la guerra stessa fosse lecita. Poiché dopo il patto Briand-Kellogg nessuna guerra è ammessa, quelle azioni diventano puramente e semplicemente crimini di diritto comune". Ecco: non è affatto difficile e bastava pensarci. Tutto ciò che facciamo noi è lecito, sono "atti di guerra" protetti da una "norma speciale del diritto internazionale... che toglie agli atti cosiddetti di guerra ogni qualifica penale": tutto ciò che "essi" fanno "per il proseguimento della lotta ingaggiata" (espressione amplissima) è illecito e diventa automaticamente crimine di diritto comune. Da un lato, l'ordine, la gravità, la coscienza: gli eserciti del diritto bombardano Dresda con un sentimento di infinita pena, e quando i nostri senegalesi violentano le giovinette di Stoccarda, è un atto di guerra che sfugge ad ogni qualifica penale: dall'altro lato, il diritto comune in uniforme e munito di elmetto: una banda di briganti sotto travestimenti vari si insedia in una caverna chiamata Kommandantur e tutto ciò che essi fanno si chiama saccheggio, sequestro, assassinio. Non sono io a dirlo, è sempre la delegazione francese: "L'uccisione dei prigionieri di guerra, degli ostaggi e degli abitanti i territori occupati cade,nel diritto francese, sotto gli articoli 295 e seguenti del codice penale, i quali designano l'assassinio e l'omicidio. I cattivi trattamenti cui si riferisce l'atto d'accusa rientrano nel quadro delle ferite e lesioni volontarie definite dall'articolo 309 e seguenti.

La deportazione, indipendentemente dai decessi che l'accompagnano, si identifica col sequestro arbitrario di cui parlano gli articoli 341 e 344. Il saccheggio della proprietà pubblica e privata e l'imposizione delle ammende collettive sono sanzionati dall'articolo 221 e seguenti del nostro codice di giustizia militare. L'articolo 434 del codice penale punisce le distruzioni volontarie, e la deportazione dei lavoratori civili si assimila all'arruolamento obbligatorio previsto dall'articolo 92". Ed ecco come la brutta parola "retroattività" è stata cancellata dai nostri documenti. Tutto grazie al caro piccolo patto Briand-Kellogg, rampino polveroso sganciato nel granaio dei nostri patti, che ci ha concesso di accendere questo bel fuoco d'artificio.

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La foto iniziale NON è parte del testo originale.Per ulteriori informazioni,dettagliate,tecniche,storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti(waA359) : http://revisionismo.splinder.com/

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Parte 8

14:55 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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