08.03.2010
Quando le testimonianze valgono e quando non valgono:Lia Origoni e Marcello Pezzetti Parte 1
Alla ricerca della locandina perduta
Discriminazione e pregiudizio nella Repubblica “nata dalla Resistenza”.
Per ragioni di affinità, riproduco qui un articolo, o post, che è sorto e si va sviluppando su un diverso mio blog tematico, Spigolature storiche e letterarie. Le ulteriori elaborazioni del testo verranno fatte sul blog originario e qui verranno riportate con un “copia e incolla”. Per i Lettori di “Civium Libertas”, posso riassumere la vicenda, invero alquanto divertente, in poche battute. In occasione della celebrazione del 27 gennaio, ogni anno dedicato alla Memoria, qualcuno aveva pensato di offrire una chicca, per l’edizione di quest’anno, con un presunto documento “inedito” che chiamava sul banco degli accusati dalla Memoria niente di meno che la massima istituzione musicale del paese, il Teatro della Scala di Milano, una cui cantante lirica, il soprano Lia Origoni sarebbe stata rea di aver cantato in tournée ad Auschwitz, nel campo di concentramento, nel febbraio 1943, per diletto – parrebbe di capire – tanto dei carcerieri ma anche degli internati. La signora Lia Origoni, nata nel 1919, ha oggi 90 anni ed è eccezionalmente lucida di mente. Ricorda perfettamente le vicende della sua vita professionale. Conserva, per esempio, tutte le locandine di quando lavorava alla Scala di Milano, cioè non prima del 1946. Ed allora?
La signora Origoni pare fosse stata inizialmente invitata come “testimone d’epoca”, benchè – come si può ricostruire – avrebbe dovuto accettare il ruolo “di parte” in colpa, avendo cantato in Auschwitz ignorando allora l’«orrore» oggi a tutti noto e associato a tanto nome. La signora Lia, lucidissima, non ha tardato a comprendere subito il colossale abbaglio in cui è incorso l’organizzatore scientifico della mostra. È vero che nel 1942-43 – come si dice più avanti – la signora ha cantato al teatro varietà di Berlino denominato pure “La Scala”, in omaggio al più celebre teatro italiano, ma non si tratta assolutamente della Scala di Milano, dove ella non cantò prima del 1946. Ed, inoltre, la signora Lia nega di aver mai cantato in Auschwitz, bensì esattamente in Katowize a 30 km da Auschwitz, ossia in una semplice tappa di una tornée di successo, dopo Berlino, in parecchie città della Germania, della Cecoslovacchia, della Polonia. La signora Lia assicura che non avrebbe avuto la benché minima difficoltà ad ammettere di essere stata a cantare in Auschwitz, se ciò fosse corrisposto a verità. Ma appunto non è verità e l’unico documento, non inedito – come si è detto – esistente al riguardo è facilmente interpretabile come un mero errore alla fonte, nel Bericht burocratico. Che si tratti di un marchiano errore, abbaglio, bufala è in grado di comprenderlo chi abbia una benché minima esperienza di archivi e di interpretazione comparata dei documenti. Non volendo riconoscere errore ed abbaglio, e meno che mai chiedere scusa a chi di dovere, si tenta con un penoso latinorum di confondere i semplici. La vicenda merita di essere seguita in tutti i suoi dettagli perché ben illustra i rigorosissimi metodi di certa storiografia, che però ha quasi valore di legge in Italia, e senz’altro equiparata alla legge in Germania e altri paesi. Quel che è peggio, vengono inflitti fino a otto anni di carcere a chi confuta siffatti dilettanti della storia, a voler essere generosi con i termini.
CIVIUM LIBERTAS
* * *
Quando le testimonianze valgono e quando non valgono:
sulla polemica fra Lia Origoni e Marcello Pezzetti.
Osservazioni sulla «memoria condivisa».
Premessa. – Lungi da me mille anni luce il rivendicare una qualsiasi competenza sul merito della per me divertente divergenza fra Lia Origoni e Marcello Pezzetti. La Origoni, a ben vedere, non è già essa stessa testimone di qualcosa, ma protagonista di un evento che l’ebbe a riguardare di persona ben oltre 65 anni fa. Essendo nata il 20 ottobre 1919 aveva 20 anni compiuti nel 1939, giusto all’inizio della seconda guerra mondiale. E negli anni 1942-43 durante i quali si trovava in Germania, a Berlino, ne aveva ben 22-23 ed esattamente, quasi 23 nel settembre del 1943, quando venne scritturata per cantare a Berlino. Oggi Lia Origoni ha dunque 9o anni e tre mesi. A meno che i suoi medici non dicano che Lia sia affetta da demenza senile, la sua è un’età in cui si possono ben ricordare eventi della propria vita giovanile. Al contrario, si legge che Lia a 91 è ancora «lucidissima». E lo posso testimoniare personalmente, avendo avuto modo di poter parlare la la signora Lia. Inoltre per un fenomeno, che è stato osservato, le persone anziane pare ricordino più facilmente eventi remoti della loro esistenza, legati per lo più alla loro gioventù, che non eventi prossimi. Pertanto diremmo che la “testimonianza” di Lia Origoni non è tanto una testimonianza quanto un ricordo personale di eventi personali legati alla sua professione di cantante lirica.
E dunque se dice quel che dice le si dovrebbe normalmente credere. Ed invece lo storico olocaustico Marcello Pezzetti, organizzatore della «Memoria» si avvale di argomentazioni, che per una volta sono in controtendenza rispetto al suo metodo abituale e contrappongono la documentazione archivistica ai “testimoni”, anzi al testimone Lia Origoni che nella mostra è discriminato rispetto al testimone Shlomo Venezia, di cui Pezzetti ha pure curato un libro di testimonianza da noi recensito. Peccato che questo criterio venga adottato solo per la Lia Origoni che parla con ferma e lucida decisione di “falsa” documentazione prodotta nella mostra organizzata da Pezzetti, almeno per quanto riguarda personalmente lei, la sua professione e il teatro della Scala di Milano, dove Lia iniziò a lavorare dal 1946, non prima. Lo stesso principio di subordinazione delle testimonianze ai riscontri documentali non sembra valere per il supertestimone Shomo Venezia o addittura per «il più autorevole testimone vivente» che sarebbe Elie Wiesel, la cui “identità” non sembra trovare riscontri in una solida base archivistica-documentaria, che anzi sosterrebbe il contrario di ciò che comunemente si accredita. Mi aspetterei che per le cose gravi che si leggono sulla vera identità di Elie Wiesel seguisse un’immediata smentita e che la pubblica fede, soprattutto quella di Gianfranco Fini, e delle più alte autorità dello Stato che hanno patrocinato la mostra, venisse tutelata.
Un’altra considerazione di carattere generale che può farsi su una vicenda in apparenza marginale è la seguente. La memoria è importante per ognuno di noi, innanzitutto come un riferimento identitario della nostra esistenza riferita al passato. In fondo non esistono le società se non costituite dalla somma degli individui che la compongono. Quindi la memoria personale del passato è sempre una somma di memorie individuali. E poiché gli individui sono tanti, milioni di milioni, le memorie sono altrettante. È violenza totalitaria, potremmo dire secondo un uso corrente, violenza fascista, voler imporre a tutti una stessa memoria del passato, o come usa dire una memoria condivisa. Alla Signora il regime dei Fini e degli Alemanno, ex di ieri che fanno oggi da maestri di storia e di eticità, vogliono togliere la memoria dei suoi anni giovanili, criminalizzandola e alterandola: non è ciò che ricordi tu, per come da te percepito, ma la memoria che ti diamo noi e che tu devi sottoscrivere, se no ti lasciamo a casa a “La Maddalena”, giacché non abbiamo i mezzi finanziari per un’operazione in perdita e controproducente per lo spettacolo che intendiamo dare.
Altra buffa pretesa di questo modo manicheo di intendere il passato è che all’epoca di Auschwitz non si poteva cantare, ballare e fare tutte le cose che nella vita ordinaria si fanno. Si doveva stare sbigottiti davanti ad un «orrore» che allora nessuno vedeva. Certamente, non lo ha visto Lia Origoni che nel 1942-43 era in Tournée per la Mittleeuropa. Dunque, i medici non avrebbero dovuto operare, i panettieri fare il pane, i calzolai riparare le scarpe. Insomma, viviamo oggi una costrizione della memoria ed una completa spersonalizzazione degli individui, costretti a cantare in coro le nuove canzoni di regime, quale neppure i regimi precedenti, demonizzati, avevano conosciuto. Ma non è Lia Origoni che gli organizzatori della mostra hanno inteso colpire, ma La Scala di Milano, cioè la massima istituzione musicale del paese, che qualcuno ha pensato di gettare nel fango, anzi in pasto ad una memoria condivisa, di cui riesce difficile capire cosa poi sia, di cosa sia fatta. Infatti, ognuno di noi con gli anni che avanzano matura un suo particolare rapporto con la sua memoria individuale, esistenziale. La dove la memoria individuale non soccorre più è possibile solo l’interrogazione dei documenti, delle tracce e delle vestigia del passato, ma si tratta sempre di un’interpretazione individuale che è tanto più accurata ed onesta quanto sono accurati ed onesti i soggetti individuali che per un qualche motivo affrontano e scrutano un passato remoto. È chiaro poi che se questa ricostruzione non è libera ad ognuno, si tratta di operazione ideologica per fini di regime.
Il Corsera del 5 febbraio con refuso ed errata corrige.
Ma torniamo al testo di Lia Origoni che si legge sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2010, pagina 45:
La testimonianza dell’artista. Un episodio dimenticato del 1943
IO E LA SCALA MAI AD AUSCHWITZ
Lia Origoni: ho cantato nel teatro di Katowice, dista trenta chilometri dal campo di sterminio
A Berlino, fra gli anni Trenta e Quaranta, esisteva un teatro di rivista chiamato Scala, omaggio a quella «vera». Da questa omonimia è nato un equivoco storico ripreso nella mostra sulla Shoah del Vittoriano: qualcuno ha pensato che nel '43 la Scala avesse inviato un soprano, Lia Origoni, a cantare ad Auschwitz per le SS. Questa versione è stata accolta nell'articolo del «Corriere» del 27 u.s. Ma dalla testimonianza della Origoni, lucidissima novantenne, emerge un'altra verità. Alla fine del settembre del 1943 fui scritturata dalla signora Spadoni, agente per l’Italia di un impresario italo-tedesco per cantare alla Scala di Berlino, prestigioso teatro di rivista e canto: il contratto che ebbi in qualità di cantante avrebbe dovuto avere una durata di due mesi, ma visto il successo, si protrasse fino al dicembre del 1942 [evidente refuso di stampa per 1943?], successivamente lo stesso impresario aveva programmato una tournée in varie località della Germania, della Polonia e della Cecoslovacchia durante la quale abbiamo cantato in teatri e luoghi pubblici istituzionali. Il nostro pubblico era variamente composto da civili, soldati, feriti di guerra e ufficiali. Il luogo più prossimo ad Auschwitz nel quale ho cantato è stato nel teatro di Katowice che dista 30 chilometri dal campo di sterminio. Sono a conoscenza del documento che è stato esposto alla Mostra del Vittoriano dal quale risulta che invece il concerto si sia tenuto nella sede della Saal des Kameradschaftsheimes der Waffen, ma nello stesso documento si dice anche erroneamente che io ero una soprano della Scala di Milano, cosa che divenne realtà solo nel 1946. Il mio stupore e sorpresa è duplice in quanto per l' inaugurazione della Mostra al Vittoriano, alla quale ero stata invitata quale testimone dell'epoca, avevo fatto presente agli organizzatori, il dottor Nicosia della società Comunicare organizzando, e alla sua segreteria, gli errori inseriti nel documento. Nessuno dei curatori si è informato su quanto da me descritto né tantomeno sono stata interpellata per produrre, per esempio, documenti che attestassero la mia scrittura da parte della Scala di Berlino. Stranamente proprio dopo queste mie precisazioni l'organizzazione ha pensato bene di mettermi nelle condizioni di non poter presenziare non prevedendo la presenza di un accompagnatore che mi assistesse durante il viaggio da La Maddalena fino a Roma, viste le mie 90 primavere. So per esperienza che «chiedere una rettifica» è a volte dare per la seconda volta una notizia, ma soprattutto so di poter essere giudicata una anziana donna che per opportunità dice di aver cantato in un altro luogo per nascondersi: chi mi conosce (purtroppo i più sono morti) sa, che se fosse accaduto, lo direi, anche perché se è vero che molti non hanno visto è anche vero che molto era ben nascosto, ma ritengo inaccettabile che un evento nazionale patrocinato dalle più alte cariche dello Stato, butti capziosamente del fango su una delle primarie istituzioni del Paese come il Teatro della Scala di Milano di cui mi onoro di essere stata una delle interpreti a partire dal 1946. La storia non si racconta solo con i pezzi di carta che possono essere sbagliati come in questo caso, ma vive di testimonianze e di riscontri senza i quali si possono fare delle vittime eccellenti.
Origoni Lia
Pagina 45
(5 febbraio 2010) - Corriere della Sera
Al testo sopra riprodotto con diritto di citazione scientifica aggiungiamo le seguenti osservazioni:
1°) La “Scala” di cui si parla non è la Scala di Milano, ma un teatro di varietà che esisteva a Berlino e dove Lia lavorava. Una banalissima omonimia nella quale pare sia incorso il grande esperto di Shoah Pezzetti.
2°) Lia Origoni in Auschwitz non c’è mai stata: per sua fortuna. Ed invece diventa sua malgrado una “testimone” di Auschwitz nella mostra organizzata dal super-storico Pezzetti.
3°) Lia Origoni incomincia a lavorare alla Scala di Milano solo dal 1946, a guerra finita. Fu scritturata dalla Scala di Berlino nel settembre del 1943, non nel febbraio dello stesso anno, come invece vorrebbe Marcello Pezzetti. I conti qui decisamente non tornano. Per giunta, se leggiamo bene, la scritturazione inizialmente prevista per due mesi (settembre-ottobre) si sarebbe protratta, a Berlino, fino al dicembre dello stesso anno, e solo «successivamente», quindi nel 1944, vi sarebbe stata una tournée oltre che nella stessa Germania anche in altri paesi, cioè: Polonia e Cecoslovacchia.
ERRARA CORRIGE
Avevamo già notato sopra nel nostro editing e commento l’incongruenza di date fra il 1942 e il 1943, un’incongruenza che è originaria del Corriere della Sera, dal quale è inutile aspettarsi qualsiasi errata corrige. Nell’errore però eravamo incorsi anche noi supponendo che la signora Lia, secondo il suo lucidissimo racconto, fosse stata scritturata nel settembre del 1943 e l’incongruenza del non lucidissimo intervistatore cadesse sulla data del dicembre 1942 da dover quindi correggere in dicembre 1943. Ed invece no! È il contrario ed in questo modo i conti, almeno in parte tornano. La signora Lia è stata scritturara dal teatro varietà “La Scala” di Berlino nel settembre del 1942 (!). La seconda data del dicembre 1942 è invece esatta. Sarebbe stato davvero ben strano che nel settembre 1943 una cantante della Scala di Milano (!) andasse in giro in tournéé per la Germania, protraendosi fino all’estate del 1944.
È lucidissimo il ricordo della signora Lia e pieno di riscontri verificabili, se appena lo storico di mestiere facesse il suo mestiere esplorando tutti gli archivi possibili, prima di dire che altri documenti non esistono. E per dire che non esistono bisogna prima dire presso quali archivi si è stati. La signora Lia racconta di essere in Germania fino esattamente alla notizia della caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. Se ben ho inteso, ma verificheremo di nuovo, la notizia di questo evento cruciale della nostra storia la raggiunse nel corso di uno dei suoi numerosi spettacoli, alla Scala di Berlino, determinando l’interruzione dello spettacolo.
La Signora Lia si recò subito all’Ambasciata italiana per chiedere il rientro in Italia. Le fu messo a disposizione un vagone letto per l’Italia. Il treno allora come oggi cambiava a Monaco. Qui vi fu una manifestazione dei fan della Signora Lia, i quali avrebbero voluto che restasse in Germania e continuasse la sua tournée. Quindi, nel febbraio del 1943 il nome di Lia Origoni era ben noto in Germania. Non si può escludere che l’equivoco fra la più nota Scala di Milano e la meno nota Scala di Berlino, accompagnato al fatto che Lia Origoni era italiana, fosse tutto nella testa di chi redigeva il Bericht, riportato nel libro citato più sotto da Pezzetti. Si badi: cita un libro uscito dieci anni fa, che copia documenti originali di un Bericht, ma non si parla più di Locandina.
La notizia succulenta, da dare in pasto ai visitatore della mostra del Vittoriano, era che persino La Scala veniva intrigata e coinvolta, nel febbraio del 1943, con l’orrore di Auschwitz. La signora Origoni in fondo sarebbe stata un bersaglio secondario. Insomma, come si dice a Roma una pecionata non andata in porto. Più sotto, in data 1° marzo, lo storico olocaustico Pezzetti mette in dubbio la testimonianza “di parte” (?!) della Origoni opponendo una pagina di libro, qui da noi per altre mani e altri fonti ottenuta. Ma vediamo un po’ quale fonti, se facessimo il mestiere di Pezzetti, avremmo potuto esplorare e di cui non sappiamo, giacché non ce lo dice, se effettivamente esplorate dal direttore del Museo romano della Shoah, che grava sui cittadini romani per 23 milioni di euro, scempi urbanistici a parte, e non solo urbanistici. Intanto 1°) non dovrebbe essere difficile verificare al ministero degli esteri italiano la notizia della prenotazione e pagamento di un treno da Berlino per l’Italia, pagato dall’Ambasciata italiana; 2°) se anche non esistessero più gli archivi della Scala di Milano come quelli della Scala di Berlino per gli anni in questione, sarà pur possibile lo sfoglio dei giornali dell’epoca tanto tedeschi quanto italiani per seguire Lia Origoni in tournéé; 3°) quindi, per un ricercatore di mestiere non dovrebbe essere impresa impossibile stabilire se Lia Origoni, come lei stessa lucidamente ricorda ed afferma, non ha lavorato alla Scala di Milano prima del 1946. 4°) A questo punto diventa ovvio l’abbaglio contenuto nel Corsera del 27 gennaio ed imputabile al virgolettato attribuito allo storico olocaustico Pezzetti, che sembra non basarsi su altro, non conoscere altro che due pezzetti di carta consistenti in altrettante pagine del libro citato, per giunta di dubbia interpretazione.
Il Pezzetti del 27 gennaio con il documento “eccezionale”.
L’articola sopra citato del 5 febbraio è una sostanziale smentita di altro articolo, apparso sullo stesso Corriere della Sera, in data del 27 gennaio 2010, giorno istituzionale della Memoria, che riproduciamo, facendolo seguire da nostre osservazioni critiche.
Archivi Inaugurata con Elie Wiesel la mostra al Vittoriano. Una locandina inedita della tournée per le SS
E il soprano della Scala cantò ad Auschwitz
Ad accogliere il visitatore, in un viaggio che documenta e rievoca l'orrore nazista, le parole stampate su un pannello di Shlomo Venezia, uno dei pochi membri ancora vivi dei Sommerkommandos, gli speciali gruppi di deportati obbligati a collaborare con le SS nei luoghi di sterminio: «L'inferno, qualsiasi persona lo conosce dai libri, noi lo abbiamo vissuto». E Shlomo, matricola 182727 tatuata sull' avambraccio, era, con Sadi Modiano, uno dei superstiti presenti ieri per la visita in anteprima alla mostra «Auschwitz-Birkenau», che si inaugura ufficialmente oggi, in coincidenza con il «Giorno della Memoria», nel Complesso del Vittoriano a Roma. Con loro anche il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, ex internato a Auschwitz, in visita nella capitale dove oggi incontrerà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente della Camera Gianfranco Fini (alle 9.30 visita al Quirinale, alle 12 Wiesel terrà un discorso nell' Aula di Montecitorio alla presenza di Napolitano, con il quale, alle 17, inaugurerà la mostra). «Ricordare è l' unica cosa che può aiutare - ha detto ieri Wiesel - ed è fondamentale soprattutto per i giovani, affinché non si cada più preda dell' odio». Ad accompagnarlo, oltre a Fini, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Una mostra per raccontare l' orrore e la storia in modo corretto, incentrata sul luogo simbolo dello sterminio, dove venne ucciso un milione di ebrei»: così la rassegna è stata sintetizzata da Marcello Pezzetti, storico della Shoah e uno dei curatori, con Bruno Vespa e Alessandro Nicosia, della mostra, suddivisa in sezioni tematiche e cronologiche. Tra i pezzi importanti esposti, Pezzetti segnala un documento giudicato «di eccezionale importanza» e ritrovato nell' archivio di Auschwitz: il 16 febbraio 1943 il Teatro alla Scala di Milano, rappresentato dalla celebre soprano Lia Origoni - sarda, classe 1919 - partecipò alla serata «Sud solare», con «stelle internazionali», per il diletto delle guardie SS di Auschwitz, organizzata dalla Kommandantur di Auschwitz-Birkenau: «Questo per dimostrare che da noi si sapeva più di quanto si voglia ogni tanto far credere», il commento. In mostra anche abiti di prigionieri, foto di torture ed esperimenti medici, piani di costruzione di crematori, documenti, lettere, diari e filmati, a partire dall' istituzione del campo, aprile 1940, e fino a quel 27 gennaio 1945, giorno dell' abbattimento dei cancelli da parte dell' Armata Rossa. Tra i focus, uno in particolare è dedicato ai bambini. Duecentomila quelli deportati a Birkenau, la quasi totalità uccisa nelle camere a gas il giorno stesso dell'arrivo. Altri, gemelli in particolare, dopo aver subito come cavie esperimenti di ogni tipo, erano eliminati con iniezioni di fenolo al cuore. La mostra dedica una parte della sua documentazione anche alla figura del famigerato dottor Josef Mengele, medico capo del campo, morto in libertà a San Paolo del Brasile nel 1979: «Fuggito - come ha ricordato Pezzetti - con la complicità del Vaticano».
Sassi Edoardo
Pagina 33
(27 gennaio 2010) - Corriere della Sera
Mettiamo in evidenza le notizie che si trovano in questo articolo di Sassi Edoardo, mettendole a confronto con la smentita di Lia Origoni e con la successiva smentita alla stessa Origoni da parte dello storico Pezzetti cui si deve l’organizzazione scientifica della mostra del Vittoriano, inaugurata il 27 gennaio scorso e forse ancora aperta. Almeno, passandoci davanti vedo ancora lo stendardo pubblicitario. Non l’ho visitata e non ho un particolare interesse a farlo. Osserviamo:
1°) Personalmente, sono stato alla presentazione del libro di Shlomo Venezia in Campidoglio. La locandina dell’invito conteneva qualcosa come una sorta di prova definitiva sulle “camere a gas”, ma a meno che non mi sia totalmente distratto io non ho trovato nessuna “prova”, presente lo stesso Pezzetti, curatore del volume di Shlomo Sand. Ne avevo io stesso iniziato una sorta di recensione, sotto l’aspetto letterario, ma poi è subentrata una critica scientifica del libro per la penna di Carlo Mattogno. Per una conventio ad escludendum nessun vuol leggere le argomentazioni di questo storico, al quale un Pezzetti non ha pensato di chiedere consulenza: ne sa di più. Ora Shlomo Venezia, classe 1923, diventa un “testimone” anche sul teatro della Scala, non solo di “camere a gas”, mentre non trovo credito Lia Origoni, classe 1919, che alla Scala ci lavorò per davvero, cosa che nessuno le contesta.
2°) Secondo il racconto di un compagno di sventura dello stesso Elie Wiesel, questi benché richiesto, si sarebbe rifiutato di mostrare il numero di matricola. Il fatto suona strano. Adesso lo troviamo anche all’inaugurazione della mostra, dove non era invece presente Lia Origoni. L’«inedito» della mostra, pare di capire, era proprio la partecipazione del teatro della Scala di Milano agli «orrori del nazismo». Tutti, dunque, sapevano e tutti quindi hanno colpevolemente taciuto. I cantanti lirici della Scala di Milano andavano ad Auschwitz e dunque non potevano non sapere. Da qui si procede alla criminalizzazione e colpevolizzazione di un’intera generazione, che è quella dei nostri padri, che nulla sapeva e nulla ci hanno detto e tramandato. Il programma ideologico della mostra era dunque chiaro.
3°) Poveri giovani! Di loro ci si preoccupa tanto, ma non per trovare loro un’occupazione, non per lasciarli liberi di pensare e di documentarsi.
4°) Il documento in questione, che riguarda la Scala di Milano, è presentato da Marcello Pezzetti come di «eccezionale importanza», dunque non qualcosa di marginale, ma probabilmente il pezzo forte della mostra, che ha avuto tra i suoi organizzatori addirittura Bruno Vespa. Se però dobbiamo credere a Lia Origoni, che dice di aver lavorato alla Scala di Milano solo dal 1946, cosa che non dovrebbe essere difficile verificare negli archivi della Scala... di Milano, si tratterebbe invece certamente di una “eccezionale bufala” che la direbbe lunga su manifestazioni simili che con grande dispendio di pubblico danaro, mentre cadono i soffitti delle scuole, ci vengono profusi a piene mani.
Sembra evidente che non storia si sia voluto fare, ma produrre un’ideologia che è esattamente il contrario di ciò che la storia dovrebbe essere, cioè una serena e distaccata comprensione del nostro passato, sia esso indivuale, riguardante la nostra individuale e personale esistenza, o sia un passato collettiva che riguarda l’esistenza associata degli uni con gli altri e dove i destini individuali nella buona come nella cattiva sorte appaiono intrecciati. Ancora a 65 dalla fine della guerra gli “antifascisti” dimostrano di mancare di quel patriottismo, che qualcuno – come si legge nel recente libro di Buscaroli – pensava di attribuire loro nell’imminenza della disfatta. Costoro hanno prosperato e costruito le loro fortune politiche e personali non su una legittimazione propria che si fossero meritati salvando la patria nella disgrazia, ma solo delegittimando un regime già di per se ormai privo di legittimità. Gli “eroi” del dopoguerra hanno rinnovato i fasti di Maramaldo, uccidendo un regime già morto e svendendo se stessi ed il paese all’invasore, che li ha resi “cupidi servi” fino ad oggi.
Il Pezzetti del 1° marzo con il suo documento “eccezionale”: edito o inedito? Locandina o Bericht?
Esaminiamo ora la risposta di Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma, per il quale Alemanno ha destinato ben 23 milioni di euro, che riprendiamo dalla testata sionista «Informazione Corretta» ma apparso sul Corriere della Sera di oggi 1° marzo 2010. Quanto alla domanda hasbarotica si potrebbe osservare che se veramente Lia era stata ad Auschwitz a cantare per gli stessi internati, che venivano “costretti” ad ascoltarla, forse non si era accorta dello “sterminio”, che probabilmente non veniva eseguito mentre lei cantava.
In occasione della «Giornata della memoria 2010», all’interno di un’importante mostra su Auschwitz-Birkenau allestita nel complesso museale romano del Vittoriano e alla Camera dei Deputati, è stato esposto un documento relativo a un concerto svoltosi ad Auschwitz il 16 febbraio 1943, organizzato dalla Kommandantur del campo, composta da SS, non da «civili» tedeschi, che ha visto la partecipazione di una cantante lirica italiana, Lia Origoni, indicata come cantante della «Scala» di Milano.
La signora Origoni, informata del fatto dall’organizzazione stessa della mostra, ha sostenuto in un intervento sul «Corriere» (5 febbraio) di non aver cantato ad Auschwitz, ma nella vicina città di Katowice, di non essere stata inviata lì dalla Scala di Milano, ma da quella di Berlino (un locale di varietà, non un teatro lirico), e soprattutto che un documento (in questo caso definito come «falso») ha meno valore di una testimonianza (in questo caso la sua).
Come curatore della mostra, mi limito a osservare che questo documento appartiene alla serie di ordini emessi dalla Kommandantur del campo di Auschwitz-Birkenau, archiviati nel Museo di Auschwitz, già pubblicati in Germania e giudicati da tutti gli storici come fonte privilegiata, di prima mano, quindi difficilmente contestabili. Se Mulka,aiutante del comandante di Auschwitz Rudolf Höss, ha ordinato a tutto il corpo delle SS di partecipare al concerto presso il Kameradschaftsheim («casa dei camerati») di Auschwitz, significa che i cantanti e musicisti spagnoli, ungheresi, italiani, quindi anche la «stella internazionale» Origoni, hanno allettato quei criminali proprio nei pressi del campo di sterminio, non altrove. Del resto alcuni sopravvissuti ci hanno confermato di essere stati obbligati più volte ad assistere a concerti nelle strutture adiacenti al campo e le ultime fotografie ritrovate di Auschwitz, anch’esse esposte in mostra, dimostrano che le SS si «divertivano» proprio in prossimità del campo stesso. Per confutare il contenuto del documento messo sotto accusa dalla Origoni è quindi necessario far ricorso ad altre prove documentarie — che però non esistono —, non certo a una testimonianza, soprattutto se di parte.
Abbiamo esposto questo documento non tanto per sottolineare la «collaborazione» di un’italiana al sistema di oppressione nazista — anche se cantare per i nazisti in Germania e in Polonia nel 1943 non è certo un fatto di cui andare fieri —; volevamo semplicemente far comprendere al pubblico come i carnefici nazisti concepissero la «normalità» della vita quotidiana all’ombra dei crematori: anche ascoltando musica italiana. Lo stesso giorno in cui si tenne il concerto, infatti, le SS bruciarono i corpi di 689 ebrei francesi, uomini, donne e tanti bambini, deportati da Drancy.
La Origoni non era certamente l’oggetto del nostro interesse scientifico in una mostra dal contenuto così drammatico e delicato (e come avrebbe potuto esserlo?). Invitarla all’inaugurazione dell’evento, con i rappresentanti delle maggiori istituzioni nazionali, sarebbe stato fuori luogo. La sua reazione, del resto, lo ha confermato.
Marcello Pezzetti
Fine prima parte
Seconda parte
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Sottolineatura,grassetto,colore, NON sono parte del testo originale.Per ulteriori informazioni,dettagliate,tecniche,storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti(waA359) : http://revisionismo.splinder.com/
15:19 Scritto da: waa359 in Olo$alariati | Link permanente | Commenti (0) |
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