08.03.2010

Quando le testimonianze valgono e quando non valgono:Lia Origoni e Marcello Pezzetti Parte 2

Alla ricerca della locandina perduta

Discriminazione e pregiudizio nella Repubblica “nata dalla Resistenza”.

Parte 2

Ripeto che non sono per nulla un esperto sulla materia, e soprattuto che non ho nessuna conoscenza diretta degli archivi e della documentazione evocata e dalla Origoni, che però è lei stesso protagonista di eventi, individuali e personali della sua vita che la coinvolgono per fatti specifici molto più di quanto Shlomo Sand possa essere testimone di fatti pur sempre collettivi. Cerchiamo di ragionare in base ad una logica di attendibilità, veromiglianza, plausibilità. Dunque osserviamo:

1°) Siamo certi che Pezzetti abbia saputo leggere i documenti di cui parla? Siamo certi che egli non confonda la Scala di Milano con la Scala di Berlino? Ha consulato Pezzetti gli archivi della Scala di Milano per sapere quando Lia Origoni ha incominciato lavorare alla Scala di Milano? Dalla stessa Origoni sappiamo che questo periodo inizia con il 1946, non prima. Sono forse andati distrutti gli archivi della Scala di Milano? Ce lo dica Pezzetti! Se no, non lo sappiamo.

2°) È curioso come Pezzetti indica la testimonianza di «sopravvissuti» che guarda caso venivano costretti ad… «assistere a concerti»! Come forma di tortura è davvero insolita, anche tutti sappiamo che certi concerti possono ben essere una tortura, alla quale qualche volta ci sottoponiamo volontariamente per ragioni sociali di buona educazione. Ma ciò che qui rileva è il principio di testimonianza giudicato valido per i fruitori, sia pure obbligati, di quei concerti, ma non invece valida per chi quei concerti doveva produrli cantando. Se dobbiamo ammettere un difetto di memoria, mi sembra più difficile che possa dimenticare da parte di chi a quei doveva cantare piuttosto che da parte di chi doveva soltanto ascoltare, magari annoiandosi e dormendo.

3°) E perchè mai la testimonianza della Origoni sarebbe «di parte»? Di parte rispetto a quale «controparte»? La Origoni ha cantato in tournéé – ci dice – oltre che a Berlino, al teatro della Scala, la cui esistenza Pezzetti non sembra aver smentito, anche «in varie località della Germania, della Polonia e della Cecoslovacchia». Per essere di parte e di controparte la Origoni avrebbe dovuto essere stata portata davanti ad un qualche tribunale e venire accusato per il reato di “canto” e magari avere come controparte quelli che si sono annoiati per averla dovuta ascoltare e che sono rimasto inorriditi davanti alla beltà dei suoi anni giovanili che si può riconoscere dalla foto.

4°) La Origoni dice: io ad Auschwitz non ho mai cantato, per giunta nel febbraio del 1943. Nulla esclude che nel febbraio del 1943 il teatro della Scala di Berlino abbia mandato cantanti e ballerine in giro per i luoghi dove avevano stanza gli eserciti. Succede credo in tutti gli eserciti del mondo. Il fatto in sé è storicamente e penalmente irrilevante, secondo il comune buon senso diverso da quello “corretto” dall’Hasbara di Tel Aviv.


5°) Infine, non si comprende se si fosse liberi o costretti, carcerieri e prigionieri, ascoltare la Origoni e ascontandola si soffrisse o ci si divertirsi. È alquanto strano il concetto che si possa venire costretti a “divertirsi”. Ancora più strano argomentare che se io canto e chi ascolta il mio canto è ritenuto, magari mezzo secolo dopo un criminale, io ero pure un criminale per aver semplicemente cantato davanti ad un pubblico che era interessato allo spettacolo. Questa non è né storia né archivistica, ma deformazione morale che probabilmente costituisce l’humus con cui si allestiscono mostre e si scrivono libri ad educazione della più bella gioventù della nostra epoca felice.

6°) Ancora ci sembra di poter osservare come Marcello Pezzetti tenda a svalutare non già la testimonianza della Origoni, che sarebbe tale se riguardasse terzi a cui favore o disfavore lei fosse chiamata a testimoniare, ma è piuttosto una dichiarazione, anzi un’autocertificazione di eventi della sua attività professionale. La prima certificazione che conti è qui ciò che lei dice e dovrebbe essere Pezzetti in grado di smentirla con ben altra documentazione, che peraltro dice inesistente, che non con dei pezzetti di carta che lui potrebbe ben avere equivocato. Chi sa un poco di archivistica sa anche che il documento non ha un valore assoluto. Posso citare il caso di un archivio storico di un’importante famiglia, il cui rampollo si divertiva a manipolare e falsificare le carte di famiglia per il solo gusto di fare ammattire i discendenti.

Ma ancora Pezzetti non si rende conto, credo, di darsi la zappa sui piedi perché rispetto alla critica revisionista, diffamatoriamente detta negazionista, sono proprio i Pezzetti che valorizzano oltre ogni ragionevolezza le prove testimoniali, spesso contraddittorie, rispetto alle prove documentali che o dicono altro o non esistono affatto rispetto a quelli che sono i tre assoluti della storiografica olocaustica:
1) il numero dei sei milioni di vittime;
2) la documentazione sulle camere a gas;
3) il famoso ordine, cioè l’intenzionalità dello sterminio.
Quindi, due pesi due misure: va bene il testimone Shlomo Venezia che non prova nulla, ma non va bene una Lia Origoni che dice di non essere mai stata ad Auschwitz, beninteso per cantare in quanto sua ordinaria attività lavorativa in giro per tournée , e di non aver lavorato alla Scala di Milano prima del 1946.

7°) Non si capisce perché mai gli organizzatori della mostra avrebbero dovuto informare Lia Origoni se poi non avevano nessuna intenzione di tener conto delle sue dichiarazioni su eventi suoi personali di cui la mostra pretendeva di dare documentazione storica. Per disgrazia di Pezzetti la Origoni vive ancora ed è “lucidissima”. Insomma, la vogliono per forza far cantare ad Auschwitz, anche se lei continua a dire che no, ad Auschwitz lei non ha mai cantato. E la vogliono far cantare in forza di un documento che Lia dice essere “falso”.

8°) Lo stesso Pezzetti che cita un solo documento, dico uno solo, dice «nei pressi» del campo, non “dentro” il campo di Auschwitz. Il lettore comune, non esperto di questo genere di letteratura, non riesce a comprendere cosa significa «nei pressi». Sotto un albero? In un casolare abbandonato? O a 30 km da Auschwitz come dice appunto Lia Origoni? Dunque, in questo caso lo stesso Pezzetti darebbe ragione a Lia, che però aggiunge trattavasi della Scala di Berlino, non di quella di Milano, dove ancora in quegli anni non lavorava. Un archivista, a questo punto, avrebbe bisogno di avere in mano il documento e di confermarne o meno l’interpretazione data da Pezzetti.

9°) Pezzetti criminalizza Lia Origoni perché avrebbe “cantato” nel 1943 in tournée per l’Europa. È un principio elementare di civiltà giuridica la non retroattività del diritto penale. Se la mostra da lui organizzata, voleva essere “pedagogica”, è invece quanto di più antipedagogico e barbarico possa esserci. Insomma, a questo punto sulla base del «documento» di Pezzetti si può ben imbastire un processo penale alla novantenne Lia Origoni, rea di... aver cantato in tournée in giro per l’Europa nel 1943, non si sa bene se nel febbraio o nel settembre. Ma se eravamo in febbraio, come sostiene Pezzetti, l’Italia e la Germania erano ancora formalmente alleati e nulla di illegale o immorale, in ogni caso, potrebbe essere imputato a Lia.

10°) È davvero curioso il modo di ragionare di Pezzetti. Più ci soffermiamo sulle sue categorie mentali e sempre più troviamo deficit di logica. Orbene, Lia non è stata chiamata al processo di Norimberga, un processo dei vincitori sui vinti, la cui natura giuridica lascia quanto mai perplessi dei giuristi degni di questo nome. Ma sorvoliamo. Se Lia sarebbe una “di parte” la cui parola neppure per vicende proprie della sua vita può essere creduta, perché mai non dovrebbero essere “di parte” tutti i “sopravvissuti” che rilasciano testimonianze spesso contraddittorie.
I vantaggi di costoro sono innumerevoli. Lo stesso Elie Wiesel è diventato ricchissimo soltanto in quanto “sopravvissuto”. Non credo che nella vita abbia mai fatto altro mestiere che il “sopravvissuto”.
Perché le testimonianze di tutta questa gente non dovrebbe essere “di parte”?
A 90 anni perché mai dovrebbe temere di dire la verità se lei fosse stata davvero... a cantare in Auschwitz?
Dico a cantare, non a infornare cadaveri nei forni crematori, o a spingerli nelle “camere a gas”?
Dove starebbe il reato per il quale dovrebbe temere di essere accusata?
O anche soltanto la censura morale, che esiste soltanto nella testa di Marcello Pezzetti?
Anzi, poteva essere una magnifica occasione per fornire una preziosa testimonianza storica, non meno preziosa di quella di Shlomo Venezia.

11°) Piuttosto vi è da sorprendersi sui criteri di “normalità” che sono propri dello stesso Pezzetti, che però si contraddice con quanto dice poco sopra: a) quando al giornalista Sasso che si tratta di un documento di “eccezionale importanza” quello che riguarda proprio Lia Origoni, la “criminale” che sarebbe andata a cantare in Auschwitz, nel 1943, ma poi dice la documentazione “vivente” – non un pezzo di carta – di quel fatto non è oggetto del (plurale maiestatis «nostro interesse scientifico». Dubito che Pezzetti sappia lontanamente dove la scienza stia di casa e che creda di poter impunemente infinocchiare quanti leggono il maggior quotidiano d’Italia, ribattezzato da alcuni spiriti sardonici, come il «Corriere di Sion», dove basta aver scritto tanto chi legge se la può prendere solo a quel posto secondo la migliore tradizione democratica di questo Paese, funestato da politici opportunisti e scienziati di regime.

12°) Le dichiarazioni di Lia appaiono quanto mai circostanziate: a) la non casuale omonimia; b) una certa signora Spadoni che all’epoca scritturò Lia per conto di un impresario tedesco; c) lascia intendere che ove richiesta avrebbe potuto produrre documenti; d) dice che alla Scala di Milano lei incominciò a lavorare solo dal 1946; e) Lia dice di essere stata inizialmente invitata alla mostra quale “testimone dell’epoca”: potevano non invitarla affatto anziché poi “snobbarla” come villanamente fa il Pezzetti, cosa che succede dopo che Lia Origoni li aveva avvertito del grossolano abbaglio; g) non dovrebbe essere difficile controllare l’affermazione di Lia seconda la quale era stata “soprano” alla Scala nel 1946, nei cui archivi dovrebbe risultare una tournéé in Auschwitz. Pezzetti tace al riguardo e si basa su un solo documento. Altri archivi potrebbero esistere alla Scala di Berlino. Pezzetti dice che non esistono altri documenti, ma non ci dice quali archivi ha esplorato. h) il testo di Lia Origoni denota a 90 maggiore lucidità, limpidezza ed onestà di quanto non ne appaia in quello del giovane Pezzetti, evasivo ed elusivo.


Ho soltanto posto alcuni quesiti. La vicenda non finisce qui e mi auguro che chi è in grado di farlo faccia una seria verifica dei documenti citati da Pezzetti: non è la prima volta né l’ultima che uno storico capisca fischi per fiaschi, ma soprattutto con una ricerca presso gli archivi della Scala di Milano ed ancora presso la stessa “lucidissima” Lia Origoni, certamente in grado di poter fornire riscontri, ripeto, non alla sua “testimonianza”, ma delle sue dichiarazioni su fatti della sua vita privata e professionale. Se si scoprirà che è una mentitrice, almeno sapremo che è una mentitrice. Diversamente dobbiamo decidere se vogliamo credere a Pezzetti, di cui non trovo l’anno, ma suppongo successivo al 1945, e Lia Origoni, classe 1919 ed ancora “lucidissima”. Francamente, fra i due io sono più propenso a credere a Lia.


Visita autoptica della mostra con mancato rinvenimento dell’«eccezionale» documento. Alla ricerca della locandina perduta.


Giusto per fare una passeggiata, non abitando distante dal luogo della mostra, mi sono recato ieri pomeriggio per vedere il documento citato da Pezzetti. Probabilmente per mia imperizia, sanabile, ma pur avendo avendo fatto due volte il giro della mostra ed avendo chiesto ai custodi e telefonato al numero che mi è stato fornito, non ho potuto vedere né il “documento” – suppongo il Bericht riportato nel libro citato – nè la “locandina” di cui si parla nell’articolo di Corsera del 27 gennaio scorso. Nella sua risposta alla signora Lia del 1° marzo su Corsera non lascia ben capire al lettore di cosa si stia parlando: a) se di una locandina, di cui sopra; b) o se del documento originale, pubblicato circa dieci anni fa, e quindi non inedito, che lo stesso Pezzetti cita nella sua risposta del 1° marzo.

In questo momento in cui scrivo, non ho ancora ricevuto nessuna risposta né telefonica né scritta alla mia richiesta di poter vedere il documento in questione, quale che esso sia, in una pubblica mostra patrocinata dalle più alte autorità dello stato, dal presidente della Camera andando in giù fino al sindaco Alemanno, la cui firma ho visto compare anche nel catalogo della mostra. Anche lui è dunque uno storico. Forse un “testimone” pure lui, almeno per quanto riguarda il suo curriculum politico e le sue precedenti vedute storigrafiche. Fino alla data di chiusura della mostra non esclude altre passeggiate romane alla ricerca della locandina perduta.


Lia Origoni sul web


Come ricercatore di mestiere ho certamente un’idea del lavoro che si potrebbe e dovrebbe fare per verificare o smentire la notizia di stampa, risalente agli organizzatori della mostra, secondo cui – infamia delle infamie – Lia Origoni avrebbe cantato in Auschwitz, per diletto dei carcerieri, ed ivi mandata dal teatro della Scala di Milano. È una circostanza decisamente negata dall’interessata, la quale peraltro non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad ammetterlo, ove fosse vera. Dalle scarne notizie di stampa e da altre sembra di capire che l’iniziale interesse da parte della mostra fosse proprio quello di procurare un «testimone d’epoca», ma l’interesse deve essere scemato quando si è capito che la «testimone d’epoca» – la signora Lia porta benissimo i suoi 89 anni ed in lucidità mentale dà punti a parecchi giovanotti – non avrebbe testimoniato ciò che si voleva testimoniasse. Improvvisamente, sono mancati i soldi per far venire dalla Sardegna a Roma l’anziana signora che per i suoi 90 aveva bisogno almeno di un accompagnatore. Quei soldi che il sindaco Alemanno in milioni ventitrè non lesina, sul dissestato bilancio comunale e sulle spalle dei romani tutti, anche e soprattutto quelli di religione non ebraica, per un nuovo scempio urbanistico, la cui attività scientifica già si caratterizza in antitesi a ben altra istituzione italiana, il teatro della Scala di Milano, incautamente tirato dentro in questa storia.

Il punto nodale è se La Scala di Milano ha mandato o non mandato Lia Origoni a cantare per le SS di Auschwitz. Non si comprende in quale forma giuridica ciò sarebbe mai avvenuto. Se cioè con contratti stipulati direttamente dal teatro milanese che mandava per così dire in trasferta sue proprie maestranze, in questo caso cantanti come Lia Origoni, oppure se la stessa Lia Origoni, a titolo privato e non in quanto cantante della Scala di Milano, era andata da sola a cantare ad Auschwitz per le SS. Fatto sta che la Origoni smentisce categoricamente e decisamente di aver lavorato alla Scala di Milano prima del 1946, a guerra finita. Avendone i finanziamenti e sufficiente interesse, un ricercatore dovrebbe esplorare gli archivi della Scala di Milano, ove ancora esistano, per rintracciare il nome Lia Origoni e l’anno in cui incomincia a lavorare per la Scala di Milano. Potremmo poi seguire tante altre strada: l’averle percorse, sia pure con esito negativo, è già una forma di ricerca, è già parte della ricerca.

Dall’articolo di Pezzetti del 1° marzo sembra di capire, quando dice che non esistono altri documenti, che egli si riferisca solamente al libro che cita e che pubblica l’unico documento, su cui si è basato per l’intervista del 27 gennaio e che quindi non è un documento inedito, se di questo e solo di questo si tratta.

La Rete comunque è una grande risorsa, dove a costo zero, si trovano spesso dati interessanti e significativo, come ad esempio questo link, il Discobolo, dove è tracciata una breve biografia della Origoni da cui riportiamo alcuni dati che la Signora riconosce corretti, mentre non lo sarebbero altri- Il dato che qui a noi interessa è l’anno 1946. La signora Lia, lucidissima, dice che lei con Macario non c’entra, ma è invece esatto il riferimento agli anni anni 1942-43 e 1946, i riscontri che a noi storicamente interessano e che dimostrano che la Scala di Milano proprio non c’entra! Non c’azzecca nulla! direbbe Di Pietro. Tanto dilettantismo da parte degli organizzatori della mostra, che si sono eretti a padroni e governatori della nostra Memoria è inaudito e imperdonabile. Si trovano. dunque, riscontri, da fonte terza, non “di parte”, che confermano pienamente le dichiarazioni della signora Lia. Se gli organizzatori della mostra, suppongo lautamente pagati, avessero cercato in rete, avrebbero probabilmente evitato di chiamare indebitamente in causa e la signora Origoni ed in particolare la massima istituzione musicale del Paese, cioè il teatro La Scala di Milano. Questi signori ritengono che a loro sia tutto concesso, che tutto possono permettersi.



La locandina negata


Veramente me lo aspettavo e non volevo telefonare a Marcello Pezzetti. Avevo però preso le mie precauzioni, non ricordando se anche Pezzetti fosse nel corso di quanti con Piero Marrazzo avrebbero voluto “guardarmi negli occhi”, supponendo che fosse verità di Stato quanto a “La Repubblica” si erano inventati dalla sera alla mattina. Addirittura “La Repubblica” titolava «Shock alla Sapienza», dove era assolutamente tutto tranquillo, non volava una mosca, neppure le foglie si muovevano, fino a quando lo shock non ebbe a crearlo proprio “La Repubblica”. Ci era cascato anche il mio Rettore, che adesso mi consiglia su quale cifra mi conviene accordarmi con Repubblica per il risarcimento, a suo avviso dovuto. Su questo abbiamo delle divergenze, io ed il Rettore, che di fronte a tanto clamore ed ai politici che lo pressavano in tutti modi per avere la mia testa ha giudicato saggio demandare tutto ad un organo terzo, neutrale e da lui indipendente: il Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove la mia assoluta innocenza, per mancanza assoluta del fatto è subito parsa chiara. Ma questo Pezzetti non lo sa e non lo vuole neppure sapere. Mi ero qualificato al telefono, datomi dalla ditta che ha in subappalto la mostra, semplicemente come un “visitatore della mostra” che chiedeva lumi sulla mostra. Evidentemente, Marcello era sull’avviso ed aspettava la mia telefonata. Ed eccolo subito che voleva sapere il mio nome per dirmi che lui con uno che... non parlava. Questo atteggiamento è tipico di Lorsignori che reclamano risarcimenti perpretui a nome dei Discriminati per antonomasia.

Lascio impregiudicato quanto grande storico sia Marcello Pezzetti, ma mi sembra del tutto ignorante sul dettato dell’art. 3 della vigente costituzione italiana che recita: «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Io ero solo un visitatore della mostra, suppongo pagata con i soldi del contribuente italiano. E non chiedevo altro che di poter vedere un particolare documento. Ma il Pezzetti non mi ha lasciato neppure aprire bocca. Ha voluto il mio nome per bollarmi per i secoli come il “negazionista” con il quale non si parla, ma il quale voleva semplicemente la locandina che attestava come La Scala di Milano nella persona di Lia Origoni era in Auschwitz nel febbraio 1943 per far divertire carcerieri e carcerati.

Non sapendo che fare ho redatto la seguente lettera che ho mandato all’indirizzo di chi mi aveva chiesto di telefonare al curatore della mostra Marcello Pezzetti, per avere quei chiarimenti che la ditta subappaltatrice non era in grado di fornire. Ecco il testo della Lettera:

«Agli Organizzatori della Mostra sulla “Shoah etc.” al Vittoriano

– Ai suoi responsabili amministrativi, scientifici, finanziari
Loro Sedi - Loro Uffici
E p.c.
Alla Signora Lia Origoni
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Oggetto: formale richiesta di accesso alla mostra e alla visione dei documenti, specificamente al “documento Origoni”.

Faccio esplicita richiesta di poter vedere la documentazione relativa a Lia Origoni, su cui vi sono stati almeno tre articoli di stampa sul “Corriere della Sera”.

Probabilmente, sarà stata una mia svista, ma facendo per due volte il giro della mostra, non ho trovato né la “Locandina” né il documento “inedito” annunciato a mezzo stampa né altro che riguardasse Lia Origoni.

Chiedo cortesemente che mi venga indicato il punto preciso dove si trova e mi sia consentito di visionare una siffatta documentazione di «eccezionale importanza», a detta del signor Pezzetti.

Sono un cittadino italiano e mi appello all’art. 3 della costituzione che sancisce il principio di eguaglianza e di non discriminazione di tutti i cittadini.

Qualificandomi come “un visitatore”, mi sono rivolto – come indirizzato dalla ditta “Comunicare Organizzando” – telefonicamente, questa mattina, al curatore signor Pezzetti, il quale però, chiesto e saputo il mio nome, non solo non mi ha fornito le notizie richieste, ma mi ha anche insolentito, sulla base, ritengo, di una orchestrazione di stampa apparsa nello scorso ottobre su “La Repubblica”, che fa il paio con analoghi articoli di stampa, a mio avviso, ingenerosi verso la Signora Lia Origoni, forse secondo un disegno di politica culturale ad opera di soggetti ed associazioni non bene identificabili.

Senza esserne minimamente tenuto, ma perché il signor Pezzetti è subito scattato al solo sentire il mio nome e senza voler ascoltare spiegazioni di sorta, trasmetto al curatore della mostra, signor Pezzetti, per carità cristiana, in allegato, la mia Memoria difensiva, disponibile anche in rete, con commenti e integrazioni, insieme con la
COMUNICAZIONE FORMALE

del mio proscioglimento con formula piena da parte del Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale avvenuto in data 13 gennaio 2010.

Comunico altresì la notizia dell’avvio di azione civile risarcitoria contro il quotidiano “La Repubblica” con citazione già notificata e data di prima udienza già fissata.

Stigmatizzo il comportamento incivile del signor Pezzetti, contrario ad ogni deontologia professionale. La documentazione annunciata è per me utile ai fini di uno studio in rete che vado facendo, per mero diletto, traendone non poco divertimento davanti a quello che mi appare come un evidente dilettantismo ed una inammissibile superficialità dei curatori della mostra.
Salvo che il signor Pezzetti non mi fornisca le prove “scientifiche” di quanto da lui dichiarato a mezzo stampa, riguardo il coinvolgimento della signora Origoni e del teatro della Scala di Milano nel campo di concentramento di Auschwitz. Voleva essere questo e nessun altro l’oggetto della mia richiesta telefonica, troncata quasi subito dal ricevente signor Pezzetti.

Naturalmente le mie conclusioni sono ancora parziali ed aspetto che il signor Pezzetti, o chi per lui, mi fornisca la documentazione da me richiesta, cioè l’indicazione delle mera visione del documento che dovrebbe essere in mostra pubblica. Ove il signor Pezzetti persistesse in pubblico nella sua irriferibile risposta telefonica, trasmetterò ai miei legali per quanto di competenza.
Distintamente
Antonio Caracciolo

Non so se avrò risposta, se ad uno come me, la costituzione vigente consente di avere una risposta. Dubito a questo punto che il curatore della mostra sia in grado di dare una qualsiasi risposta che mi eviti di credere al suo dilettantismo.

In questo senso ammetto di essere un “negazionista”: non credo nella professionalità e nella deontologia di Marcello Pezzetti. È più non dico, ma ognuno che legge può aggiungervi del suo.Fonte

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Sottolineatura,grassetto,colore, NON sono parte del testo originale.Per ulteriori informazioni,dettagliate,tecniche,storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti(waA359) : http://revisionismo.splinder.com/

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16:40 Scritto da: waa359 in Olo$alariati | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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