18.02.2010

GIAN ANTONIO STELLA E IL REVISIONISMO di CARLO MATTOGNO parte 1

Parte 1

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Di Carlo Mattogno

Riprendo l’esame del capitolo dedicato al revisionismo da Gian Antonio Stella nel libro
Negri, froci, giudei e Co. L’eterna guerra contro l’“altro” (Rizzoli, 2009).
Il titolo – “
Macché gas, Auschwitz aveva la piscina”. La cancellazione dell’Olocausto e la rinascita dell’antisemitismo –, nella sua insulsa formulazione, tradisce già quantomeno l’incompetenza dell’autore. Incompetenza confermata dal suo incredibile abbaglio proprio sulla piscina di Auschwitz(1)(Clicca QUI) .

Incompetenza ribadita dalla sua bibliografia, che menziona appena tre libri revisionistici, per di più alquanto datati e assolutamente marginali: uno di Dietlieb Felderer (del 1978!), il secondo di Roger Garaudy (del 1995) e l’ultimo di David Hoggan (la cui prima edizione risale al 1969!). Egli infatti attinge tutte le sue scarne conoscenze sull’argomento nientemeno che da Valentina Pisanty (cliccare QUI per la demolizione della Pisanty) , l’esperta in Cappuccetto Rosso prestata alla critica storiografica (si fa per dire).


En passant, qualcuno trova che il mio tono nei confronti di questa dottoressa sia un po’ sferzante. Si può rispondere che ognuno ha il tono che merita, e la dottoressa Pisanty, quello che le ho riservato, lo merita abbondantemente, già soltanto per il fatto di essersi sfrontatamente appropriata di molte mie critiche al revisionismo e di averle poi brandite come sue contro di esso; e non solo delle mie, ma anche di quelle di Deborah Lipstadt e Pierre Vidal-Naquet, da lei saccheggiate in modo inverecondo senza il minimo riferimento alle fonti. Plagio e malafede. Senza contare la lunga serie di menzogne, travisamenti, sofismi, ecc. ecc. che ho messo in evidenza nel mio studio a lei dedicato(2)(Clicca QUI)

Ma quando si ha la ventura di stare dalla parte dei padroni del vapore, non c’è confutazione che tenga. Ci saranno sempre dei Gian Antonio Stella che prenderanno sul serio le sue scempiaggini. Egli infatti espone incautamente lo stupidario della Pisanty. Prima di ritornare sulla questione, è opportuno soffermarsi su questa informazione:
«Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida hanno scritto un libro sconvolgente
Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini, su quei piccoli ebrei sequestrati e assassinati nei lager. Raccontando, per esempio, la storia dei sei fratellini Bondì: “Ad Auschwitz solo Fiorella si salva, passando la “selezione”. Un anno dopo, nel novembre 1944, viene evacuata da questo campo e trasferita a Belgen-Belsen. Sarà l’unica bambina ebrea italiana a sopravvivere a 18 mesi nei campi di sterminio» (pp. 194-195).
Una buona notizia.

Fiorella Bondì, nel Libro della Memoria è infatti registrata come «uccisa all’arrivo a Auschwitz il 23.10.1943»(3).

E poiché era nata il 30.6.1932, passò la “selezione” all’età di 11 anni. Un fatto singolare per un preteso campo di sterminio in cui i bambini al di sotto dei 14 anni venivano inesorabilmente “gasati”. E passarono la “selezione” anche altri bambini che Liliana Picciotto Fargion dichiara assassinati all’arrivo?

Per questo bisognerà attendere altre rivelazioni.
Stella passa poi in rassegna le “
prove” dell’Olocausto:
«Direte: come è possibile che qualcuno ci creda, nonostante i filmati girati nei lager all’arrivo degli Alleati con quelle figure che si aggirano incapaci perfino di gioire?
Nonostante i racconti del premio Nobel Elie Wiesel (“L’angelo della morte ha attraversato troppo presto la mia infanzia marcandola con il suo sigillo”) e altri sopravvissuti? Nonostante le centinaia di libri di memorie, tra i quali capolavori come quello di Primo Levi?» (pp. 195-196).
Argomenti insulsi.

I filmati in questione non dimostrano nulla circa l’Olocausto, come ho spiegato in un altro scritto, nel quale ho mostrato statisticamente che nei campi di concentramento i detenuti cominciarono a morire in massa, per le tragiche condizioni sanitarie e alimentari, dopo la fine del presunto sterminio in massa, cioè nei primi mesi del 1945(4).
Quanto valgano poi «i racconti del premio Nobel Elie Wiesel» si può giudicare dal suo vero
curriculum (Clicca QUI per leggere)

Infine «le centinaia di libri di memorie», senza riscontri documentari e materiali, sul piano storico valgono poco o nulla, come ammettono anche importanti personaggi olocaustici.

Indi Stella attinge imprudentemente a piene mani alle scemenze pisantyane. Apprendiamo così che Maurice Bardèche era «un fascista che già nel ’48 teorizzava che i campi di sterminio fossero un’invenzione della propaganda alleata»(p. 196), mentre all’epoca egli credeva alla realtà di essi, come ho documentato altrove(6); o che David Hoggan «nel libro The Myth of the Six Million rifiutò le testimonianze di Kurt Gerstein (esperto di camere a gas [Stella dimentica di aggiungere: di disinfestazione]) e dello stesso Rudolf Höss (il comandante SS [precisazione indispensabile!] di Auschwitz) perché “estorte” dagli inquisitori di Norimberga» (p. 196). Ma nel libro in questione non appare alcun riferimento a testimonianze «estorte» a Gerstein. Anzi, il relativo paragrafo è intitolato “Le esagerazioni di Kurt Gerstein screditano il mito dello sterminio”(7). Giudizio lungimirante, perché nel 2000, Michael Tregenza, uno dei massimi esperti mondiali olocaustici del campo di Belzec (quello presuntamente visitato da Gerstein) asserì che «secondo lo stato attuale delle ricerche, bisogna dichiarare anche il materiale-Gerstein come fonte dubbia, anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria», sicchè questo testimone oculare dev’essere considerato «inattendibile»(8). È vero invece che nel libro summenzionato si accenna in due righe alle torture subìte da Rudolf Höss dopo la sua cattura(9), ma questo ormai è un fatto notorio, dichiarato da Höss stesso, ammesso dal suo principale torturatore, Bernard Clarke, e riconosciuto da scrittori insospettabili come Jean-Claude Pressac e Fritjof Meyer(10).

Sorvolo per magnanimità su ciò che Stella dice su Faurisson e passo direttamente al «succo del negazionismo, da Faurisson a Felderer, da Hoggan a David Irving»(p. 197). Incredibile ma vero: per Stella il «succo» del revisionismo si riduce a questi quattro autori! Per redigere il libro sul quale mi soffermerò alla fine di questo scritto, Thomas Dalton ha esaminato oltre 90 scritti revisionistici di oltre venti autori. Ma egli voleva anzitutto conoscere e capire; i pisantyani, invece, vogliono soltanto condannare in modo inappellabile, ideologicamente, senza conoscere e senza capire.
Per quanto riguarda Irving, il quale, al massimo, è stato un simpatizzante del revisionismo, non certo un revisionista, affermare che egli «dopo una condanna a tre anni di carcere in Austria fece atto di contrizione per poi tornare alle sue posizioni»(p. 197)
denota una totale ignoranza della questione. Con la sua accettazione dei presunti campi di sterminio orientali, egli ora è diventato più un simpatizzante della teoria olocaustica (11).
Dopo la parodistica esposizione dei prìncipi fondamentali del revisionismo
inventati dalla dottoressa Pisanty (p. 197), Stella sentenzia:
«Si sono incaponiti in tanti, negli anni, sul negazionismo.
Indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto» (p. 198).
Ma di questi «tanti» passa frettolosamente in rassegna soltanto personaggi – musulmani –assolutamente
insignificanti. Indi conclude:
«Insomma: sono decenni che una piccola ma callosa minoranza di storici,
pseudo-storici, hitleriani e maneggioni vari si è accanita a mettere in forse la mattanza degli ebrei.

Ma internet ha consentito che questi schizzi diventassero un melmoso acquazzone»(p. 199).
E che cosa trae da questo copiosissimo «melmoso acquazzone»? Solo questo:
«Su molti siti neofascisti, per dare un’idea, c’è un articolo intitolato
La Dichiarazione di guerra ebraica alla Germania nazista» (p. 199), che, lascia intendere, è pieno di sciocchezze. L’articolo in questione(12) sarà pure stato ripreso da siti neofascisti, ma proviene da una rivista che di certo non lo è: The Barnes Revue. Qui, a onor del vero, non si può imputare a Stella, semplice saggista, una grave mancanza che appartiene alla storiografia olocaustica. In sintesi, il 24 marzo 1933 il Daily Express pubblicò in prima pagina un articolo titolato Judea Declares War On Germany. Jews Off All The World Unite In Action.(CLICCARE QUI per leggere il documento originale) Fatto indiscutibile. La pagina, tra l’altro, è riprodotta proprio nell’articolo summenzionato. La reazione tedesca si fece sentire dopo qualche giorno.

Il 28 marzo 1933 Hitler rivolse un Appello a tutte le organizzazioni del Partito del NSDAP per il boicottaggio contro gli Ebrei in cui fissò le linee operative in 10 punti. L’azione doveva cominciare il 1° aprile(13). Il 29 marzo fu istituito un Comitato centrale per la difesa contro la campagna denigratoria di atrocità e boicottaggio(14). Al processo di Norimberga furono esibiti documenti relativi alla reazione tedesca(15), ma non quelli riguardanti l’azione degli Ebrei americani. E gli storici olocaustici hanno seguito l’esempio dei magistrati. Ecco che cosa scrive al riguardo il più rappresentativo, Raul Hilberg:
«Ciò non dissuase i nazisti a giudicare venuto il momento, agli inizi del 1933, per lanciare una campagna di violenze individuali contro certi Ebrei e di chiamare al boicottaggio generale.
Un movimento di boicottaggio, diretto contro le esportazioni tedesche, fu appoggiato sia da non Ebrei che da Ebrei. Il 27 marzo, il vice Cancelliere von Papen si vide costretto a scrivere alla Camera di Commercio tedesco-americana…»(16).

Il testo, in aperta malafede, è congegnato in modo tale da far credere che il «movimento di boicottaggio» fosse stato una semplice reazione alla «campagna di violenze individuali contro certi Ebrei».

Dopo quest’altro abbaglio madornale, Stella presenta un patetico florilegio di fonti olocaustiche:
Rudolf Höss (pp. 199-200), le cui “confessioni” persino uno storico olocaustico rinomato come Christopher Browning giudica «confuse, contraddittorie, interessate e non credibili»(17).
– Elie Wiesel (p. 200), di cui ho già detto.
Franz Ziereis (p. 200), comandante del campo di Mauthausen.

La vicenda della sua “confessione” è praticamente sconosciuta e merita qualche parola. Ziereis fu colpito da un soldato americano il 22 maggio 1945. Pur essendo «gravemente ferito», con tre pallottole in corpo, egli fu «interrogato per circa 6-8 ore» in tedesco da Hans Marsalek, ex detenuto del campo, dopo di che si affrettò a morire.

Le “confessioni” di Ziereis sono in realtà una “dichiarazione giurata di Hans Marsalek” resa a Norimberga l’8 aprile 1946 (documento PS-3870), quasi un anno dopo. Marsalek non dichiarò di aver stenografato o annotato in qualche modo le presunte dichiarazioni di Ziereis e al riguardo non è mai stato esibito alcuno scritto .

Il documento in oggetto non è un “interrogatorio” in senso stretto, con domande e risposte, ma una presunta “confessione”, evidentemente redatta da Marsalek.

Il comandate del campo non avrebbe mai potuto “confessare” assurdità come questa: «Lì [a Mauthausen] furono uccise circa un milione-un milione e mezzo di persone»(Dort wurden ungafähr 1 1-1/2 Millionen Menschen umgebracht), dato che, come Marsalek stesso ci informa in un libro da lui scritto parecchi anni dopo, per il campo passarono poco meno di 192.000 detenuti, di cui morirono poco meno di 69.000(18).

Non meno ridicola è la “confessione” di aver ucciso personalmente 4.000 detenuti (non 400, come scrive Stella). Qui non mi posso soffermare sull’idea strampalata che nei campi di concentramento qualunque SS potesse uccidere impunemente qualunque detenuto (o farlo uccidere dal… figlio, come riporta Stella). Mi limito soltanto a riferire che il regolamento dei campi di concentramento vietava rigorosamente alle SS non solo di uccidere, ma persino di malmenare un detenuto.

Ma ogni cosa a suo tempo.
– «Le deportate che lavoravano al
Revier, l’infermeria di Auschwitz», spalleggiate da Lucie Adelsberger, che, ci si dice, «sopprimevano i bambini con il veleno per salvare la vita alle madri» (p. 200), crimine nefando se fosse vero, ma è falso. È noto a tutti (tranne che ai pisantyani) che ad Auschwitz i bambini, anche ebrei, nati al campo venivano regolarmente immatricolati.

Ad esempio Danuta Czech, la redattrice del “Calendario” di Auschwitz, sotto la data del 25 giugno 1944 scrive: «Il numero A-7261 è attribuito ad una bambina ebrea che è nata al KL Auschwitz II, Birkenau»(19).

Ma anche di ciò mi occuperò in altra sede.
– Ruth Elias (p. 201), autrice del libro
La speranza mi ha tenuto in vita. Da Theresienstadt e Auschwitz a Israele (20), in cui, come nel testo citato da Stella, dichiara di aver ucciso la propria figlioletta: «Uccisi mia figlia. Sì, Mengele ha fatto di me un’assassina»(21), un’altra azione nefanda… se fosse vera. In realtà questa poco edificante storiella serve soltanto a spiegare il fatto che questa detenuta ebrea avesse regolarmente dato alla luce una creatura ad Auschwitz. Una storiella anche dozzinale, soprattutto riguardo all’ “astuzia” che le permise di superare la “selezione” «nuda e all’ottavo mese di gravidanza»(22), con un bel pancione che ben difficilmente sarebbe passato inosservato. Ma forse Mengele era un imbecille e poteva essere turlupinato con “astuzie” puerili.
Hans Münch (p. 201), ex SS-Untesturmführer, prestò servizio dal settembre 1943 al gennaio 1945 all’Istituto di Igiene delle Waffen-SS di Rajsko, qualche chilometro a sud di Auschwitz. Egli non era affatto, come riferisce Stella, «braccio destro di Mengele all’Istituto di Igiene di Auschwitz-Birkenau»(p. 201), perché egli prestava servizio a Rajsko, mentre Mengele era Lagerarzt (medico del campo) del campo zingari di Birkenau (settore BIIe).

Münch, l’unico SS, e non a caso, ad essere stato assolto al processo della guarnigione del campo di Auschwitz celebrato dai Polacchi a Cracovia dal 25 novembre al 16 dicembre 1947, si pretende, sarebbe poi divenuto sostenitore ed esaltatore del presunto sterminio ad Auschwitz, come nell’intervista di Bruno Schirra citata da Stella. Ma sulla sua attendibilità esistono serissimi dubbi(23).
Ricapitolando, per Stella i revisionisti sarebbero «indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto».

Niente di più falso.
È recente la notizia che degli
olo-bloggers hanno “scoperto” un “nuovo” documento sul caso Gerstein(24). Questo documento (un manoscritto in olandese) l’avevo già tradotto e commentato fin dal 1985(25). Sicché costoro sono arrivati con 25 anni di ritardo. E allo stesso modo hanno “scoperto” testimonianze che io avevo già tradotto e commentato nello stesso anno, come la lettera del barone von Otter in svedese del 23 luglio 1945 o le dichiarazioni del vescovo Dibelius(26). Nel dibattito storiografico, per restare a quell’epoca, ho inoltre introdotto la testimonianza in polacco di Rudolf Reder e varie altre fonti prima ignote. Nel complesso, i documenti e le testimonianze ignoti o ignorati che ho analizzato nei miei studi e in quelli redatti con Jürgen Graf, si contano a decine.
Niente male per uno che dovrebbe essere del tutto indifferente a documenti e testimonianze!
La realtà è che la forza del revisionismo è inversamente proporzionale alla debolezza
dell’olocaustismo, e, che questo sia debole, viene ormai riconosciuto da più parti.

Nel 1992 il prof, Gerhard Jagschitz, incaricato dal Landesgericht di Vienna di redigere una perizia su Auschwitz nel processo contro Gerd Honsik, rilevò:
«Ho inoltre accertato che nella letteratura ricorrono
un gran numero di contraddizioni, plagi e omissioni. Contraddizioni, plagi e omissioni: che significa ciò? Significa che sulle cose generali, grandezze, date non c’è concordanza.
C’è un rimprovero principale che sollevo nel campo della letteratura, se ci si riferisce alla letteratura scientifica, cioè che una gran parte delle opere scientifiche non ha considerato la necessaria
critica delle fonti – vi ritorno ancora nel capitolo fonti –, e soprattutto c’è un numero notevole di opere che non indicano affatto da dove traggono le loro informazioni. […]. Vorrei soltanto dire che una discussione scientifica talvolta è molto difficile e talvolta quasi impossibile con questo genere di letteratura. Falsificazioni, non nel senso di falsi, ma nel senso di inesattezze, possono essere lo scambio di avvenimenti. Direi anche che il problema delle esagerazioni è importante, anche nelle testimonianze. Qui ci troviamo esattamente nella problematica centrale che ricorre continuamente nella letteratura revisionistica, cioè il numero delle vittime – ci ritornerò esattamente in un punto specifico. Singoli avvenimenti vengono descritti come accaduti più volte. Di tanto in tanto viene affermata una testimonianza oculare quando questa non c’è, ma proviene da terzi, e – ne parlerò ancora un po’ in relazione ai testimoni – c’è il problema degli stereotipi. […].
Un altro problema è che un numero di istituti di raccolta [di documenti] riguardo a nazionalsocialismo, guerra mondiale, crimini nazionalsocialisti, di regola hanno lavorato secondo criteri
non scientifici. […].
Bisogna dunque pur sapere che tutte le testimonianze nei procedimenti giudiziari non hanno espresso la verità, bensì la ricerca della verità del tribunale e ciò significa che spesso qualcuno, se non gli è stato chiesto, non ha parlato»(27).

Ma già nel 1989 Jean-Claude Pressac aveva definito la storiografia olocaustica di allora
«
una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l'umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparse di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca»(28).

Nel 1996 lo storico e romanziere francese Jacques Baynac scrisse(29):
«Per lo storico scientifico,
la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi.

Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega.

Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi?

Ai negazionisti.

L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile, stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono:

non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine – e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese – dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina.

La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti.

Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”»(30).

Fine parte 1

Parte 2

Sottolineatura,grassetto,colore,foto, NON sono parte del testo originale.Per ulteriori informazioni,dettagliate,tecniche,storiche sul preteso olocausto ebraico si consiglia il sito,dedicato alle opere di Carlo Mattogno, maggior conoscitore mondiale dei fatti(waA359) : http://revisionismo.splinder.com/

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Commenti

La disperazione è tanta ,ma nascono già così?

Scritto da: Sara | 18.02.2010

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