06.02.2010

Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager Parte 1


Una messa a punto marxista sulla questione del revisionismo storico

di Cesare Saletta


Parte 1


Premessa


Elie_Wiesel_1997_clown_holocaust.JPG

La falsità dell'O£OCAU$TO ebraico : wiesel elie,ebreo,sedicente internato in lager. CLOWN dell'O£OCA$H ,come definito da altro ebreo.Per lui le camere a gas NON sono mai esistite! $,Sottolineature, grassetto, colorazione, foto... NON compaiono nel testo originale (WaA359)

L'articolo che riprendiamo da «La Guerre sociale», n o 3, giugno 1979, fu la
prima espressione pubblicistica dell'interesse con il quale da qualche
frazione di sinistra rivoluzionaria si era cominciato in Francia a guardare
al revisionismo. E, poiché oggi il termine, per l'uso estensivo che qui da
ultimo ne viene fatto dai media (e, prima ancora, per essere stato applicato
anche alle posizioni di Nolte e colleghi), rischia di smarrire lo specifico
significato che aveva assunto al momento in cui Robert Faurisson
riproponeva, sviluppandoli, i filoni tematici cui Paul Rassinier si era
consacrato negli anni Cinquanta e Sessanta pagando lo scotto di un
ostracismo affrontato con esemplare dignità
, sarà opportuno precisare che
per revisionismo intendiamo la riconsiderazione critica degli scopi, delle
modalità e degli esiti della persecuzione antiebraica ad opera del nazismo
.


La lettura di questo articolo basterà largamente a porre in risalto, contro

menzogne interessate e squallide calunnie, come questa riconsiderazione non
suggerisca l'apologia
della peculiare forma in cui la dittatura
capitalistica si esercitò in Germania tra il '33 e il '45 se non a chi in
cuor suo sarebbe pronto ad ascriverle a merito un operato effettivamente
rispondente a quello cui la vulgata sterminazionistica ha preteso di
conferire indiscutibile carattere di verità storica.

Questa riconsiderazione, per contro, consente di comprendere le dinamiche
obiettive del fenomeno concentrazionario col ricollegare la montagna di
cadaveri prodotta dai lager
enorme, per drasticamente ridimensionabile che
risulti il numero delle vittime all'operare di quei processi selettivi che,
connaturati a qualsiasi istituzione penitenziaria di massa, non potevano che
decuplicare la propria potenzialità assassina in condizioni come quelle
originate a partire dal '42 da una guerra che per il regime hitleriano
volgeva inesorabilmente al disastro. Di per sé quella montagna di cadaveri
non presuppone in chi ne porta la responsabilità in quanto responsabile
della creazione dei campi un tasso di mostruosità superiore a quello
presente negli avversari "democratici" della Germania nazista, e di ciò
l'indagine revisionistica fornisce la riprova quando, spostata la sua
attenzione dai lager il cui normale funzionamento non poteva produrre in
quelle date condizioni risultati differenti da quelli che produsse, voluti o
non voluti, previsti o non previsti che essi fossero alla progettualità che
presiedette alla loro creazione, perviene, sempre mantenendosi sul terreno
della ricerca empirica, cioè sul terreno dei fatti così come li accerta la
ricerca storica seguendo i criteri che fondano la sua scientificità, a
concludere all'inesistenza di un qualunque intento di etnocidio e di un
qualunque piano di sterminio.

È a questo punto che si presenta l'interrogativo del come e perché e in
conformità agli interessi di chi, un progetto di sterminio non essendoci
stato
, le camere a gas così come descritte in molteplici quanto dubbie
testimonianze
e così come visibili ancora oggi nei campi manifestandosi vere
e proprie assurdità dal punto di vista della fisica, della chimica e della
tecnologia
, il numero effettivo delle vittime dell'istituzione
concentrazionaria importando una riduzione impressionante rispetto alle
cifre correnti
, si sia arrivati ad una situazione in cui il genocidio, le
camere a gas e i sei milioni di morti appaiono ai più come tanto
indiscutibili ed evidenti che la semplice possibilità che li si revochi in
dubbio oltrepassa le normali capacità di immaginazione
.

È a questo punto, cioè, che la questione cessa di essere strettamente
storica per diventare politica
: nel momento in cui sorge questo
interrogativo.

Nel darvi risposta si dovrà tenere ben presente che la
leggenda dello sterminio
leggenda che poggia, sia chiaro, su una massa di
sofferenze fin troppo reali ha più radici, e l'articolo che proponiamo non
lascia dubbi a questo riguardo; ma
si dovrà altresì tener presente che nella
perpetuazione della leggenda
e nelle iniziative intese a imbavagliare i
revisionisti un ruolo fondamentale è svolto dal movimento sionista:

«lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe a Israele la
possibilità
, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o
poco meno il
rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una
tragedia
la quale nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe
luogo mai
. Tragedia vi fu, ma, per minor sventura, si articolò in termini
del tutto diversi,
in meno peggio, da quelli fissati nel mito»[*] .

Nel momento presente, della tutela degli interessi sionistici si fanno
carico quei governi che non arretrano di fronte a quella vera e propria
enormità che consiste nel
trasformare la ricerca revisionistica in reato
penale
e che in questo modo, sussidiariamente, vengono in soccorso di quei
professionisti dell'antirevisionismo che un pubblico dibattito ad armi pari
e sottratto sia ai linciaggi posti in essere dai media, sia alle condanne
irrogate da magistrati compiacenti, ridurrebbe al silenzio, tanta è la
penuria nella quale essi versano di argomenti atti a sostenere un serio
esame.


Il lettore non perda di vista il fatto che l'articolo della «Guerre
sociale», se è per molti aspetti superato, lo è nel senso che oggi, grazie
allo sviluppo assunto in epoca successiva alla sua comparsa dagli studi
revisionistici sviluppo nel favorire il quale ha giocato una parte di primo
piano La Vieille Taupe, casa editrice di sinistra rivoluzionaria:
circostanza che sottolineiamo tanto più volentieri quando è il fascista
Veneziani a sentenziare che
«chi nega l'olocausto è un imbecille» («Il
Venerdì di Repubblica», 13 maggio 1994 [**] ) , la massa delle conoscenze
sulla vicenda concentrazionaria si è enormemente accresciuta; e questa massa
di conoscenze a tal punto ha confermato le conclusioni già raggiunte dal
revisionismo in antecedenza che se quella vicenda potesse venir trattata
così come è norma che sia trattato un qualunque accadimento storico il mito
che su di essa si è innestato, non che poter godere del crisma ufficiale di
verità incontrovertibile, sarebbe nient'altro che un ricordo: il ricordo di
un fenomeno la cui spiegazione rientrerebbe nella competenza della
psicologia sociale
.

Agosto 1994

C.S. - G.L.

Note:

[*] C.Saletta, Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet, Graphos,1993, p. 13.

[**] La dichiarazione del Veneziani di inserisce in un discorso
scopertamente inteso ad accreditare la destra di governo di un margine di
accettabilità, o non-inaccettabilità, presso il giornale di Scalfari e De
Benedetti, del quale è risaputo il conformistico accanimento
antirevisionistico
(infinitamente meno risaputo è, per contro,
l'atteggiamento di apertura che lo stesso giornale non era alieno dal
manifestare al riguardo, quantunque solo in via privata e per giunta, quasi
questo non bastasse, in forma anonima: v. Sionismo e Medio Oriente, Gruppo
comunista internazionalista autonomo, Milano, 1984, pp.52, n. 3, e 55 s.).

La più recente espressione di questo accanimento è l'articoletto -
bellicosamente intitolato Abbasso il revisionismo - che S.Fio., ossia
Simonetta Fiori, vi ha pubblicato il 21 giugno per annunciare il convegno di
storici che si apriva ad Arezzo
il giorno di poi.Se non fosse per la
circostanza che segnaleremo più oltre, di questo articoletto non varrebbe la
pena di occuparsi se non come di un saggio del livello davvero infimo
dell'informazione con il supporto della quale certo giornalismo che passa
per colto definisce i suoi atteggiamento: la Fiori, scrivendo sul più
diffuso quotidiano italiano, vi si mostra ignara (e la cosa è enorme, anche
se noi abbiamo di che rallegrarcene) perfino del titolo del libello di
Vidal-Naquet; e, così, è a Leonardo Paggi che viene ascritta la paternità
della definizione dei revisionisti come «assassini della memoria»
.In fatto
di impreparazione è difficile andare più in là.

Ed eccoci alla circostanza di cui dicevamo.La Fiori, il giornale di Scalfari
e De Benedetti e Nicola Tranfaglia, dalla Fiori citato testualmente e pure
lui, del resto, collaboratore regolare della testata, sapevano in anticipo
dell'assenza dal convegno
(della cui organizzazione il Tranfaglia era magna
pars) degli «studiosi revisionisti». Benché «costantemente presenti nel
dibattito», l'indomani ad Arezzo questi studiosi non ci sarebbero stati, in
nessuna veste: «non saranno in platea» diceva il Tranfaglia.Neanche «in
platea»!


Ora, come non poteva non essere perfettamente noto alla «Repubblica», al
Tranfaglia e finanche alla Fiori, il convegno veniva finanziato con denaro
che, almeno in parte, era pubblico
(l'elenco degli enti elargitori lo si può
leggere nel «Manifesto» del 21giugno). Bisognerà concludere che il giornale
di Scalfari e De Benedetti, tanto sensibile al tema dell'impiego corretto
delle risorse di tutti, trova poi naturale che inviti ed esclusioni ad un
convegno che si tiene a spese anche pubbliche vengano decisi in base
all'orientamento degli studiosi?
(E una domanda come questa la si potrà
formulare senza venire accusati di simpatie per Berlusconi?)

Chissà perché, quando si tratta, da vicino o da lontano, di revisionismo,
certi nobili scrupoli di ascendenza einaudiana o ernestorossiana spariscono
come d'incanto
.Ah, i nostri democratici-borghesi! Quasi quasi li diremmo
impagabili, se la prudenza non ci suggerisse che a proposito di borghesi può
essere rischioso evocare - e per negarlo, poi... - il concetto di pagamento.

Pare di capire (si veda «Il Manifesto», 21 e 28 giugno) che al convegno il
revisionismo - qualunque cosa si intenda con questa parola: quello "perbene"
di Nolte et alii, quello "nefando" di Rassinier, Faurisson, Rocques, Butz,
ecc. - sia stato, sì, presente, ma solo sullo sfondo, come spettro da
esorcizzare, non certo come insieme di acquisizioni che una discussione tra
addetti ai lavori non disposta a risolversi in una presa in giro dovrebbe
prefiggersi di esaminare nella loro pretesa ad una fondatezza obiettiva,
senza baloccarsi, alquanto ipocritamente con il falso problema della loro
proponibilità
.

Come è chiaro, quella della proponibilità di un'indagine è una pregiudiziale
che, quando è priva del supporto di incontrovertibili motivazioni di merito,
non ha diritto di cittadinanza nel campo del sapere storico: è da tutt'altra
sfera che vi viene trasferita, e in conformità a preoccupazioni che di
scientifico non hanno proprio nulla.La cosa è di tutta evidenza nell'annosa
vicenda del revisionismo
.

***


Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager

[...] mi è sembrato indispensabile fissare le cause dell'orrore in tutti i
loro aspetti, non fosse altro che per ricondurre al suo giusto valore
l'argomento soggettivo di cui venne fatto così largo uso, e per orientare un
po' di più verso la natura stessa delle cose [...]
P. Rassinier, Le Mensonge d'Ulysse

Vent'anni dopo la Prima Guerra mondiale, il mito dei bambini cui i tedeschi
avrebbero tagliato le mani aveva ancora corso. Fin dal 1914 André Gide
rifiutava di prestarvi fede e reclamava delle prove. Non fu possibile
fornirgliene
. Ci si risentì con lui sia per la sua «mancanza di
patriottismo», sia perché aveva messo certi francesi nell'obbligo
increscioso di
riconoscere il loro errore: si erano fatti passare per
vittime della barbarie teutonica dei bambini che si erano feriti giocando
con granate abbandonate sul campo di battaglia
. La Seconda Guerra mondiale
ha suscitato miti ancora più stravaganti, ma prenderli di petto non è
igienico
.
R. Faurisson, A-t-on lu Lautréamont?

Su cinquanta libri dedicati alla Germania in una biblioteca municipale
ordinaria, trenta riguardano il 1939-45 e, di questi trenta, venti
riguardano la deportazione. La visione dei campi proiettata per il grande
pubblico è quella del regno dell'orrore allo stato puro, un orrore guidato
da una logica sola, quella del terrore. Questa visione poggia su una
descrizione apocalittica della vita di campo e su analisi storiche che
affermano che i nazisti hanno pianificato lo sterminio
di milioni di uomini,
in particolare di sei milioni di ebrei. Certi autori, come David Rousset,
vanno più lontano: i nazisti non volevano soltanto uccidere, ma volevano
degradare, far sì che dei «subumani» prendessero coscienza della propria
condizione attraverso un invilimento calcolato e della propria subumanità
attraverso un decadimento organizzato.

Regolarmente, questa visione esce dalle biblioteche e invade l'insieme dei
mass media. Così è accaduto di recente: prima a seguito di un'intervista di
Darquier de Pellepoix, ex-commissario alle questioni ebraiche nel governo di
Vichy, poi dopo la proiezione del telefilm Olocausto in parecchi paesi, tra
i quali gli Stati Uniti, la Germania federale e la Francia. A seguito di
ciò, siamo stati gratificati non solo da numerosi commenti giornalistici, ma
anche da interventi di uomini di Stato. L'11 novembre '78 Giscard d'Estaing
parlava di «questa perversione dello spirito che è costituita da tutte le
forme di razzismo». Sarà perché ha lo spirito perverso che la Francia
rifornisce di armi il Sudafrica? Helmut Schmidt, in un'intervista diffusa il
6 marzo '79, faceva suo pro di tutto affermando:

Bisogna che i giovani vedano bene qual è il parallelismo di quei
concatenamenti di tappe psicologiche che ieri hanno portato a milioni di
morti e che oggi portano ad atti terroristici che causano anch'essi la morte
di persone.

L'insistenza sui crimini nazisti ha come prima funzione quella di
giustificare la Seconda Guerra mondiale e, più in generale, la difesa della
democrazia contro il fascismo: la Seconda Guerra mondiale non sarebbe stata
tanto un conflitto fra nazioni o imperialismi, quanto piuttosto una lotta
fra l'umanità da una parte e la barbarie dall'altra
. I dirigenti nazisti
erano ci si dice dei mostri e dei criminali che si erano impadroniti del
potere. Quelli di loro che sono stati catturati dopo la disfatta sono stati
giudicati a Norimberga dai loro vincitori. Per questa visione è essenziale
mostrare nei nazisti una volontà di massacro. Certo, uccisioni ce ne sono in
tutte le guerre, ma loro, i nazisti, volevano uccidere. Questo è il peggio,
ed è questo, prima di ogni altra cosa, che viene loro rimproverato.
Moralismo aiutando, li si biasima non tanto di aver fatto la guerra, dato
che uno Stato rispettabile vi si può lasciar andare, ma di essere stati
sadici. I bombardamenti intensivi e assassini di Amburgo, Tokyo, Dresda, le
due bombe atomiche, tutti quei morti vengono giustificati come un male
necessario
per evitare altri massacri il cui orrore sarebbe consistito nel
fatto che, questi, sarebbero stati sistematici. Fra i crimini di guerra
nazisti e le pratiche dei loro vincitori non vi sarebbe paragone possibile
.
Lasciar intendere il contrario sarebbe già farsi complici, consapevoli o
inconsapevoli, di quei crimini e permettere ch'essi si producano di nuovo.
La
giustificazione del 1939-45 non è affare da poco. Bisogna dare un senso a
questa strage senza eguali che ha fatto decine di milioni di vittime: si
potrebbe forse ammettere che era per riassorbire la crisi del '29 e per
consentire al capitalismo di ripartire di buona lena? Questa giustificazione
sorregge l'antifascismo di oggi e di domani e dunque la sinistra che se ne
alimenta,
scusando così la propria partecipazione al sistema.

Lo Stato d'Israele, esso stesso in gran parte un sottoprodotto della Seconda
Guerra mondiale, ha rifatto un processo di Norimberga alla propria scala,
giudicando Eichmann nel '61, per giustificare la propria esistenza
. Il
ricordo del razzismo nazista e dell'«olocausto», così come la cattiva
coscienza occidentale nei confronti degli ebrei, permettono di dimenticare o
di minimizzare il fatto che questo Stato fu fondato sulla cacciata della
popolazione palestinese, con la forza del denaro e delle armi
. L'aiuto
finanziario fornito dalla Germania federale a titolo di riparazione è
tutt'altro che trascurabile. Israele ha rotto recentemente le relazioni
sportive con il Sudafrica e il suo apartheid per poter prendere parte ai
giochi olimpici di Mosca, cioè in un paese in cui l'antisemitismo se la
passa bene. In Israele, le opposizioni etniche permangono all'interno della
comunità ebraica, intersecando delle opposizioni sociali. Hannah Arendt nel
suo libro La banalità del male (Feltrinelli), sul processo di Eichmann a
Gerusalemme, trova che al momento del processo c'era


qualcosa di stupefacente nel candore con cui il procuratore denunciò le
inique leggi di Norimberga che, nel '35, avevano proibito il matrimonio e i
rapporti sessuali fra ebrei e tedeschi
”.

Infatti anche in Israele esistevano leggi del genere.

D'altro canto, il precedente che, a rigore, avrebbe potuto permettere di giustificare sul
piano della giurisdizione internazionale il rapimento dell'apolide Eichmann
,
compiuto per poterlo giudicare a Gerusalemme, era il rapimento di un ebreo
apolide compiuto in Svizzera nel '35 da agenti della Gestapo
. Israele ha
rimesso in onore i principî dello spazio vitale
e della guerra preventiva,
principi di cui si servivano i nazisti
.

Si insiste sui morti nella deportazione piuttosto che sui milioni di uomini
che ogni anno muoiono di fame nel mondo. Nannen, caporedattore della rivista
tedesca «Stern», a proposito delle persecuzioni antisemite ha dichiarato:
«Sì, lo sapevo, ed ero troppo vile per oppormici». Ci confida che sua
moglie, vedendo le immagini di Olocausto, si è messa a piangere ricordandosi
che quando aveva appena vent'anni passava davanti alle vecchie ebree che
facevano la coda e si faceva servire prima di loro. Oggi c'è ancora gente
che continua ad essere servita prima degli altri, e non possiamo non
saperlo. Recentemente Jean Ziegler, presentando il libro Paysans écrasés,
terres massacrées, di René Dumont, ci insegnava che

il solo raccolto mondiale di cereali del '77 un miliardo e quattrocento
milioni di tonnellate sarebbe bastato a nutrire correttamente tra i cinque e
i sei miliardi di esseri umani. In questo momento noi siamo sulla terra solo
un po' di più di quattro miliardi, e ogni giorno dodicimila di noi muoiono
di fame.

Si rimprovererà ai nazisti di avere organizzato la morte in maniera
scientifica e di avere ucciso in nome della scienza con esperimenti medici
su cavie umane, ma queste pratiche non sono per nulla un loro monopolio.
All'indomani di Hiroshima «Le Monde» titolava: Una rivoluzione scientifica.

Ma l'ideologia non è soltanto l'insistenza su certi fatti per sostenere i
vincitori contro i vinti, le sofferenze passate contro le sofferenze
presenti; queste giustificazioni sono sottese da tutta una concezione che è
il prodotto dei rapporti sociali capitalistici e tende a mistificare la
natura di questi rapporti. Questa concezione è in larga parte comune ai
democratici e ai fascisti. Essa riconduce le divisioni sociali a questioni
di potere e considera la miseria e l'orrore come il risultato di delitti.
Essa è sistematizzata da un pensiero antifascista, antitotalitario, ma per
prima cosa controrivoluzionario. L'assenza del proletariato come classe
rivoluzionaria, molto più del pericolo nazista o fascista, oggi abbastanza
debole, dà a questa ideologia la sua forza e le permette di ricostruire a
suo profitto la storia. Infatti, la messinscena e la falsificazione storica
non sono un monopolio staliniano. Fioriscono anche in un ambiente
democratico di libertà di pensiero e di espressione.

La nostra preoccupazione non è quella di riequilibrare in uno spirito di
giustizia i torti e il numero di cadaveri, e di non dar ragione a nessuno in
quanto i crimini nazisti sarebbero, in sostanza, solo crimini del capitale,
dei quali si potrebbe allungare indefinitamente l'elenco sperando così di
condannare meglio il sistema; non è neanche quella di scusare i crimini di
Stato in nome di una fatalità socio-economica che si servirebbe della mano
degli uomini evitando loro di dover rendere conto a chicchessia. Non si esce
dalla visione politico-giudiziaria ripetendo che il grande responsabile è la
società, vale a dire tutti e nessuno. Se questa visione deve essere
criticata è per il fatto che il modo di accusa del capitale è in pari misura
il suo modo di giustificazione. Si tratta di smontare questa messinscena per
mezzo della quale il sistema cioè anche dei politicanti, degli intellettuali
si serve della miseria e dell'orrore da esso stesso prodotto per difendersi
contro la critica reale di questa miseria e di questo orrore.


Il fenomeno concentrazionario


Nella sua forma moderna il fatto concentrazionario inizia con la guerra
anglo-boera nel Sudafrica (1899-1902) ed è il risultato di tre realtà.

1. I trasferimenti di popolazione

Pur non datando da oggi (ebrei deportati a Babilonia), i trasferimenti di
popolazione prendono un nuovo slancio con la creazione degli Stati moderni e
con la determinazione conflittuale del loro territorio. Là dove l'unità
nazionale è fragile, le minoranze, spesso lacerate e disputate fra più
paesi, pongono un problema agli Stati incapaci sia di assimilarle sia di
espellerle, soprattutto dopo il '18 e il '45. Circa trenta milioni di
europei, dei quali il 60% tedeschi, hanno perso il loro focolare a seguito
della guerra del 1939-45
. La decolonizzazione ha provocato emigrazioni
volontarie o forzate che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di
persone (specialmente in occasione della spartizione delle antiche Indie
inglesi tra l'India e il Pakistan). Accade che trasferimenti forzati abbiano
per movente non il bisogno diretto di unificare il paese, ma quello di porre
in disparte, talora all'interno del paese stesso, una minoranza pericolosa.
Nel 1915 l'Impero ottomano non si accontentò di uccidere numerosi armeni, ma
ne deportò anche molti, e buona parte di essi morì nel deserto. Nel 1940-41
l'urss spostò un grandissimo numero di polacchi dell'Est verso la Russia del
Nord; poi, dopo l'attacco tedesco, deportò i tedeschi del Volga, i baltici,
i tatari, ecc.

Chi dice migrazione forzata dice necessità di riunire delle popolazioni per
l'attesa della partenza, per il trasporto e l'attesa di una soluzione
all'arrivo: tutto questo in campi dove le si concentra. Dopo il '45 c'erano
in Europa milioni di «persone spostate», molte delle quali vivevano in campi
in condizioni difficilissime. Nel '50 uno scandalo rivelò che degli
orfanelli ricevevano solo da trecento a quattrocento calorie al giorno. È
improbabile che si sia cercato di farli morire di fame: più semplicemente,
essi non avevano nessun mezzo di pressione e venivano serviti per ultimi.

2. Il lavoro forzato

L'indifferenza del capitale per l'attività umana, la sua preoccupazione
esclusiva di procurarsi manodopera per valorizzare se stesso, fa si che esso
rinunci, quando non può fare altrimenti, ad uno dei suoi principi: la
libertà di vendere o non vendere la propria forza lavoro. Nelle colonie esso
fece ricorso alla costrizione quando nulla spingeva l'indigeno ad andare a
sfinirsi nella piantagione o sulla linea ferroviaria, prima che la
penetrazione monetaria non lo incitasse a vendere di propria iniziativa la
sua forza lavoro per acquistare mezzi di consumo diventati necessari.
L'originalità di Stalin, a paragone con Hitler, è di aver fatto

del lavoro forzato una base permanente della società e dell'economia

russa per decenni,rendendo sistematici i procedimenti autoritari successivi al '17
(militarizzazione del lavoro), spogliandoli di ogni ambiguità rivoluzionaria
per farne uno strumento d'inquadramento dirigistico della manodopera.
D'altronde è successo che un detenuto liberato si sia augurato di rientrare
nel campo in quanto fuori viveva da miserabile, pur esercitando lo stesso
mestiere.


L'impiego su larga scala del lavoro forzato è un sintomo di arcaicità dal
punto di vista capitalistico: testimonia un'incapacità di far entrare in
azione le molle del salariato. Inevitabilmente il lavoro forzato è più
estensivo che intensivo: rimedia all'assenza delle macchine nei grandi
lavori di interesse pubblico (prigionieri tedeschi impiegati a scavare
canali in Russia, dove molti fra loro hanno trovato la morte
). Il lavoro
forzato si attaglia ad attività in cui la massa conti più di ogni altra cosa
e male si presta all'industria. Lo Stato tedesco dovette appunto venire a
patti con i suoi operai perché non si poteva mettere una SS davanti ad ogni
macchina utensile.

Caricatura del lavoro salariato, il lavoro forzato fa ciò di cui la
specifica logica del capitale non si fa carico, in quanto non darebbe
abbastanza profitto o in quanto manchi il capitale necessario. È la
conseguenza di una falla nella logica capitalistica, ma questa eccezione non
ha senso ed esiste solamente per l'insieme del capitale. Il lavoro forzato
non è la negazione del salariato più di quanto il fatto che lo Stato si
faccia carico di settori in deficit neghi il capitale. Così nella Russia
staliniana le aberrazioni del lavoro dei deportati, come il canale scavato
che successivamente non servirà a nulla
, riproducono, esasperandoli, gli
sciupii specifici del capitalismo di Stato, che a loro volta generano altre
aberrazioni nell'economia "normale".

Le deportazioni massicce di ebrei e non-ebrei ebbero luogo soprattutto nel
1942-44
perché fu allora che la Germania abbisognava di tutte le sue forze
in una guerra che cominciava a perdere. Essa mobilitò il lavoro rendendolo
obbligatorio
. Bisognava sostituire i lavoratori tedeschi mandati al fronte
con prigionieri, deportati e volontari
. Su una trentina di milioni di
lavoratori impiegati nell'economia tedesca di guerra, da dodici a tredici
milioni erano stranieri, ivi compresi i concentrazionari
. Questa cifra era
al di sotto delle possibilità obiettive e dei bisogni. Ma l'occupante entrò
in urto con le popolazioni. Se riuniva un gran numero di lavoratori, perdeva
però sulla qualità e dissipava una quantità inaudita di forze produttive.

3. La neutralizzazione sociale


L'assenza di repressione dichiarata non rivela un capitale meno forte o più
contestato. Una società come quella dell'Ancien Régime non può impedire
anticipatamente gli atti che la rimettono in discussione e neppure può
conoscerli bene; infligge dunque un castigo esemplare a quelli fra i
colpevoli, o ritenuti tali, sui quali può metter la mano. L'affermarsi del
capitale ha coinciso con la pratica dell'imprigionamento, con una
razionalizzazione delle punizioni e con una minore accentuazione della loro
spettacolarità. L'attuale tendenza degli Stati all'abolizione della pena di
morte è solo il prolungarsi di questo movimento, non un progresso e una
vittoria della compassione sul sadismo. In Occidente ci si agita a causa del
ritorno della legge coranica in certi paesi arabi: mano tagliata ai ladri,
bastonatura per l'adultero, ecc., ma quello che turba è il carattere
immediato e spettacolare della punizione piuttosto che la crudeltà in sé. Ci
si adatta benissimo al fatto che degli uomini marciscano e riescano o non
riescano a suicidarsi in carceri "a cinque stelle".

Ma perché i campi? Perché le prigioni sono già piene, perché sono costose e,
per l'urss, per ovviare alla mancanza di manodopera nei settori economici
ingrati: miniere, regioni dal clima aspro
. Un capitalismo sviluppato
attirerebbe la manodopera mediante salari superiori, un'attrezzatura e delle
abitazioni confortevoli. L'urss, al contrario, disponeva di regioni poco
popolate, marginali, nelle quali era necessario un lavoro estensivo. Essa
doveva produrre degli sradicati, dei lavoratori messi ai margini,
inevitabilmente poco produttivi
. Il «Grande Terrore» era tanto una necessità
economica quanto una necessità politica
. Evidentemente negli usa gli
americani non avevano avvertito il bisogno economico di far lavorare le
migliaia di loro concittadini chiusi nei campi dopo Pearl Harbor perché di
origine giapponese
. Se hanno dato loro qualcosa da fare, è stato soprattutto
per evitare loro l'ozio e la disgregazione.

L'internamento in campi è un fenomeno generale dell'epoca moderna.

Anche in Inghilterra vi sono stati rinchiusi coloro che si opponevano alla guerra.

In Francia campi per repubblicani spagnoli erano stati creati nel '38 vicino
alla frontiera a Gurs e a Rivesaltes
. Saranno utilizzati nel '39 per gli
apolidi, specie per quelli di origine tedesca, e per gli spagnoli liberati
del 1 o Reggimento di campagna dei volontari stranieri, che nel '42 saranno
scaricati nei campi tedeschi nello stesso modo in cui, dalla firma del patto
germano-sovietico dell'agosto '39 al 21 giugno '41, si sono effettuati tra
campi sovietici e campi tedeschi alcuni trasferimenti di cittadini sovietici
e tedeschi. I giapponesi impiantarono campi in Indocina, ce ne furono in
Grecia, se ne fecero di nuovi in Indonesia dopo la caduta di Sukarno per
centinaia di migliaia di "comunisti" o supposti tali. Questo elenco non è
completo. Taluni che sono passati da campo a campo sono arrivati a dire che
quelli della Francia e dell'Inghilterra potevano essere peggiori dei campi
tedeschi
. Questo giudizio può sembrare eccessivo, ma istituire un paragone
non è cosa priva di senso.

Il fatto concentrazionario non è un'invenzione né del nazismo né dello
stalinismo. È una risposta al problema delle migrazioni forzate economiche o
politiche: neutralizzare un certo numero di persone che sono tanto più
numerose quanto meno il potere si sente sicuro di sé, facendole lavorare
secondo i bisogni e le possibilità. Risposta improvvisata, ma anche risposta
burocratica, in quanto organizza dal di fuori un'attività che non si può
organizzare da sola.

Perché questi uomini sono esclusi dalla società? Perché, nel caso delle
minoranze etniche, esse sono considerate di troppo. Il dramma degli ebrei è
stato di essere di troppo dappertutto
, respinti dalla totalità degli Stati
prima di creare il loro, il che è stato possibile solo quando il loro
nemico, lo Stato tedesco, si è ritrovato diviso in due parti. Le minoranze
deportate da Stalin hanno avuto un po' più di fortuna, perché hanno sì
lasciato molti morti lungo la strada, ma almeno hanno trovato all'arrivo una
regione e qualcosa da fare, anche se le condizioni generali e il clima erano
ben lontani dal loro modo di vita originario. Quanto ai "devianti" politici
o sociali, essi sono esclusi perché la società non ha, in queste situazioni
di crisi, altro mezzo di neutralizzarli fuorché quello di toglierli dalla
circolazione. Poiché il problema è quello di sbarazzarsene, sapere se viene
riservata loro una sorte sopportabile diventa del tutto secondario.

Riguardo ai nordafricani in Francia che sostenevano il Fronte Nazionale di
Liberazione, Alex Moscovitch dichiarava al Consiglio comunale di Parigi:

“Cinque milioni di francesi possono essere colpiti dall'oggi al domani nei
loro beni e nella loro vita a causa di circostanze che essi né hanno voluto
né hanno provocato”.

E proponeva una soluzione radicale:

“Tutti questi agenti del nemico debbono essere mandati via dal territorio
metropolitano. Sono due anni che domandiamo la possibilità di farlo. Quel
che ci occorre è molto semplice e molto chiaro: l'autorizzazione e un numero
sufficiente di navigli. Il problema consistente nel far colare a picco
questi navigli, non è, ahimè, di competenza del Consiglio comunale di
Parigi”.

Egli confermava questo discorso il 15 gennaio '63 in occasione di un
processo per diffamazione da lui intentato:

Ho effettivamente deplorato che i nemici della Francia non siano stati
sterminati e lo deploro ancora!” («Le Monde», 17 gennaio 1963).

Leggere Rassinier

I campi sono un prodotto del capitalismo non solo nella loro origine ma
anche nel loro funzionamento. L'interesse delle opere di Paul Rassinier e in
modo particolare de La menzogna di Ulisse sta nel permettere una concezione
materialistica della vita, e quindi della morte, all'interno dei campi.

Paul Rassinier (1906-1967) aderisce al Partito comunista nel '22. Si
schiererà con l'opposizione di sinistra e verrà espulso nel '32. Milita a
sinistra del pcf, poi passa alla sfio per partecipare alla Sinistra
rivoluzionaria di Marceau Pivert. Di fronte all'ingigantirsi dei pericoli
difende le tesi pacifiste. Scoppiata la guerra, sarà un resistente della
prima ora. Arrestato dalla Gestapo nell'ottobre '43, torturato e poi
deportato a Buchen-wald e Dora per diciannove mesi, ne ritornerà grande inva
lido.

Dopo la guerra, Rassinier scrisse in giornali pacifisti e libertari ma anche
in riviste di estrema destra. Le sue opere sulla questione concentrazionaria
furono pubblicate per conto del-l'autore o da editori di estrema destra.
Coloro che da ciò traggono di che argomentare contro di lui sono proprio
quelli che avrebbero voluto che egli non fosse mai pubblicato
. Di lui la
Vielle Taupe (B.P. 9805, 75224 Paris Cedex 05) ha ripubblicato Le Mensonge
d'Ulysse, Le Drame des Juifs europeens, Le Véritable Procès Eichmann, ecc.

Nel '62, nell'introduzione al libro sul processo Eichmann, Rassinier si
spiega così:

Quando finirono le ostilità, ci furono sul momento solo poche persone che
pensavano che fosse necessario passare al vaglio gli orrori e le
responsabilità della Seconda Guerra mondiale, ed è degno di nota il fatto
che queste persone siano state soprattutto di destra e che, inoltre, abbiano
fondato la loro posizione sui principi in nome dei quali venticinque anni
prima gli intellettuali di sinistra avevano rifiutato Versailles
. Quanto
agli intellettuali di sinistra, essi, nella loro schiacciante maggioranza,
hanno approvato ed esaltato Norimberga in nome di principi dei quali, al
tempo di Versailles, rimproveravano il carattere reazionario a quelli della
destra che li facevano propri, e il fenomeno non è meno degno di nota
. In
ogni caso, vi è in ciò un'inversione abbastanza curiosa nel campo dei
principi ed è in questa inversione che si situa il mio dramma personale.

E spiega il suo itinerario:

Bisognava ricominciare tutto a partire da zero: prendere i fatti uno ad uno,
studiarli nella loro materialità e infine ricollocarli correttamente nel
loro contesto storico []. Io cominciai con il fatto storico sul quale, per
averlo vissuto
, mi credevo informato al meglio: il fenomeno
concentrazionario. Poiché esso era in primo piano nell'attualità e poiché
tutti i dibattiti pubblici vi si riconducevano, mi si scuserà se ho pensato
che mai occasione sarebbe stata più favorevole. La menzogna di Ulisse fu il
primo atto di fedeltà ai principi della sinistra del '19.

L'opera di Rassinier va nel senso di una limitazione. Verso la fine della
sua vita egli attribuirà un peso eccessivo alle pressioni della comunità
ebraica internazionale nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale
. Ciò
dipende dal fatto che Rassinier, pacifista, crede che la guerra sia stata
provocata - oltre che dal crollo della sinistra rivoluzionaria, con cui da
principio aveva simpatizzato - da circostanze superficiali e che avrebbe
potuto essere evitata. Il suo terribile isolamento lo porterà a frequentare
personaggi di estrema destra e a subirne l'influenza.

Una delle prime preoccupazioni di Rassinier è quella di respingere l'idea di
una volontà cosciente di sterminio
. Egli mostra l'inconsistenza dei testi su
cui a Norimberga e in prosieguo ci si è fondati per accusare i nazisti di
aver pianificato la morte lenta o violenta degli ebrei
. Il massacro degli
ebrei dice è il risultato di una situazione inestricabile nella quale anche
gli Alleati hanno le loro responsabilità
. Cosa che i giudici di Norimberga
evidentemente non potevano ammettere; occorrevano dei colpevoli
. Occorreva
fare del Partito nazionalsocialista il responsabile della guerra e dei suoi
massacri.

Rassinier sottolinea le contraddizioni, gli errori di traduzione,
le menzogne e soprattutto l'abbondanza dei sentito dire sulla

deportazione.


Ma gli statuti di Norimberga non sancivano che «il Tribunale non sarà
vincolato dalle regole tecniche relative all'amministrazione delle prove
[].
Il Tribunale non esigerà che sia recata la prova di fatti di pubblica
notorietà, bensì li terrà per acquisiti»?
Curiosa procedura, perché, così
pare, le "prove" flagranti di tutto ciò che sui campi è stato rimproverato
ai nazisti sarebbero innumerevoli:
perché, allora, accontentarsi dei sentito
dire?
Basterà poi stabilire il principio di una responsabilità collettiva
degli esecutori che imponeva retroattivamente ad ogni tedesco il dovere di
essere obiettore di coscienza, diritto rifiutato dai vincitori ai cittadini
dei loro Stati
.

Quello che l'opinione pubblica e anche dei rivoluzionari oggi accettano come
cosa evidente appare singolarmente fragile quando si legge Rassinier. In una
ricerca la cui minuziosità può sorprendere, Rassinier smonta, dopo un
interminabile spoglio delle statistiche, la cifra generalmente ammessa di
sei milioni di vittime ebree. «Anticomunisti» a parte, la leggenda dei
«75.000 fucilati» del pcf non era, neanche essa, messa in discussione alla
fine della guerra da chicchessia, almeno pubblicamente. Solamente quando
ebbe inizio la guerra fredda ci si accorse che vi sarebbero stati in totale
solo 26.000 francesi fucilati dai tedeschi tra il '40 e il '44
. Oggi anche i
membri del pcf ammettono che un dubbio plana sui "loro" 75.000 fucilati.
Allo stesso modo, i dirigenti nazisti hanno inizialmente valutato il numero
dei morti a Dresda in più centinaia di migliaia. Ma dopo la guerra il numero
ufficiale di questi morti è stato fissato in 135.000; questa valutazione non
riscuote peraltro l'unanimità (250.000 secondo il Petit Robert). La
precisione delle cifre conferisce un carattere scientifico e sacro a
valutazioni che risultano da orientamenti politici, mentre è molto azzardato
pretendere all'esattezza. Probabilmente non si saprà mai con precisione
quanti furono i morti di Dresda. La città ospitava un numero imprecisato di
profughi. La gente si è riparata nelle cantine e, causa l'intensità dei
bombardamenti al fosforo, il calore si è fatto intenso abbastanza da non
lasciare altro che uno strato di resti calcinati.

Qui non saremo categorici né entreremo nel dettaglio di calcoli che occupano
più di cento pagine ne Le Drame des Juifs européens. Per Rassinier la cifra
di sei milioni risulta dal fatto che viene trascurata la circostanza che
sarebbe possibile che almeno quattro milioni e mezzo di ebrei europei
abbiano lasciato l'Europa fra il '31 e il '45
: al massimo vi sarebbero stati
un milione e mezzo di ebrei morti
per fatti di guerra di ogni genere. La
cifra non è senza importanza, perché dal numero delle vittime dipendono
metodi e procedimenti impiegati. La posta in gioco nel dibattito non è
dunque la critica di eventuali esagerazioni
, bensì stabilire se queste
esagerazioni non siano la conseguenza di un'assenza di analisi o il
risultato di un'analisi tendenziosa e falsa.

Continua alla Parte 2 QUI

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14:06 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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