06.02.2010

Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager Parte 4

Una messa a punto marxista sulla questione del revisionismo storico

di Cesare Saletta


Parte 4

Elie_Wiesel_1997_clown_holocaust.JPGLa falsità dell'O£OCAU$TO ebraico : wiesel elie,ebreo,sedicente internato in lager. CLOWN dell'O£OCA$H ,come definito da altro ebreo.Per lui le camere a gas NON sono mai esistite! $,Sottolineature, grassetto, colorazione, foto... NON compaiono nel testo originale (WaA359)

 

Le «camere a gas»

Da principio Rassinier è conosciuto o piuttosto attaccato per aver osato negare che delle «camere a gas» siano state lo strumento di un assassinio di massa. Non è questione, qui, di riprendere l'insieme dei suoi argomenti e di voler risolvere definitivamente la questione. Al pari di chiunque altro, noi un tempo consideravamo come un fatto pacifico l'utilizzo di «camere a gas» ai fini di un massacro di proporzioni industriali. Per contestatori e diffidenti che potessimo essere, l'idea che si sia potuto organizzare un bluff su una scala del genere e su un tema così macabro non ci era venuta spontaneamente. Tuttavia, leggendo Rassinier, siamo rimasti fortemente scossi. E siamo stati ancora più scossi dal dibattito che ha avuto luogo di recente nella stampa, o, piuttosto, dalla maniera in cui si impedisce che un dibattito abbia luogo.


Sia ben chiaro che non ci consideriamo degli specialisti e che non intendiamo far loro concorrenza. Non abbiamo condotto né ricerche demografiche, né studi di archivio, né analisi tecniche dei procedimenti di gassazione.

Deliberatamente ci limitiamo ad una critica di secondo grado, la critica della letteratura concentrazionaria, e quel che ci sta a cuore non è dimostrare l'inesistenza delle «camere a gas», ma vedere come si è stabilita una verità ufficiale e come viene difesa.

Rassinier e gli altri autori «revisionisti», taluni dei quali sono di estrema destra, mirerebbero solo ci si dice a far dichiarare innocenti i nazisti e mancherebbero di ogni serietà. Quello che è vero è che si ostacola la partecipazione dei «revisionisti» al "dibattito" e che coloro che occupano i mass media non fanno altro che ripetere a sazietà gli stessi argomenti senza rispondere veramente ai primi. L'argomento decisivo degli anti-«revisionisti» è che i nazisti hanno fatto tutto per nascondere il loro misfatto.

Gli ordini sarebbero stati dati da bocca a orecchio e il loro linguaggio sarebbe stato in codice. Ciò posto, si può affermare che l'espressione «soluzione finale» non ha mai potuto voler dire altra cosa fuor che «sterminio totale», che il termine Vergasungskeller, che compare in una sola lettera tra l'amministrazione di Auschwitz e la ditta Topf che costruì i forni crematori, poteva solamente designare al posto del termine, più normale, Gaskammer una «camera a gas», e non il dispositivo che, posto nel sottosuolo, alimentava di miscela gassosa il forno crematorio.

Questo argomento assume, d'altronde, una piega terroristica:

Hanno truccato il linguaggio e assassinato i bambini perché la realtà dello sterminio non venisse né saputa né vendicata: non hanno fallito del tutto. Himmler aveva costituito un commando specificamente incaricato di cancellare ogni traccia del genocidio. I nostri attuali falsificatori sono, senza saperlo o anche sapendolo, gli eredi diretti di questi storiografi perversi del commando 1005 (E. de Fontenay in «Le Nouvel Observateur», 12 febbraio 1979).

Si fa leva sul rispetto dovuto ai morti e alle sofferenze dei superstiti e sulla paura di tutti di ritrovarsi dalla parte dei carnefici. Per non coprire dei crimini taluni sarebbero anche pronti ad uccidere. Il buon senso, che per bocca di Lenin ci dice che non si può ingannare molta gente per molto tempo, è disposto a riconoscere che, in questo affare delle «camere a gas», forse si è ingannato? Esso dice a se stesso che sarebbe davvero "troppo grossa", e si riaddormenta tra le braccia della buona o della cattiva coscienza

Ma non ci sono le testimonianze dei deportati e le confessioni dei carnefici? Molte persone hanno effettivamente "visto" delle «camere a gas», anche là dove è riconosciuto che non ce n'erano. In realtà, esse ne avevano soprattutto sentito parlare. Le confessioni non sono sufficienti di per sé. Le SS erano vinte, le loro illusioni e la loro causa erano crollate. Su di loro pesava una minaccia di esecuzione ed esse cercavano di discolparsi invocando ordini introvabili e un progetto che sarebbe passato totalmente sulla loro testa. La compiacenza verso coloro che le interrogavano si è rivelata pagante in parecchi casi. Non c'è bisogno di evocare la tortura, anche se in certi casi il suo uso appare pacifico. Del resto, forse la tortura non è sufficiente per avere ragione di uomini che credono ancora nella loro causa. Quando la loro causa si è inabissata, pressioni fisiche e morali minime bastano ad annientare coloro per i quali rimangono solo l'identificazione nei vincitori e l'istinto di conservazione. Quello che si ammette per Bucharin può valere anche per Höss, comandante di Auschwitz, ristretto in un carcere polacco e che è stato giustiziato nel '47.

Rassinier si è impegnato per mostrare che i documenti su cui poggia la fede nell'esistenza delle «camere a gas» e nella loro funzione sterminatrice erano sospetti a causa della loro origine e anche delle loro contraddizioni. Le contraddizioni più gravi appaiono tra le loro descrizioni della «gassazione» e le reali modalità tecniche di un'operazione siffatta.

Non è necessario, del resto, leggere Rassinier per nutrire dei dubbi su tale questione. La lettura di una pagina di «Le Mon-de» è sufficiente a turbare proprio mentre il suo scopo è quello di eliminare ad ogni costo i dubbi. Questa pagina del 21 febbraio 1979, benché non citi il nome di Robert Faurisson e ciò per togliergli ogni possibilità di risposta , è una reazione a una sua lettera a «Le Monde» del 16 gennaio 1979 nella quale egli affermava di non aver trovato le prove dell'esistenza delle «camere a gas», ma di aver trovato «il silenzio, la molestia, l'ostilità e, per terminare, le calunnie, gli insulti, i colpi», e che, se affermava «che le "camere a gas" non erano esistite, ciò accadeva perché il difficile dovere di essere veritiero lo obbligava a dirlo». La pagina di risposta di «Le Monde» comprendeva un articolo di Georges Wellers, una dichiarazione di storici (Philippe Ariès, Alain Besançon, Robert Bonnaud, Fernand Braudel, Pierre Chaunu, Monique Clavel-Levêque, Marc Fer-ro, François Furet, Yvon Garlan, Jacques Julliard, Ernest La-brousse, Jacques Le Goff, Emmanuel Le Roy Ladurie, Pierre Levêque, Nicole Loraux, Robert Mandrou, Claude Mossé, Ro-land Mousnier, Jacques Néré, Claude Nicolet, Valentin Niki-prowetzky, Evelyne Patlagean, Michelle Perrot, Léon Polia-kov, Madeleine Rebérioux, Maxime Rodinson, Jean Rougé, Lilly Scherr, Pierre Sorlin, Lucette Valensi, Jean-Pierre Ver-nant, Paul Veyne, Pierre Vidal-Naquet, Edouard Will) e una premessa di Jean Planchais.

Quest'ultimo dichiarava in via di preambolo:

Resta da sapere se un'ostinazione maniacale abbia un rapporto con la storia. A questo riguardo è esemplare l'affare delle camere a gas. Il termine era diventato sinonimo di massacro collettivo e organizzato. Che non vi siano state camere a gas in tutti i campi di concentramento, neanche in taluni di quelli in cui si pretende di mostrarle ai pellegrini o ai turisti, è un fatto che gli specialisti e i testimoni diretti riconoscono. Da ciò concludere che niente è accaduto, che tutto quelle cose dette, scritte, mostrate sulle camere a gas erano solo menzogne, ha a che fare per lo meno con l'aberrazione.

Signor Planchais, non è prima di tutto aberrante che si siano potute costruire delle «camere a gas» là dove si è poi riconosciuto che non ve n'erano state?

Non è aberrante che, sapendolo, si continui a farle visitare ai turisti e non le si distrugga?

E questo non meriterebbe una solenne dichiarazione dei nostri eminenti professori?

Jean Planchais confonde un'argomentazione storica e un'argomentazione morale per dirci che la logica della linea "revisionistica" porta alla riabilitazione del nazismo, poi si preoccupa:

[...] ci sono degli uomini giovani o no che, in completa buona fede, si interrogano: non sarà che sono stati vittime di un enorme inganno?

Questi «uomini giovani o no che», se sono dei lettori appena un po' attenti, rischiano forte di rimanere paralizzati dall'appello degli storici e dal concetto della loro professione che questi rivelano, dato che la conclusione di costoro è:

Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia stato possibile. È stato possibile tecnicamente perché ha avuto luogo. Questo è il punto di partenza obbligato di ogni ricerca storica sull'argomento. Questa verità era compito nostro semplicemente richiamarla: non c'è, non può esserci dibattito sull'esistenza delle camere a gas.

Questi storici presentano poi

una ristretta bibliografia che permette ad ogni lettore onesto di farsi un'idea giusta di ciò che sono stati lo sterminio nazista e la società concentrazionaria che si è costituita sui suoi margini.

La nostra disonestà e la nostra maniacalità non giungeranno fino al punto di stupirsi dell'assenza delle opere di Rassinier in questa bibliografia, dato che i nostri difensori della democrazia almeno su un punto sono stati chiari: non vi è dibattito possibile.

Molti si sono vilmente piegati dinanzi al nazismo. I nostri intellettuali saranno dunque pronti a dar prova del più deciso coraggio davanti al nazismo divenuto pericolo immaginario. In feroce opposizione al totalitarismo, eccoli pronti ad affermare un principio che si direbbe uscito da 1984 di Orwell o da Il migliore dei mondi di Huxley. La verità è che non c'è da cercare la verità. Il dovere è conservare il ricordo storico ufficiale. E i firmatari, nella loro buona coscienza, mentre si appoggiano sui poteri statali del mondo intero, debbono lo si immagina identificarsi con il Voltaire del caso Calas o con il Zola del caso Dreyfus!

Notiamo l'assenza da questa lista degli specialisti e delle autorità in fatto di storia della Seconda Guerra mondiale, assenza che lascia così, a sostenere Poliakov e Wellers, gli specialisti della civiltà greca, del medioevo o del mondo arabo. Un'assenza altrettanto degna di nota si riscontra all'interno stesso della sterminata letteratura concentrazionaria che evoca senza posa «gassazione» e «camere a gas», che fa di questi «mattatoi umani» la pietra angolare del sistema concentrazionario nazista, e che tuttavia non si preoccupa di spiegare la loro fabbricazione e il loro funzionamento. Un'eccezione: quella di Olga Wormser-Migot, che vi consacra tre pagine della sua voluminosa tesi su Le Système concentrationnaire nazi per rimettere in discussione l'esistenza delle «camere a gas» a Ravensbrück e a Mauthausen. E se il nome della Wormser-Migot compare nella bibliografia degli storici, la sua tesi, invece, viene passata sotto silenzio.

Forse il coraggio dei firmatari sarà consistito nel citare nel loro manifesto un documento che è il rapporto attribuito alla SS Gerstein e che permette al «lettore onesto» di imparare che:

Nelle camere la SS pressa gli uomini. "Riempire bene", ha ordinato lo hauptmann Wirth. Gli uomini nudi stanno dritti gli uni sui piedi degli altri;
da sette a ottocento in venticinque metri quadrati,
in quarantacinque metri cubici; le porte si chiudono.

Tanta gente in così poco spazio è effettivamente un riempire bene, ed è altresì l'impossibile. Nondimeno questo documento ci viene presentato come indiscutibile nell'essenziale. Alcuni lettori di «Le Monde» si sono meravigliati. Poliakov e Vidal-Naquet rispondono loro nel numero in data 8 marzo 1979:

Infatti è chiaro che, in una stanza di venticinque metri quadrati, non si possono assolutamente stipare, tenendo conto del numero dei bambini, più di trecento persone. Questo significa semplicemente che Gerstein si è sbagliato sia sulle dimensioni della stanza sia sul numero delle vittime. Questo errore si spiega facilmente: la precisione in materia di cifre non era in Gerstein la qualità predominante ed egli aveva vissuto drammaticamente la sua visita a Belzec.

I due storici debbono essere, anche loro, sotto l'effetto dell'emozione se ritengono che sia possibile stipare trecento persone in venticinque metri quadrati, ossia se si preferisce dodici persone per metro quadrato. E senza dubbio per farne entrare la metà sarebbe stato necessario fucilarne molte davanti alla «camera a gas». La SS Gerstein era pur sempre, pare, un ingegnere, e il suo racconto sarebbe stato scritto vari anni dopo la sua visita a Belzec. Ardente cristiano, egli sarebbe entrato nella SS per sabotare dall'interno l'opera di sterminio. Fatto prigioniero dai francesi, l'ardente cristiano si sarebbe alla fine suicidato in una prigione militare di Parigi. Dunque, non solo è contraddittorio il contenuto del rapporto Gerstein, ma resta misteriosa la sua origine. Ecco il documento storico su cui ci siamo fermati, poiché è esso che gli storici hanno scelto per puntellare la loro dichiarazione. Si aggiunga che il documento Gerstein, che proverebbe lo sterminio mediante «camere a gas» per diversi campi polacchi, non è stato utilizzato al processo di Norimberga. *

Questo ci riporta a Rassinier e a «Le Monde». Alcuni anni addietro Rassinier, avendo scritto a «Le Monde» sul non-riconoscimento a Norimberga del documento Gerstein, riferisce:

Il 30 dicembre '63 Jacques Fauvet mi rispose che in effetti la dichiarazione di Gerstein non era stata presa in considerazione, ma che lui «esitava a prolungare la controversia». Insomma, avevo ragione ma i lettori di «Le Monde» non lo dovevano sapere (Le Drame des Juifs européens).

Sempre a proposito di questo documento Rassinier accusa Poliakov di produrne tre versioni differenti nessuna delle quali, peraltro,

menziona una valutazione che figura nell'originale e secondo la quale il numero delle vittime ebree europee «ammonta a 25 milioni» (ibid.).

Già nel '62, nel Véritable Procès Eichmann, Rassinier scriveva:

Più sollecito della verosimiglianza, Poliakov ha corretto il documento (come si ha l'onore di dirvi!): 93 metri quadrati di superficie, questa è la sua valutazione (Bréviaire de la Haine, p. 223, seconda edizione non ho letto la prima!), senza altre indicazioni, ed era cosa più prudente.

Qui bisogna decidere: o è Rassinier ad essere un falsario o è Poliakov.

Perché dunque «Le Droit de vivre» del dicembre 1978, che titola Denunciare i falsari e che riproduce delle deposizioni, non quelle favorevoli a Rassinier, e il testo della sentenza del '64, non fa parola, a proposito di Poliakov, di questa menzogna?

Si darebbe forse il caso che sarebbe Poliakov il vero falsario?

E, allora, che credito accordargli?

E che credito accordare alle persone che si appoggiano su di lui (ad esempio, «Le Droit de vivre» e l'avvocato di Eichmann)?

Il documento Gerstein è certamente uno dei più dubbi, forse sorpassato da Medico ad Auschwitz del dottor Nyiszli Miklos.

Quanto agli altri documenti che si producono, e specialmente Comandante ad Auschwitz, le memorie di Höss (Einaudi), sono anch'essi contraddittori e di origine sospetta. Quando gli specialisti si riferiscono a documenti che non sono confessioni, allora bisogna tradurli "in chiaro" per farli parlare nel senso voluto.

L'articolo di Wellers che sostiene la dichiarazione degli storici e che tenta di rispondere in modo più preciso all'«emulo di Rassinier», ossia Faurisson, si riferisce a Höss e a Kremer, medico SS ad Auschwitz, del quale interpreta il diario personale scoperto nell'agosto del '45 dagli inglesi. Kremer, di cui bisogna sapere decifrare il linguaggio intenzionalmente anodino, sarebbe confermato dagli archivi del campo. Il 18 ottobre '42, quando secondo Kremer c'è stata «l'undicesima azione speciale», un convoglio di 1.710 persone è partito dall'Olanda e di queste persone solo 116 sono state introdotte nel campo di Auschwitz. La soluzione non è inevitabilmente che altre 1.594 persone siano passate per le «camere a gas», ma forse che sono state destinate ad altri campi di lavoro o di concentramento. Perché mai Kremer in un diario personale avente poche probabilità di essere conosciuto avrebbe truccato la verità, mentre, per parte sua, l'amministrazione nazista avrebbe lasciato sussistere delle prove così enormi? Non sarà che Faurisson, se gli si fosse lasciato il diritto di risposta, avrebbe potuto dare indicazioni su questo convoglio? Allora sarebbe Wellers che passerebbe per un romanziere fantasioso.

Wellers ci vuole mostrare che si poteva uccidere con dello Zyklon B, gas tossico impiegato molto prima della guerra dall'esercito tedesco come insetticida, e finanche argomenta sul piano tecnico:

È mille volte più facile fabbricare una camera a gas piuttosto che un coltello o una cattiva pistola. Infatti tutti i candidati al suicidio mediante gas domestico chiudono le finestre e le porte del loro appartamento, aprono il rubinetto del gas e muoiono in una "camera a gas" improvvisata in un minuto.

Quale evidenza! Senonché asfissiarsi da soli è forse cosa diversa che asfissiare un gran numero di persone in infornate regolari e in un tempo limitato, con la «camera a gas» formante lo strumento razionale e industriale di un assassinio di massa. La questione non è se si possa o no gassare, ma se i documenti che parlano di gassazioni ne parlino in maniera credibile. È vero che si può uccidere in quel dato tempo con ossido di carbonio? È vero che si può rientrare e lavorare così poco tempo dopo senza maschera a gas e mangiando in un locale cianurato? Gli intervalli possono essere dei quarti d'ora o delle mezz'ore? Con la storia della «camera a gas» che si può fabbricare e utilizzare in un minuto Wellers cerca solo di stupire con una falsa evidenza e di operare un diversivo.

Georges Wellers è, d'altro canto, l'autore di un lungo articolo critico dell'opera di Rassinier, La "soluzione finale" e la mitomania neonazista, apparso in «Le Monde juif» dell'aprile-giugno 1977. Più consistente di quello di «Le Monde», questo articolo ha nondimeno lo scopo di screditare Rassinier piuttosto che quello di rispondere seriamente alle sue obiezioni di fondo, specialmente alla questione tecnica, che Wellers evita. Questo articolo non ci ha convinti, ma ad esso rinviamo il lettore che volesse legittimamente conoscere il punto di vista anti-Rassinier.

«Le Monde» dedica di nuovo un'intera pagina alla questione in data 8 marzo 1979 con un articolo di François Delpech: La verità sulla soluzione finale. È un rapido e buon riassunto delle posizioni anti-«revisioniste» tendente a stabilire che:

1. I grandi capi nazisti hanno ordinato e organizzato l'Olocausto nel '42.
2. Circa sei milioni di ebrei sono morti nella catastrofe.
3. L'esistenza e l'utilizzazione massiccia delle camere a gas non possono assolutamente essere negate.

Ma ciò non scalza le posizioni dei «revisionisti». Delpech rimprovera loro di utilizzare «un vecchio metodo polemico la cui efficacia non è più da dimostrare: l'ipercritica», ed evoca «un collega che dalle differenze tra le fonti francesi, inglesi e tedesche traeva argomento per negare l'esistenza di Giovanna d'Arco o di Napoleone». Delpech esclama: «Si crede davvero che i nazisti fossero incapaci di uccidere?».

Chi pretende, signor Delpech, che i nazisti fossero incapaci di uccidere? Noi non pretendiamo neppure che essi non siano stati capaci di massacrare con delle camere a gas. E certo molti altri ne sarebbero capaci. Si tratta solo di sapere se i nazisti l'hanno fatto effettivamente. E, se l'hanno fatto, in che misura.

Vi è una complicità della viltà e non vale la pena di dilungarsi su quel che si può pensare e sulla fiducia che si può concedere a questi distinti intellettuali che sono pronti a mettere in discussione degli avversari e a sostenere delle opinioni accettando che agli avversari e ai diversamente opinanti non sia concesso di rispondere loro. Ma sarebbe arbitrario dedurre che noi si abbia a che fare con una menzogna storica costruita consapevolmente, con uno di quei complotti che avrebbero richiesto soltanto un piccolo numero di complottatori e un gran numero di esecutori. Le contraddizioni e le inverosimiglianze che si trovano nella maggior parte dei documenti di base e le divergenze di metodo e di posizione tra gli specialisti sono sufficienti a mostrarlo.

La voce delle «camere a gas» si sviluppa all'interno dei campi di concentramento.

Essa si spiega, specialmente con la mortalità straordinariamente elevata che vi regna,

con i frequenti trasferimenti da campo a campo,

con la pratica delle Selektion aventi per scopo la separazione degli inabili al lavoro dalla massa dei detenuti e

con la confusione tra crematori e «camere a gas».

Testimonianze di detenuti mostrano che, mentre essi credevano di venir gassati perché era stata mutata l'ubicazione delle docce o perché li si costringeva ad andare in infermeria, alla fine non succedeva niente di simile.

Al che si contrappone diametralmente l'argomento shock secondo il quale coloro che sarebbero effettivamente stati gassati non sono più qui per raccontarlo.

Questa voce è stata sistematizzata dopo la guerra soprattutto perché permetteva ai membri della H.-Führung di discolparsi e di nascondere il ruolo da essa svolto.

Ma la funzione ideologica delle «camere a gas» va di gran lunga al di là dei particolari interessi di taluni. Ed è qui che non è inutile lasciare il meschino terreno della ricerca storica per elevarsi con Jean Daniel al piano della filosofia politica.

Stando al direttore del «Nouvel Observateur» nel suo editoriale del 6 novembre 1978, L'oblio vietato,

La campagna ha avuto inizio negli anni Cinquanta, con il libro minuzioso di Paul Rassinier, un parlamentare francese, di formazione socialista, e che ha fatto lui stesso ma sì! un breve soggiorno in un campo.

La scrittura di Jean Daniel non ha preoccupazioni di minuziosità. Piuttosto, è lirica. E Jean Daniel non si preoccupa di confutare Rassinier. Gli basta denunciare i «crociati del razzismo» che utilizzano le argomentazioni di Rassinier. D'altronde Rassinier è difficilmente confutabile, posto che i nazisti, ed è in ciò che risiede tutto l'orrore della cosa, sarebbero riusciti a commettere un delitto perfetto:

Sogno demoniaco se mai ve ne fu uno, concepito da un tecnocratico Lucifero nella più altamente scientista delle isterie. Il raggruppamento dei dannati, il loro avviamento, l'organizzazione dei campi, la selezione per lo sterminio: niente è lasciato all'improvvisazione. Niente lascerà traccia; è l'infernale processo del delitto perfetto. Sua specificità è la sua perfezione; sua essenza la sua radicalità; suo orrore magico la sua attitudine ad evocare il nulla e l'infinito. I razzisti hanno tutte le ragioni di temere di esserne accusati. È un atto senza precedenti, nato da niente e che non va da nessuna parte.

Ma, a prestare fede a Jean Daniel, abbiamo avuto fortuna, perché la Francia si è ripresa per la propria salvezza:

C'è stato nel misterioso inconscio collettivo come l'oscuro sentimento che sarebbe bastato che crollasse la credenza nel genocidio perché subito ricomparisse, liberato e torrenziale, non soltanto l'antisemitismo, ma quel razzismo latente di cui possono essere vittime tutte le minoranze, quel razzismo che immerge lo spirito nelle tenebre con l'infrenabile movimento della marea nera sull'oceano.

Il poeta, o, meglio, l'albatros, le ali ancora piene di catrame, con un audace rovesciamento trasforma un inquinamento alla superficie dei mass media in un soprassalto venuto dalla profondità dell'essere sociale.

Un giornalista in fregola di audience e di celebrità è andato ad intervistare, nascondendo il microfono e la macchina fotografica, una vecchia sozzura che era riuscita più o meno a farsi dimenticare. Tutta la stampa s'impadronisce del caso col pretesto di discutere dell'utilità o nocività pedagogica del far pubblicità al razzismo di Darquier de Pellepoix, preferendo evidentemente alimentarsi dei discorsi di Darquier piuttosto che dover discutere seriamente le posizioni di un Rassinier. Ma, comunque sia, in tutta questa banalità non si vede molto bene dove possa trovarsi il misterioso inconscio collettivo.

L'inversione di Jean Daniel ne sostiene un'altra che egli riprende da un volatile della sua specie, Louis Martin-Chauffier, citato dall'arcivescovo di Marsiglia nella sua omelia di Ognissanti forse per far dimenticare i silenzi del Vaticano nei confronti del nazismo. Martin-Chauffier, ci dice l'arcivescovo, è

l'autore di una delle più belle meditazioni sulla deportazione: "Non si deve rispondere alla violenza con l'odio. Ma l'oblio sarebbe rinuncia. L'oblio è vietato. Non si potrebbe dimenticare tutto ciò che è stato commesso, pena il veder ricominciare tutto ciò che sarà stato dimenticato".

Alla comprensione delle condizioni economiche e sociali che generano così ampia distruzione di esseri umani viene opposto il mito di un piano cosciente e demoniaco. Alla lotta contro queste condizioni economiche e sociali viene opposta la necessità di ricordare. Basterebbe che si dimenticasse perché tutto ricominciasse. L'inconscio collettivo, alias i mass media, si faranno dunque guardiani di questo incubo. Ecco legittimato uno spettacolo dell'orrore che, lungi dal premunire contro una qualsiasi cosa, non fa che banalizzare l'atrocità e dare al pubblico il sentimento dell'impossibilità di intervenire. È cosa del passato o è troppo lontana, ad ogni modo questo si svolge dietro lo schermo televisivo. Ma non è semplicemente passività e distanza, ci sono anche un compiacimento ed una fascinazione per l'orrore che non mancano di trovare a se stessi delle buone ragioni.

Il fatto è che l'orrore non esiste solo alla periferia del nostro mondo e dietro i fili spinati dove lo si concentra, esso trasuda dal nostro modo di vita sotto le immagini della tranquillità felice per levarsi talvolta sotto la forma del crimine, dell'accidente mostruoso o di comportamenti patologici. E questo orrore confusamente avvertito, bisogna evidenziarlo, dargli un senso, farne uno spettacolo per tentare di padroneggiarlo. Rinviare ad una pulsione di morte, espressione fondamentale dell'inconscio collettivo o individuale, non fa altro che nascondere il fatto che questo preciso modo di produzione fa realmente pesare sugli uomini una permanente minaccia di distruzione. E non parliamo neanche dell'armamento nucleare o di ogni altra minaccia più limitata e reale di morte, ma del sentimento diffuso che pervade gli uomini separati dalla comunità umana e ridotti ad un'inserzione sociale precaria (la coppia, l'azienda): il sentimento del rischio di essere e, nei fatti, di essere sempre, più o meno di troppo. La crisi accentua l'insicurezza economica e affettiva. Si cerca di sbarazzarsi di coloro di cui si intende prendere il posto e di concentrare la ripulsa della distruzione su dei capri espiatori.

Se disgraziatamente una situazione simile a quella della Germania, che si ritrovò al parossismo della crisi con sette milioni di disoccupati, si producesse di nuovo senza che ci fosse possibilità di abbattere i rapporti di produzione capitalistici, vi sarebbero tutte le probabilità della rinascita di un forte razzismo e anche di un razzismo di Stato. Vi sarebbero altresì tutte le probabilità che in gran parte gli intellettuali antinazisti di oggi fossero pronti a cercargli e a trovargli delle giustificazioni.

L'antisemitismo hitleriano è e deve essere presentato come un fatto unico nella storia, poi deve servire a far dimenticare e soprattutto a mistificare tutti gli orrori che il nostro mondo produce. Si evocano le particolari condizioni che hanno presieduto all'avvento del nazismo, ma lo si fa per trarsene meglio d'impaccio ed elevarsi all'universale. Raymond Aron dice («France-Soir», giornale dell'ex-antisemita Hersant, 15 febbraio 1979):

Se si vuole evitare la banalizzazione bisogna insistere su ciò che il nazismo ha rappresentato di unico. È stato il solo a concepire, in base alla decisione di poche persone, lo sterminio di tutt'intera una popolazione. Forse Stalin ha sacrificato ancora più vite. Ma è a partire dagli stermini hitleriani che abbiamo paura degli uomini. Noi tutti siamo ancora terrificati che ciò sia stato possibile. È per questo che, piuttosto che parlare di banalizzazione, bisogna dire che, in una certa misura, abbiamo tutti preso parte a ciò.

Con Jean Daniel abbiamo imparato che questo sterminio aveva qualcosa di satanico. Raymond Aron ci dice che, da quando questo è accaduto, abbiamo paura degli uomini e che ciascuno di noi vi ha preso parte. Satana è dentro ciascuno di noi: è il ritorno al peccato originale.

* * *

La storia è essa stessa storicamente prodotta. L'immagine che ci si fa del passato è il risultato della selezione e dell'interpretazione dei fatti, secondo la natura delle forze che si sono affrontate e secondo i rapporti di forza che via via si sono instaurati. Così, in Francia, la storia scolastica mette in scena, da Vercingetorige a de Gaulle, l'affermazione del fatto nazionale cancellando la lotta di classe. Il conformismo generale ritiene che oggi la scienza storica abbia rotto in modo decisivo con ogni leggenda delle origini per costituire un concatenamento cronologico di fatti assodati. Ma, se la ricostituzione del passato prende un taglio scientifico, essa più che mai si opera anche sotto l'egida dello Stato.

La visione che viene proiettata della Seconda Guerra mondiale, con tutta la forza che le assicurano i mass media, è là per legittimare il presente, così come questo presente del capitale tende anche a legittimarsi immediatamente attraverso la rappresentazione che esso impone di continuo di sé medesimo attraverso i meccanismi di produzione dell'attualità. Questa visione, d'altra parte, è suscettibile di evolvere. Il capitale cede alla verità quando non ha più bisogno di quella particolare menzogna. Una rivelazione che oggi attira gravi inconvenienti ai suoi "autori" sarà approvata in altri, o a titolo postumo quando i tempi saranno maturi. Ma per la teoria rivoluzionaria il problema non è solo di denunciare questa o quella particolare menzogna, ma di smontare i meccanismi che assicurano la produzione e la riproduzione dell'ideologia e dei suoi deliri.

NOTE

* Alcuni anni dopo la pubblicazione del presente articolo, il rapporto Gerstein, fino allora pietra angolare della vulgata olocaustica, ha formato oggetto di un'attentissima disamina da parte di Henri Roques, che vi dedicò la propria tesi di laurea, discussa a Nantes il 15 giugno 1985; la si può leggere, corredata di appendici, in André Chelain, La Thèse de Nantes et l'affaire Roques, Polémiques, Paris 1988. La discussione di questa tesi ha dato luogo tanto per cambiare ad un nuovo episodio, particolarmente ricco di aspetti grotteschi, dell'accanita repressione antirevisionistica attuata in Francia (ma non solo in Francia!) dal pubblico potere per ispirazione degli ambienti resistenzialisti e sionisti e sotto la loro alta sorveglianza (Tradd.).


LA GUERRE SOCIALE (Parigi). Titolo originale: De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps (1979)
Traduzione di Cesare Saletta e Gilberto Loforno, 1994
Graphos - Campetto, 4 - 16123Genova.

Fonte

Fine

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23:14 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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