06.02.2010
Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager Parte 2
Una messa a punto marxista sulla questione del revisionismo storico
di Cesare Saletta
Parte 2
Premessa
La falsità dell'O£OCAU$TO ebraico : wiesel elie,ebreo,sedicente internato in lager. CLOWN dell'O£OCA$H ,come definito da altro ebreo.Per lui le camere a gas NON sono mai esistite! $,Sottolineature, grassetto, colorazione, foto... NON compaiono nel testo originale (WaA359)
Come si è arrivati a questi sei milioni?
Nel 1945-46 i giudici di Norimberga
non disponevano di statistiche serie sul numero di ebrei sopravvissuti, e
neanche avevano potuto consultare le tonnellate di carte d'archivio cadute
nelle mani degli Alleati. Al processo si lanciò la cifra di dieci milioni,
poi di sei milioni, e su quest'ultima si basarono infine l'accusa e la
sentenza. Poi, per legittimare scientificamente Norimberga, gli esperti si
sono sempre accordati su sei milioni come "media aritmetica" fra le loro
diverse stime, senza necessariamente che fra loro vi sia stato accordo sui
rispettivi effettivi di ciascun campo e sul numero di ebrei in ciascun paese
prima e dopo la guerra.
Bisogna trovare sei milioni.
E quando gli storici sono condotti dalle loro ricerche a dubitare della versionegeneralmente ammessa
preferiscono, per simpatia verso i deportati o per paura delle
reazioni, non pubblicare il risultato delle loro ricerche (così fa il
Comitato di Storia della Seconda Guerra mondiale per ciò che riguarda il
numero dei deportati francesi tornati dai campi).
Rassinier è andato incontro al silenzio e alla calunnia perché ha svelato il
ruolo repressivo di una minoranza di detenuti, specialmente politici,
nell'organizzazione interna dei campi, e i vantaggi che costoro ne
ricavavano.
I professionisti della Resistenza e della Deportazione, per
discolparsi, faranno di Rassinier l'uomo che ha preteso che a Buchenwald e
ad Auschwitz si vivesse felici.
Nel corso del processo per diffamazione intentato da Rassinier nell'ottobre
'64 al «Droit de vivre», organo della lica [Lega internazionale contro
l'antisemitismo, diventata successivamente licra, Lega internazionale contro
il razzismo e l'antisemitismo], che l'accusava di essere un «agente
dell'Internazionale nazista», David Rousset dichiarava:
Quando Rassinier scrive quel che scrive, è peggiore di una SS, perché è
stato uno schiavo come me, e ha tradito gli schiavi e ha tradito se stesso.
Quanto a me, non ho la prova che Rassinier sia membro dell'Internazionale
nazista, ma so che le spiana la strada e, dato che non è un demente, ho
l'intima convinzione che sia membro di questa Internazionale.
La querela presentata da Rassinier fu respinta. Il testo della sentenza
«dice che l'accusato [Bernard Lecache, direttore del «Droit de vivre»] ha
fornito la prova che nel suo libro La menzogna di Ulisse, il signor
Rassinier "ha fatto coro con i suoi nuovi amici neonazisti"» (riportato nel
«Droit de vivre», dicembre 1978). Anche Patrice Chairoff, in Dossier
néo-nazi, definisce Rassinier come «autore di diverse opere di ispirazione neonazista».
Con l'aiuto del tempo, non è più il direttore del «Droit de vivre», B.
Lecache, a essere stato assolto, ma Rassinier a essere stato condannato:
Questa tesi, che Darquier de Pellepoix riprende, è quella di quel falsario
di Rassinier, le cui abominevoli menzogne la lica aveva ottenuto fossero
chiaramente condannate dalla giustizia del nostro paese. È anche quella di
Robert Faurisson, maître-assistant all'Univer-sità di Lyon-II (Pierre-Bloch,
«Le Matin», 22 febbraio 1978).
«Le Monde» del 3/4 ottobre 1978, in contrasto con il rendiconto del processo
che aveva pubblicato all'epoca («Le Monde» del 7 ottobre 1964), afferma per
la penna di Viansson-Ponté la stessa controverità: «La lica nel '64 aveva
fatto condannare uno di questi diffamatori, Paul Rassinier.» Questa
automistificazione sulla persona di Rassinier non ha altro scopo fuorché
quello di sostenere una automistificazione su ciò di cui Rassinier parla.
Rassinier «il falsario» non è tenero, neanche lui, con gli specialisti della
letteratura concentrazionaria. Ma è preciso nei suoi attacchi e specifica le
falsificazioni. Perché non averlo attaccato per calunnia su questo o quel
punto e nei confronti di questa o quella persona, se era vero che egli
falsificava, invece che rimproverargli una vaga appartenenza ad una
Internazionale nazista?
La tendenza falsificatrice di Rassinier si tradurrebbe forse in una minuzia
malsana, in un'interrogazione sospetta dei fatti, nell'ipercritica viziosa
riguardo ai documenti? Suona così una risposta di Merleau-Ponty ad una
lettera di Rassinier a proposito della testimonianza di Nyiszli Miklos
apparsa in «Les Temps modernes»:
Saranno gli storici a doversi porre queste domande. Ma nel presente questa
maniera di analizzare le testimonianze ha il risultato di gettare il
sospetto su di esse come se venissero meno ad un'esattezza che si sarebbe in
diritto di attendere da esse. E poiché oggi come oggi la tendenza è
piuttosto quella di dimenticare i campi tedeschi, questa esigenza di verità
storica rigorosa incoraggia una falsificazione, questa sì massiccia, che
consiste nel ritenere grosso modo che il nazismo è una favola.
Sono passati degli anni, ma questo tipo di risposta rimane sempre di
attualità. Non è inutile constatare che su questo o quel punto autori pur
opposti a Rassinier hanno mostrato che le cose non sono così chiare come si crede.
Un fatto abbastanza comunemente ammesso è che non è stato ritrovato nessun
ordine generale scritto di sterminio. Per rimediare a questa assenza si
invoca un ordine del novembre '44 di arrestare lo sterminio e un altro, alla
fine della guerra, di massacrare i sopravvissuti dei campi. Riguardo a ciò
Olga Wormser-Migot, in Le Système concentrationnaire nazi. 1933-1945 (puf),scrive:
“Tre soluzioni per questo enigma:
1. Gli ordini possono essere stati distrutti casualmente nei bombardamenti
degli ultimi mesi, volontariamente dai capi nazisti prima della loro fuga.
2. Gli ordini sono nascosti in archivi segreti, messi in luogo sicuro o in
fondi d'archivio non ancora repertoriati, come ne esistono ancora qua e là per il mondo.
3. Gli ordini sono stati inventati a posteriori da alcuni esecutori per
giustificare atti che erano loro rimproverati e per far gravare le
responsabilità sulla testa di Himmler che si è dato la morte il 23 marzo '45 e non può smentire.
Infatti tutto è avvenuto come se effettivamente gli ordini fossero stati
dati quali la tradizione li riferisce. Ma, se negli scritti "ideologici" di
Hitler, di Rosenberg, negli articoli di Streicher nello «Stürmer», si
trovano mille allusioni alla necessità di distruggere la razza ebraica, di
trovare una soluzione finale alla questione ebraica, abbiamo trovato il
termine Vergasungskeller solo nei testi già citati di impostazione generale
della soluzione finale (a parte le note scambiate tra i membri SS
dell'amministrazione del campo di Auschwitz e la ditta Topf che costruì nel
'42, a Birke-nau, camere a gas e crematori). [...] quando in qualche luogo
c'è stato sterminio totale [] non si trova, a nostra conoscenza, ordine
scritto, ma la volontà locale di esecutori, comandanti di campo, o di SS di
grado inferiore, sbigottiti dalla prossimità degli alleati che avanzavano o
sconvolti dalla paura di non poter salvare la loro personale esistenza”.
Nel '53 Gerald Reitlinger, in The Final Solution (La soluzione finale, Il
Saggiatore), rimette in discussione la cifra di sei milioni di vittime ebree
e la stima da un minimo di 4.194.200 a un massimo di 4.581.200, la qual cosa
doveva far dire a Léon Poliakov, che recensiva il libro nella «Revue
d'Histoire de la Seconde Guerre mondiale» (luglio-settembre 1954), che un
tale «scrupolo di obiettività [] può essere pericoloso in simile materia,
perché si tratta di un argomento per il quale la nozione di imparzialità
finisce col perdere ogni senso []».
In una nota de La banalità del male la Arendt scrive:
“Non si può che indovinare, ad esempio, quale era il numero di ebrei vittime
della soluzione definitiva. La cifra da quattro milioni e mezzo a sei
milioni non è stata mai verificata; lo stesso si dica per il numero di
vittime nei differenti paesi”.
Riguardo al processo Eichmann nel '61, dice:
“Si è mosso lo stesso rimprovero al processo di Norimberga: là
l'ineguaglianza tra la difesa e l'accusa era tale da colpire ancora di più.
A Norimberga come a Gerusalemme la difesa non aveva a propria disposizione
la squadra di collaboratori specializzati che sarebbe stata necessaria per
esaminare la massa di documenti ed estrarne ciò che poteva essere utile al
processo. Ancor oggi, diciott'anni dopo la guerra, ciò che sappiamo degli
immensi archivi del regime nazista proviene in gran parte dalle selezioni fatte a fini di accusa.”
Essa riconosce a Israele il diritto di giudicare Eichmann e la necessità del
castigo, ma deve constatare le numerose irregolarità e anomalie del
processo. Nota che a Norimberga, nel 1945-46, Eichmann è stato tanto più
caricato di delitti in quanto era assente dal processo e che, d'altro canto,
la sua attività era interamente dedicata alla questione ebraica; poi rileva
che in definitiva Eichmann, dirigente di rango secondario, non aveva
partecipato direttamente a massacri e non ne aveva ordinati.
L'autore di SS-Staat, Eugen Kogon, ex deportato a Buchen-wald, scrive sulla
vita al campo, a proposito di una distribuzione di pacchi della Croce Rossa:
“La ripartizione fu organizzata in modo scandaloso per intere settimane;
c'era, infatti, un solo pacchetto per ogni gruppo di dieci francesi che si
trovavano in quello che veniva chiamato il "piccolo campo", e la loro
situazione era molto precaria [] mentre i loro compatrioti incaricati della
distribuzione, e che avevano alla loro testa il capo del gruppo comunista
francese nel campo, riservavano a se stessi cumuli di pacchi e li
utilizzavano a favore dei loro "amici di riguardo" “.
Le conseguenze della vita in campo lo preoccupano:
“Senza alcun dubbio, uno dei peggiori tra i mali che la SS ha fatto ai
detenuti è quello di aver fatto perdere a molti di loro, per anni, se non
per tutt'intera la loro vita, il gusto di un lavoro effettivo continuo e
coscienzioso. È cosa certa che con un sistema di lavoro ragionevole,
suscitando l'interesse degli operai e considerandoli come degli uomini, si
sarebbe realizzato il doppio o il triplo di lavoro con solo un quinto della manodopera”.
D'altra parte Czeslaw Milosz, in La Pensée captive, cita il caso di un
giovane scrittore polacco che nel '46 pubblica una testimonianza su
Auschwitz. Questo scrittore non s'indigna, riferisce:
“B. descriveva i campi di concentramento come li aveva visti, non come si
sarebbe dovuto vederli []. Cosa bisognava vedere nei campi di
concentramento? Non è difficile stabilirlo:
1. I prigionieri dovevano costituire delle organizzazioni clandestine.
2. Erano i comunisti che dovevano dirigere queste organizzazioni.
3. Tutti i prigionieri russi che apparivano nelle pagine del libro dovevano
distinguersi per la loro forza morale e il loro eroismo.
4. Occorreva dimostrare che le differenze di convinzione politica portavano
con sé quelle di condotta dei prigionieri. Niente di simile si trovava nei racconti di B”.
È contro ciò che si sarebbe dovuto vedere che si leva Rassinier.
Dora o la burocrazia concentrazionaria
Campo di lavoro vicino a Buchenwald, non lontano da Weimar, Dora è creata
all'inizio del secolo per sfruttare le rocce ricche di ammoniaca con una
manodopera di condannati. Fermati nel 1910 perché poco redditizi, i lavori
riprendono nel 1914-18 con i prigionieri di guerra. Nel 1943-45 i luoghi,
rimessi in ordine, vengono utilizzati nuovamente per attività industriali
sotterranee, in particolare per la fabbricazione delle V1 e delle V2.
Insieme al campo vicino, Dora non occupa mai più di 15.000 lavoratori. Tra
essi anche dei civili, dai 6.000 ai 7.000 nell'aprile '45: soprastanti
tedeschi, effettivi del Servizio di lavoro obbligatorio e volontari, che
vivono nel campo, sono ben pagati, lavorano dieci ore al giorno, mangiano
soddisfacentemente e sono liberi di circolare in un raggio di trenta chilometri.
Rassinier descrive uno sfrenato sciupio di tempo e di forza-lavoro: appelli
interminabili, spostamenti in treni che bisogna attendere per ore mentre si
farebbe prima andando a piedi, ecc. È il prezzo da pagare per
un'organizzazione burocratica che è inevitabile in assenza di stimolo reale:
soltanto la costrizione anima i deportati e i Kapò. La stessa brutalità è
legata alla mancanza di personale d'inquadramento.
Infatti le SS intervengono poco, delegando i loro poteri alla H.-Führung
(Häftlingsführung, vale a dire «direzione da parte dei detenuti»). Rassinier
parla di «self-bureaucratie». La guerra accresce considerevolmente il numero
dei detenuti, ma quello dei guardiani aumenta molto poco; di qui una
delegazione di potere ad una frazione dei detenuti e la formazione di bande di racket.
Le comunità più omogenee (raggruppamenti per nazionalità o per affinità
politica) sopravvivevano meglio, ed è per questo che i detenuti politici
soppiantarono quelli di diritto comune. Rassinier sostiene che gran parte
dei morti per fame nei campi derivano da una ripartizione ineguale degli
alimenti disponibili, accaparrati da una minoranza privilegiata. Allo stesso
modo, se oggi imperversa la fame, esiste però in assoluto una quantità di
derrate sufficienti a nutrire tutti, quando le si suddividesse
egualitariamente fra tutti. Ma perché mai le si suddividerebbe
egualitariamente in un mondo diviso da differenze di funzione, di fortuna,
ecc.? Le SS stornavano anche loro delle vettovaglie per rivenderle prima che
arrivassero al campo. Qui, come in un paese sottosviluppato di oggi, i
rapporti mercantili sono spinti dalla penuria fino all'atrocità. I campi non
erano luoghi impermeabili alla logica mercantile: essi hanno riprodotto in
peggio i tratti tipici del capitalismo contemporaneo. Gran parte dell'orrore
che suscitano i campi proviene dal fatto che la Germania ha fatto subire a
degli europei quello che gli occidentali avevano inflitto e infliggono
tuttora ai non-bianchi. Le vittime della deportazione dei neri africani
verso le Americhe sono senza dubbio più numerose di quelle delle deportazioni naziste.
A Buchenwald e a Dora, al termine di una lotta accanita, i detenuti politici
sostituiscono i detenuti comuni nella H.-Führung. Perché i politici erano
così competenti? E perché hanno svolto così bene il ruolo che si attendeva
da loro? Lo si può comprendere partendo da ciò che erano questi militanti,
il loro rapporto col resto del mondo, la loro solidarietà di comunità
rinserrata nel suo partito o nel suo sindacato, la loro illusione di essere
al di sopra della massa, di doverla guidare, inquadrare, di doverla
occorrendo reprimere. Quasi tutti i deportati dovevano fare i conti con la
repressione esercitata da altri deportati armati di bastone. Al militante
staliniano o socialdemocratico fare la polizia del campo pareva tanto
naturale quanto era parso naturale ai socialisti tedeschi reprimere le insurrezioni del 1919-21.
Un atteggiamento paragonabile esisteva nei responsabili delle comunità
ebraiche in Europa. Erano pronti a partecipare all'organizzazione della
deportazione degli altri ebrei, compilavano delle liste, raccoglievano dei
fondi, distribuivano dei bracciali, redigevano dei manifesti.
Leggendo i manifesti, ispirati ma non dettati dai nazisti, che i
responsabili ebrei stilarono, si sente fino a che punto quel potere così
nuovo piaceva loro:
«Il Consiglio centrale degli Anziani ebrei è stato
abilitato a disporre in maniera assoluta di tutte le ricchezze ebraiche,
materiali e spirituali e di tutta la manodopera ebraica» (prima
dichiarazione del Consiglio di Budapest). Sappiamo quali erano i sentimenti
dei responsabili ebrei divenuti strumenti degli assassini: si paragonavano a
capitani "la cui nave stava per affondare e che riuscivano a metterla in
salvo gettando fuori bordo la maggior parte di un carico prezioso"; a
salvatori che "risparmiavano mille persone sacrificandone cento, diecimila
sacrificandone mille" (Hannah Arendt, La banalità del male).
Nessun potere può mutare la società: esso la amministra soltanto più o meno
male. In caso di penuria, preleva per sé la parte del leone. Nei campi
questa tendenza si esacerbava con la disfatta imminente della Germania. Sono
spesso le imprese o la SS-Führung che rimettono ordine in ciò che
l'autoamministrazione non sa amministrare. È l'impresa privata in
accomandita per il tunnel di Dora che obbliga la H.-Führung a lasciare che
gli operai risalgano all'aria aperta per mangiare. In occasione di una
disinfestazione, invece di fissare un orario scaglionando dei gruppi nel
tempo, la H.-Führung fa andare tutti in una sola volta davanti alla porta
dell'edificio e li fa spogliare in anticipo; la folla di detenuti si pressa
per poter entrare, taluni trascorrono tutta la notte all'esterno contraendo
delle congestioni polmonari. Da cui numerosi morti, dato che la H.-Führung
ha trascurato di fissare un orario, mentre la SS-Führung gliene lasciava la
possibilità: l'indomani la SS-Führung ne fissa uno essa stessa.
14:38 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) |
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