12.01.2010

UNA NUOVA OPERA AFFERMAZIONISTA SU AUSCHWITZ

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Sotto l'occhio di Lenin il noto negazionista Carlo Mattogno,coadiuvato dall'altrettanto noto Jurgen Graf,camuffato da anziano reggitore, sorpresi mentre esaminano le "prove" dell'avvenuto olocausto ebraico! Sottolineature,grassetto,colorazione,foto... NON compaiono nel testo originale (WaA359) ]

La persona al mondo che sa più cose sull'Olocausto è Carlo Mattogno.

Il suo libro "Le camere a gas di Auschwitz" costituisce la summa mirabile di 30 anni di studi.

E' richiedibile, al prezzo politico di 35 euro alle Edizioni all'insegna del Veltro,

Viale Osacca 13, 43100 Parma;

FAX o telefono: 0521-290880; email: insegnadelveltro@tin.it

UNA NUOVA OPERA AFFERMAZIONISTA SU AUSCHWITZ

di Carlo Mattogno, Gennaio 2010



La mia opera Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli indizi criminali di Jean-Claude Pressac e sulla convergenza di prove di Robert Jan van Pelt (Effepi, Genova, 2009) è ormai uscita da parecchi mesi e, come previsto, quasi nessuno ne ha parlato.

Lo farò brevemente io per celebrare degnamente la “Giornata della memoria”.

L’opera in questione non è negazionista, ma affermazionista, perché confuta le interpretazioni proposte dai due autori menzionati nel titolo ricostruendo di volta in volta, grazie anche a documenti ad essi ignoti, il contesto reale degli eventi. Essa non è dunque sterile critica negativa, ma positivo apporto di conoscenza.


Anzitutto qualche informazione tecnica. L’opera conta 715 pagine, di cui 658 di testo; le restanti contengono 51 documenti. L’apparato critico è costituito da 2510 note con riferimenti a documenti provenienti da 22 archivi e da una bibliografia di circa 270 opere, di cui oltre 80 sulla cremazione. L’Appendice include tra l’altro un Glossario di oltre 400 termini tecnici tedeschi. L’opera è suddivisa in cinque parti e in 19 capitoli. L’Indice riportato sotto fornisce già un’idea abbastanza precisa degli argomenti che vi sono trattati. Mi limito perciò a brevi commenti.

La Parte Prima è dedicata agli “indizi criminali” sulle presunte camere a gas omicide di Auschwitz esposti da Jean-Claude Pressac e poi riproposti – rasentando il plagio – da Robert Jan van Pelt.

La loro formulazione originaria spetta tuttavia al giudice istruttore polacco Jan Sehn, che nell’immediato dopoguerra li aveva già enumerati quasi tutti.
Per “indizi criminali” (
criminal traces) Pressac intende delle presunte “sbavature” (bavures) che appaiono in vari documenti tedeschi relativi ai crematori di Birkenau e per le quali, a suo dire, è impossibile fornire una qualunque spiegazione diversa da quella omicida. Ma, come viene documentato nei 7 capitoli di questa sezione, tale pretesa impossibilità dipende soltanto dalla sua incapacità di trovarne la vera spiegazione.

Nel
capitolo I sono elencati accuratamente tutti gli “indizi criminali” addotti dai due storici summenzionati, che vengono suddivisi in base al crematorio cui si riferiscono e ripartiti cronologicamente, mettendo in risalto il fatto – solitamente trascurato – che essi si concentrano nella fase di costruzione degli impianti di cremazione, sicché tutte le presunte camere a gas di Birkenau avrebbero poi operato per parecchi mesi senza lasciare alcuna traccia. In particolare, la presunta camera a gas del crematorio II avrebbe funzionato nell’arco di venti mesi, sterminando 500.000 Ebrei (van Pelt), senza che a sostegno di ciò si possa addurre il minimo “indizio criminale”.

Il capitolo si chiude con una trattazione sul sistema di ventilazione del Leichenkeller 1 (scantinato seminterrato, la presunta camera a gas omicida) e 2 (il presunto spogliatoio) dei crematori II e III. Sulla base di documenti originali tedeschi, vi si dimostra che, per la presunta camera a gas omicida le SS di Auschwitz avrebbero previsto circa 9,5 ricambi d'aria all'ora, per il presunto spogliatoio 11 ricambi d'aria all'ora: perciò la “camera a gas” sarebbe stata meno ventilata dello “spogliatoio”! Segue un’altra discussione tecnica, parimenti basata su documenti originali tedeschi, relativa al montacarichi provvisorio con portata di 300 kg installato nel crematorio II, che però rimase definitivo, contrariamente alla pretesa di van Pelt che fosse stato sostituito da un altro con portata di 1.500 kg (che invece fu montato nel crematorio III). Vi si dimostra che, per portare i presunti 500.000 cadaveri dal seminterrato alla sala forni al pianterreno, il montacarichi avrebbe dovuto compiere 100.000 viaggi in ascesa e altrettanti in discesa. Il che significa 231 trasporti al giorno, della durata di 6 minuti ciascuno, ininterrottamente, giorno e notte, per tutti i circa 430 giorni di attività effettiva del crematorio, senza mai un guasto e senza mai un attimo di sosta!
Il
capitolo II riprende ad uno ad uno gli “indizi criminali” principali per il crematorio II – Vergasungskeller, Gaskeller, Gasdichtetür, Gastür, Auskleideraum, Auskleidekeller, Sonderkeller, Drahtnetzeinschiebevorrichtung e Holzblenden, Gasprüfer e Anzeigegeräte für Blausäure-Reste, Warmluftzuführungsanlage, Holzgebläse e altri – e li discute in modo approfondito riportandoli nel loro contesto storico reale e confutando così le fallaci interpretazioni di Pressac e van Pelt.
Il
capitolo III esamina gli “indizi criminali” secondari per il medesimo crematorio, il capitolo IV quelli principali relativi al crematorio III. Qui si dimostra tra l’altro, in base a documenti ignoti a Pressac e van Pelt, che le 14 docce menzionate in un documento in riferimento al Leichenkeller 1 del crematorio III non erano affatto “finte”, come da essi apoditticamente proclamato, ma reali.

Esse rientravano in quel programma di «Misure speciali per il miglioramento delle installazioni igieniche», varato a Birkenau all'inizio di maggio del 1943, che includeva anche i crematori, e di cui, a quanto pare, i due autori summenzionati non sapevano nulla. In tal modo hanno presentato una installazione per la salvaguardia dell’igiene dei detenuti come uno strumento attinente allo sterminio, un “indizio criminale”, appunto.
Il
capitolo V tratta degli “indizi criminali” per i crematori IV e V.

Pressac ammette che non esiste alcuna prova della presenza di camere a gas omicide in questi impianti, ma, nonostante ciò, azzarda ben quattro ipotesi diverse sulla loro struttura e funzionamento, una più inconcludente dell’altra. Non a caso egli stesso definisce la tecnica di gasazione «irrazionale e ridicola», giudizio anche troppo benevolo, perché il sistema di gasazione attraverso le finestrelle descritto da Pressac era tecnicamente impossibile. Queste erano infatti munite di una inferriata che impediva l’introduzione dall’esterno di un barattolo di Zyklon B. Senza contare il fatto che le SS di Auschwitz avrebbero progettato nei crematori IV e V camere a gas omicide per uso di massa senza sistema di ventilazione meccanica, a rischio di contaminare l’intero crematorio, dopo aver ordinato, fin dal 9 dicembre 1940, impianti di ventilazione per la sala di dissezione e per la camera mortuaria del crematorio I e dopo averli progettati e installati non solo nei crematori II e III, ma anche nelle camere a gas di disinfestazione del Block 3 del campo principale, degli impianti di disinfestazione BW 5a e 5b di Birkenau e del cosiddetto Kanada I.
Nel
capitolo VI vengono analizzati gli “indizi criminali” di carattere generale, cioè quelli che non si riferiscono in modo specifico ad un crematorio, come Normalgaskammer, una camera a gas di disinfestazione standard a ricircolazione d’aria costruita dalla Degesch, termine da cui Pressac deduce, incredibilmente, l’esistenza di una camera a gas “anormale”, cioè “omicida” (mentre a Normalgaskammer si contrapponeva behelfsmäßige Gaskammer, camera a gas provvisoria, quali erano tutte le camere a gas di disinfestazioni esistenti ad Auschwitz e Birkenau). Vi viene inoltre discusso l’unico “indizio criminale” trovato da van Pelt, la «cremazione con contemporanea Sonderbehandlung», di cui però egli, messo a dura a prova nelle sue conoscenze storiche e tecniche, stravolge sia il contesto storico, sia il significato.
Il
capitolo VII riguarda gli “indizi criminali” attribuiti in modo artificioso ai cosiddetti “Bunker” di Birkenau, due case contadine pretesamente trasformate in camere a gas omicide, che in realtà non sono mai esistite come tali. I singoli “indizi” vengono esaminati a fondo nel loro contesto storico e riportati al loro vero significato, anche qui sistematicamente stravolto dai due autori summenzionati.
La
Parte Seconda presenta uno studio scientifico dei forni crematori di Auschwitz-Birkenau.
Il
capitolo VIII espone una sintesi di 86 pagine della mia opera su questo argomento che non ha potuto ancora vedere la luce. Vi sono trattati tutti i problemi tecnici fondamentali, dalla struttura e funzionamento degli impianti al consumo, alla capacità, alla durata del processo di cremazione, come si può desumere dall’indice.

I risultati di esercizio reali di questi impianti vengono messi a confronto con le relative testimonianze, che risultano tutte spropositatamente esagerate, ossia mendaci, perché l’esagerazione era funzionale alla favola propagandistica sovietica dei quattro milioni di gasati ad Auschwitz: solo attribuendo ai crematori di Birkenau capacità di cremazione iperboliche i testimoni potevano puntellare la propaganda sovietica.

Ma, atteso che tutti i testimoni hanno mentito intenzionalmente sull’aspetto cremazione,

perché si dovrebbe dar loro credito sull’aspetto gasazione?

Tuttavia, come spiegherò nella descrizione del capitolo X, hanno già provveduto essi stessi a destituirsi di qualunque credibilità anche su questo aspetto. Viene inoltre vagliata la questione delle presunte enormi cremazioni all’aperto nel 1944, che sono smentite dalle fotografie aeree di Birkenau dell’aviazione statunitense e britannica.
Nel
capitolo IX vengono discusse in modo dettagliato le affermazioni di Pressac su cremazione e crematori ad Auschwitz. Vi si dimostra che lo storico francese non aveva alcuna idea della relativa problematica tecnica e che le sue congetture al riguardo non hanno alcun fondamento.
La
Parte Terza prende in considerazione le due massime testimonianze su Auschwitz nell’ambito degli ex detenuti e in quello delle SS.
Il
capitolo X presenta una analisi critica delle dichiarazioni di Henryk Tauber, ritenuto da Pressac un testimone «storicamente affidabile al 95%»; a suo rimorchio, van Pelt attribuisce all’unica testimonianza di costui ad essi nota «il valore probatorio più alto» e proclama con supponenza che «i revisionisti non sono riusciti a screditarlo come testimone» e hanno perciò preferito «seppellirla nel silenzio».

Infatti essa qui viene “seppellita nel silenzio” in 47 pagine di critica dettagliata.

Oltre alla ben nota deposizione di Tauber del 24 maggio 1945 davanti al giudice istruttore Jan Sehn, che ho analizzato nell’originale polacco, ho introdotto nella discussione altre due dichiarazioni ignote sia a Pressac sia a van Pelt: la deposizione di Tauber del 27-28 febbraio 1945 davanti alla Commissione di inchiesta sovietica, che ho esaminato nell’originale russo, e la deposizione polacca da lui resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia. Le questioni trattate, una trentina, si possono vedere nell’indice.

La conclusione dell’analisi critica è che non c’è alcun bisogno che i revisionisti si affatichino a screditare Tauber: egli si scredita già abbastanza da solo con le assurdità e le falsità che proferisce.

E questo è il testimone per antonomasia!
Il
capitolo XI espone i penosi sforzi di van Pelt per rendere credibili le “confessioni” dell’ex comandante di Auschwitz.

Egli pretende che «i negazionisti hanno cercato di trovare contraddizioni nella testimonianza di Höss», ma non le hanno trovate, sicché «non hanno avuto successo nell'attaccare la credibilità di Höss mettendone in rilievo contraddizioni».

Ma egli stesso, in un’opera precedente, aveva parlato esplicitamente di «contraddizioni interne nelle sue dichiarazioni». Nel capitolo viene messa in luce l’opera di travisamento sistematico e di complice omertà attuata da van Pelt per occultare tali contraddizioni,

così enormi che demoliscono da sole la credibilità delle dichiarazioni di Höss.
La Parte Quarta è una disamina accurata degli
errori storici e tecnici di van Pelt.
Il
capitolo XII analizza le sue affermazioni riguardo a cremazione e crematori, mettendo in evidenza la sua portentosa ignoranza storica e tecnica su questo argomento. Bisogna aggiungere anche la sua arroganza. Egli rimprovera infatti a Fred Leuchter la mancanza di «conoscenza peritale» su questo tema pur essendone dal canto suo totalmente sprovvisto (le sue cognizioni al riguardo sono addirittura inferiori a quelle di Pressac), ma, nonstante ciò, pontifica come se ne fosse un esperto mondiale. Oltre che assurde, le sue affermazioni rasentano spesso la comicità, come quando attribuisce ad un progetto di forno crematorio mai costruito una capacità di cremazione di 7.200 cadaveri al giorno, ma ciò avrebbe richiesto un impianto di dimensioni un tantino inusuali: un’altezza di 100 metri e una larghezza di 40 (il progetto in questione si riferiva ad un impianto alto 6 metri e largo 3), o quando afferma che la cremazione di un cadavere richiedeva 3,5 kg di coke (il consumo medio dei crematori di Birkenau era di circa 17 kg quando i forni avevano raggiunto la temperatura di esercizio, il che richiedeva un quantitativo supplementare di coke). Il lettore potrà dilettarsi con un ampio novero di scempiaggini di van Pelt.

Qui egli annaspa disperatamente e ricorre a penosi sofismi per tenersi a galla, ma l’unica cosa che si vede galleggiare bene è la sua clamorosa ignoranza.
Il capitolo analizza tra l’altro anche la fantasiosa affermazione di van Pelt che «nel momento in cui i crematori furono terminati, Auschwitz di fatto
non ebbe una capacità obitoriale assegnata in modo permenente», ossia, in altri termini, le camere mortuarie dei crematori erano permanentemente impiegate come camere a gas e spogliatoi. Ad essa viene opposta una serie di documenti, ignoti a van Pelt, che vanno dal 20 marzo 1943 al 25 maggio 1944 e dimostrano che le camere mortuarie dei crematori furono sempre disponibili come tali. Camere mortuarie erano e camere mortuarie rimasero.
Il
capitolo XIII contiene una discussione approfondita circa le presunte aperture di introduzione per lo Zyklon B sulla copertura del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau, la quale, grazie anche alla minuziosa confutazione dei due studi olocaustici più importanti sull’argomento, mostra che tali aperture non sono mai esistite, sicché la tecnica di gasazione descritta dai testimoni risulta irrealizzabile.
Il
capitolo XIV vaglia le congetture di van Pelt sullo Zyklon B. Selezionando accuratamente le testimonianze (quelle secondo le quali la morte delle vittime subentrava dopo circa 30 minuti) ed escludendo quelle scomode (che menzionano durate a partire da 3 minuti), egli, in base alla suddetta durata, sentenzia che le presunte gasazioni omicide avvenivano con concentrazioni di acido cianidrico anche «inferiori a 100 ppm [parti per milione]», corrispondenti a = 0,12 g/m3. Ciò al fine precipuo di “confutare” il rapporto Leuchter. Peccato che dai dati menzionati da Höss, il testimone SS per eccellenza di van Pelt, risulti una concentrazione oltre 140 volte superiore! Con un calcolo ancora più strampalato, egli pretende che nel 1943 ben 1.660 dei 12.000 kg di Zyklon B consegnati al campo furono impiegati per le presunte gasazioni omicide.

Ma poiché i documenti sul consumo di Zyklon B sono molto rari e per di più si riferiscono esclusivamente alla disinfestazione, tale pretesa è assolutamente infondata. Essa è anche contraria alla congettura di Pressac che per le presunte gasazioni fosse impiegato soltanto il il 2-3% delle forniture totali di Zyklon B, mentre van Pelt ne accampa quasi il 14%. Una riprova del fatto che, in mancanza di documenti, ogni storico formula congetture arbitrarie e infondate.
Il capitolo XV tratta del numero delle vittime di Auschwitz. Vengono esaminate cronologicamente le varie enunciazioni, a cominciare dalla favola propagandistica sovietica dei 4 milioni, di cui viene esposto il procedimento di calcolo descritto nella relativa “perizia” (il presupposto fondamentale era una folle capacità dei crematori di Birkenau di 9.000 cadaveri al giorno, quasi 10 volte di più della capacità teorica degli impianti, alla quale, come ho accennato sopra, i “testimoni oculari” si adeguarono prontamente), fino alle statistiche ormai ufficiali di Franciszek Piper. Viene documentato che esse contengono almeno 180.600 deportati fittizi.

Il numero dei morti documentabile è di circa 135.000.

La Parte Quinta si occupa di uno dei princìpi fondamentali della metodologia storiografica di van Pelt: la «convergenza di rapporti indipendenti». Esso presuppone che i primi rapporti su Auschwitz siano veridici, indipendenti e convergenti.
Il
capitolo XVI analizza la genesi della propaganda del movimento di resistenza di Auschwitz, le sue prime storie assurde, poi cadute nell’oblio, da cui faticosamente si formò il motivo letterario delle camere a gas omicide, grazie anche al contributo di Sovietici, Britannini e Polacchi.
Il
capitolo XVII esamina la «ricostruzione di come emerse la conoscenza di Auschwitz» prospettata da van Pelt e mostra in che modo tale propaganda si diffuse. Il documento centrale fu il rapporto redatto nel 1944 da due detenuti ebrei evasi da Birkenau, Rudolf Vrba e Alfred Wetzler, ben noto per le sue clamorose menzogne, sia nella descrizione dei crematori sia in campo statistico; menzogne che Pressac e van Pelt tentano penosamente di giustificare con spiegazioni sofistiche e insensate. Van Pelt mette in atto un tentativo simile anche riguardo all’articolo su Auschwitz di Boris Polevoi del 2 febbraio 1945, che contiene informazioni sul presunto processo di sterminio goffamente inventate. Vengono anche esaminate le perizie e le indagini polacche (Roman Dawidowski, Jan Sehn), le testimonianze maggiori (Charles Sigismund Bendel, Miklos Nyiszli e Filip Müller) e minori (Ada Bimko, Marie Claude Vaillant-Couturier e Severina Shmaglevskaya, Janda Weiss) e degli imputati tedeschi al processo Belsen (Josef Kramer , Hans Aumeier, Fritz Klein e altri) addotte da van Pelt, da lui trattate in modo indecoroso. Una delle perle della sua esposizione è il suo patetico tentativo di giustificare le ridicole menzogne di Ada Bimko.
Il
capitolo XVIII mostra l’inconsistenza della metodologia storiografica di van Pelt. Vi si documenta la totale infondatezza storico-documentaria della sua fantasiosa ricostruzione storica, dalla “prima gasazione” nel Block 11 di Auschwitz, alla “camera a gas” del crematorio I, a quelle dei cosiddetti “Bunker” di Birkenau, con discussione delle relative testimonianze da lui addotte (Pery Broad, Hans Stark, Jerzy Tabeau, Szlama Dragon, David Olère, Johann Paul Kremer).
Il
capitolo XIX liquida la leggenda del “terribile segreto” di Auschwitz, che solo faticosamente sarebbe venuto alla luce nel 1944 col rapporto Vrba-Wetzler, mentre qui si dovrebbe parlare piuttosto di “terribile propaganda” dalla quale solo gradualmente si formò il rapporto in questione e che fu successivamente “storicizzata” da Sovietici, Britannici e Polacchi a forza di processi. Il campo era permanentemente esposto a sguardi indiscreti: dei detenuti impiegati negli oltre cento Kommandos del complesso Auschwitz-Birkenau, degli operai polacchi delle ditte che vi lavoravano (di cui una ventina soltanto nel campo di Birkenau), degli operai liberati da Birkenau dopo un internamento di qualche settimana per violazione del contratto di lavoro (almeno 335 tra il luglio 1943 e il dicembre 1944). Da tutte queste fonti di informazione non risultò alcuna “terribile verità”, soltanto gli assurdi rapporti esaminati nei capitoli 16 e 17. Persino familiari delle SS facevano normalmente visita ai loro congiunti (sono attestate almeno 270 visite). Molteplici furono anche le visite ad Auschwitz di alti ufficiali SS. I documenti che ne parlano mostrano però che essi vi discussero di tutto tranne che di “camere a gas” e di stermini, neppure in modo velato, neppure con insignificanti “sbavature”. Aspetti importanti completamente trascurati da van Pelt.
Si passa poi all’esame del cardine della metodologia di van Pelt: la «convergenza di prove», che consisterebbe nell’estensione della pretesa «convergenza di rapporti indipendenti» a fonti documentarie (documenti, fotografie, reperti archeologici). Il risultato dovrebbe essere una
“convergenza” tra testimonianze e fonti documentarie, cioè una “conferma” reciproca: le fonti documentarie dovrebbero avvalorare le testimonianze e viceversa. In realtà, le testimonianze non sono veridiche, né indipendenti, molte neppure convergenti, mentre i documenti vengono da van Pelt travisati sistematicamente, sicché la “convergenza” che egli ne trae è puramente fittizia. Il suo libro tanto ingiustamente celebrato, The Case for Auschwitz, non è infatti opera di storia, ma una rassegna giornalistica di fonti storiche mal comprese e male interpretate.

Storici, critici, giornalisti, polemisti, affabulatori semiotici e cardiolocaustici, commemoratori e memorialisti e tutti i fedeli della teologia di Auschwitz, non potranno più continuare a riproporre impunemente le tesi di Pressac e van Pelt senza confrontarsi con quest’opera, che le confuta totalmente e radicalmente; e meriteranno rispetto soltanto se, a loro volta, la confuteranno in modo altrettanto totale e radicale.

 

Continua QUI con L'indice del libro


14:24 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, Lager Auschwitz | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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