04.01.2010

Jean-Claude Pressac preteso demolitore del revisionismo olocaustico Parte 7

Pierre Guillaume

DELLA MISERIA INTELLETTUALE IN FRANCIA

in ambiente universitario e specialmente
nella corporazione degli storici

Parte 7

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nella foto :Violenza o£ocau$tico-$ioni$ta contro un legittimo abitante palestinese

Ricordo molto bene che nel pieno della sua collaborazione con Faurisson, molto prima del suo irretimento ad opera di Vidal-Naquet, egli, impressionato dalla quantità e qualità della documentazione accumulata su Auschwitz, aveva comunicato a Faurisson la propria intenzione di pubblicare un libro documentario che progettava di intitolare Auschwitz, Architecture criminelle. Faurisson insisteva che sarebbe occorso mettere, almeno, un punto interrogativo. Un'altra volta progettava di fare una tesi di farmacia sulla lotta contro il tifo e sullo spidocchiamento ad Auschwitz. Questo è sicuro, non troveranno nulla da ridire». La sua preoccupazione era quella di pubblicare i documenti, non importava in quale contesto. Non nascondeva la sua intenzione di corredare i documenti dei commenti necessari e sufficienti perchè fossero pubblicabili, cioè accettabili dalla polizia ebraica del pensiero [*L'insupportable police juive de la penséee»: questa frase, che fotografa felicemente uno stato di cose che in Francia, e non solo in Francia, è caratterizzato da una capillare pratica di sorveglianza intellettuale -- pratica cui fa da riscontro un diffuso quanto avvilente atteggiamento di conformistica sottomissione da parte dei sorvegliati --, non è, come qualcuno potrebbe credere, uscita dalla penna di un antisemita: è di Annie Kriegel, ex-PCF, filoisraeliana, antirevisionista e, lo si noti, ebrea essa stessa di origine.


La scodellava in un momento di insolita franchezza sulle pagine dell'insospettabile Figaro». -- Qui da noi di questa pratica non si hanno, ci pare, molti esempi: prevale di gran lunga l'autocensura. E in questa autocensura ha parte, certo, un vigile senso di ciò che è conveniente per il quieto vivere, ma ha parte altresì la persistenza di una tradizione storica di rigetto della politica nefasta che nel 1938 colpiva una categoria di cittadini il comportamento dei quali in nulla di significativo, nel bene e nel male, differiva, a parità di livello sociale, da quello degli altri italiani, e dell'integrazione dei quali nella collettività nazionale era indice fedele il sempre crescente numero di matrimoni misti. È impossibile, in buona giustizia, prescindere dagli effetti devastanti di quella politica quando si debba giudicare di quegli atteggiamenti di separatezza e alterità che qui e dovunque stanno alla base -- saldandosi a circostanze e a realtà di grande rilievo internazionale -- del ripresentarsi di una questione ebraica. Considerazioni come queste risulteranno sorprendenti soltanto per chi, equivocando in buonafede, dà per scontato che revisionismo e antisionismo altro non siano che sinonimi di antisemitismo. Non ci occuperemo, ora, di chi lo dà per scontato senza poter invocare né la scusante della buonafede né quella di una carente informazione], e di togliere tutto quello che potesse far aggrottare le ciglia a Vidal-Naquet. Fu a questo proposito che mi espresse per la prima volta un'idea che mi ha di frequente ripetuta: Guillaume,

bisogna cedere sulle camere se volete che loro cedano sulle cifre».

E io aggiungevo, scherzando: E viceversa

[cedere sulle cifre perché loro cedano sulle camere],

dunque, bisogna cedere su tutto... perché loro non cedano su niente

In definitiva, Pressac ha fatto esattamente tutto quello che fin dai primi incontri egli ci aveva detto avrebbe fatto ed è lui, alla fine, ad aver realizzato il grosso tomo documentario su Auschwitz che Faurisson si proponeva di realizzare e che aveva annunciato al principio del suo Mémoire en défense (pag. XXIII). Semplicemente, Pressac stava per passare sotto le forche caudine di Vidal-Naquet e di Klarsfeld, i quali posero la sbarra davvero molto in basso. Pressac ha, in effetti, realizzato la prodezza del cammello che passa per la cruna di un ago. La collera perfettamente comprensibile che può suscitare in un revisionista il personaggio Pressac è pericolosa se impedisce di vedere e di analizzare il fatto che forse, nella società così com'è, non c'era altro passaggio fuor che la cruna di questo ago per creare le condizioni di apertura di un dibattito.

Dopo lo scoppio di Faurisson non ho più avuto il minimo contatto, neppure telefonico, con Pressac per parecchi anni. Nel 1986 ho resi pubblici, in un capitolo di Droit et Histoire, la mia testimonianza e il mio giudizio sul personaggio (pagg. 82-89, 107-125). Non ho assolutamente nulla da cambiarvi. Vi era già detto tutto. Pressac, del resto, lo ha letto molto attentamente e non mi ha mai rimproverato se non un particolare (vero) che avrei dovuto tenere per me». Potrei anche aggiungere che non solo tutto vi era già detto, ma che tutto vi era predetto nella nota di pag. 89. Sarà il tema di un prossimo articolo.

Non ricordo più in quali circostanze sono ripresi i miei rapporti con Pressac. Probabilmente è stato il professor Michel Sergent che ha voluto organizzare un confronto. Da Faurisson e da me sentiva dire che le tesi pressacchiane non valevano un fico secco e da Pressac che lui aveva polverizzato Faurisson. Non avevo motivo alcuno di sottrarmi e, Pressac essendo divenuto molto ufficialmente l'esperto del campo avverso, dovevo considerarlo in quanto tale e agire di conseguenza. È così che ci siamo reincontrati a casa di Michel Sergent per questo confronto e che la comunicazione si è ristabilita.

Questa comunicazione molto tenue, telefonica, presentava diversi vantaggi. In primo luogo, era il germe, l'embrione di un dibattito che tutti ci rifiutavano ed era, ad opera di Pressac, la rottura dell'anatema lanciato contro di noi. Era una breccia da allargare in luogo di rinchiuderla con un anatema simmetrico (e fantasmatico, nella situazione in cui ci trovavamo). Ero convinto che l'apertura di un dibattito, o anche il semplice riconoscimento della legittimità di un dibattito, sarebbe bastato a far vacillare il dogma. Ma i nostri avversari lo sapevano così bene che quel dibattito lo rifiutavano a qualunque costo. Avevo anche pensato che i revisionisti avrebbero dovuto far finta di essere impressionati dai lavori e dalle "scoperte" di Pressac; che avrebbero dovuto dichiarare che certi documenti "nuovi" li conducevano a rivedere parzialmente le loro conclusioni totalmente "negazioniste". Mi pareva, non per inclinazione ma per analisi, che questa fosse la sola possibilità di ottenere la legittimazione del revisionismo in generale e di talune delle nostre conclusioni in particolare; o, in ogni caso, la sola possibilità di esporre noi stessi le tesi revisionistiche, i documenti, i ragionamenti, che ci avevano indotti a essere ... troppo categorici. Sarebbe bastato, poi, metter giù le nostre carte. Bisognava, in qualche modo, adottare l'atteggiamento dell'ispettore Colombo. Mi sembrava, questa, la sola soluzione per diminuire la pressione e paralizzare la repressione. D'altronde, continuo a pensare che, se non fosse stato per le vanità anche dalla nostra parte, la partita si poteva giocare. Era possibile indurre l'avversario al dibattito unicamente se da principio avessimo finto di essere stati storditi da Pressac. E, nei nostri avversari, il desiderio di credere in Pressac, e di credere che Pressac fornisse davvero di che replicare a Faurisson, era tale che il tranello poteva benissimo funzionare. Anche il prof. Pierre Vidal-Na-quet ha mandato a Pressac una lettera di calorose felicitazioni quando ricevette il libro miracoloso.

Di lì a quindici giorni gli mandava una lettere di ingiurie!

Non essendo stata tesa, questa rete non ha funzionato. È giocoforza constatare, benché io sia il primo a deplorarlo, che finora, e alla scala della società, Faurisson è stato il miglior agente reclutatore e cementatore delle truppe dei... nostri nemici. L'anatema religioso funziona alla perfezione contro di noi e, quali che siano i progressi che abbiamo compiuti, invece di decostruire i deliri (era il tema del mio articolo in Libération» del 7 marzo 1979), siamo arrivati solo a rafforzarli. Al contrario, Pressac è arrivato ad iniettare la problematica revisionistica nel cuore stesso del tempio dello sterminazionismo perché si credeva veramente antirevisionista! E perché il suo odio, reale, per Faurisson gli teneva luogo di omologazione. È abbastanza spaventoso, ma è così.

Ed è così che la Vieille Taupe è arrivata, passando per Pressac, ad introdurre documentazione revisionistica nel seno dei santuari olocaustici. Tra gli altri, il libro di Sanning, The Dissolution of European Jewry (IHR, 1983), e la documentazione fotografica di John C. Ball, Air Photo Evidence: Auschwitz, Treblinka... (Ball Resource Services, 1992), che avevo dati a Pressac, gli hanno permesso di sostenere un'argomentazione che conduceva i guardiani del tempio olocaustico ad intraprendere essi stessi una salutare revisione dei dogmi. È a partire di qui che le cifre furono in caduta libera e che Roussan e Cono (3), i falliti della memoria, autorizzarono se stessi a pensare, cioè a réviser. Certo, i guardiani del tempio olocaustico non ignoravano l'esistenza della documentazione di Ball e pochi iniziati, tra i meglio informati, probabilmente dovevano da un pezzo condividere in pectore le conclusioni di Sanning, ma l'anatema maggiore scagliato contro i revisionisti e le misure di polizia del pensiero che ne discendono sembravano largamente sufficienti ad assicurare la loro tranquillità. Era bastato dichiarare revisionisti», e dunque colpiti da anatema, l'impressionante studio di un demografo competente e la documentazione fotografica più diretta per dissuadere gli "storici" dal prenderli in considerazione e per eliminare ogni empio domandare. Il libro di Sanning li lasciava impassibili da più di dieci anni. Ma i medesimi argomenti, avanzati e sparsi da Pressac sul vestibolo stesso del tempio, li convinsero della necessità, di fronte ai rischio di incendio incontrollabile, di aprire un controfuoco.

Di fronte ad una foresta in fiamme, la tecnica del controfuoco consiste nell'appiccare un incendio controllato, così che l'incendio principale venga ad estinguersi da solo quando non trova più nulla da bruciare. Il rischio è che il controfuoco diventi anch'esso incontrollabile e distrugga esso stesso il resto della foresta.

Tutta l'operazione Pressac, cioè il recupero e lo sfruttamento di questi ad opera degli olocaustici ufficiali, altro non è che un controfuoco contro... Faurisson. L'operazione presenta tutte le incertezze di un controfuoco, vale a dire che diventa difficile distinguere i pompieri dagli incendiari.

Non si è ingannato Claude Lanzmann, che vorrebbe che contro Pressac e consorti si ricorresse di nuovo all'anatema maggiore che funzionava tanto bene e aveva dimostrato la sua efficacia.

Ma Pressac non è revisionista!

È uno sterminazionista che révise tutto!

Ed è impossibile ricorrere all'anatema contro Pressac senza recidere gli ultimi legami che tengono attaccato l'olocausto alla storia profana. Anatemizzare Pressac, dopo tutto quello che è stato detto su di lui, è tagliare il cordone ombelicale che lega l'olocausto al concreto.

A scadenza più o meno lunga, è condannare

l'Olocausto a diventare il sesto libro della Bibbia,

il seguito del Pentateuco, e una ripetizione del libro di Ester. Ossia la parola stessa di Dio, per i credenti, ma una parola che, in una società laica come la nostra, non è opponibile agli altri, e che, perciò, politicamente non serve a niente.

Per essere utile al servizio di una politica profana in una società laica, bisogna che l'Olocausto sia... storico, e non solo per i credenti. Bisogna, dunque, che sia riconosciuto come storico dagli storici, tanto per cominciare. È la condizione sine qua non della sua efficacia. E si ricade nello spinoso problema dei documenti e della critica, fondamento della disciplina storica. Su questo piano, il Re è nudo.

Mentre l'imperatore procedeva fieramente in testa al corteo sotto il suo magnifico baldacchino, tutta la gente, nella strada e alle finestre, gridava: Che superbo costume! Com'è grazioso lo strascico! Com'è perfetto il suo taglio!». Nessuno voleva mostrare di non veder nulla perché lo si sarebbe giudicato sprovveduto o incapace di ricoprire un impiego. Mai gli abiti dell'imperatore avevano destato altrettanta ammirazione.

Ma non c'è nessun abito», disse ad alta voce un bambinetto.

Signore Iddio, sentite la voce dell'innocenza!» disse il padre.

E ben presto nella folla si sussurrò ciò che aveva detto il fanciullino: Uno sporcaccione [*Un ultimo gioco di parole intraducibile: polisson (sporcaccione») è reso con paulisson, e ciò nell'intento di aggiungere alla somiglianza fonetica di polisson con Faurisson una somiglianza ortografica: che è un prendersi finemente gioco della già ricordata ghenga professoral-professionistica, la quale, impossibilitata a confutare Faurisson, tratta lui di polisson, e di polissonneries le sue ricerche e le sue conclusioni. Né, ben s'intende, le contumelie sono solo per Faurisson: l'ineffabile Vidal-Naquet ha, ad esempio, definito collettivamente i revisionisti escrementi. -- Per parte nostra, non deploreremo intemperanze di questa fatta: il conto in cui teniamo il gros bonnet e i suoi sodali è quello in cui può essere tenuta gente che, mancando di argomenti con cui controbattere i diversamente opinanti, non solo li copre di ingiurie e di calunnie, ma è disposta a farsi aiutare dal braccio secolare, che li imbavaglia.

In altri termini: è tale, quel conto, che la sola cosa che, provenendo da quei signori, ci costringerebbe a dubitare della nostra stessa onestà intellettuale sarebbe, per impossibile, la lode] dice che l'imperatore non ha abito!»

L'imperatore rabbrividì, perché gli pareva che dicesse il vero. Tuttavia si diede una ragione: bisognava, checché ne fosse, condurre il corteo fino in fondo.

Si erse ancora più fieramente, e i ciambellani continuarono a sostenere lo strascico che non esisteva.

E, allora, arrivò Bédarida, che si complimentò con l'imperatore per i suoi abiti e gli propose di utilizzare nondimeno il libro di Pressac come cache-sexe.

Settembre 1993-20 ottobre 1994

Modificato il 25 gennaio 1995

Note

(1) JHWH: sono le quattro lettere con cui gli ebrei devoti indicano il nome di Dio, nome che non deve mai essere pronunciato. Esistono numerosi altri mezzi di evocare l'Innominabile.

(2) SMERSH: servizio di controspionaggio e di compiti speciali dell'esercito sovietico. Sorta di KGB, al quale era legato, peculiare all'esercito.

(3) Eric Conan e Henry Rousso, Vichy. Un passé qui ne passe pas, Fayard, Paris, 1994.

GRAPHOS© 1996 -- Campetto, 4 - 16123 Genova.
Titolo originale:
De la misère intellectuelle en milieu universitaire et notamment dans la corporation des historiens. Véridique rapport sur un exemple consternant d'aveuglement collectif et de cuistrerie prétentieuse [... ].
A-t-on
lu Pressac? ou Pressac, mode d'emploi
Samizdat, 1995. Edizione italiana a cura di Cesare Saletta. Febbraio 1996.

Fonte

[ $,Sottolineature,grassetto,colorazione,foto... NON compaiono nel testo originale (WaA359) ]

15:47 Scritto da: waa359 in Articoli di Pierre Guillaume | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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