17.12.2009
Gian Pio Mattogno critica al giudaismo
TRIBUNALE DI PISA
sezione distaccata di Pontedera
Consulenza tecnica di parte al processo
“Holy War against ZOG”
(ZOG= Zionist occupation government)
La foto NON fa parte del testo originale(WaA359)
Preso atto dei documenti processuali, il sottoscritto ritiene che quanto ivi riportato rientri nell'ambito del libero diritto di critica garantito dall'art. 21 della Costituzione e che la critica al giudaismo - come la critica a qualunque altra fede religiosa - non violi la pari dignità dei cittadini, ma sia legittimo esercizio della libertà d'opinione.
La prova più evidente consiste nel fatto che il giudaismo è stato ed è tuttora oggetto di critica - anche severa - non solo da parte di intellettuali più o meno apertamente antisemiti e della più varia estrazione ideologica (da Tacito a Voltaire, da Fiche a Kant, a Leopardi età., i quali hanno accusato il popolo giudaico di esclusivismo etnico-religioso, di protervia, di asocialità e di misantropia, senza contare la tradizione storico-religiosa della Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II), ma anche da parte di autorevoli scrittori appartenenti alla stessa comunità ebraica.
- Baruch Spinoza (sec. XVII) scrive nel Trattato teologico-politico che gli ebrei "credettero che il loro regno fosse il regno di Dio e tutte le altre nazioni nemiche di Dio - per le quali, perciò, provavano un odio intensissimo (anche tale odio, infatti, lo ritenevano pio, vedi Salmi 139,21-22)" (BARUCH SPINOZA, Trattato teologico-politico, Milano, 1999, p.585).
Questo odio era associato all'amor di patria ed entrambi "erano così favoriti e alimentati dal culto quotidiano che dovettero convertirsi in natura:
infatti, il culto quotidiano non era solo del tutto diverso (per cui avveniva che fossero del tutto particolari e completamente separati dagli altri), ma anche contrario in assoluto a tutti gli altri. Perciò, da una sorta di riprovazione quotidiana dovette nascere un odio continuo (continuum odium), rispetto al quale nessun altro poté radicarsi più saldamente negli animi, in quanto era un odio nato da una grande devozione o pietà e che era ritenuto pio, del quale davvero non se ne può dare uno maggiore né più tenace; e non mancava nemmeno la causa comune per la quale l'odio si infiamma sempre di più, cioè la reciprocità: infatti le altre nazioni, a loro volta, dovettero provare nei loro confronti un odio intensissimo" (Ivi, pp. 585-587).
- Bernard Lazare - dopo essersi interrogato sulle ragioni della universale inimicizia di cui l'Ebreo fu fatto segno di volta in volta dagli Alessandrini, dai Romani, dai Persiani, dagli Arabi e dai Turchi -attribuisce tale ostilità alla sua asocialità e si chiede:
"E per quale motivo era asociale? Perché era esclusivo, e il suo esclusivismo era al tempo stesso politico e religioso o, per meglio dire, dipendeva dal suo culto politico-religioso, dalla sua legge" (B. LAZARE, L'antisémitisme. Son histoire et ses causes, Paris, 1934, I, pp. 43-44).
Per Lazare fu proprio la pratica della Legge ad isolare l'Ebreo dal resto dell'umanità e a respingere ogni contatto con il mondo esterno.
"Senza la Legge, senza Israele per praticarla, il mondo non esisterebbe. Dio lo farebbe rientrare nel nulla, e il mondo conoscerà la felicità solo quando sarà sottomesso all'impero universale di questa Legge, cioè all'impero degli Ebrei. Di conseguenza il popolo ebraico è il popolo scelto da Dio come depositario delle sue volontà e dei suoi desideri; è il solo con cui la Divinità abbia fatto un patto, è l'eletto del Signore.
Nel momento in cui il serpente tentò Eva, dice Talmud, la corruppe con il suo veleno. Israele, ricevendo la rivelazione del Sinai, si liberò dal male, mentre le altre nazioni non poterono guarirne. Così, se esse hanno ciascuna il loro angelo custode e le loro costellazioni protettrici, Israele è posto sotto l'occhio stesso di Jahvè. E' il figlio prediletto dell'Eterno, colui che solo ha diritto al suo amore, alla sua benevolenza e alla sua speciale protezione, mentre gli altri popoli sono posti al di sotto degli Ebrei; solo per pietà hanno diritto alla munificenza divina, poiché soltanto le anime degli Ebrei discendono dal primo uomo. I beni delegati alle nazioni appartengono in realtà a Israele (…)" (Ivi, pp. 50-51).
Questa fede nella loro predestinazione e nella loro elezione
"sviluppò negli Ebrei un orgoglio smisurato. Essi giunsero a considerare i non- ebrei con disprezzo e spesso con odio, quando a queste ragioni teologiche si aggiunsero ragioni patriottiche" (Ivi, p. 52).
Inoltre, il timore dell'impurità "separò gli Ebrei dal resto del mondo e rese più rigoroso il loro isolamento" (Ivi, p. 53).
Alla fine i dottori avevano raggiunto il loro scopo:
"Avevano separato Israele dalla comunità dei popoli; ne avevano fatto un misantropo solitario, ribelle a ogni legge, ostile a ogni fratellanza, chiusa a ogni idea bella, nobile e generosa; ne avevano fatto una nazione misera e gretta, inacidita dall'isolamento, istupidita da una educazione angusta, demoralizzata e corrotta da un orgoglio ingiustificabile" (Ivi, pp. 57-58).
Più recentemente, nel 1970, una delle figure più autorevoli del mondo intellettuale israeliano, Shemuel Hugo Bergman, studioso e docente di filosofia, in uno scambio epistolare con Jehajàhu Leibowitz "prende posizione contro la rigida applicazione del principio halachico, che gli sembra implicare una concezione materialistica e razziale dell'identità ebraica" (Nota di Ariel Rathaus a J, LEIBOWITZ, Ebraismo, popolo ebraico e stato d'Israele, Roma, 1980, p. 66).
Per Bergman la Halacha - cioè il sistema normativo giuridico-ritualistico della tradizione talmudica e rabbinica che regola la vita dell'ebreo in tutti i campi e in tutti i singoli momenti - non è così fissa e monolitica, ma processo storico in evoluzione di pari passo con le circostanze del momento.
"Vi sono dell'Halacha - aggiunge Bergman - cose che oggi mi sembrano terribili (il nostro atteggiamento verso i non-ebrei, ad esempio)" (Ivi, p. 73).
Quali sono queste "cose terribili" relative all'atteggiamento degli ebrei nei confronti dei non-ebrei?
Lo apprendiamo da Israel Shahak, un israeliano docente di chimica organica, deportato a Belsen, autore del libro Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni (Verrua Savoia, 1997), che è un durissimo atto d'accusa contro la tradizione giudaica.
Senza mezzi termini Shahak sostiene che la Halacha contiene
"specifiche prescrizioni discriminatorie contro i gentili" che "hanno lo scopo di inculcare odio e disprezzo nei loro confronti" (p. 185).
Lo studio della Halacha - precisa Shalak -
"è considerato dal giudaismo classico supremo dovere religioso. Per questo, l'ebreo ortodosso impara fin dalla prima giovinezza, nei suoi studi religiosi, che i gentili sono messi sullo stesso piano dei cani, che è peccato lodarli e riconoscerne i meriti, e così via" (p. 190).I non-ebrei sono assimilati agli animali. Dal "cibo dello spirito" sono esclusi "i gentili i cani" (p. 189).
Secondo un costume diffuso a partire dal XVII sec. in molte comunità ebraiche
"la donna ebrea, che ritorna dal suo bagno mensile di purificazione, dopo il quale è obbligatorio avere rapporti sessuali con il marito, deve guardarsi dall'incontrare una delle quattro creature sataniche: il gentile, il porco, il cane e l'asino" (p. 97).
L'omicidio involontario di un gentile non è peccato.
Mentre l'omicidio di un ebreo è un crimine capitale, l'omicidio di un gentile è
"un peccato contro le "leggi celesti", ma non è punibile dal tribunale, dalla giustizia umana.
Non è invece peccato causare indirettamente la morte di un gentile" (p. 161).
E' permesso ingannare e frodare i gentili negli affari.
"E' peccato grave ricorrere a qualsiasi forma d'inganno a danno degli ebrei. Nei confronti dei gentili è proibito l'inganno diretto mentre quello indiretto è permesso, sempre che non rappresenti un pericolo per gli ebrei o che costituisca vilipendio della religione ebraica" (p. 181).
E' permesso il furto ai danni di un gentile.
"La rapina a mano armata, o con la violenza, è rigorosamente vietata se la vittima è un ebreo. Invece, la rapina con violenza e a mano armata di un gentile da parte di un ebreo non è vietata del tutto. Lo è soltanto in certe circostanze, come "quando i gentili non sono sotto il nostro dominio", mentre è permessa "quando siamo noi ad esercitare il potere" " (p. 182).
Tra i gentili, i cristiani sono fatti segno di un odio particolare.
"Bisogna dire subito che il Talmud e la letteratura talmudica (…) contengono affermazioni e precetti molto offensivi diretti specificamente contro il cristianesimo. Per esempio, nel Talmud si afferma che proprio Gesù sarà punito nell'inferno dove rimarrà in eterno immerso negli escrementi bollenti" (p. 46).
Nelle Toledoth Yeshu (Storie di Gesù) - una sorta di racconto popolare di origine medievale molto diffuso fra le comunità ebraiche fino ai nostri giorni - Gesù è accusato di idolatria e stregoneria.
"Per gli ebrei, il nome stesso "Gesù" simboleggia ogni possibile abominio e questa tradizione popolare permane anche oggi. Le lettere che formano la parola ebraica Yeshu, Gesù, furono interpretate come l'acrinomio della maledizione "possano il suo nome e la sua memoria essere annientati", espressione massima di disprezzo e insulto tra i peggiori" (p. 195).
Shahak ricorda anche la famosa preghiera delle "diciotto benedizioni", da recitarsi durante i giorni della settimana, nella quale
"c'è una maledizione speciale originariamente destinata ai cristiani, agli ebrei convertiti al cristianesimo e ad altri eretici ebrei. "Possano gli apostati perdere ogni speranza e tutti i cristiani morire sul colpo" " (p. 186).
Per tali ragioni,in un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz(31 dicembre 1995),Shahak non ha temuto di scrivere:
"La legge religiosa ebraica è esplicitamente una legge inumana" (Cfr. I. SHAHAK, Histoire Juive - Religion huive. Le poids de trois millénaires, Paris, p. 226).Le critiche mosse alla Halacha da Spinoza, Lazare, Bergman e Shahak sono pienamente legittime perché fondate sugli stessi testi della letteratura giudaica post-biblica.
Ci limitiamo ad alcune citazioni esemplari tratte dal talmud (lett. studio), la raccolta delle norme e disposizioni halachiche discusse dagli antichi maestri giudei, unanimemente considerata la massima espressione della civiltà ebraica.
Perché - si chiede il Talmud - il monte Sinai è chiamato così?
Perché fu in quel luogo che scese:
"l'odio (in ebraico sinà) contro i popoli del mondo" (Sabbath 89a. Le citazioni talmudiche sono tratte da LAZARUS GOLDSCHMIDT, Der babylonische Talmud, Berlin-Wien, 1925 sgg.) (Doc. 1)
Questo odio - il "continuum odium" di cui parla Spinoza - si traduce in una molteplicità di comportamenti ostili ai non-ebrei, che vanno dal disprezzo all'inganno, alla frode, al furto, all'omicidio.
Il Talmud si apre con il trattato Berakhoth (Benedizioni), in cui si prescrive di lodare e ringraziare Jahvè per il godimento dei beni materiali e spirituali. A queste benedizioni fanno riscontro le maledizioni che il pio giudeo ha l'obbligo di scagliare contro i goim (non-ebrei) idolatri:
"Disse Rab Hamnunà: chi vede le turbe d'Israele, dica: "Benedetto sia il Saggio dei segreti"; chi vede le schiere dei pagani dica: "Svergognata è vostra madre ecc." (Ger. 50,12)"(Berakhoth 58a, trad. Zolli) (Doc.2).
Chi vede le tombe degli Israeliti - insegnano i maestri - benedica il Signore di giustizia;
"(chi vede) le tombe degli idolatri, dica: "Vergogna a vostra madre ecc." (Ger. 50,12)" (Berakhoth 58b, id.) (Doc. 2)
Chi vede le case di Israele abitate o abbandonate benedica il Signore;
"(chi vede) le case degli idolatri distrutte dica:"Dio della vendetta, risplendi" (Sal. 44,1)" (Berakhoth 58a, id.) (Doc. 2).
Il disprezzo dei non-ebrei è tale che questi sono assimilati alle bestie.
"Gli ebrei sono chiamati uomini i popoli del mondo non sono chiamati uomini, ma bestie"(Baza mexia 114b) (Doc. 3).
"Voi (ebrei) siete chiamati uomini; i popoli del mondo non sono chiamati uomini" (Jebamoth 61a) (Doc. 4)
"Il seme di uno straniero (nokhri) è come il seme di una bestia"(Jebamoth 94a tosaphoth, cit da J.A. EISENMERGER, Entdecktes Judenthum, Konigsberg, 1711, vol. 1, p. 596. Tosaphoth completamenti, spiegazioni aggiunte ai primi commenti del Talmud e in particolare al commento Rashi).
"… Il Misericordissimo ha dichiarato che il loro (dei non-ebrei) seme è libero, come è detto (Ez. 23,20): La cui carne è come la carne di un asino e l'effusione del loro seme come quella di un cavallo" (Kerethoth 6b)
Alla fine di una edificante storiella che compare in Berakhoth 58a Rab Shilà esclama:
"Forse che essi (i non-ebrei) non sono chiamati asini secondo quanto sta scritto:"La loro carne è carne d'asino?" " (Doc. 2)
Nel Koheleth Rabba,un midrash(=investigazione sul testo biblico)che parte del Midrash Rabba(= Grande Midrash), leggiamo:
"R. Bun disse : il Santo, sia benedetto, così parlò: " Così come ho inviato profeti a Israele che sono chiamati uomini, come è detto: Voi … siete uomini (Ez. 34,31), allo stesso modo non invierò profeti agli etèi (=Idolatri) che sono chiamati bestiame, come è detto: E tanto bestiame (Giona 4,11) (Midrash Rabba, Ecclesiastes, III, 18,1, London, 1961, p. 106) (Doc. 5)Rabbi Bechai, nel suo commento al Pentateuco Cad hakkemach (=Misura di farina), pubblicato a Venezia nel 1546, afferma:
"L'animale indica i popoli del mondo, che vengono paragonati alla bestia" (Fol. 24, col. 2,cit. da EISENMENGER, I, p. 598).
Nell'opera Shené luhot haberith (=Le due tavole dell'alleanza) il talmudista e cabalista Isaiah Horowitz (1570-1630) scrive:
"Sebbene i popoli del mondo abbiano un aspetto simile a quello degli Israeliti, essi tuttavia sono considerati come una scimmia di fronte all'uomo" (Fol. 250, col. 2, ivi, p. 599).
Nello Jalqut Reuven gadol (=Raccolta di Ruben grande), una compilazione halachicha tardo-cabbalistica attribuita a Ruben ben Joshua Hoshke Katz di Praga (m. 1673), leggiamo parimenti:
"Gli Israeliti vengono chiamati uomini perché le loro anime sono discese dall'uomo più illustre; invece gli idolatri, le cui anime provengono dallo spirito impuro, sono chiamati maiali" (Fol. 12, col. 2, ivi, I, p. 595).
Citiamo infine un passo tratto dal libro cabalistico Sepher ha-Zohar (libro dello splendore).
Elaborato a partire dalla prima meta del II sec. e pubblicato per la prima volta a Mantova nel 1558-60, fu considerato per parecchi secoli un testo canonico alla stessa stregua della Bibbia e del Talmud.
"E' per questo che è scritto (Ez. 34,31): " Voi siete uomini", il che vuol dire: Voi siete chiamati con il nome di uomini, non già gli altri popoli pagani … E' per questo che gli spiriti degli altri popoli pagani, che emanano dalla parte che non è santa, non hanno il nome di uomo … Gli spiriti dei pagani che trasmigrano quaggiù prendono l'aspetto degli animali impuri enumerati nella Scrittura, nel capitolo degli animali impuri, come ad es. i maiali" (Sepher ha-Zohar, Paris, 1906, i, 20b, pp. 125-126) (Doc. 6).
Dopo averlo assimilato ad un animale, il Talmud ingiunge di nuocere al non-ebreo ricorrendo ad ogni sorta di comportamenti fraudolenti.
"Se (in occasione di un acquisto o di una vendita) hai sfruttato il tuo prossimo (cioè un ebreo), sei tenuto al risarcimento, ma non sei tenuto a risarcire un non-ebreo che tu abbia sfruttato" (Bekhoroth 13b).
"Non è permesso spogliare un fratello, ma è permesso spogliare un non-ebreo, poiché è scritto (Lev. 19,13): Non spoglierai il prossimo tuo.Ma queste parole, dice Jehuda,non si riferiscono al goi (il non-ebreo),perché non è tuo fratello"
(Baba mezia 61a tosaphtoh. Cito dalla traduzione di H. DE VRIES DE HEEKELINGEN, Il Talmud e il non-ebreo, in AA.VV., Studi sul Talmud, Parma, 1992, pp. 60-62, il quale si basa sull'edizione Benveniste pubblicata ad Amsterdam nel 1644-48).
Occorre precisare, come ricorda anche Shalak, che la spoliazione diretta con l'uso della forza (rapina, furto etc.) ai danni di un non-ebreo è generalmente proibita; invece la spoliazione indiretta e fraudolenta per mezzo dell'astuzia, del sotterfugio, dell'inganno è sempre permessa.
Il Talmud (Baba kamma 113b) menziona vari casi di spoliazione fraudolenta messa in atto da alcuni rabbini. Ad es. Semuel acquistò da un non-ebreo una tazza d'oro lasciandogli credere che era di bronzo e al momento del pagamento gli sottrasse altro denaro; Rab Kahan comprò da un non-ebreo cento botti, ma ne prese centoventi e al momento del pagamento gli rubò ancora del denaro. (Doc. 7)
Questi precetti sono ribaditi dallo Shulhan aruch (Tavola imbandita), un compendio del Talmud scritto da Yoseph Caro nel XVI secolo. Il rabbino Moshè Isserles vi aggiunse delle glosse esplicative (haggahoth). Da allora lo Shulhan aruch si impose come una guida indispensabile della vita religiosa ebraica ed ancora oggi è considerato il codice halachico più autorevole (Le citazioni che seguono sono tratte da Schulchan Aruch.Die vier Gesetzbucher der Juden, a cura di A. LUZSENSZKY, Budapest, s.d. e dal rabbino ELI MUNK, Nichtjuden im judischen Religionsrecht, Berlin, 1932).
Dopo aver affermato che, in occasione di un acquisto o di una vendita, è proibito ledere il prossimo (Choschen ha’mishpat 227,1), lo Shulhan aruch precisa:
“Ma si può ledere un non-ebreo, poiché è detto (Lev. 19,11): Non devi ingannare il tuo fratello. Ma un non-ebreo che ha ingannato un ebreo secondo le nostre leggi deve restituirgli il denaro, affinché non sia privilegiato rispetto all’israelita”.(Choschen ha’mishpat 227,26. LUZSENSZKY, p. 36)
“Colui che ruba anche un oggetto di infimo valore trasgredisce il comandamento: Non rubare. Egli è obbligato a restituirlo, si tratti del denaro di un ebreo o di un non-ebreo, oppure di un uomo di una certa età o di un minorenne”.(Choschen ha’mishpat 348,2)
“E’ permesso tuttavia approfittare dell’errore di un non-ebreo, per esempio ingannarlo nei conti o non pagargli ciò che è dovuto, ma ciò solo a condizione che non se ne accorga e che il nome di Dio non sia profanato. Alcuni dicono che è proibito ingannare un non-ebreo e che è permesso solo approfittare degli errori che commette da se stesso”(Choschen ha’mishpat 348,2 haga, Munk, p. 67) (Doc. 8)
“Se qualcuno fa un affare con un non-ebreo e una terza persona lo aiuta ad ingannare il non-ebreo in ciò che concerne la misura, il peso o il numero, è obbligato a dividere il guadagno ( …)” (Choschen ha’mishpat 183,7 haga, MUNK, p.71)
Se tutti questi comportamenti fraudolenti dovessero portare a un processo e il giudice fosse un ebreo, questi dovrebbe fare di tutto per dare ragione ai suoi correligionari, giocando anche d’astuzia.
“Se un ebreo ha un processo con un non-ebreo – dice il Talmud – tu (giudice ebreo) darai per quanto è possibile causa vinta all’ebreo e dirai al non-ebreo: Così vuole la nostra legge. Se è possibile secondo la legislazione dei non-ebrei, darai ancora causa vinta all’ebreo e dirai al non-ebreo: Così vuole la vostra legge. Se tutto ciò non è possibile, allora bisognerebbe giocare d’astuzia.”. (Baba kamma 113a) (Doc. 9)
La misantropia giudaica culmina nella volontà esplicita di nuocere fisicamente al non-ebreo. La halacha vieta espressamente di salvare la vita di un non-ebreo in pericolo di morte. “I non-ebrei, come pure i pastori (ebrei) di bestiame minuto, non li si deve aiutare a risalire (da un pozzo nel quale dovessero cadere), ma non li si deve gettare (nel pozzo)”.
(Synhedrin 57a. I pastori ebrei associati ai non-ebrei avevano una cattiva reputazione e spesso usavano violenza per far passare i loro greggi nei pascoli dei vicini).
Come ricorda Shahak (p. 167), il principio fondamentale del Talmud è che la vita dei non-ebrei non deve essere salvata, sebbene sia proibito ucciderli direttamente.
Tutto ciò è ribadito dallo Shulhan aruch.
“Non si deve provocare la morte degli idolatri con i quali non siamo in guerra, ma è proibito salvarli”. (Choschen ha’mishpat 425, LUZSENSZKY, p. 40)
“Gli idolatri e i pastori di bestiame minuto non li si deve uccidere, ma non li si deve neppure salvare quando sono in pericolo di morte. Ad es.,quando uno è caduto in acqua non lo si deve salvare,nemmeno dietro ricompensa”(Joré Dea 158,ivi,p.22).
Anche uno dei più autorevoli maestri ebrei, Maimonide (1135-1204), insegna:“Se vediamo un idolatra trascinato dalla corrente o che annega in un fiume, non dobbiamo aiutarlo. Se lo vediamo in pericolo di morte, non dobbiamo salvarlo. E’ tuttavia proibito provocarne la morte per annegamento, o spingerlo in un pozzo o altro, poiché egli non è in guerra con noi.” (MAIMONIDE, Miche Torah, Hilkhoth Avoda Kokhavim Ve’houkkotéhem(Les lois concernano le culte des étoile set leurs statuts) 10,1, N.Y.-Jérusalem, pp. 204-206). (Doc. 10)
Shahak cita altresì uno dei più importanti commentatori dello Shulhan aruch, R. David Halevi (vissuto in Polonia nel XVII sec.), il quale spiega che “non si deve alzare la mano per nuocere al non-ebreo, ma si può nuocergli indirettamente, ad es. togliendo la scala quando è caduto in un pozzo” (p. 161)
Per contro, un’espressione di R. Simeon ben Yochai nella Mekhilta d’Rabbi Ismael 14,7 (un midrash esegetico al libro dell’Esodo) sembra accreditare la tesi della legittimità dell’omicidio volontario:
“Il migliore tra i goim uccidilo” (Cit. da J. BONSIRVEN, Textes rabbiniques des deux premiers siècles chrétiens pour servir à l’intelligence du Nouveau Testament, Roma, 1955, p. 18).
Gli esegeti ebrei sostengono che in realtà ciò valga solo in tempo di guerra. Eisenmerger (II,pp. 215-216) sospetta invece che tale contesto non figuri nell’antico libro della Mekhilta, ma sia stato inserito successivamente per celare la vera natura della dottrina giudaica. Noi ci limitiamo a rammentare un passo dello Zohar nel quale – dopo aver ricordato Ez. 23,20, secondo cui la carne dei pagani è come quella degli asini e il loro seme è come il seme dei cavalli – l'autore afferma che Israele è stato purificato sul monte Sinai, mentre è difficile purificare la lordura di un pagano, anche se convertito dopo la terza generazione.
E conclude, senza il minimo riferimento al tempo di guerra:
“E’ per questo che la tradizione ci insegna che il migliore dei pagani merita la morte”(Sepher ha-Zohar cit., III, 14b, p. 42).
Fra le accuse mosse agli ebrei a partire dall’antichità classica vi è quella di aspirare al dominio mondiale.
Ancora nel XVIII sec. Voltaire scrive nel Dictionnaire philosophique: “Ciò che distingue gli brei dalle altre nazioni è che i loro oracoli sono gli unici veritieri: non ci è consentito dubitarne.Questi oracoli, che essi intendono solo in senso letterale, hanno loro predetto cento volte che sarebbero stati i padroni del mondo (…) Devono dunque credere, e in effetti credono, che un giorno le loro predizioni si avvereranno e che avranno l’impero della terra” (VOLTAIRE, Les Juifs, Milano, 1997, p. 5).
Interpretando il pensiero degli antichi rabbini B. Lazare scrive:
“Senza la legge, senza Israele per metterla in pratica, il mondo non esisterebbe, Dio lo farebbe rientrare nel nulla; e il mondo conoscerà la felicità solo quando sarà sottomesso al dominio universale di questa legge, cioè al dominio degli ebrei” (I, pp. 50-51).
Due autorevoli studiosi vicini all’ebraismo, Hermann Strack e Paul Billerbeck, così riassumono l’aspirazione al dominio mondiale e il destino dei non-ebrei nell’èra messianica quali sono prospettati nel Talmud, nel Midrash e nella letteratura apocrifa:
“con la distruzione delle potenze nemiche di Dio il dominio del mondo passa ad Israele; i popoli che hanno oppresso Israele saranno annientati; gli altri, vedendo che Dio è con Israele, avranno timore di lui, si uniranno agli ebrei e diverranno i loro schiavi e i loro contadini; i prìncipi e le principesse dei popoli del mondo si sottometteranno al popolo benedetto e lo serviranno come custodi e balie” (H. STRACK – P. BILLERBECK, Kommentar zum neuen Testament aus Talmud und Midrash, Munchen, 1961, IV, pp. 880 – sgg.).
Il compendio più preciso del destino dei non-ebrei è in questo brano riferito dallo studioso ebreo David Castelli:
“Un vecchio domanda a un dottore che cosa avverrà delle altre nazioni nei tempi del Messia; e quegli risponde che i popoli, i quali hanno oppresso Israele, si manterranno tanto da vederne la salvezza e la prosperità, e poi saranno distrutti; quelli invece che non gli hanno mai fatto male, vivranno nei tempi messianici, come sottoposti agli Ebrei, che avranno il primato del mondo”(D. CASTELLI, Il Messia secondo gli Ebrei, Firenze, 1874, p. 273).
Anche qui ci limitiamo ad alcune citazioni esemplari:
“Il Santo, sia benedetto, disse a Israele: Voi mi avete riconosciuto come unico dominatore nel mondo, perciò anch’io vi renderò unica (nazione) dominatrice nel mondo. Voi mi avete riconosciuto come unico dominatore nel mondo, perché è detto: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico”; anch’io vi rendo unica (nazione) dominatrice nel mondo perché è detto: “Chi assomiglia al tuo popolo, Israele? Esso è un popolo unico sulla terra””(Hagiga 3b) (Doc. 11)
“Quando verrà il Messia saranno tutti schiavi degli Israeliti” (Erubin 43b).
“Colui che osserva scrupolosamente le pratiche dei tsitsith (le sottovesti guarnite di frange ai quattro lati) sarà servito da 2.800 schiavi, come è scritto: “Così dice il Signore delle schiere:
In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue parlate tra le nazioni afferreranno un giudeo per il lembo della veste, lo afferreranno dicendo: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo sentito che Dio è con voi” (Zaccaria 8,23) (Sabbath 32b).
Nel midrash Pesiqta Rabbati (Grande Sezione), una raccolta di prediche per le feste e i sabati particolari scritta presumibilmente nel VI o VII sec., leggiamo:
“In quell’ora il Santo, egli sia benedetto, farà risplendere la luce del Re-Messia e quella di Israele. E tuttavia tutti i popoli della terra saranno nelle tenebre e nel buio. Ed essi cammineranno tutti nella luce del Messia e di Israele; poiché è detto: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Salmi 60,3). Ed essi verranno e lambiranno la polvere sotto i piedi del Re-Messia;poiché è detto: “Lambiranno la polvere dei tuoi piedi” (Isaia 49,23). E tutti verranno e cadranno con la faccia a terra davanti al Messia e davanti a Israele e diranno loro:
vogliamo diventare i tuoi servi e i servi di Israele. E ogni israelita avrà 2.800 servi,
poiché è detto: “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un ebreo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo sentito che Dio è con voi” (Zaccaria 8,23)” (Pesiqta Gabbati, a cura di W.G.BRAUDE, Yale University Press, II, 1968, pp. 676-683. Abbiamo preferito utilizzare la traduzione di G. STEMBERGER, Il Midrash, Bologna, 1992, p. 234). (Doc. 12)
In un altro midrash, Bemidbar Rabba (Numeri Rabba), è scritto parimenti:
“Nel mondo a venire, quando gli idolatri vedranno che il Santo, sia benedetto è con Israele, si uniranno ad essi (agli ebrei), come è scritto: In quei giorni etc.” (Bemidbar Rabba I,3, in Midrash Rabba, Numbers, London, 1961, I, p. 9. La stessa tradizione è riportata in Tanchuma Buber, Bamidbar 3, cit. in D. KIMCHI, Commento ai Salmi, Roma, 1995, II, p. 73 nota).
Citiamo infine – tra gli altri – tre brani tratti dalla letteratura apocrifa, che ribadiscono le speranze messianiche di dominio mondiale coltivate dagli ebrei.
“E io ti farò grande e ti moltiplicherò assai, da te usciranno re e domineranno ovunque l’orma del piede dei figli dell’uomo abbia calcato. Io darò alla tua stirpe tutta la terra che è sotto il cielo ed essi domineranno su tutti i popoli, come vorranno, e poi raduneranno (nelle loro mani) tutta la terra e la erediteranno per l’eternità” (Libro dei Giubilei, XXXII, 18-19, in APOCRIFI DELL’ANTICO TESTAMENTO, I, Torino, 1982, p. 357).
“Terrà i popoli dei pagani sotto il suo giogo per servirlo e renderà gloria al Signore sotto gli occhi di tutta la terra ( …) sicché giungeranno nazioni dall’estremità della terra per vedere la sua gloria portando in dono i figli di cui era stata privata” (Salmi di Salomone, XVII, 30- 31, ivi, II, 1989, pp. 140-141).
“Dopo che saranno venuti i segni che prima ti ho detto, quando saranno turbati i popoli e sarà venuto il tempo del mio Unto, egli chiamerà tutti i popoli e ne farà vivere alcuni e altri ne ucciderà. Ogni popolo che non conoscerà Israele e che non avrà calpestato il seme di Giacobbe, esso vivrà. Tutti coloro, invece, che avranno dominato su di voi o che vi avranno conosciuto, tutti costoro saranno consegnati alla spada” (Apocalisse siriana di Baruc LXXII, 1-6, ivi, p. 222).
Queste aspirazioni hanno accompagnato la storia del popolo ebraico fino ai nostri giorni.
“La funzione che Israele deve compiere – scrive Elia S. Artom in un’opera ritenuta ancora vitale a molti anni dalla prima edizione – è essenzialmente quella di preparare con i suoi atti esemplari e disciplinati dalle prescrizioni della Torà la venuta del tempo in cui tutti gli uomini riconosceranno di fatto quello che si chiama malkhuth shamàjim (regno celeste), cioè la sovranità dell’unico Dio, creatore, padrone e regolatore del mondo(…)”(E. S. ARTOM, La vita di Israele, Firenze, 1975, p.2).
Gian Pio Mattogno
16:33 Scritto da: waa359 in Eretici antisemiti | Link permanente | Commenti (0) |
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