16.12.2009
COME LE POTENZE CAPITALISTICHE COSTRINSERO L’ITALIA ALLA GUERRA parte 2
di Filippo Giannini
parte 2
Nella foto Benito Mussolini coi paracadutisti tedeschi che lo hanno appena liberato,sul Gran Sasso.(WaA359)
E’ noto il determinante ruolo di mediazione e moderazione svolto da Mussolini. Il Ministro degli Esteri francese George Bonnet notò il grande ascendente che il Duce esercitava su Hitler <presso il quale sembra svolgere un compito moderatore, proponendo formule conciliative nei momenti in cui il Cancelliere cedendo ad uno dei suoi momenti di collera, rimetteva tutto in discussione>. E il parere di Alan Bullock (Hitler. A study in Tiranny”, pag. 428): E’ quasi certo che fu l’intervento di Mussolini a pesare sulla bilancia>.
Molti in Europa ritenevano che Mussolini solo potesse essere in grado di eliminare le cause di un futuro possibile conflitto.
Sulla strada del ritorno folle deliranti lo acclamarono come il salvatore della pace. Della stessa opinione era la stampa mondiale. Negli Stati Uniti si affermò: <Monaco è il più bel momento di Mussolini>.
Affacciato al balcone di Palazzo Venezia, così rispose alla folla che lo acclamava: <A Monaco noi abbiamo operato per la pace secondo giustizia. Non è questo l’ideale del popolo italiano?>.
Così, almeno per quei giorni, gli eserciti già mobilitati, rientrarono nelle caserme.
Churchill nel suo discorso alla Camera il 5 ottobre, disse fra l’altro: <Abbiamo subito una disfatta totale e senza scusanti (…). Ci troviamo dinanzi a un disastro di prima grandezza>.
Ma anche Mussolini accusò gli stessi timori: era inquieto per il ruolo che stava assumendo la Germania nel cuore dell’Europa. Il suo timore era alimentato dal fatto che il Reich si affacciava ormai al Brennero. Queste preoccupazioni vennero espresse a Bruno Spampanato: <Non m’illudo su Monaco. Quei signori a Monaco avevano bisogno di chi gli suggerisse, a ognuno nella sua lingua, un compromesso decente. Tutti avrebbero fatto la guerra, ma nessuno era pronto. Nemmeno la Germania che aveva puntato sulla lentezza delle democrazie nel reagire. A settembre la guerra è stata solo rimandata>.
Tutti questi avvenimenti si svolgevano mentre in Spagna infuriava ancora la sanguinosa guerra civile e le “democrazie” rifornivano di armamenti e uomini e si mantenevano sullo stesso schieramento dell’Unione Sovietica, contro quello mantenuto dall’Italia e dalla Germania. Negli Stati Uniti Roosevelt, violando le leggi dei suoi Stati, consentì che nelle città americane venissero aperti uffici di arruolamento per le “Brigate Internazionali”. Così operando, l’Italia veniva sempre più sospinta verso la Germania nazionalsocialista. Lo stesso Winston Churchill ne “La Seconda guerra Mondiale”, 1° Volume, pag. 209, ha scritto: <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola>. Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilerra”, a pag. 834: <E l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania (…)>.
A fine novembre 1938 Ribbentrop era a Roma e, incontratosi con Mussolini e Ciano, iniziò con questa dichiarazione: <Il Führer è convinto che dobbiamo ritenere inevitabile una guerra con le democrazie occidentali, forse fra tre o quattro anni>. Dopo questa premessa, il Ministro degli Esteri tedesco continuò svelando il motivo della sua visita: <Dopo quanto è successo a Monaco, l’Asse si trova in una situazione eccezionalmente favorevole a una eventuale alleanza secondo le proposte tedesche>.
Mussolini aggirò abilmente l’offerta; il popolo italiano non è ancora pronto ad andare, con un’alleanza militare, al di là dell’Asse. <Ci si può arrivare rapidamente>, aggiunse.
E’ certo che temeva l’imprevedibilità della politica di Hitler, e si preoccupò di rendere “ermetiche” le frontiere con la Germania. Questo proposito prese concretezza a partire dall’autunno del 1938, quando dette ordine di passare alla fase esecutiva del progetto di fortificazione del confine con la Germania (Austria). I lavori furono concepiti e posti in esecuzione sotto la direzione del generale Arturo Monti e superarono, per larghezza di mezzi e di materiali, qualsiasi progetto similare. Questa linea difensiva venne battezzata “Vallo Alpino del Littorio”. Le opere di fortificazione continuarono anche dopo l’inizio della guerra a fianco della Germania e vennero sospese solo nel 1941, a seguito delle proteste della nostra alleata. Queste opere di fortificazioni al confine col Brennero dovrebbero servire, ad alcuni storici per rivedere i giudizi su “certe responsabilità” relative agli avvenimenti che seguirono. Mussolini attendeva quel “messaggio” da parte delle democrazie: “messaggio” che non giunse mai. Giunsero, invece, come vedremo, “messaggi” di ostilità accompagnati da inaudite provocazioni.
La storia correva inesorabile . Se gli statisti europei avessero accolto i decennali avvertimenti di Mussolini, non ci sarebbe stata ragione alcuna che Hitler divenisse il Führer della Germania. Il mantenere in vita gli assurdi privilegi di Versailles pose la Germania in condizione di provvedere da sola alle sue improrogabili necessità e alla tutela dei suoi giusti diritti, nonché al proprio onore nazionale.
Fra i tanti, troppi errori (se poi tali furono!) commessi nel ’19, non è davvero di secondaria importanza l’aver concepito un “corridoio” per assicurare alla Polonia un accesso al mare, togliendo alla Germania la città di Danzica e un ampio territorio i cui abitanti erano per la stragrande maggioranza tedeschi.
Eppure Hitler, a mezzo di Ribbentrop, nel rivendicare la correzione di quella stortura, propose delle condizioni eccezionalmente ragionevoli: il Reich intendeva costruire una autostrada e una linea ferroviaria a doppio binario che attraversasse il “corridoio” per collegare la Germania con la Prussia orientale. In cambio il Reich sarebbe stato disposto a prolungare il trattato di amicizia con la Polonia portandolo da dieci a venti anni; e avrebbe, infine, garantito le frontiere polacche. La risposta di Varsavia fu negativa.
Perché il Governo polacco si irrigidì di fronte a queste ragionevoli proposte di Hitler e non volle dar inizio ad alcuna trattativa? Sappiamo che il 31 marzo 1939 Francia e Gran Bretagna si impegnarono a garantire l’indipendenza della Polonia, ma sappiamo anche che questa Nazione venne tradita e abbandonata alla mercè delle truppe tedesche prima e di quelle sovietiche dopo.
Gli stessi Stati Uniti non facevano mistero delle loro predilezioni. In appendice del libro “Da Versailles al 10 giugno 1940” sono stati allegati due documenti, uno datato 21 novembre 1938 e l’altro 16 gennaio 1939, dai quali risulta la risolutezza del Governo americano nell’affiancarsi agli alleati europei per la difesa della Polonia. D’altronde, da anni Roosevelt aveva dato alla sua politica estera la veste di una crociata ideologica, atteggiandosi a paladino delle democrazie contro le ideologie autoritarie.
Il 31 marzo 1939 Chamberlain ai Comuni rilasciò la storica dichiarazione che Gran Bretagna e Francia <avrebbero dato al Governo polacco tutto l’appoggio in loro potere>. Ma questa volta Chamberlain andò oltre: offrì le stesse garanzie a Romania e Grecia e propose un’alleanza alla Turchia.
In questo torbido clima di emergenza continuava il balletto degli inganni tedeschi nei confronti della loro alleata dell’Asse. Il 15 marzo Goering giunse a Roma e presentò subito a Mussolini un interrogativo: quando sarebbe dovuta iniziare la guerra?
Il Duce rispose che l’Italia non poteva essere pronta prima del 1942-43 e Goering assicurò che prima di quella data neanche la Germania sarebbe stata in grado di attaccare. Ma ecco l’inganno: <Goering già sapeva che l’ordine d’attacco era stato fissato per il prossimo autunno> (”Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby, pag. 67). Dopo questa assicurazione, Mussolini fece assegnamento su alcuni anni di pace.
Avendo avuto da Attolico (ambasciatore italiano a Berlino) un rapporto allarmante che annunciava come imminente un attacco tedesco contro la Polonia, il Duce chiese all’ambasciatore di accelerare un incontro tra Ciano e Ribbentrop per ottenere ulteriori garanzie.
Shirer scrive su “Storia del III Reich”, pagg. 525-526: <I due Ministri degli Esteri si incontrarono a Milano il 6 maggio. Ciano era arrivato con disposizioni scritte di Mussolini il quale intendeva far capire ai tedeschi che l’Italia desiderava evitare una guerra per almeno altri tre anni. Con sorpresa di Ciano, il Ministro tedesco dichiarò che anche la Germania desiderava mantenere la pace per un uguale periodo di tempo>. Facendo leva su queste garanzie offerte al collega, Ribbentrop ripresentò la necessità di un Patto militare.
Ciano telefonò a Mussolini informandolo sull’esito dell’incontro e delle garanzie avute da Ribbentrop (che poi erano la conferma di quanto Goering aveva detto il marzo precedente).
Dal “Diario” di Ciano risulta evidente la preoccupazione degli italiani di non essere più colti di sorpresa di fronte al “fatto compiuto”, come era accaduto, più volte, in precedenza. E questa certezza si riteneva di poterla raggiungere solo stipulando con la Germania un patto formale. A questo punto, confidando su quelle assicurazioni e considerando che, a seguito dell’alleanza e protezione offerta alla Polonia da Francia e Inghilterra, l’Italia non poteva rimanere isolata nel contesto europeo, Mussolini autorizzò il genero ad accettare la proposta tedesca di un’alleanza militare tante volte ventilata e mai concretizzata.
Il “Patto d’Acciaio” (ufficialmente denominato “Patto di amicizia e di alleanza fra l’Italia e la Germania”) venne firmato a Berlino il 22 maggio 1939. Vittorio Emanuele III in quell’occasione fece consegnare a Ribbentrop, per mezzo di Ciano, il “Collare dell’Annunziata”, la più alta onorificenza di Casa Savoia e, in risposta ad un messaggio di Hitler, così si espresse: <Adolfo Hitler, Führer e Cancelliere del Reich – Berlino. In occasione della firma del Patto che viene oggi concluso dai nostri due Governi, mi è grato inviarVi le espressioni dei miei cordiali sentimenti di alleato e di amico, insieme ai voti più sinceri per la Vostra persona e per la prosperità e grandezza del Vostro Paese legato all’Italia dal saldo vincolo, da una profonda comunanza di interessi e di propositi.
Vittorio Emanuele>.
Ha scritto Amedeo Tosti nella sua “Storia della Seconda Guerra Mondiale”, pag. 45: <Il 23 maggio (in pratica il giorno seguente la firma del “Patto d’Acciaio”, nda) Hitler riunì i capi militari a Berlino, nello studio della Cancelleria e disse loro bruscamente che nuovi successi erano impossibili senza spargimento di sangue: la guerra era perciò inevitabile>. Alla riunione erano presenti i più alti gradi delle forze armate germaniche e, stando alla testimonianza del colonnello Rudolf Schmundt, presente alla riunione, il Führer ordinò che il motivo e le risoluzioni della riunione dovevano rimanere assolutamente segreti. L’ordine dell’assoluta segretezza valeva anche nei confronti degli alleati della Germania: l’Italia e il Giappone.
Prime considerazioni:
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Mussolini autorizzò Ciano a sottoscrivere il Patto militare solo dopo aver avuto l’assicurazione che anche l’”Altra Parte” <desiderava mantenere la pace per un periodo di tempo (almeno tre anni, nda);
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Come si è visto, a meno di 24 ore dalla firma del Patto, Hitler convocò nella Cancelleria i maggiori esponenti militari impegnandoli a studiare un piano d’attacco contro la Polonia, contravvenendo così l’articolo 2) del Patto (consultazioni in caso di pericolo di guerra);
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Il Governo italiano non fu assolutamente informato né degli studi d’attacco, né, addirittura, dell’inizio delle operazioni belliche. Veniva così violato in pieno, nella sostanza, quanto previsto nel Patto.
Si trattò di un inganno (parente stretto del tradimento) che portò l’Italia alla rovina e nella sua rovina trascinò anche “l’altra Parte Contraente”.
Erich Kuby a pag. 72 del volume già citato, attesta: <Nel testo siglato a Milano (incontro Ciano-Ribbentrop del 6 maggio precedente, nda) era chiaramente specificato: l’intervento armato del partner era previsto unicamente nel caso che l’Italia o la Germania fossero state aggredite>.
A seguito di altri allarmanti rapporti provenienti da Berlino, il Governo italiano, per evitare nuovi colpi di testa di Hitler, incaricò il Maresciallo Cavallero di recarsi dal Führer per consegnargli un memoriale nel quale venivano ribadite l’impreparazione militare dell’Italia e l’assoluta necessità di mantener fede alla data stabilita per l’inizio di qualsiasi attività bellica. Hitler si mostrò comprensivo e si disse d’accordo sulle considerazioni dell’alleato.
Per volontà di Mussolini il 10 agosto Ciano partì per Salisburgo per incontrarsi con Ribbentrop. Prima di congedarsi dal genero, il Duce gli raccomandò ancora di far presente ai tedeschi che l’Italia era nell’impossibilità materiale di intraprendere un conflitto e che un attacco alla Polonia avrebbe causato una guerra generale disastrosa per tutti. <Ciano lo guarda con commozione: mai come quel giorno il Duce ha parlato con tanto calore e senza riserve della necessità della pace. Il genero è del tutto d’accordo: si batterà con coraggio, ma dubita dei risultati> (“Diario”, G. Ciano, 10 agosto 1939).
Il 13 agosto Ciano annotò nel suo “Diario”: <Torno a Roma disgustato della Germania, dei suoi capi, del loro modo d’agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un’avventura che non abbiamo voluto e che può compromettere il Regime e il Paese>.
Nei giorni successivi si verificò in Mussolini un alternarsi di posizioni antitetiche e Ciano così scrive nel suo “Diario” in data 18 agosto: <Se l’Italia dovesse denunciare il Patto, quali assicurazioni avremmo che Hitler non accantonerebbe la questione polacca per saldare il conto con l’Italia?>.
Mussolini nei giorni immediatamente precedenti l’esplosione del conflitto visse momenti drammatici, e i tentativi che si succedevano per evitare che l’Europa precipitasse in una guerra si fecero ancor più febbrili. Il 26 agosto compì un ulteriore tentativo per dissuadere Hitler dall’iniziare un conflitto. Spedì un nuovo messaggio nel quale, fra l’altro attestava: <Oso insistere nuovamente sull’opportunità di venire a una soluzione di carattere politico che io ritengo ancora possibile: soluzione, naturalmente tale da garantire alla Germania piena soddisfazione, morale e materiale>.
Ma la pazzia e l’incoscienza avevano contagiato tutti: anche i polacchi che sentendosi garantiti dalle promesse d’intervento anglo-francese, rinvigorirono la propria intransigenza. Anche da oltreoceano, dal Presidente americano giungevano al Governo polacco incitamenti a non cedere.
Alle 9 del mattino del 31 Attolico comunicò che <la situazione era disperata e che se non si fosse verificato un fatto nuovo, di lì a poche ore, ci sarà la guerra>. Quello stesso giorno il Duce telefonò a Londra proponendo di predisporre per il 5 settembre successivo, una conferenza con lo scopo di rivedere nell’insieme il Trattato di Versailles. Fu l’estremo tentativo per fermare la guerra. Alle 20,20 di quel 31 agosto l’ufficio telefonico informò che Londra aveva tagliato le comunicazioni con l’Italia. Inaudito! Forse calcolo politico? A questo punto non è più possibile parlare di errori, ma di una precisa volontà, da ogni parte, di volere la guerra.
Il diplomatico Pietro Gerbore, in un’intervista rilasciata a Piero Buscaroli nell’aprile 1973, disse: <C’è un documento unico. Di rado, nella storia della diplomazia, una decisione come quella del 10 giugno 1940 è illuminata da un retroterra altrettanto minuzioso e coerente. Non è sconosciuto: i pochi intenditori lo chiamano, dal nome del suo autore, “Il Rapporto Pietromarchi”>. Sempre Gerbere, con il solito intervistatore, ma in data 9 giugno 1996, ritornò sull’argomento: <Chi, come il sottoscritto, visse nelle adiacenze di Gibilterra e udì i resoconti dei capitani delle nostre navi, conferma l’esattezza di quel documento che prova la tenace volontà britannica di ridurre l’Italia all’esasperazione>.
In effetti il “Rapporto Pietromarchi” non fu uno, ma due: il primo presentato a Mussolini l’11 maggio 1940 e l’altro l’8 giugno successivo. Entrambi sono riportati per intero e per la prima volta nel volume “Da Versailles al 10 giugno 1940” della collana “Benito Mussolini – l’uomo della pace”. Per ovvii motivi di spazio, in questa sede possiamo solo accennarne il contenuto. Luca Pietromarchi era il capo dell’Ufficio Guerra Economica e i suoi rapporti al Capo del Governo annoverano una serie infinita di atti di pirateria compiuti dalla Marina di Sua Maestà Britannica in danno della nostra Marina mercantile e di linea. Nei “Rapporti”, citati nel testo “La Marina, gli armistizi, e il Trattato di Pace – Ufficio Storico della Marina Militare”, a pag. 346 si legge: <Dal 1° settembre 1939 al 25 maggio 1940, inglesi e francesi procedettero al fermo e al dirottamento di 1347 mercantili e navi di linea italiana, con la perdita di un miliardo di lire, pari a molto più di mille miliardi di lire di oggi>. Ogni dirottamento o fermo avvenuto in acque internazionali corrispondeva ad un vero atto di guerra. L’arroganza inglese arrivò a sequestrare (contro ogni convenzione internazionale) oltre 200 sacchi di posta diretta a città italiane, con la pretesa di un’arbitraria censura.
Al termine della guerra Luca Pietromarchi fu incolpato di aver posto in rilevo nei suoi “Rapporti” gli atteggiamenti “sgradevoli e vessatori” degli anglo-francesi e, quindi, di aver evidenziato “la materiale impossibilità per l’Italia di continuare a tollerare un tale atto di fatto”. Nell’impossibilità di provare che i “Rapporti Pietromarchi” erano frutto di doppiezza, Luca Pietromarchi fu riammesso nella carriera diplomatica.
Cosa che conferma l’autenticità di quanto Luca Pietromarchi aveva testimoniato.
Filippo Giannini
Dicembre 2009
14:40 Scritto da: waa359 in Mussolini (su) | Link permanente | Commenti (1) |
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Commenti
Grazie di avermi fatto conoscere il Giannini.
Scritto da: Antonella | 16.12.2009
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