09.12.2009

Colloquio con La Sconosciuta di Robert FAURISSON

FRA LA PENNA E L’INCUDINE

IN CONFIDENZA (I°)

___________________

Colloquio con “ La Sconosciuta “ di Robert FAURISSON 28 Dicembre 2007

Dieudonné_faurisson_2009.JPEGLa Sconosciuta:

Robert Faurisson, da ben trentanni Lei fa parlare di se per la sua tenacia in una battaglia solitaria per delle idee che Le sono molto personali e che non commenteremo in questa sede; sono già sufficientemente chiosate altrove. Le propongo di far conoscere al pubblico altri aspetti della sua personalità, cominciando da alcune semplici immagini, violentemente contrastate, che si sono imposte e che sono come la manifestazione del suo personaggio pubblico. In effetti Lei gode di una doppia celebrità:  quella di alcuni che la ammirano per il suo rifiuto dell’approssimativo e per il rigore del suo metodo;  quella di coloro che la considerano un pericoloso prestigiatore, riuscendo ad ipnotizzare quelli che acconsentono di ascoltarla.


I primi già vedono la targa di “ Piazza Robert Faurisson “ a Vichy, non lontano dal fiume Allier e dalla fonte dei Celestini, davanti al liceo dove Lei insegnava Rimbaud alle ragazze – prima di passare a dei piaceri ancora più scabrosi – o nei pressi del luogo dove tre bellimbusti hanno tentato di assassinarla nel 1989.

I secondi, che si dichiarano i suoi assassini mancati, si danno da fare da ben trentanni per mandarla in prigione, al cimitero o all’ospedale psichiatrico, senza riuscirci.

Davanti ad un destino così singolare, per via dei sorprendenti eccessi che Lei ha provocato, non si può evitare di ritenerla, da qualsiasi lato la si veda, un essere improbabile, un Arsenio Lupin, se Lei lo permette, una figura del mito dell’evasione a ripetizione, che “nargue”  (sfida), il tutto in un quadro che può sembrare ludico, benigno, poiché non c’è la morte dell’uomo. La sua passione è sempre stata la letteratura; non è cosa rara che il romanzesco trasfiguri i suoi lettori; è quello che successe a Don Quichotte, a Madame Bovary e ad altri ancora. Mi permetto dunque di trattarla come un personaggio da romanzo, che è stato formattato dai suoi lettori; Lei appartiene alla leggenda prima ancora che il romanzo della sua vita sia stato scritto, certo, ma si potrebbe dire altrettanto di ben altre persone celebri.

Lei mi autorizza a trattarla in tal modo?


R. Faurisson:

Lei pensa che io “nargue”. “Narguer” vuol dire “ sfidare con sprezzo beffardo “. Perché no?

Tuttavia che io “sfidi” o meno in questo modo, di solito non sono delle persone ma l’autorità o il pericolo. Mi piace sfidare chi fa sfoggio della sua autorità ed ho un certo gusto per il rischio, anche fisico, poiché succede che io sia portato per l’audacia. Non penso di fare mostra di arroganza ma a volte, davanti alla pesantezza, nascondo male la mia prostrazione. Senza essere per altro un Don Quichotte poiché credo di essere sprovvisto di illusioni, so che l’autorità che io sfido se la porterà via; essa mi spezzerà. Fra tredici mesi compirò ottantanni. I miei giudici accusatori avranno vinto. I criminali del campo dei vincitori l’avranno portata via e rideranno di noi. E’ la loro versione della storia che verrà imposta.

Nel ritratto lusinghiero che lei dipinge di me e del quale le sono grato perché non ho l’abitudine di vedermi trattato in questo modo, percepisco già gli elementi della caricatura che disegneranno di me i miei potenti avversari. Si ricordi che nel mio ultimo recente processo davanti alla XIa. Camera della Corte di Appello di Parigi, presieduta dalla Sig.ra Trébucq, gli avvocati delle tre parti civili si sono accordati nel dire che il tratto dominante della mia personalità non era altro che la vigliaccheria. La corte ed il pubblico ministero annuivano.

Lei mi parla di “ personaggio romanzesco “. E sia, ma c’è bisogno della finzione quando la realtà è a portata di mano, così interessante da snidare e da rivelare con esattezza, anche quando questa è sordida?

I grandi romanzi in realtà sono delle cronache; il fatto che capiti loro di assumere un colore romanzesco, epico o poetico, non cambia niente. Ci sono state opere che mi hanno emozionato come, ad esempio, I Persiani, di Eschilo oppure alcuni sonetti misteriosi di Nerval  o ancora la trilogia tedesca di Céline (D’un chateau l’autre, Nord, Rigodon) ma non ne conosco alcuna della quale affermerei che mi abbia formato o, come dice lei, “ formattato “. Ciò che mi ha formato sono innanzitutto gli eventi della vita reale e non, penso io, le letture.


La Sconosciuta:

Nelle storielle che circolano lei viene chiamato Signor Zoolocauste, Dottor Frisson, Faufaux, L’Affreuxrisson, Norton Cru007 (alludendo a Jean-Norton Cru, revisionista della Prima Guerra Mondiale, come Lei di discendenza franco-britannica e, come Lei, universitario). Il suo cognome Faurisson significa qualcosa nel gergo della Charente,  culla della sua famiglia paterna?


R. Faurisson:

Ci siamo: le storielle. Mi sono giunti alle orecchie anche altri nomignoli. Gusto l’ironia, lo scherno o anche il gioco di parole e so che i miei sforzi possono prestarsi al ridere. Per ben trentanni mi sono battuto per una causa che non avevo i mezzi per far trionfare. Per lo spettatore può essere comico l’uomo che inciampa e poi che, come fosse un fantoccio, si disarticola e cade a terra, ma le garantisco che in circostanza simile, ritrovandomi col naso nella polvere, personalmente non ho mai riso.

Faurisson è un diminutivo di “ Faure “ che, come “ Fèvre “, “ Lefébure “, indica l’artigiano (in latino “ faber “); in questo momento sono infatti al mio tavolo di lavoro.


La Sconosciuta:

Per cominciare riprendo le parole di François Brigneau, il primo che le ha dedicato una biografia, dal titolo:

ma chi è dunque il Professor Faurisson? “ – Edizioni La Sfinge – Roma, 2005.

Innanzitutto la vede come un investigatore; Lei assomiglia a Sherlock Holmes, l’investigatore in vestaglia da notte, che trova indizi là dove altri non vedono che la normalità, polverizzando le menzogne e le false testimonianze o quella ingenua messa in scena di un criminale o ancora le credenze basate sulla pubblica notorietà ? Lei direbbe che la lente d’ingrandimento è il suo principale strumento di lavoro ?


Robert Faurisson:

Questo opuscolo è apparso nel 1992 dalle edizioni François Brigneau: ciò a cui lei si riferisce è una riedizione. Sì, insomma, grazie all’eredità scozzese (mia madre, Jessie Hay Aitken, detta Jessica, è nata a Edimburgo), posso sembrare agli occhi di alcuni miei amici una specie di Sherlock Holmes in guarnacca da viaggio, trascinando le sue ghette sul luogo di un presunto crimine e, lente d’ingrandimento alla mano, cercando negli angoli e nei recessi nascosti di distinguere il vero dal falso. Tuttavia, nel corso delle mie ricerche, non sono stato un solitario. Ho consultanto un certo numero di specialisti in Francia e all’estero. E’ possibile che alcuni mi trovino con un aria spaesata ma non ho mai la testa nelle nuvole.


La Sconosciuta:

In un primo tempo mi era venuta in mente l’immagine di Arsenio Lupin per la sua capacità di riprendersi; dopo così tanti processi, dopo essere stato condannato a pagare così tante penalità pecuniarie, danni, spese di pubblicazioni giudiziarie coatte e mentre la legge permette ora di metterla in prigione, ciò che non era possibile in precedenza, Lei continua a far diventare matti i suoi avversari, a quanto sembra.


Robert FaurissonSignor Faurisson, lei ossessiona le mie notti! “ così si espresse nei miei confronti nel 1981 un avvocato della parte avversaria, Bernard Jouanneau, che feci piangere dalla disperazione nel 1982 in seno ad un’arringa della quale aveva finito lui stesso per percepirne l’inanità sonora. Nel 2007 egli ha ripetuto più o meno la stessa formula. Lei ora crederà che io mi diverta a far diventare “matti” i miei avversari.

Non esattamente. La loro follia non ha bisogno di me per manifestarsi. Essa i costerna. In quanto alla mia capacità di reagire, con l’avanzare dell’età, se ne è andata.

Sono immobilizzato. Ho ricevuto troppi colpi. Evito tuttavia di lamentarmene. Sono consapevole di alcune realtà che rendono la mia sorte invidiabile se paragonata a quella di altri ribelli: per prima cosa io vivo in un paese di cuccagna, la Francia; inoltre la Repubblica Francese è una brava ragazza, almeno quando non è in guerra o in guerra civile, sia quest’ultima autentica o latente; alla fine devo arrendermi all’evidenza: fino a qui sono stato fortunato. Forse devo questa ultima chance al fatto che, in generale, sono corso diritto verso il pericolo e questo a tal punto da sconcertare l’avversario, tanto da fargli perdere sul momento ogni mezzo di reazione. A volte è successo, e non me ne vanto, che sia fuggito a grandi passi ed i miei persecutori, per mancanza di ispirazione o di convinzione, non mi hanno raggiunto. Fin qui, a differenza di diversi miei compagni di strada che, fuori dalla Francia, hanno conosciuto o conoscono la prigione, la mia eresia in materia di storia non mi ha voluto un solo giorno in galera, salvo, ben inteso, nel caso di beneficio della condizionale. Mi è stata rovinata la mia vita e quella dei miei, e tutto sommato non è poi così male.

I furbetti, i maligni, coloro che a giusto titolo mi possono gettare in faccia: “ non sono mica pazzo (o pazza) io “, forse le diranno: “ è Faurisson che si è rovinato la vita e ha rovinato quella dei suoi. Che non venga a lamentarsi !

Ma quella gente cosa la porterà a pensare che io mi lamenta? Ne constato la dura realtà ed è tutto qui.


La Sconosciuta:

La questione delle camere a gas e, di conseguenza, del numero delle vittima dell’Olocausto, sia ebrei che tedeschi e palestinesi, è profondamente tragica e anche i suoi nemici non potrebbero rinfacciarle di trattare la cosa alla leggera, poiché essi non la considerano di essere solo un vigliacco, ma un individuo peggio di un normale assassino, tutto il contrario di un umorista quantomeno.

La sua tenacità le conferisce un immagine di eroismo tragico, anche se lei ci tiene a far sapere di conoscere momenti di debolezza. Alcuni l’hanno paragonata a Giordano Bruno nel ruolo dello studioso sul quale si accaniscono i tribunali, convinti che le sue teorie mettano in pericolo la loro autorità e l’equilibrio dell’intera società. Lei si sente il Giordano Bruno dei nostri tempi?


Robert Faurisson:

Accusato di eresia dall’Inquisizione, Giordano Bruno fu incarcerato per sette anni, nel 1600 fu arso vivo dopo terribili supplizi, gli fu strappata la lingua in quanto empia. Una trentina di anni dopo, Descartes farà tesoro della lezione: meglio farsi avanti di nascosto ( “ Larvatus prodeo “ ). Oggi queste forme di repressione non ci sono più. Per quanto mi riguarda, da trentanni, i miei avversari mi stanno infliggendo una specie di supplizio cinese particolarmente vizioso del quale le darò i dettagli.

Qui, le assicuro, c’è di che spezzare un uomo e la sua famiglia.

Guardi l’affare Bernard Notin a Lione:

cominciano con prendersela con i vostri  animali domestici,

poi con i vostri figli,

con vostra moglie,

con la vostra persona fisica e con la vostra attività lavorativa;

i cari colleghi fingono di non conoscervi,

nelle loro riunioni deliberative decidono di punirvi.

Nessuna vita sociale è più possibile.

Venite cacciati dall’università,

Credete di trovare un rifugio in un paese lontano, s un altro continente (l’Africa); venite scoperti e siete sistemati.

La macchina della giustizia e dei media non vi lasciano un attimo di tregua;

credete di trovare un avvocato e vi capita un arrivista e uno sbruffone il quale, desideroso di rassicurare la parte avversaria e di conciliarsi i giudici, vi fa firmare la vostra abiura: ma in pura perdita perché il branco alza il tiro.

Vostra moglie chiede il divorzio,

perdete la patria potestà dei vostri quattro figli ed eccovi obbligati all’esilio (in Messico) perché la stampa francese vi ha marcato col fuoco.

Tutto ciò per tre righe timidamente revisioniste che siete riusciti ad infilare in una oscura rivista scientifica; in realtà, quest’ultima ha deciso precipitosamente di bombardare a tappeto e di cercare in tutte le biblioteche le copie dell’edizione sacrilega al fine di distruggerle (col fuoco?).

Una caccia alle streghe revisioniste si scatenerà in seguito nelle università lionesi;

mieterà vittime celebri; infine, nel Giugno 1999, un grave incendio distruggerà in gran parte la biblioteca interuniversitaria sospettata di ospitare le opere revisioniste;

l’inchiesta di polizia inizierà con lo scoprire che si tratta di un incendio doloso, poi,

con un batter d’occhio giudiziario, l’incendio verrà decretato accidentale.

Autorità politiche (Anne-Marie Comparini) e responsabili dei media si rifiuteranno di chiedere chiarimenti sull’inchiesta in corso: l’affare viene smorzato.

Il silenzio cala su questo incendio; è una cosa che non dimentico.

Personalmente mi è capitato di cedere; i miei parenti e i miei amici lo sanno.

Poi le forze mi sono in parte ritornate e mi sono ristabilito.

Alcuni sostengono che le durezze vi temprano ma non è la mia impressione.

Provo indulgenza per i revisionisti che sono finiti per abiurare il revisionismo, ma trovo detestabile quelli fra loro che, scendendo ancora più in basso, si sono messi al servizio della parte avversaria oppure quelli che si vantano di essere stati più intelligenti di quel revisionista e schermidori più raffinati nel loro comportamento davanti ai sensori e ai giudici.

Si permettono allora di pretendere di essere superiori a colui che ha sacrificato la sua tranquillità, per non dire la sua vita.


La Sconosciuta:

D’altro canto, davanti alla sua testardaggine e a quella dei suoi avversari, assolutamente simmetriche, non si può evitare di mettersi a ridere. Ricopio, ad esempio, i nomi insultosi accumulati da Georges Wellers nei suoi confronti nel 1987:

la star francese del negativismo “,

un uomo bizzarro, stravagante, cioè anormale “,

un cieco volontario “,

un falso saccente che ricerca la contro-verità, nient’altro che la contro-verità, la conto-verità ad ogni costo “,

un ignaro “,

il fantasista o il demagogo che è Faurisson “,

un caso di confusione mentale di competenza dello psichiatra “,

un caso di impudenza motivata per ragioni politico-finanziarie “.

Ecco un primo esempio del quale l’isteria e le iperbole sono esilaranti.


Robert Faurisson:

nella sua filippica intitolata: “ Chi è Robert Faurisson? “ (Le Monde Juif, Luglio-Settembre 1987, pag. 94-116), G. Wellers ne ha dette ben altre sul mio conto ma la sua intemperanza gli ha giocato uno scherzo.

Trascinato dal suo slancio, si è preso la briga di denunciare ugualmente ciò che ha definito la mia “ istruzione di diplomato, se non al di sotto “ (pag. 111).

Di colpo quest’accusa mi aveva incuriosito. Già da qualche anno, io e Pierre Guillaume, cercavamo di sapere quali potevamo essere le lauree universitarie di questo personaggio dal francese approssimativo e che non mancava un’occasione per sfoggiare i suoi titoli, fra i quali quello di “ esperto di ricerche in psicologia presso il CNRS “. In occasione di un processo, la presidentessa del tribunale aveva, su nostra richiesta, tentato di ottenere una risposta chiara dall’interessato. Invano. In seguito decisi di scrivere direttamente a G. Wellers. Anche quella fu una perdita di tempo: nelle sue risposte egli schivava la questione e, di colpo, eccepiva il suo titolo invece che indicare le sue lauree. Penso che non possedesse affatto alcuna laurea. Forse, al limite, aveva intrapreso qualche studio scientifico fino ad un diploma (ma aveva ottenuto solo questo diploma?) in un angolo oscuro dell’Unione Sovietica nel corso degli anni 20. L’uomo è morto nel 1991. Riposi in pace! Nel 2007, la sua accusa nei miei confronti pare abbia ispirato diversi amici o testimoni di Robert Badinter i quali, alla XVIIa. Camera, hanno, sotto giuramento, attestato che io avevo usurpato il titolo di professore di università. La faccia tosta di questa gente non conosce limiti.


La Sconosciuta:

Da parte mia le confesso di aver riso quando l’ho vista salutare uno degli avvocati che la perseguitano da più di ventanni rivolgendogli questa domanda: “Allora caro avvocato, gasano o no le sue camere a gas?”, con la sua “ a^ “ calcata, di un francese che appartiene ad un'altra epoca. Si ha l’impressione che la copia infernale che lei forma assieme a quelli che la vituperano troverebbe un posto con Edmond Rostand o con Alfred Jarry. Si può anche dire che lei è entrato nel repertorio comico dei giovani, poiché questi dicono “ gasare “ qualcuno, là dove una volta si diceva “ chambrer “ (rinchiudere in una camera). E’ una consacrazione indiretta ma reale e i dizionari della lingua francese dovranno tenerne conto.

Ritorniamo all’argomento. Cervantes è stato senz’altro contaminato dalla sua creatura quichottesca (da Don Quichotte), tutti hanno riconosciuto Balzac in Rastignac, Flaubert ha proclamato “ Emma Bovary sono io “; ho l’impressione che in qualità di creatore di personaggi da commedia, negli spettacoli che costituiscono le udienze dei suoi processi dove lei sembra prendere per il naso gli attori e il pubblico, lei è anche un po’ Molière, il Molière che è dietro le quinte e il Molière sulla scena. Ma come chiamerebbe lei il tipo psicologico e sociale che lei ha in un qualche modo creato, come condensato dei suoi avversari, dopo Harpagon, Tartuffe, Alceste, il Malato immaginario e tanti altri?


Robert Faurisson:

Lei ha ragione nel dire che mi piace prendermi gioco degli avvocati della parte avversaria.

Talvolta li ringrazio addirittura per l’indigenza delle loro prestazioni.

Si metta al loro posto: viene loro richiesto di difendere una tesi indifendibile e di dimostrare che due più due fanno sei.

Lei si stupisce che evitino l’argomento di fondo e che ricorrano agli espedienti del mestiere: effetti di maniche, di vestiti, di parola, di petto, facce sconsolate, arie offese, emozioni finte.

Ciò che li rende nervosi è di sapere che nell’ambito dell’udienza rischiano di sentire conferirsi da parte mia, a voce alta, un voto assortito di un giudizio.

I rappresentanti del pubblico ministero hanno il diritto da parte mia ad un trattamento identico.

In quanto ai giudici, nego loro gentilmente il diritto di giudicarmi in nome di una legge eccezionale e mi capita di sottolineare la loro incompetenza in materia di ricerca storica. Essi non mi intimidiscono.

Se il tal presidente si permette di manifestare nei miei confronti un’ostilità di principio, o non vi presto attenzione oppure gli chiedo di cambiare tono e lui lo cambia. E’ possibile che il pubblico si senta in imbarazzo oppure, al contrario, che ne provi piacere. Io non mi diverto. Non sono ne ad una festa ne a teatro.

Capisco però che lei mi parli di teatro, di commedia o di romanzo. I miei avversari mi fanno l’onore di paragonarmi al Mefistofele del Faust di Goethe, “ lo spirito che nega sempre “ (der Geist, der stets verneint).

Da parte mia succede che, restituendo loro la gentilezza, io li descriva con i tratti di tal personaggio di Molière (Gorgibus), di La Fontane (Garo), di Fontanelle (Libavius), di Voltaire (Pangloss) o di Céline ( “ L’Agité du bocal “ (come Sartre, “ Dur-de-Mèche “ (come Malraux), oppure “ mon assassin mou, mon assassin d’escalier “ (come Roger Vailland), quando non si tratta di Shakespeare o di Cervantes, mentre il mio avvocato evocherà Courteline o Anatole France.

Ma lei ha ragione: se mi metto al posto dello spettatore di questi processi rivoltanti e grotteschi, ciò che gli viene probabilmente in mente sono soprattutto i personaggi di Tartuffe per i giudici, di Maitre Bafouillet, avvocato di Camember, per certi avvocati di pie associazioni e, infine, di Don Quichotte per il suo servitore.

A volte sono cosciente della mia situazione ridicola: assomiglio ad un nuotatore che ha l’aria di voler risalire a nuoto le cascate del Niagara. In questi momenti sarei forse pesante come Candide? Naif come il bambino di Andersen? Incosciente come Don Quichotte il quale, precipitandosi in soccorso di una colonna di forzati incatenati, si fa abbondantemente pestare da coloro che aveva appena liberato ?

Dopo tutto, il popolo tedesco, nel suo insieme, non mi è grato se lo difendo contro una calunnia atroce; secondo ogni apparenza egli se ne infischia del fatto che i revisionisti gli permetterebbero di astenersi da un pentimento che non ha alcuna ragione di essere; anzi, tedeschi e austriaci, nel loro insieme, sembrano approvare la repressione giudiziaria ed extragiudiziaria che viene esercitata contro il revisionismo.

Molière aveva già visto tutto e scritto tutto dello spettacolo della commedia umana; sembrava divertirsene ma ne soffriva; è morto nel suo abbigliamento stravagante e ridicolo di commediante. Nel migliore dei casi io morirò alla mia scrivania.


IN CONFIDENZA (II°)

_____________________


La Sconosciuta:

Nella vita sono i professori che si permettono il privilegio di poter giocare tutti i ruoli. Lei è di questi maestri che ricercano gli studenti. Persone che hanno avuto l’occasione di vederla e di ascoltarla e non solo di averla letta, hanno potuto distinguere in lei, a fianco dell’erudito in certe materie, un uomo di scena, una specie di virtuoso nelle sue prestazioni. Con lei si è talvolta propensi a chiederne nuovamente, dal corso cattedratico, che si sia o meno d’accordo con le sue prese di posizione! Ha lei la sensazione di dominare i suoi auditori – e probabilmente anche i suoi lettori – come un professore può farlo con i suoi studenti?


Robert Faurisson:

Se il pubblico mi sta davanti, posso giudicare dalla portata dei miei propositi. Se l’auditorio sta alle mie spalle, come è il caso nell’aula di tribunale,  non posso che avere delle impressioni. In entrambi i casi penso di interessare o di irritare. Noto che le guardie del palazzo o i gendarmi che sorvegliano e che posso vedere con i miei occhi, sembrano interessarsi ai miei argomenti, forse perché, a conti fatti, mi esprimo meno da professore che da investigatore di polizia scientifica. Conosco l’argomento. Vado diritto al nocciolo e mi esprimo in francese di Francia, senza fioriture, senza contorsioni linguistiche, senza gergo, senza finte di nessun tipo.

Ricerco l’esattezza, la precisione, la limpidità e ciò non implica il fatto che io ci riesca sempre. Se mi accorgo che sto per essere portato ad utilizzare una parola rara o ad usare delle nozioni sottili, preparo il terreno in modo tale che, una volta venuto il momento, l’ascoltatore potrà felicitarsi per aver afferrato quasi tutto. Il comportamento dei giudici, del o della rappresentante del pubblico ministero, del cancelliere, dei giovani stagisti ed infine, quello degli avvocati, mi da delle indicazioni sulla procedura da seguire e sul ritmo che dovrò imprimere alla dimostrazione in corso.

La maggior parte di queste persone togate ho l’impressione di smascherarle.

Credo di saper leggere nel loro pensiero e questo semplicemente perché quando la mia prestazione li sconcerta, non riescono a nascondere il loro smarrimento. Sul tema di fondo, essi scoprono la loro ignoranza e si ritrovano disarmati.

Abituati ad intimidire, sentono che la situazione gli sfugge poiché, guarda caso, ho la fortuna di non essere timido; ho la tendenza, col pensiero, a spogliare dei loro orpelli coloro che vedo camuffati da abiti e a presentarmeli nella veste più semplice.

Quanto agli avvocati delle parti civili, essi soffrono in silenzio o urlando, a seconda.

Il futuro presidente dell’ordine degli avvocati di Parigi, Christian Charrière-Bournazel, alza le braccia al cielo:

nessuna possibilità, ahimé, con quello là, che gli venga l’Alzheimer!

o ancora:

Ma è incredibile! Da dove viene così tanta energia?

Aggiungendo anche:

Siamo dunque ancora lontani dalla soluzione biologica!

Due sciocchi, uno giornalista e l’altro professore di liceo, entrambi antirevisionisti ostentati, hanno appena pubblicato un libro nel quale, riferendosi ad uno dei miei più recenti processi, scrivono sul mio conto: “ E’ una bestia da sala di tribunale che entra quel giorno nella XVIIa. Camera, surriscaldata dalla canicola (Michel Prazan, Adrien Minare, Roger Garaudy, Itinerario di un Negzionista, Calmann-Levy, 2007, pag. 391). Suvvia! Questa forza che mi anima è essenzialmente quella che vi da la difesa di un’idea esatta; non è quella di un forsennato ma di un uomo, che a differenza di quelli che vogliono la sua sconfitta, non ha bisogno di mentire per difendere la sua causa. Ebbene! Confessiamo che io abusi talvolta di questa posizione di forza e che ne approfitti per rinchiudere in una camera la corporazione, ma, non abbiate paura, qualunque siano i loro rispettivi sistemi di difesa, i revisionisti  pagano comunque il conto finale; questo conto è scritto in anticipo nella legge Fabius-Gayssot del 13 Luglio 1990, una legge eccezionale ispirata ad una legge israeliana del Luglio 1986 e voluta, all’epoca, dal gran rabbino Sirat, Pierre Vidal-Naquet e Gorge Wellers.

Si tratta di una legge per l’epurazione del pensiero. I nostri accusatori sono puri e noi siamo impuri, intrinsecamente.


La Sconosciuta:

Francamente la trovo, in un certo senso, tanto sporcaccione quanto il Rimbaud che lei ha aggiornato, nel suo modo spietato di portare il suo Bateau Ivre (barca ubriaca) nel mezzo “ degli annegati, squisita confettura dei poeti “, perché lei adora affogare sotto la sua audacia, i suoi argomenti e i suoi documenti, quelli che rischiano di contraddirla. Forse un libertino, che esplora tutte le vie per far tremare sulle loro basi i suoi lettori, i suoi eventuali compagni nei giochi intellettuali proibiti.

A lei piace il Marchese de Sade ?


Robert Faurisson:

Una volta ho tentato di leggere Sade; ho fallito; mi annoiava. Trovavo in lui delle arie da pedagogo della crudeltà e dell’egoismo. La sporcaccioneria , in compenso, non era per dispiacermi; essa distrae, diverte, è inventiva. Non ne ho più l’età ma ne resta il ricordo.

Circuisco l’avversario, lo attiro nella mia rete, ci giocherello a rischio di farmi graffiare e anche di più. E’ un gioco ma ne rido sempre meno.


La Sconosciuta:

In effetti lei è sempre stato crudele con le sue vittime, a cominciare da Etiemble nella cui disonestà lei ha messo il naso; oso dire che lei è stato, per aver messo a nudo la falsa scienza dei suoi colleghi professori di lettere, professionale quanto Isidore Ducasse, insomma, nella misura in cui egli si è preso gioco di coloro che erano pronti a portarlo alle stelle, perché hanno la vista molto corta e prendono facilmente lucciole per lanterne; egli praticava, lei lo ha dimostrato, la sublimazione parodistica della finocchiardaggine e ci si può domandare se non aspettasse la vostra decifrazione della sua pedanteria sarcastica. Ma lei ama sia Rimbaud che Isidore Ducasse e i loro adoratori come André Breton sembra le facciano piuttosto pena.


Robert Faurisson:

Fra i miei difetti confessabili c’è una severità eccessiva; ne fanno principalmente le spese i potenti di turno, gli intellettuali che parlano in gergo, i moralizzatori di ogni sorta, coloro che danno lezioni, i fanfaroni. René Etiemble, che ho strigliato a suo tempo, aveva costruito sul conto di Rimbaud un monumento di stupidità universitaria e di sbruffonata  (avrebbe dovuto leggere Rimbaud prima di commentarlo), ma almeno si esprimeva in francese. André Breton, altro papa a modo suo, avrebbe dovuto leggere Les Chants de Maldoror, par le comte de Lautréamont prima di vederci un proto-vangelo del surrealismo; si è fatto “guasconare” da questo mattacchione di Isidore Ducasse il quale aveva pure maliziosamente sorvolato, proprio alla fine della sua pochade, su un avvertimento diretto al lettore. All’ultimo canto, egli faceva dire al grottesco “ conte di Lautréamont “ dalle “ palpebre piegate (sic)  sotto le reseda della modestia”: “ (se io muoio) voglio almeno che il lettore in lutto possa dirsi: bisogna rendergli giustizia. Mi ha molto incretinito “. E si avvia alla fine del libro con una storia di “ coda di pesce “ la quale termina con: “ andate a vedere voi stessi, se non volete credermi “, sono le sue ultime parole.

Non amo molto Rimbaud; lo trovo impacciato, terribilmente disciplinato, male nella sua pelle, ancora troppo segnato dal tema latino, dalle regole della sintassi classica; nella sua rivolta di adolescente prolungato, resta sempre il figlio del capitano Rimbaud e della “ madre Rimbe “

tanto inflessibile quanto 73 amministrazioni dal berretto di piombo”; saluto la sua virtuosità di bambino prodigio ma niente altro. Ducasse non mi fa pena perché è riuscito nel suo intento e abbindolato i creduloni. Di André Breton non resta quasi niente, ciò che ne rimane si riduce a qualche raro poema di fattura tradizionale e ad un racconto d’ispirazione autobiografica.


La Sconosciuta:

Da un lato mi chiedo se lei sia così romantico come il suo caro Nerval nella sua passione disperata e assoluta per un’idea unica, che la prende completamente, una visione, un’astrazione, una Dulcinea che lei chiama la Verità e per la quale lei ha già finora sacrificato tutto, come il “vedovo inconsolabile”


Robert Faurisson:

Nerval è sincero, il suo cuore è puro, il suo francese è altrettanto puro. Gli dobbiamo quei gioielli che sono i poemi dellaChimere nonché i sonetti che sono stati raggruppati, dopo la sua morte, sotto il titolo di Altre Chimere. Di tutti i poemi della lingua francese, il migliore me sembra sia

Delfica “, un sonetto del quale penso averne decifrato il senso e di cui alcuni versi, in particolari, sono così avvincenti: “ Riconosci tu il TEMPIO dall’esatto peristilio, e i limoni amari dove affondavano i tuoi denti? “ oppure “ ritorneranno quegli dei che tu piangi sempre ! Il tempo riporterà l’ordine dei vecchi giorni. La terra ha sussultato di un soffio poetico “ e ancora “ tuttavia la sibilla dal viso latino è ancora addormentata sotto l’arco di Costantino: /- E niente ha disturbato il severo portico “. In queste confidenze mascherate, non si denota ne gioco ne atteggiamento.

Nerval, Beaudelaire e Rimbaud sono tutti e tre patetici ma, per me, il più sincero e il più toccante è Nerval. Beaudelaire, con la potenza della sua arte, suscita talvolta ammirazione; Rimbaud è invece troppo astioso e sarcastico; faceva le sue prime scappatelle e sistemava i conti. Considero Hugo il più grande scrittore francese del XIX° secolo. Nel XX° secolo ho amato, a parte Céline che li batte tutti, Apollinaire, Proust, Fourest, Larbaud e Michaux.


 

19:41 Scritto da: waa359 in Articoli di /su Robert Faurisson | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

Scrivi un commento