13.11.2009

Carlo Mattogno ana_lizza Patrick Desbois...parte II

PATRICK DESBOIS E LE "FOSSE COMUNI DI EBREI IN UCRAINA (parte II)

 

di Carlo Mattogno (2009)

 

 

asshole.jpg8) Desbois e il testimone Wells-Weliczker

Desbois racconta il suo incontro a New York con Leon Wells, alias Weliczker, autore di un libretto intitolato Brigada Śmierci. Pamiętnik (La brigata della morte. Diario), Łódź, 1946, pubblicato in italiano nel 1960 col titolo Comando speciale 1005, Editori Riuniti, Roma.

Egli scrive al riguardo:

«Considero la sua opera, che ci serve ormai da anni come guida, oltre che una delle prime testimonianze, un libro di storia, e non credevo che il suo autore fosse ancora in vita»(p. 137, corsivo mio).

In un altro articolo analizzerò questo presunto libro di storia.

Qui mi limito ad esaminare le risposte di Weliczker a Desbois, che enumero per comodità di discussione.


 

«Racconta del commando ebraico che ha bruciato altri ebrei. Mi dice che i tedeschi lo avevano soprannominato Baby[20]. All’epoca era poco più che adolescente[21].

 

Gli chiedo: “Lei cosa faceva, Baby?”.

[1] “Io mi occupavo dei denti d’oro degli ebrei che avevamo dissotterrato, li raccoglievo in un sacchetto che consegnavo ai tedeschi, la sera.

[2] È andata avanti per un bel po’, perché c’erano novantamila corpi.

[3] C’era anche un mio amico, più giovane, che chiamavano Tzaler[22], “contabile”. Era incaricato di contare i corpi, alla fine della giornata, e di annotarne il numero su un piccolo quaderno”.

Contava i corpi? E cosa gli è successo?”.

Appare turbato. “Naturalmente l’hanno ucciso”. Gli dico che mi era noto che i contabili venivano eliminati.

Sì”, riprende, “proprio perché non restasse traccia dei numeri”.

[4] “Vi facevano dormire sotto dei teli da tenda, per evitare che vedeste che quelli che ammazzavano erano ebrei?”.

[5] “Sì, ma io, che ero il più piccolo, riuscivo a vedere qualcosa tra i teloni. Vedevo le esecuzioni e, dopo, si doveva uscire, spogliarli e bruciarli. È durata sei [23] mesi”».

Punto [1]. Nel suo libro Weliczker non parla in modo specifico di «denti d’oro», ma di  «metalli preziosi, come oro e platino», che non venivano «dissotterrati», ma trovati tra le ceneri della cremazione e messi non in un  in «sacchetto», ma in un «setaccio speciale»; in tutto ciò Weliczker non svolgeva alcuna mansione, perché «a sera il brigadiere [24] lo portava su [il setaccio pieno di metalli preziosi], consegnandolo al caposquadra» [25]. Il recupero dei metalli preziosi veniva eseguito dalla «colonna della cenere», di cui Weliczker non faceva parte.

Punto [2]. La cifra di 90.000 cadaveri non è menzionata nel libro, né risulta dalla somma delle cifre menzionate, complessivamente circa 5.100 [26], più «migliaia»[27], un ordine di grandezza ben lontano da 90.000. Questa cifra è per di più in contrasto con le procedure descritte da Weliczker. Egli afferma infatti che nel giugno 1943 ci vollero tre giorni per eliminare 700 cadaveri (esumazione, cremazione, setacciamento delle ceneri, riempimento e livellamento delle fosse comuni)[28] e altri tre giorni per eliminare 750 cadaveri in agosto[29], sicché la media era di 250 cadaveri al giorno, esclusa la domenica, che era giorno festivo![30]. Ne consegue che l’eliminazione di 90.000 cadaveri avrebbe richiesto 360 giornate lavorative, 420 giorni incluse le domeniche, cioè 14 mesi. Ma Weliczker rimase nella “brigata della morte” solo per 5 mesi.

Punto [3]. Al riguardo nel libro di Weliczker si legge quanto segue:

«Dall’altra parte il Contabile, con in mano carta e matita. Aveva l’incarico di annotare il numero dei cadaveri che venivano cremati. Ai poliziotti non poteva dire quanti ne erano stati bruciati nel corso della giornata. La sera doveva presentare all’untersturmfuehrer un rapporto dettagliato. Non doveva però ricordare quanti cadaveri erano stati bruciati nei giorni precedenti. Se il giorno successivo lo untersturmfuehrer glielo chiedeva doveva dire di esserselo dimenticato»[31].

Nessun accenno alla fucilazione del «contabile». D’altra parte, l’eventuale fucilazione dei «contabili» non sarebbe stata affatto sufficiente affinché «non restasse traccia dei numeri». Questa storia è infatti alquanto ingenua: il «contabile» avrebbe potuto facilmente comunicare ogni sera il numero dei cadaveri cremati a Weliczker stesso, che, a suo dire, teneva regolarmente un diario:

«Qualche giorno dopo tirai fuori e riordinai gli appunti che avevo steso durante la mia permanenza nella “brigata della morte”. Debbo questo diario alla mia mansione di guardiano della baracca: avevo in consegna la carta e le matite che servivano ai “contabili” per annotare ogni giorno il numero dei cadaveri gettati nel fuoco»[32].

Dunque egli aveva contatti diretti con i “contabili” proprio in virtù della sua mansione; poiché la stesura di un diario da parte sua aveva la palese finalità di raccogliere materiale di prova contro i tedeschi, egli avrebbe potuto trascrivere con tutto comodo il numero giornaliero dei cremati e presentare nel suo diario una statistica completa delle cremazioni.

Punto [4]. La motivazione suggerita da Desbois e dichiarata vera da Weliczker del fatto che la “brigata della morte” dormiva sotto tende (cioè per evitare che vedessero le uccisioni di ebrei) è smentita dal libro stesso, che dice:

«Descriverò l’aspetto e l’organizzazione del nuovo lager. Ogni tenda era lunga nove metri e larga sei. In una tenda abitavano ottanta uomini; il resto era stato sistemato nell’altra, che era destinata al “seguito”, specialisti, uomini del servizio e alcuni operai che, nella grande maggioranza, non aveva a che fare con i cadaveri, almeno direttamente. Un terzo della seconda tenda venne occupato da una piccola officina, che era divisa dal  resto della tenda da una parete. Avevamo anche la luce elettrica»[33].

Le tende avevano dunque semplicemente una funzione logistica, poiché servivano per alloggiare uomini e materiali.

Punto [5]. Nel libro la scena si svolge nelle baracche, le cui porte erano state coperte «con delle mantelline»:

«Alcuni di noi guardarono attraverso le fessure del tetto, e riferirono agli altri»[34].

Successivamente Weliczker dice che, dopo la costruzione delle tende, durante le esecuzioni, gli uomini della “brigata” venivano costretti ad entrarvi per non assistervi, ma in questa occasione non dichiara che qualcuno spiava dalle fessure, riferisce invece ciò che «si udiva»[35].

Le contraddizioni sono molte e palesi, ma, nonostante ciò, Desbois non ha avuto nulla da eccepire.

Eppure, a suo dire, il libretto di Weliczker gli serviva «ormai da anni come guida», sicché, c’è da presumere, lo conosceva quasi a memoria.

Torniamo ora alla presunta «conferma» da parte di Weliczker della fucilazione di soldati italiani. Seguendo l’itinerario da lui descritto, Desbois sarebbe giunto «nello stesso bosco», cioè nel bosco di Lysynytchi, alle porte di L’viv. In realtà il libro di Weliczker non menziona né il bosco di Lysynytchi, né cadaveri di soldati italiani. A suo dire, le esumazioni-cremazioni sarebbero avvenute in una «grande e profonda gola» fino al 18 agosto 1943 [36], nella foresta di Krzywicki [37], a Wólka [38], Jaryczow [39], Piaski [40] e Szczerce [41]. Perciò esso non «conferma» proprio nulla.

Il colmo è che Desbois, scrivendo a p. 134 che

«il bosco di Lysynytchi è stato il teatro di un eccidio che è costato la vita a più di 90.000 persone»,

riprende una testimonianza orale di Weliczker che è assolutamente contraddetta dalla sua testimonianza scritta!

Omissioni e menzogne: un altro «accomodamento con la verità»!

 

9) Le “prove del genocidio”: i bossoli!

Desbois descrive così la sua geniale intuizione:

«Non chiudo occhio per tutta la notte. Anche i tedeschi avranno abbandonato i bossoli? Devo controllare gli archivi. Mi metto a cercare sui documenti tedeschi e sovietici. Chiedo ad alcuni specialisti, studio le registrazioni delle testimonianze esistenti. Nessuna traccia del fatto che i tedeschi raccogliessero i loro bossoli. Un barlume di speranza! Mi convinco che devono esserci i bossoli, che sono ancora nascosti nel suolo ucraino e che là dove c’è un bossolo, c’è un crimine» (pp. 69-70, corsivo mio).

Un altro principio metodologico aberrante, l’applicazione del quale da parte del buon prete sfocia nel ridicolo:

«I tedeschi non utilizzavano più di un colpo per ammazzare un ebreo. Trecento bossoli, trecento proiettili: qui sono state fucilate trecento persone. Lo sconcerto non mi abbandona. Non c’è un solo bossolo russo. Sono così flagranti, così tangibili le prove del genocidio!»(pp. 70-71, corsivo mio).

Ma se bisogna prendere sul serio la storia della «Sardinenpackung» col corollario dell’uccisione con colpo alla nuca mediante fucili mitragliatori russi, l’assenza di bossoli russi sarebbe una prova contro il genocidio!

A p. 72 Desbois asserisce :

«Quel giorno, al ristorante contiamo seicento bossoli. Guillaume sale sul tavolo per fotografarli dall’alto. Mi rendo conto che abbiamo il dovere di raccogliere tutte queste tracce, le tracce dei crimini, tutti questi bossoli, che sono altrettante prove della Shoah per fucilazione»(corsivo mio).

Ecco dunque che delle semplici “tracce”, meno che indizi, si trasformano fideisticamente in “prove”!

D’altra parte, il principio “un bossolo-un morto” è smentito sia da Desbois stesso, sia da alcuni suoi testimoni. Egli ha infatti scritto:

«I metodi utilizzati da queste unità mobili di uccisione variavano. In generale, le vittime una volta radunate, venivano allineate sul bordo di una fossa comune e uccise con un colpo alla nuca o con un mitra. Mortalmente ferite, cadevano nella tomba. Ma Blobel non amava questa procedura. Dopo la guerra dichiarò che aveva personalmente rifiutato di utilizzare “degli specialisti del colpo alla nuca” per non imporre ai suoi uomini “responsabilità personali”. Ohlendorf, Blobel e Haensch avevano dichiarato di aver preferito fucilazioni in massa a distanza» [42].

Per Desbois, dunque, le dicerie raccontate dai testimoni e i bossoli sono «prove convergenti del genocidio», i bossoli «prova tangibile del massacro avvenuto»(p. 75).

Egli però si rende ben conto della futile inconsistenza di queste “prove”, ma – e questo è il problema fondamentale delle sue ricerche – «non potendo aprire le fosse» (p. 76), deve accontentarsi di mere tracce superficiali, siano bossoli o indicazioni di testimoni.

Ma perché non si possono aprire le fosse?

 

10) Le fosse comuni

Desbois racconta che il 5 ottobre 2006 si recò a Londra per incontrare il rabbino Schlesinger:

«Il rabbino si siede lentamente, serio e silenzioso, e prende a esaminare diversi scritti, redatti a mano e in yiddish su dei fogli gialli e bianchi, che sono stati disposti per tempo sul tavolo. Si tratta di pareri della giurisprudenza rabbinica ortodossa internazionale riguardanti le disposizioni relative ai corpi degli ebrei uccisi durante la Shoah. Tenendo in mano un foglio giallo, solleva gli occhi e mi spiega in inglese che è stato stabilito che gli ebrei assassinati dal III Reich siano considerati tsadiqim, dei “santi”, e che è accordata loro la pienezza della vita eterna. Per questo, la loro tomba, sia dove sia, se sotto un’autostrada o sotto un giardino, deve essere lasciata intatta, affinché la loro pace non sia disturbata»(pp. 161-162).

Ma questi «pareri» erano già stati trasgrediti da Desbois qualche mese prima. Nel paragrafo “Agosto 2006. Indagine archeologica e riapertura delle fosse” (pp. 224-228) egli descrive infatti la riapertura delle fosse comuni di Bus’k, effettuata sotto la sorveglianza del figlio del rabbino Meshi Zahav, fondatore dell’organizzazione israeliana Zaka, che «assicura che le sepolture delle vittime degli attentati siano condotte conformemente alla legge ebraica»(nota 77 a p. 225).

Desbois spiega che

«la legge ebraica, la halakhah, precisa che in nessun caso i corpi devono essere spostati, trattandosi in particolare di vittime della Shoah. La tradizione ebraica ortodossa stabilisce che le vittime della Shoah riposano nella pienezza di Dio e che ogni spostamento dei loro residui turba il loro riposo. Così, l’archeologo potrà lavorare solo sullo strato superficiale dei corpi, avendo cura di non provocare spostamenti delle ossa»(p. 225).

Non mi soffermo su questa singolare credenza, a metà strada tra la superstizione e la magia cerimoniale (da un lato i rabbini hanno il potere di far godere le vittime della Shoah della “pienezza di Dio”, dall’altro lo spostamento delle loro ossa “turba” questa pienezza, come se le ossa potessero influire sulle loro anime!) e passo subito alla motivazione della riapertura delle fosse: «affinché nessuno potesse più dubitare per la mancanza di riscontri materiali»(p. 224).

Finalmente, dopo le chiacchiere dei testimoni e i bossoli, Desbois presenta veri e propri «riscontri materiali». Vediamo di che cosa si tratta. Dopo aver dichiarato che l’archeologo «stima»[sic] il numero delle fosse in 17 (che erano invece 15), Desbois dice che contenevano circa 1.750 persone, in maggior parte donne e bambini (pp. 225-226).

Egli descrive poi le scoperte:

«I corpi cominciano a tornare alla luce: uno, poi un altro, poi un altro ancora… Si riesce a stabilire se si tratta di un uomo, di una donna o di un bambino, e soprattutto la causa del decesso. I segni dell’impatto dei proiettili e la posizione dei corpi dimostrano che sono morti in seguito alla fucilazione o, in alcuni casi, perché finiti vivi nella fossa. Diversi gruppi femminili sono stati ritrovati nell’atto di proteggere i loro neonati dalle palate di sabbia. Sono tre settimane di macabre scoperte»(p. 226, corsivo mio).

Tuttavia è egli stesso ad ammettere che «non è possibile condurre l’indagine come andrebbe fatta, dal momento che dobbiamo osservare la legge ebraica che ci vieta di spostare le ossa»(p. 227), il che significa che questa indagine, dal punto di vista medico-legale, non ha alcun valore.

Si aggiunga che le affermazioni di Desbois sono in contrasto con quelle del testimone di Stanislav, il quale gli raccontò che gli ebrei

«dovevano raccogliere le loro cose in un mucchio e, raggruppati in dieci o più, mettersi in ginocchio davanti alla fossa con il viso girato verso la fossa. Poi, li uccidevano con le mitragliette»(pp. 223-224).

Questo metodo di esecuzione è incompatibile con i ritrovamenti menzionati da Desbois, in quanto presuppone lo spostamento dei cadaveri e la loro sistemazione lungo tutta la superficie della fossa comune; perciò la «posizione dei corpi» nella fossa non poteva dimostrare nulla, né scheletri di donne potevano essere ritrovati «nell’atto di proteggere i loro neonati dalle palate di sabbia».

A p. 188 un testimone riferisce che «la Rada [il Parlamento ucraino] ha riconosciuto il genocidio del popolo ucraino durante la fame del 1932 e 1933»,  il cosidetto Holodomor,

«la terribile carestia che colpì l'Ucraina sovietica tra il 1932 e il 1933. Si tratta della più grave catastrofe che si sia mai abbattuta sulla nazione ucraina durante la storia moderna, visto che essa significò la morte di diversi milioni di persone (le stime sono molto discordanti tra loro). Secondo diversi storici e lo stesso governo ucraino, la carestia è stata causata intenzionalmente dalla politica del dittatore sovietico Stalin, tanto da poter essere considerata un vero e proprio genocidio» [43].

Ciò che è certo, è che i morti di questo genocidio furono enormemente di più di quelli della “Shoah mediante pallottole” e che morirono anche donne e bambini, ucraini ed ebrei. D’altra parte le fosse di Bus’k furono scoperte «in un vecchio cimitero ebraico».

Ma allora, senza un’indagine medico-legale, come si può affermare che le ossa in questione appartenevano ad ebrei fucilati dai tedeschi?

Stranamente, nell’appendice fotografica del suo libro, Desbois non pubblica alcuna fotografia né delle fosse riaperte, né delle ossa, ma solo 4 fotografie di bossoli (di cui 3 si riferiscono a Khvativ e una sola, che mostra meno di 30 bossoli, a Bus’k). Nella rete, però, qualche fotografia interessante si trova. Anzitutto una aerea, che mostra le 15 fosse (fotografia 1) [44].

Fotografia 1

Ecco il relativo commento:

«Vista aerea del sito di Busk, nella regione di Lvov, dove furono localizzate 15 fosse comuni in un vecchio cimitero ebraico. Una perizia ordinata dal Memoriale della  Shoah nel 2006 ha dimostrato la presenza di vittime ebree uccise da pallottole tedesche tra il 1942 e il 1943. Su richiesta del memoriale della Shoah nell’agosto 2006 è stata effettuata una perizia sotto la responsabilità di Yahad-in Unum, dagli archeologi ucraini dell’Organizzazione civile Società di ricerca delle vittime della guerra [denominata] “Memoria” sotto la sorveglianza dell’organizzazione Zaka, garante del rispetto dei corpi delle vittime secondo la legge ebraica».

In realtà, come ho spiegato sopra, non fu eseguita  alcuna «perizia». A titolo di confronto, si può assumere la vera perizia che i tedeschi fecero a Winniza, dove, nel giugno 1943, in tre diversi luoghi, scoprirono 97 fosse comuni con i cadaveri di 9.432 Ucraini assassinati dai Sovietici. Come nel caso di Katyn, i tedeschi raccolsero le risultanze delle indagini in una pubblicazione documentatissima di 282 pagine, articolata in tre parti:

I. Parte medico-legale, che contiene

a) il “Rapporto del presidente della Società tedesca di medicina medico-legale e di criminalistica prof. Dott. Gerhard Schrader (direttore dell’Istituto di medicina legale e criminalistica dell’università di Halle-Wittenberg), che tratta, fra l’altro, di localizzazione delle fosse, recupero dei cadaveri, identificazione e determinazione dell’età dei cadaveri, ferite di arma da fuoco e causa della morte, proiettili e segni di spari ravvicinati, tipo e modalità delle esecuzioni, aspetto dei cadaveri e riscontri autoptici, determinazione del periodo della morte;

b) due protocolli di dissezione di un cadavere e di un cranio;

c) il “Protocollo della Commissione medico-legale internazionale straniera del 15 luglio 1943” costuituita da 11 specialisti provenienti da Belgio, Bulgaria, Finlandia, Francia, Italia, Croazia, Olanda, Romania, Svezia, Slovacchia e Ungheria;

d) il “Protocollo di professori tedeschi di medicina legale di università tedesche del 29 luglio 1943”;

II. Parte riguardante l’aspetto di polizia giudiziaria, che include tra l’altro la lista di 679 vittime identificate e una perizia dell’Istituto tecnico-criminale di Berlino sui proiettili trovati;

III. Parte giuridica. L’ichiesta è corredata di 151 fotografie [45].

L’inchiesta su Katyn [46], disponibile anche in rete[47], è una perizia altrettanto accurata.

Torniamo a Desbois.

Dalla fotografia aerea del sito di Bus’k si può stimare che le 15 fosse (rapportando le loro dimensioni a quelle delle persone) erano piuttosto piccole e avevano una superficie complessiva di circa 300 metri quadrati.

Un’altra immagine (fotografia 2), presa da terra, mostra le ossa in una fossa [48]. Si tratta della fossa più grande, con una superficie stimata di circa 40 metri quadrati. Un’altra fotografia ritrae Desbois sul bordo destro di questa fossa [49].

Fotografia 2

Gli scheletri non sono ammucchiati, ma relativamente diradati; anche a voler assumere una densità 4 scheletri ogni 3 metri quadrati, nelle 15 fosse comuni avrebbero trovato posto 400 cadaveri. Se esse ne contenevano 1.750, come pretende Desbois, significa che in ogni fossa c’erano (1.750 : 400 =) oltre 4 strati di cadaveri.

Ma, non potendo spostare le ossa, Desbois e i suoi archeologi non potevano neppure sapere che cosa c’era sotto lo strato di scheletri riportato alla luce. Ma allora come hanno potuto stabilire la cifra di 1.750 scheletri?

La risposta sta probabilmente nel fatto che, come ha sottolineato il prof. Edouard Husson, la summenzionata indagine

«è giunta a confermare i racconti dei testimoni e l’inchiesta delle commissioni sovietiche del 1944-1945 riguardanti il massacro degli ultimi 1.700 ebrei» [50].

Una “conferma” scontata.

Egli ha aggiunto che i risultati dell’indagine

«il 3 ottobre 2007 sono stati esaminati alla Sorbona da storici, specialisti delle armi della seconda guerra mondiale, esperti in balistica, specialisti di medicina legale, archeologi».

Il risultato di quest’esame non dev’essere stato entusiasmante, se a due anni di distanza non se ne sa ancora nulla.

Sta comunque di fatto che il buon prete, nella sua “indagine archeologica”, non si è curato neppure di indicare le dimensioni delle fosse comuni e, terminato lo studio, ha «dovuto» purtroppo

«ricoprire le fosse con un bitume particolare, utilizzato per l’asfaltatura delle piste degli aeroporti, in modo da garantire che nessuno di quelli che vanno alla ricerca dell’oro possa più disturbare i morti nel loro riposo»(p. 227).

Ma ciò «garantisce» anche che le fosse non verranno un giorno riaperte per effettuare una vera perizia medico-legale che permetta di accertare a chi appartenevano gli scheletri, quante persone erano, quando morirono, quale fu la causa della morte.

Quanto ai testimoni di Desbois, bisogna chiedersi fino a che punto siano ricorsi anch’essi a piccoli «accomodamenti con la verità»:

egli cercava fosse comuni ed essi gli hanno indicato fosse comuni.

Di ebrei? Ciò l’«indagine archeologica» di Desbois esposta nel suo libro non lo ha dimostrato.

Il testimone Stanislav ha dichiarato inoltre che l’esecuzione di «più di mille» ebrei a Bus’k avvenne «per più di una settimana» nel maggio 1943 e che nel cimitero ebraico c’erano «circa dieci fosse» (pp. 223-224). Passi il numero delle presunte vittime e delle fosse, ma la sua affermazione che «l’esecuzione è durata più di una settimana» è in contrasto troppo stridente con quella olocaustica secondo la quale essa avvenne il 21 maggio 1943[51], e con ciò poco si conciliano anche numero e dimensioni delle fosse, 8 delle quali avevano una superficie totale stimata di circa 100 metri quadrati, in media poco più di 12 metri quadrati. Perché i tedeschi avrebbero fatto scavare fosse così piccole se dovevano fucilare più di 1.700 persone tutte insieme?

La fotografia 1 mostra che la maggior parte delle fosse erano contigue, separate l’una dall’altra da sottili pareti di terra: ciò fa pensare a scavi successivi piuttosto che simultanei; in questo caso le pareti divisorie sarebbero state abbattute per creare fosse più ampie.

Con ciò non affermo che le fosse in questione non possano contenere resti di ebrei fucilati dai tedeschi: dico semplicemente che Desbois non ha addotto alcuna prova al riguardo.

 

11) Le cremazioni

Nel capitolo 16 Desbois si occupa della presunta “azione 1005” cui ho già accennato sopra. Vi apprendiamo che

«il III Reich decise di affidare a del personale tecnicamente molto preparato la distruzione delle tracce delle sue vittime»(p. 201, corsivo mio).

Singolare giudizio su Blobel, che non aveva alcuna competenza nel campo della cremazione. Come ho rilevato altrove, all’epoca, secondo la storiografia olocaustica, la ditta Topf & Söhne, all’epoca la ditta tedesca più importante nella costruzione dei forni crematori, e il suo ingegnere capo Kurt Prüfer, un grande specialista della cremazione, prestavano ad Auschwitz la loro opera fiancheggiatrice dello sterminio ebraico. Nonostante ciò, le SS, per questa opera immane di cremazione di centinaia di migliaia di cadaveri, invece di consultare i veri tecnici della cremazione, anzitutto Prüfer stesso, o il suo collega ing. Fritz Sander, ideatore, nell’ottobre 1942, di un «Forno crematorio per cadaveri con funzionamento continuo per uso di massa» (Kontinuierlich arbeitender Leichen-Verbrennungsofen für Massenbetreib)[52], si sarebbero rivolte a un povero derelitto semialcolizzato che, rileva Desbois stesso, non aveva neppure fatto «studi di “architettura”», come invece dichiarò a Norimberga nel corso del processo degli Einsatzgruppen, ma aveva solo frequentato «una scuola statale d’insegnamento tecnico situata a Barmen-Eberfeld, dove aveva cominciato un semestre nel corso dell’inverno 1913-1914 prima di arruolarsi nell’esercito»[53].

Desbois, incredibilmente, aggiunge:

«L’operazione “1005” fu tenuta segreta, le SS comunicavano in codice con Berlino: il numero delle nuvole indicava quello delle fosse riaperte e la quantità di pioggia quella dei corpi che erano stati bruciati»(p. 201).

Chi gli avrà mai raccontato questa panzana? Forse qualche vecchio testimone completamente rimbecillito? Mah!

E se le fucilazioni erano state effettuate «alla luce del giorno», se la loro segretezza era un «mito», perché le cremazioni furono tenute segrete?

Le unità operative dell’ “azione 1005”, a dire di Desbois, percorsero «approssimativamente gli itinerari seguiti dagli Einsaztgruppen» alla ricerca delle fosse comuni: ma di quante eliminarono le tracce? Su questo problema fondamentale, Desbois non si pronuncia, neppure “approssimativamente”. L’unica “prova”  che egli adduce è una fotografia che lo ritrae sulle rovine di un muretto in aperta campagna. Ecco la didascalia:

«14 luglio 2006. Troviamo le tracce del pollaio nel quale sono stati bruciati i prigionieri sovietici impiegati nell’operazione “1005” »![54]

Una prova veramente schiacciante! Così anche l’“azione 1005” è (fideisticamente) dimostrata.

 

12) Le trebbiatrici di Belzec

Questa sì che è una “scoperta” sconvolgente. A Belzec un testimone anonimo («il figlio di uno di questi contadini» cui erano stati requisiti i cavalli dal comando del campo) raccontò a Desbois

«di avere visto in funzione all’interno [del campo] delle trebbiatrici. I nazisti le utilizzavano per setacciare le ceneri e trovare l’oro dei denti»(p. 46).

Storia rigorosamente veridica, perché fu “confermata” al buon prete nientemeno che da «un contadino» (non da suo figlio!), a Tomaszów, vicino a Belzec:

«Il comandante del campo di Belzec aveva fatto requisire la mia trebbiatrice. Mi aveva dato una ricevuta dicendomi che avrei potuto riaverla più tardi. Passato qualche mese, visto che non arrivavano più treni di ebrei nel campo, sono andato all’entrata del campo con la ricevuta per avere indietro la macchina. I tedeschi mi hanno fatto entrare in un magazzino dove c’erano circa una decina di macchine come la mia. C’erano dei poveri ebrei che giravano le manovelle. Ma al posto del grano c’erano le ceneri degli ebrei».

Di fronte a questa importantissime “prove materiali” attestate da ben due dicerie concordanti, Desbois ha fatto di tutto per accaparrarsele:

«Quel giorno, ho deciso di caricare su un furgone bianco tre di quelle macchine, una delle quali è ora esposta al Mémorial de la Shoah di Parigi»(p. 200).

Al buon prete deve essere però sfuggito un dettaglio non propriamente irrilevante: secondo la storiografia ufficiale, a Belzec i denti d’oro venivano estratti alle vittime prima di essere inumate (e successivamente cremate). Al riguardo il testimone Rudolf Reder, in un libretto di “memorie” apparso nel 1946, dichiarò:

«Lungo il percorso dalle camere a gas alle fosse, per alcune centinaia di metri, c’erano dentisti muniti di pinze. Fermavano i lavoratori che trascinavano i corpi, aprivano le bocche dei cadaveri, guardavano dentro ed estraevano l’oro, poi lo gettavano in un cestino»[55].

In compenso il contadino ha trovato qualcuno cui rifilare, senza dubbio dietro adeguato compenso, i suoi ferri vecchi.

Continua alla III parte

10:00 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, Einsatzgruppen | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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