| Di chi è la colpa della decadenza che li angoscia? Gli ostinati se la prendono con il mercato culturale, che esige un pensiero sempre più leggero. E immagino che rimpiangano i tempi del pensiero pesante, anche sotto la forma del pensiero unico. Una testimonianza di come stiano le cose nel loro campo l’ho trovata qualche mese fa leggendo un numero di Tuttolibri, il supplemento letterario della Stampa. Il sabato 14 marzo 2009, Tuttolibri si apriva con un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea a Torino. De Luna era stato uno dei miei critici più costanti a partire dal Sangue dei vinti. Qui citerò soltanto lui, trascurando altri articoli, tutti lagnosi, usciti di recente contro di me. Specialmente sull’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e oggi diretto da Concita De Gregorio. L’articolo di De Luna era intitolato «Il pensiero è sempre più leggero». E l’occhiello recitava: «Si è sciolto il rapporto tra ricerca e editoria, cultura e politica, per inseguire il mercato. Mentre più che mai servirebbe una saggistica “pesante” (e pensante)». Confesso che mi è sembrato il concetto più chiaro di quella pagina. Poiché gli argomenti del professor De Luna non mi sono mai risultati di facile comprensione. Ho capito comunque che, nella logica delunesca, se il pensiero si era troppo alleggerito la colpa era certamente dei revisionisti come il sottoscritto. Non venivo indicato per nome, perché i docenti universitari citano soltanto i loro pari grado. Ma era chiaro che il professor De Luna si riferiva soprattutto ai miei libri. Sentiamolo in presa diretta. «Il successo del revisionismo ha fatto scuola - si lagnava il Prof. - con le sue migliaia e migliaia di copie vendute». E tutte di libri colpevoli di tante nefandezze. Libri «che programmaticamente rifiutano di fornire le “prove” delle loro argomentazioni». Libri «che si affidano a modelli narrativi (lo pseudo romanzo o il finto dialogo) che nascondono l’inconsistenza delle tesi storiografiche proposte». Libri «che si sottraggono al confronto con la verità (o con la verosimiglianza), per inseguire i clamori del successo mediatico e obiettivi immediatamente e squisitamente politici». «A questo si aggiunge - continuava il professor De Luna - la frattura che si è consumata tra il mondo della politica e quello della cultura accademica, quella storica in particolare. La storia non appartiene più ai percorsi di formazione della nostra classe politica». Tralascio il seguito della requisitoria delunesca. Rivolto ai capi della sinistra, ieri diessina e oggi democratica. Politici incapaci di affidarsi “alla Storia”, con l’iniziale maiuscola. Tanto è vero che i primi due segretari del Partito Democratico, Walter Veltroni e Dario Franceschini, si sono presentati al loro pubblico con due romanzi, «e non è un caso». Di quell’intervento mi ha colpito una cosa non detta. Il professor De Luna non spendeva una parola per spiegarci i motivi del silenzio suo e di molti dei suoi colleghi universitari a proposito della guerra civile. Non ne scrivono quasi mai. Non la studiano. Non se ne curano, se non per replicare a chi non sta agli ordini della storiografia rossa. Insomma tacciono, come se si fossero resi conto che i loro vecchi schemi non reggono più alla prova dei fatti. Tanto è vero che l’ultima indagine generale sulla Resistenza, quella di Santo Peli pubblicata da Einaudi, risale al marzo 2004, più di cinque anni fa. Revisionismo e pensiero pesante Ma adesso smetto di parlare del professor De Luna per dire qualcosa su di me, mandato da lui sul banco degli imputati. Con l’accusa di distruggere a colpi di revisionismo il pensiero pesante. Certo, sono un dilettante della ricerca storica, pur avendo alle spalle un’ottima laurea grazie a una tesi di storia contemporanea: Guerra partigiana fra Genova e il Po, pubblicata da Laterza nel 1967. E mi muovo da anni su un terreno che ho studiato a fondo e credo di conoscere come pochi: l’antifascismo armato, lo scontro fra la Resistenza e la Repubblica sociale, il dopoguerra macchiato da un’infinità di delitti. Ecco un campo minato dai divieti dei parrucconi rossi: quelli di partito e quelli dell’accademia. Qui ho incontrato di continuo commissari politici travestiti da intellettuali e boriosi professori nullascriventi. Tutti pronti a muoversi da giudici spocchiosi dell’Inquisizione antifascista. Con un solo chiodo in testa: punire anche il più timido revisionismo come un’eresia maledetta e pericolosa, da soffocare. Parlo delle revisioni che non tornano comode alla cultura comunista. E che, dunque, non debbono essere ammesse. Questi parrucconi mi fanno sorridere. Soprattutto perché fingono di dimenticare che le sinistre italiane sono sempre state iper-revisioniste, ogni volta che gli è convenuto esserlo. Pensiamo a Stalin, prima grande padre buono di tutti i popoli della terra e poi despota feroce. Oppure al maresciallo Tito. Dipinto dal Pci come un eroe della libertà, il vincitore della guerra in Jugoslavia contro nazisti e fascisti. Poi sputacchiato sempre dal Pci, quando nel 1948 rompe con l’Unione Sovietica. E, infine, di nuovo esaltato dal Pci a partire dal 1955, quando la frattura con Mosca si ricompone. Li ho visti in azione questi parrucconi. Ma pur essendo un dilettante solitario, senza un partito che mi difendesse, non mi sono spaventato. Ho tirato i sassi contro i padroni post-comunisti della storia italiana. Ho provato a scrivere le pagine lasciate in bianco da loro, per calcolo politico o per viltà intellettuale. Li ho sbugiardati. Li ho costretti a replicare spacciando altre bugie. Ho contribuito a svelare la loro mediocre doppiezza. Mi sono fatto dei nemici. Ma ho incontrato molti amici: italiani per bene, stanchi di troppe menzogne e alla ricerca della verità. Nello scoprire questi tanti amici, libro dopo libro mi sono reso conto di una realtà che prima non vedevo con chiarezza. In Italia esiste un’opinione pubblica moderata, di centro-destra, di destra o semplicemente liberale, che per anni ha faticato a emergere sul terreno della cultura diffusa. All’inizio era un’opinione “povera”, perché non poteva contare sull’apparato culturale a disposizione della sinistra. I partiti che aveva alle spalle erano scomparsi nel gorgo di Tangentopoli. E l’unico rimasto in piedi, il Movimento sociale, stava cambiando pelle e natura. Senza rendermene conto, ho contribuito a liberare questa opinione. Dopo I figli dell’Aquila, dedicato a chi aveva combattuto per la Rsi, e soprattutto dopo Il sangue dei vinti, ho ricevuto sino a oggi almeno tremila lettere. Sono soprattutto di donne che mi narrano la loro storia e quella della loro famiglia negli anni della guerra civile e del primo dopoguerra. E mi ringraziano per avergli dato il coraggio di scriverne, dopo decenni di silenzio obbligato. La caduta del “bavaglio” della cultura comunista Il maledetto revisionismo ha fatto cadere un altro piccolo muro di Berlino. Era quello del bavaglio imposto dalla cultura e dalla storiografia comuniste a tanti italiani esuli in patria. I paria, i reprobi, gli sconfitti che l’arcigno Arco Costituzionale, fondato sulla Dc e sul Pci, non voleva riconoscere come cittadini con pari dignità. Un lettore mi ha scritto che, con i miei libri, non ho soltanto liberato la memoria dei morti, ma anche quella dei vivi, dei loro figli, dei loro nipoti. «Vissuti per anni con il sasso in bocca - diceva una lettrice - identico a quello che la mafia adopera per le sue vittime». Adesso l’opinione pubblica fatta emergere dal revisionismo sulla guerra civile è meno povera di prima. Ma si scontra ancora con due grandi difficoltà. La prima è rivelata dal paradosso che connota l’Italia di oggi. Il vecchio Pci è scomparso da vent’anni, dopo la fine dell’Unione Sovietica. E i partiti nati dalle sue ceneri sono sempre più deboli. Eppure l’egemonia culturale rossa resiste ancora. Perché è un’egemonia proprietaria. E sta in piedi grazie a quel che possiede e usa di continuo. L’elenco delle sue proprietà è lungo. Le cattedre di storia contemporanea in molte università. L’insegnamento della storia nelle scuole medie superiori. Una catena di case editrici. I tanti festival del libro, a cominciare dal rosso Salone di Torino che esclude quasi sempre autori invisi alla sinistra. I premi letterari. I convegni culturali in centri grandi e piccoli. Tanti giornalisti. E parecchi quotidiani. A cominciare da Repubblica: un giornale-partito, dalla pedagogia autoritaria, importante per numero di copie diffuse e per il pensiero unico che fa circolare e riesce ancora a imporre. Ho descritto una struttura difficile da sgretolare. E che resiste quasi intatta a ogni crisi. È vero che conta meno di un tempo. Però seguita a rimanere in piedi. Assomiglia a un gigante sempre più confuso, ma tuttora in grado di far pesare la propria forza. Ha dalla sua anche una quota della televisione pubblica: la Rete 3 della Rai, il suo telegiornale, i suoi programmi culturali. Non è un caso se non sono mai riuscito a presentare i miei libri revisionisti su questa rete. La censura rossa mi ha sempre sbarrato il passo. Trovando molti piccoli censori pronti a obbedire. I motivi di queste esclusioni sono tanti e tutti falsi: Pansa diffama la Resistenza, Pansa inventa stragi mai avvenute, Pansa scrive cose che non pensa per intascare buoni diritti d’autore, Pansa si è messo al servizio del centro-destra di Silvio Berlusconi… Ma esiste pure un motivo più serio, quello decisivo. E riguarda la storia del Pci nella guerra civile e nel dopoguerra. L’apparato culturale e storiografico comunista ha sempre sostenuto che il Pci di Togliatti, di Longo e di Secchia era un partito democratico già all’inizio degli anni Quaranta. E non aveva mai coltivato l’intenzione di continuare la guerra civile anche dopo la Liberazione. Già, non ha mai cercato di conquistare il potere con le armi. Non ha mai voluto fare dell’Italia una repubblica popolare, dove la “democrazia progressiva”, così la chiamavano, sarebbe stata al servizio dell’Unione Sovietica. Nei miei libri, mettendo in fila una serie di fatti incontestabili, ho invece provato che l’obiettivo finale del Pci era proprio un regime autoritario. Con un solo partito e una polizia politica onnipotente. I comunisti non combattevano per la libertà degli italiani, ma per un’altra dittatura, rossa invece che nera. Anche storici ben più professionali di me hanno affermato la stessa verità indiscutibile. Ma è proprio questa verità a suscitare la reazione rabbiosa dei dirigenti post-comunisti e degli storici rossi. La considerano una falso totale. E nel replicare vanno fuori di testa. Come ho potuto constatare anche in qualche risposta nervosa al mio ultimo libro, Il revisionista, uscito in maggio da Rizzoli. Ecco uno snodo cruciale nella vicenda della Resistenza e del primo dopoguerra. E non si tratta soltanto di un problema storiografico. Siamo di fronte a una questione che si riflette sulla lotta politica del 2009. Basta dare un’occhiata alla tribuna d’onore del Partito democratico per rendersi conto che molti dirigenti vengono dal vecchio Pci. E sono cresciuti alla sua scuola. Pensiamo a D’Alema, a Fassino, a Veltroni, a Bersani, a Livia Turco, ad Annamaria Finocchiaro, a Violante, a Reichlin e a tanti altri ancora. Ammettere la verità sul vecchio Partitone Rosso, manderebbe in crisi la loro cultura e le loro stesse figure. Qualunque giovane militante potrebbe chiedergli conto delle menzogne che anche loro hanno avallato. E della loro ostinazione a non rinnegarle. Per questo di qui non si passa. Ci vorrà ancora del tempo prima che dall’area post-comunista arrivi qualche ammissione. Riconoscere che il Pci della guerra partigiana aveva propositi golpisti significa aprire una falla in una diga. Con l’obbligo di rileggere in un modo nuovo, e pericoloso, tutta la storia del comunismo italiano nella Prima Repubblica. Una storia che non è quella degli antichi egizi, ma del nostro tempo. Con vecchi protagonisti sempre sulla scena. Basta pensare all’uomo-immagine della sinistra radicale: Pietro Ingrao. Non era lui ad aver giustificato alla Camera dei Deputati la fucilazione di Imre Nagy e di altri dirigenti dell’insurrezione ungherese contro i sovietici? Sì, era lui. Ed eravamo già nel giugno 1958. Ma l’opinione pubblica moderata incontra anche una seconda difficoltà. Questa deriva dalla scomparsa di un partito che si era sempre opposto alla cosiddetta vulgata resistenziale. E ai falsi storici che la sorreggevano. Mi riferisco al vecchio Msi, sciolto da anni, e poi di Alleanza nazionale che in marzo è entrata nel Popolo delle libertà. So per esperienza che molti dirigenti di An la pensano come prima a proposito della guerra civile. Il problema è che il loro leader non la pensa più nello stesso modo. Sto parlando di Gianfranco Fini, oggi Presidente della Camera. Osservo come si muove, che cosa dice, quello che scrive. Ho anche discusso con lui, in un dibattito pubblico a Montecitorio, nel maggio di quest’anno. Ma continuo a non capirlo. Fini è un enigma vivente. Oggi respinge per intero un passato che pure gli appartiene, anche perché gli ha garantito la carriera. Siamo di fronte a un caso strabiliante di revisionismo all’incontrario. E penso che ci riserverà molte sorprese, tutte stupefacenti. Serve a una cultura liberale una posizione come quella di Fini? Penso di no. La conoscenza a proposito della storia non progredisce nella confusione. Rovesciando un vecchio motto, potremmo dire: se il disordine sotto il cielo si fa grande, la situazione non diventerà mai eccellente.
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Commenti
Dunque il signor Pansa ex vicedirettore dell'Espresso a un certo momento della vita si accorge di quello che noi tutti,oggi vecchi(io del 37),sapevamo da sempre.Dunque esempio classico di vigliaccheria moltiplicata per due.Quanto ha scritto doveva essere pubblicato negli anni 50 massimo 70 ma allora il nostro eroe mangiava a sinistra e quando si è presentata l'occasione ha incominciato a mangiare a destra.Bel personaggio che disistimo con tutte le mie forze,esempio classico del''italiano delle ritirate,collega degno dei fascisti recuperati alla kippah.Errore lodarlo ieri a sinistra ed errore lodarlo oggi a destra.La storia va letta senza simpatie;la caduta del muro di berlino fu una delle piu'grandi catastrofi del secolo scorso anche per chi come me non è comunista.Quando Pansa o un suo emulo lo spiegherà al popolo ignorante?
Scritto da: pierodeola | 29.10.2009
Rispondi a questo commentoCiò che scrive ,oggi,il Pansa era stato scritto almeno 40 anni fa da Giorgio Pisanò.
Un copia-incolla?
Oggi si rischia poco a scrivere queste cose...allora la vita!
Oggi se ne traggono buoni guadagni.
Scritto da: Waa359 | 30.10.2009
Rispondi a questo commentoIn questo post c’è tutta la mia vita a partire da quando ero bambino fino ad oggi…A quei tempi ascoltavo i racconti degli anziani reduci della R.S.I. e rimanevo sbigottito dalla dolcezza e dalla semplicità di quelle persone che rischiarono la vita per una guerra che sembrava già persa a partire dalla fine del 1943…e già da allora i conti, nella mia mente, non tornavano…!!! Come potevano, quelle persone così umane, essere i “criminali della Storia”???? Molte cose non erano a mia conoscenza, in quegli anni; potevo solo intuirle ma non avevo conoscenze specifiche…
E poi, dovevo fare i conti con la iattanza di quelli che si ostinavano a difendere ad oltranza la disumana politica della tirannia comunista che, anche quando cercava di fare qualcosa di buono, finiva sempre per produrre macelli….Avevo già postato altrove che sia Pansa sia De Felice, prima di lui, hanno fatto la scoperta dell’acqua calda…Il milite della R.S.I., Giorgio Pisanò, aveva già descritto, con dovizia di particolari, nei suoi libri, gli efferati crimini compiuti dai partigiani durante la guerra civile…ma l’opinione pubblica, aveva liquidato, o più semplicemente ignorato, la grandiosa opera storica di Pisanò, come l’eccesso di un nostalgico….Eh sì, perché bastava accusare di nostalgia qualcuno per screditarlo agli occhi della gente…!!!
Oggi invece Giampaolo Pansa, intellettuale di sinistra, ricalca le parole di Pisanò, reduce della Repubblica Sociale Italiana....e nessuno può accusarlo di essere un Fascista…Debbono affrontarlo in campo aperto ma non hanno armi contro di lui perché la verità sta tutta dalla sua parte…e per questo, Pansa dà fastidio…
E poi, un’altra cosa ancora…Vedo che Pansa si meraviglia del comportamento del badogliano Fini….Cosa c’è da meravigliarsi? La Storia si ripete in questa misera italietta che manda al martirio i suoi figli migliori ed esalta i beceri opportunisti dell’ultima ora…Pansa fa riferimento a Gianfranco Fini, che è stato l’unico sbaglio del grande Giorgio Almirante…Ricordo a quanti militarono o furono semplicemente simpatizzanti dell’M.S.I., l’unico partito della prima repubblica non coinvolto nel saccheggio delle casse statali passato alla Storia come Tangentopoli, che Gianfranco Fini non fu mai ben visto da nessuno….Fu solo grazie ai buoni uffici di Almirante che Fini riuscì ad imporsi come leader del Movimento Sociale ed oggi, tutti coloro che amano la verità, ne pagano le conseguenze…
E poi, una considerazione: a molti sfugge il fatto che fino a 15 anni fa, la sinistra filo-comunista radical-chic (quella costituita da spocchiosi scansafatiche con la puzza sotto il naso e la erre moscia, tanto per intenderci!) aveva l’egemonia culturale in Italia perché incorporava la classe intellettuale nostrana che dipingeva il Comunismo come un regime totalitario - sì - ma che partiva da buoni presupposti di uguaglianza sociale….
E per i comunisti era giusto consacrare, alla buona dottrina del marxismo, milioni di persone innocenti che vennero sistematicamente relegate nel dimenticatoio della Storia…L’omertà politica del comunista nascose, agli occhi della Nazione, il genocidio del nostro popolo, nei territori della Venezia Giulia e della Dalmazia, alla fine della seconda guerra mondiale, ad opera dei comunisti titini che infoibarono decine di migliaia di Italiani…In quegli anni, le truppe di Tito portarono avanti un’operazione di pulizia etnica nei confronti dei nostri connazionali; l’eroica e commovente opera di difesa dei giovani militari della gloriosissima X Flottiglia MAS non bastò a fermare la furia anti-italiana dei comunisti jugoslavi….
I valorosi marinai della Xª si batterono fino all’ultimo sangue, contro forze nemiche preponderanti, e si fecero massacrare tutti pur di difendere anche l’ultimo bambino italiano dalla ferocia comunista…Alla morte dell’ultimo marò, i partigiani titini diedero il via alla mattanza…
E poi, tornando a noi e per concludere, mi faccio carico di riportare l’insegnamento che ci hanno lasciato i reduci della Repubblica Sociale Italiana: bisogna amare la pace che garantisce la civile convivenza tra i popoli ma bisogna combattere la guerra quando quest’ultima serve a difendere l’identità etnica e culturale di una Nazione…Oggi molti dei “ragazzi di Salò” non ci sono più ma hanno lasciato, dietro di loro, una valanga di emozioni…Ricordo che, quando ero bambino, mi conquistarono con i loro racconti appassionati e, da allora, sono rimasti sempre nei miei pensieri…Ricordo i militi delle Legioni Autonome e delle Brigate che ripetevano il ritornello delle loro formazioni: “Abbiam la forza di spezzarvi il cuor”….Avevano proprio ragione; ci mancheranno…
Scritto da: Milite Ignoto | 30.10.2009
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