12.09.2009

"NEGARE LA STORIA" E NEGARE LA VERITA' LA FALSA "CONVERGENZA DI PROVE" DELL' "OLOCAUSTO" Parte 1

CARLO MATTOGNO

Parte 1

"NEGARE LA STORIA" E NEGARE LA VERITA'

LA FALSA "CONVERGENZA DI PROVE" DELL' "OLOCAUSTO"

 

INTRODUZIONE

Michael Shermer e Alex Grobman hanno pubblicato negli Stati Uniti un libro intitolato "Denying History. Who Says the Holocaust never Happened and Why Do They Say it?" che è apparso alcuni mesi fa in traduzione italiana col titolo: "Negare la storia. L'Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché" (1). Si tratta di una critica al revisionismo che ha l'ambizione di porsi - al di sopra dei polemisti precedenti - su un piano oggettivamente scientifico. Gli Autori si atteggiano a (moderati) difensori della libertà di parola e compilano pagine e pagine di filosofia della storia e di excursus vari che, oltre a ostentare erudizione, servono più banalmente da semplici riempitivi. Un lavoro "durato diversi anni" e che ha richiesto una trasferta dagli Stati Uniti in Europa per condurre "una ricerca nei campi,in particolare a Mauthausen, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Belzec, Dachau,Auschwitz e Auschwitz-Birkenau [sic!]" (p. 176) - possiamo immaginare con quali spese per i finanziatori dell'impresa - non poteva infatti dare come frutto un opuscolo di alcune decine di pagine - a tanto si riduce infatti la loro opera senza tali orpelli...


"Negare la storia" ha grandi ambizioni confutatorie e probatorie:"controbattere, quasi punto su punto, le tesi dei negazionisti", come avverte Daniele Fiorentino, che ne ha curato la Presentazione (p. 8), anzi,"tutte le tesi dei negazionisti" (p. 13); riprendere "punto per punto le posizioni di coloro che negano l'Olocausto confutandole fin nel più minimo dettaglio", come ribadisce il prefattore Athur Hertzberg (pp. 26-27).

Giudizio chiaramente espresso dagli Autori:

«A questo fine contestiamo nel dettaglio le tesi e le argomentazioni di coloro che negano l'Olocausto, presentiamo un'analisi approfondita delle loro motivazioni e della loro personalità e dimostriamo accuratamente, con solide prove, come facciamo a sapere che l'Olocausto ha avuto luogo» (p.37).

Gli Autori concludono sperando addirittura che la loro opera abbia fornito «un'esauriente e ragionata risposta a tutte le tesi di coloro che negano l'Olocausto» (p. 328).

Dunque essi avrebbero confutato "nel dettaglio" tutte le tesi di tutti i revisionisti. Ciò è assolutamente falso (2).

Le pretese confutatorie degli Autori sono dunque già radicalmente inficiate da questa menzogna di fondo.

A siffatti precettori di menzogne ho già dedicato tre studi, nei quali ho confutato ad uno ad uno le loro false accuse:

- Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar, 1996, 322 pagine;

- L'"irritante questione" delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova 1998, 188 pagine;

- Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi, Genova 2002, 182 pagine.

Nessuno ha mai risposto agli argomenti esposti in tali libri, però le tesi palesemente false, di cui ho dimostrato la palese falsità, di autori come Pierre Vidal-Naquet o Valentina Pisanty - tanto per fare due nomi -continuano ad essere citate di scritto in scritto "antinegazionista", dando vita a una sequela di fonti incestuose, procedimento che gli Autori attribuiscono ovviamente alla storiografia revisionistica (p. 318).

Lungi dai vaneggiamenti su inconfessabili matrici antisemitiche e neonaziste delle opere revisionistiche, questo libro (come spiegherò successivamente) nasce dall'indignazione di fronte alle imposture di M. Shermer e di A. Grobman - tutte rigorosamente documentate - e, soprattutto, dal piacere di smascherarle come tali e di ristabilire la verità storica.

Pur essendo ben consapevole che anche questo libro cadrà inevitabilmente nel silenzio catacombale della storiografia olocaustica, esso sarà utile alle persone oneste e libere da pregiudizi non soltanto perché vi adduco argomenti ed approfondimenti nuovi rispetto ai tre libri summenzionati, ma anche perché esso è la dimostrazione di come uno storico revisionista possa demolire in un paio di settimane un lavoro "durato diversi anni" con la collaborazione di tutto l'establishment olocaustico mondiale - e ciò, per gli storici che ne fanno parte, oltre ai solidi argomenti che provocano i loro imbarazzati silenzi, è indubbiamente la cosa più sconvolgente.[Requiescant in pace(nota di WaA359)]

 

CAPITOLO I

REVISIONISTI E METODI REVISIONISTICI

1) I revisonisti

A differenza dei loro predecessori, nella loro trattazione gli Autori vogliono porsi su un piano strettamente scientifico:

«Pensiamo che sia il momento di andare oltre gli insulti e di presentare le prove» (p. 52).

Con ciò essi dimostrano di conoscere bene la natura delle critiche al revisionismo precedenti: insulti e assenza di prove!

Essi fanno mostra perfino di rigettare i più logori pregiudizi antirevisionistici: «Le sottigliezze e le complessità del movimento di negazione dell'Olocausto resistono alle etichette onnicomprensive quali "antisemita" o "neonazista".

Fare ricorso alle etichette significa non comprendere ciò che sta realmente avvenendo e di conseguenza scagliarsi contro falsi bersagli» (p. 52).

Ma poi essi stessi non resistono alla tentazione di fare ricorso alle etichette di "antisemita" e di "neonazista", asserendo che, secondo loro, nel revisionismo "il tema antisemita torna sempre" e che "difficilmente si può separare con chiarezza il movimento di negazione dell'Olocausto dai sentimenti antisemiti» (p. 131).

E, dulcis in fundo:

«Secondo noi coloro che negano l'Olocausto ritengono di acquisire potere [sic!] riabilitando coloro che ammirano e denigrando tutti quelli che a loro parere sminuiscono la loro ammirazione. [.]. La storia dell'Olocausto è un disonore per il nazismo. Se si nega la veridicità dell'Olocausto il nazismo comincia a perdere il suo stigma» (p. 319).

Questo è il vero significato della formula secondo la quale il revisionismo è "la riscrittura del passato per ragioni personali o politiche attuali" (p. 36) della quale gli Autori si compiacciono! (cfr. p. 73 e 302). Ecco dunque rientrare dalla finestra le trite diffamazioni che gli Autori hanno finto di cacciare dalla porta. E rientrano anche gli insulti. Nessun individuo "sano di mente direbbe che l'Olocausto non è mai avvenuto", ergo.

Senza contare che il revisionismo "è un affronto alla storia e al modo in cui la scienza della storia viene praticata" (p. 318), e "un mondo alla rovescia, dove il nero è bianco, l'alto è basso e le normali leggi della ragione non sono più valide" (p. 35).

Tuttavia gli Autori ammettono che i revisionisti «sono altamente motivati, piuttosto ben finanziati [magari!] e spesso molto ferrati negli studi dell'Olocausto. [.].

I negazionisti sanno molte cose sull'Olocausto» (pp. 53-54).

Anzi, essi hanno trovato perfino "relativamente gradevoli" i revisionisti americani che hanno incontrato, giudizio un po' strano per dei presunti neonazisti antisemiti non "sani di mente"!

La realtà del revisionismo storico è ben altra cosa. Ogni pretesa di far rientrare a forza gli storici revisionisti nelle logore categorie dell'antisemitismo e del neonazismo viene avanzata unicamente "per ragioni personali o politiche attuali" ed è fallace, come è fallace il titolo stesso del libro degli Autori:"Negare la storia". Ciò che gli storici revisionisti negano, non è la "storia", ma la distorta interpretazione della storia fornita dagli storici ufficiali. Lo stesso revisionismo è nato come negazione di questa distorsione, e dunque come riaffermazione della verità storica.

L'attività revisionistica di Paul Rassinier è cominciata infatti come negazione delle menzogne di cui era costellata la letteratura concentrazionaria del dopoguerra (3), come indignazione di fronte a tali menzogne e desiderio di ristabilire la verità. Questa è appunto una delle motivazioni più importanti che spingono gli storici revisionisti:

l'indignazione per le imposture degli storici ufficiali, che abusano delle loro posizioni di potere per ingannare i lettori ignari e che tali posizioni possono mantenere soltanto continuando ad ingannare i lettori ignari. E questa è anche l'origine di questo studio sulle imposture di "Negare la storia": l'indignazione per le imposture storiche ordite dagli Autori e il desiderio di riaffermare la verità storica.

Come abbiamo visto nell'Introduzione, gli Autori pretendono di aver confutato "nel dettaglio" tutte le tesi di tutti gli storici revisionisti. A questo riguardo essi spiegano:

«Abbiamo cercato di verificare l'esattezza delle nostre ipotesi sui negazionisti attraverso incontri e interviste con gli esponenti principali del movimento di negazione dell'Olocausto, partecipazioni alle loro conferenze e ai loro incontri, e la lettura attenta delle loro pubblicazioni» (pp. 38-39).

Per loro, infatti, il revisionismo si esaurisce in M. Weber, D. Irving, R.Faurisson, B. Smith, E. Zündel e D. Cole (pp. 85-113).

Arthur Butz è già un osso troppo duro per i nostri Autori, perciò essi si limitano a liquidare il suo libro "The Hoax of the Twentieth Century" come "quella che è diventata la Bibbia del movimento" (p. 79), cosa che evidentemente vale soltanto per il loro angusto provincialismo, e questo è tutto; lo stesso dicasi per il loro giudizio su Mark Weber come "colui che ha la più vasta conoscenza della storia dell'Olocausto" dopo D. Irving (p.85).

Gli Autori, infatti, nella loro megalomania americocentrica, hanno dimenticato tre dettagli non propriamente irrilevanti:

1) essi hanno preso in considerazione soltanto una parte del revisionismo americano (ignorando ad esempio F. Berg, W.N. Sanning, S. Crowell, B. Renk,T. O'Keefe, W. Lindsey, M. Hoffman);

2) il revisionismo americano è soltanto una piccola parte del revisionismo mondiale;

3) il revisionismo americano, con tutto il rispetto per la sua storia, per quanto riguarda la ricerca, è ben lungi dall'essere la parte più importante del revisionismo mondiale, la quale è rappresentata dal revisionismo europeo. Ma per gli Autori questo significa soltanto Robert Faurisson, delle cui argomentazioni hanno preso in esame soltanto una parte assolutamente insignificante, per di più, come vedremo nel paragrafo seguente,travisandole spudoratamente!

La realtà è che, attualmente, revisionismo significa la rivista "Vierteljahrshefte für freie Geschichtsforschung" (PO Box 118, Hastings TN343ZQ, Inghilterra), il suo fondatore, Germar Rudolf, e i suoi collaboratori; revisionismo significa Jürgen Graf, J.M. Boisdefeu, Enrique Aynat, Henri Roques, Pierre Marais, Serge Thion, P. Guillaume, Udo Walendy, I. Weckert,H.J. Nowak, W, Rademacher e chi scrive, per citare i più noti. Nella "bibliografia revisionistica essenziale" che nel 1996 ho esposto nel libro già citato "Olocausto: dilettanti allo sbaraglio" (pp. 308-309) figuravano 33 titoli: gli Autori ne hanno presi in esame 4 di cui 3 americani!

E, sebbene abbiano selezionato questa modesta sezione del revisionismo, gli Autori hanno dovuto faticare per anni per ottenere una parvenza di risposta fondata:

«Questo problema è sorto alla nostra attenzione parlando con i principali studiosi mondiali dell'Olocausto. In parecchi casi abbiamo dovuto fare molti sforzi nel corso di questo progetto, durato diversi anni, per ottenere risposte alle nostre domande» (p. 36)(corsivo mio).

Cioè "i principali studiosi mondiali dell'Olocausto" non sapevano che cosa replicare neppure agli argomenti revisionistici minori accuratamente scelti dagli Autori!

Figuriamoci se - secondo le loro fallaci promesse - avessero dovuto rispondere veramente a tutte le argomentazioni essenziali del revisionismo:il loro "progetto" sarebbe durato interi decenni!

2) Il vero metodo storico e i presunti metodi dei revisionisti

Nel capitolo 9 gli Autori presentano un lungo excursus su "Lo stupro di Nanchino" - presunto crimine di guerra durante l'invasione giapponese della città cinese di Nanchino nel dicembre 1937 - la cui "ricostruzione [storica] culminò il 3 maggio 1946, quando il Tribunale militare internazionale per l'Estremo Oriente aprì quello che divenne poi noto come il processo di Tokyo per i crimini di guerra" (pp. 299-300). In altri termini, il presunto fatto fu "ricostruito" per dimostrare l'immane ferocia giapponese e giustificare moralmente le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki e i bombardamenti a a tappeto di Tokio da parte degli Americani.

Dopo questo diversivo, gli Autori ritornano finalmente al loro tema,esponendo i dieci cardini della metodologia storiografica scientifica:

«1. Quanto è affidabile la fonte da cui ha origine la tesi? I negazionisti possono sembrare abbastanza affidabili quando citano fatti e cifre, ma un esame più attento spesso rivela che questi dettagli sono stati distorti o estrapolati dal contesto.

2. La fonte ha presentato altre tesi chiaramente esagerate? Se un individuo è noto per avere travisato i fatti in precedenza, ciò chiaramente mina la sua credibilità. [.].

3. La tesi è stata verificata da un'altra fonte? In genere i negazionisti fanno affermazioni che non sono state verificate, o lo sono state soltanto da un altro negazionista. [.] Una verifica esterna è cruciale per una buona scienza e una buona storia.

4. Come si adatta la tesi a ciò che sappiamo del mondo e di come funziona?[.].

5. Qualcuno, compreso soprattutto il suo sostenitore, ha fatto di tutto per confutare la tesi, o sono state cercate solo prove di conferma? Questo è noto come "pregiudizio della conferma", la tendenza a cercare prove di conferma e rigettare le prove che smentiscono la tesi. [.].

6. In assenza di prove chiaramente definite, la preponderanza delle prove converge sulla conclusione del sostenitore della tesi o su una conclusione diversa? I negazionisti non cercano prove che convergano su una conclusione; cercano prove che si adattino alla loro ideologia. Esaminando i vari resoconti di testimoni oculari dell'uccisione con il gas ad Auschwitz, ad esempio, troviamo che le storie hanno un solido nucleo che porta a una teoria forte di ciò che è accaduto. I negazionisti, invece, selezionano delle discrepanze minori nei resoconti dei testimoni oculari e le gonfiano fino a renderle anomalie che smentiscono la teoria. Invece di passare in rassegna le prove nel loro insieme, si concentrano su qualunque dettaglio che sostenga il loro punto di vista.

7. Il sostenitore della tesi sta utilizzando le regole condivise della ragione e gli strumenti della ricerca o soltanto quelli che conducono alla conclusione desiderata? [.].

8. Il sostenitore della tesi ha fornito una diversa spiegazione per il fenomeno osservato, o ha solo negato la spiegazione esistente? [.].

9. Se il sostenitore della tesi ha offerto una nuova spiegazione, questa dà conto di altrettanti fenomeni di [sic] quanti ne chiariva la vecchia spiegazione? [.].

«10. Le conclusioni sono una conseguenza delle convinzioni personali e dei pregiudizi del sostenitore della tesi o è vero il contrario?» (pp. 314-317).

Ed ecco il presunto comportamento dei revisionisti di fronte a questi principi metodologici:

«I negazionisti di solito sono inaffidabili nella loro selezione dei fatti storici. Spesso fanno affermazioni oltraggiose. Le affermazioni sono raramente verificate con altre fonti, e quando lo sono queste fonti sono spesso incestuose. I negazionisti non tentano quasi mai di smentire le proprie tesi e cercano piuttosto solo prove di conferma. Solitamente non giocano secondo le regole condivise dello studio della storia, non offrono una teoria alternativa per dare conto dei dati storici, e quindi non possono fare appello a nessuna convergenza di prove per la loro teoria inesistente [sic]. Infine, come abbiamo dimostrato con abbondanza di prove, sono le convinzioni personali e i pregiudizi di coloro che negano l'Olocausto a dettare le loro conclusioni» (p. 318).

In questo studio dimostrerò "con abbondanza di prove" che qui gli Autori hanno delineato un ritratto perfetto di sé stessi e dei loro metodi. Ma prima di entrare nel vivo della discussione, voglio premettere qualche osservazione generale.

Per cominciare, è fin troppo facile rilevare che l'intera opera degli Autori contravviene in modo plateale al punto 1 del loro decalogo metodologico, in quanto essa è basata su una selezione preliminare di autori e argomenti revisionisti, amputandone e distorcendone in tal modo il quadro argomentativo.

Nella loro opera gli Autori hanno adottato una formula magica, la "convergenza di prove", presuntamente adottata dagli storici ufficiali e presuntamente negletta dagli storici revisionisti. La formula fu inventata da R.J. van Pelt nella sua perizia di parte per il processo Irving-Lipstadt nota come "The Pelt Report". Non esistendo alcuna "prova" della realtà dello sterminio ebraico in camere a gas omicide, van Pelt raccolse tutti gli "indizi" disponibili (inclusi quelli di J.-C. Pressac), li promosse abusivamente al grado superiore di "prove" e inventò una "convergenza di prove" che non è altro che impostura scientifica.

Esaminiamo ad esempio la "convergenza di prove" addotta dagli Autori per Auschwitz. Le testimonianze oculari avrebbero tutte un "nucleo solido" che convergerebbe verso la realtà delle gasazioni omicide. Gli storici revisonisti, dal canto loro, si attaccherebbero a "discrepanze minori" e a "qualunque dettaglio" per demolire l'intera testimonianza.

E' vero esattamente il contrario. Tanto per cominciare, gli Autori stessi e la maggior parte degli storici ufficiali ignorano il testo integrale di queste testimonianze oculari, che conoscono soltanto da poche crestomazie (4) realizzate selezionando attentamente i passi delle testimonianze in modo da creare una illusoria "convergenza" ed epurando tutte le enormità e le contraddizioni che esse contengono.

Un tipico esempio di questa "convergenza" ci è offerta da G. Reitlinger.

Descrivendo le presunte gasazioni omicide a Birkenau, egli si appella:

a) a Ada Bimko per i "carrelli" per il trasporto dei cadaveri ai forni;

b) a Miklos Nyiszli per il processo di gasazione;

c) a Charles Sigismud Bendel per l'evacuazione delle camere a gas (5).

A leggere la narrazione di Reitlinger, sembra che tutti i testimoni descrivano le medesime strutture e i medesimi fatti, ma la realtà è ben diversa.

Ada Bimko non ha mai messo piede in un crematorio. Ella ha inventato la storia alquanto fantasiosa di una sua visita ad un crematorio in cui "vide" una camera a gas equipaggiata con "due enormi contenitori metallici che contenevano il gas" e con rotaie che da essa portavano direttamente alla sala forni (6). La sprovveduta testimone "oculare" credeva infatti che le presunte gasazioni omicide venissero fatte con un gas simile al metano (perciò inventò i due serbatoi) e che, secondo il cosiddetto rapporto Vrba-Wetzler, un binario a scartamento ridotto andasse dalle "camere a gas" alle sale forni (7). In realtà in nessuno dei crematori di Birkenau i locali cui la storiografia ufficiale attribuisce la funzione di camere a gas omicide erano collegati alle rispettive sale forni da rotaie e vagoncini. Si tratta dunque una volgare falsa testimonianza (8).

M. Nyiszli e C.S. Bendel, due sedicenti membri del cosiddetto "Sonderkommando" (9) di Birkenau che vissero presuntamente negli stessi luoghi e nello stesso tempo, tanto per non approfondire troppo, descrissero le presunte camere a gas dei crematori II e III di Birkenau, che misuravano metri 30 x 7 ed erano alte m 2,41, come locali lunghi 200 metri il primo (10), come locali lunghi 10 metri, larghi 4 e alti 1,60 il secondo (11).

Ora, che ad un locale di 30 metri venga attribuita da due tesimoni diversi una lunghezza di 200 e di 10 metri è un semplice "dettaglio"?

E che dire del fatto che M. Nyiszli inventò e fece pubblicare sul giornale ungherese "Világ" una serie di articoli che riportavano la sua testimonianza al processo IG-Farben puramente inventata? (12). Un altro "dettaglio"? E delle innumerevoli falsificazioni storiche che ho messo in evidenza in uno studio apposito? (13) Ancora "dettagli"?

Un altro esempio di falsa "convergenza" è la descrizione dei testimoni oculari F. Müller e M. Nyiszli del processo di gasazione: ma il primo ha plagiato il secondo (utilizzando la traduzione tedesca del suo libro apparsa nella rivista "Quick" di Monaco nel 1961 col titolo "Auschwitz. Tagebuch eines Lagerarztes"), il quale ha inventato la scena che ha descritto sul presupposto - errato - che lo Zyklon B impiegato per le gasazioni omicide fosse a base di cloro e che conseguentemente avesse una densità molto maggiore dell'aria (14). Qui dunque abbiamo sì una "convergenza", ma nella menzogna. Un'altra "convergenza" nella menzogna è la storiella dei congegni di rete metallica per l'introduzione dello Zyklon B nelle presunte camere a gas dei crematori II e III, pretesamente fabbricato da M. Kula e "visto" da H. Tauber, congegni che non sono mai esistiti! (15).

Ecco come si fabbrica la conclamata "convergenza di prove"! In questo studio ne addurrò altri esempi significativi.

Il punto 2 del decalogo metodologico degli Autori recita, come abbiamo visto che, "se un individuo è noto per avere travisato i fatti in precedenza, ciò chiaramente mina la sua credibilità". In parole semplici, se un individuo ha mentito una volta, non ha più alcuna credibilità". Giustissimo, ma gli storici ufficiali si guardano bene dall'applicare questo principio ai loro testimoni oculari! Per restare ad Auschwitz, si può affermare con certezza e senza timore di smentita che nessuno di essi - e sottolineo nessuno - ha detto la verità sui forni crematori di Birkenau, ma tutti - e sottolineo tutti - hanno mentito spudoratamente sulla conduzione e sulla capacità di cremazione di questi impianti, fino agli apici ineguagliati del ridicolo e dell'assurdo di D. Paisikovic (la cremazione durava 4 minuti!) (16), di S.Jankowski alias A. Feinsilber (in ogni muffola si potevano cremare 12 cadaveri alla volta!) (17) e di M. Nyiszli (capacità dei crematori di Birkenau di 20.000 cadaveri al giorno!) (18).

E che dire della verifica delle fonti? In un'opera di oltre 350 pagine che pretende non solo di confutare tutte le argomentazioni di tutti i revisionisti, ma perfino di dimostrare che il presunto Olocausto è realmente avvenuto, gli Autori, tranne che per un paio di casi, si affidano sempre a fonti di seconda mano per quanto riguarda le testimonianze, e la stessa cosa vale per i documenti. Essi menzionano infatti, in tutto, quattro documenti.

Poiché il decalogo metodologico summenzionato impone anche agli Autori la verifica accurata delle fonti, dobbiamo presumere che essi abbiano controllato almeno i relativi riferimenti. Verifichiamo.

A p. 153 essi menzionano l'SS-Standartenführer Paul Blobel in connessione con la cosiddetta "Aktion 1005" (sulla quale ritornerò nel § 3 del capitolo III) e citano il documento PS-3197 (nota 20 a p. 339); il riferimento corretto è NO-3947, dichiarazione giurata di Paul Blobel del 18 giugno 1947.

A p. 232 essi scrivono:

«Il 26 novembre 1945, al primo processo di Norimberga, il medico nazista dottor Wilhelm Hoettel [sic] testimoniò.».

In realtà Wilhem Hoettl non testimoniò affatto al processo di Norimberga;gli Autori prendono per una "testimonianza" un semplice "affidavit" redatto,appunto, il 26 novembre 1945 (documento PS-2738, come da essi indicato a p.344, nota 5).

A p. 245 gli Autori riportano un passo di un discorso di Hans Frank, il governatore del Generalgouvernement (Governatorato generale), del 7 ottobre1940. Il riferimento da essi addotto è PS-3363 (nota 28 a p. 345).

In realtà il discorso (sul quale ritornerò nel § 7/1 del capitolo III) fu tenuto il 20 dicembre 1940 e il documento è il PS-2233!

Infine, a p. 253 gli Autori citano un rapporto di Himmler per Hitler del 29 dicembre 1942 con il riferimento "N.D. [= documento di Norimberga] 1120,reperto dell'accusa 237" (nota 47 a p. 345). In realtà di tratta del documento NO-511.

Come si vede, gli Autori hanno rispettato perfettamente il dovere metodologico della verifica delle fonti!

Come esempio dell'inosservanza da parte revisionistica del punto 4 del loro decalogo metodologico, gli Autori adducono

«le elaborate teorie della cospirazione dei negazionisti su come gli Ebrei avrebbero congegnato la storia dell'Olocausto per ottenere riparazioni dalla Germania e sostegno americano a Israele» (p. 315).

Già in precedenza gli Autori avevano scritto che "alcuni negazionisti"affermano che «ci fu una cospirazione dei sionisti affinché si esagerassero le condizioni degli Ebrei durante la guerra, per finanziare lo Stato di Israele con i risarcimenti di guerra» (p. 151).

Come fonte di questa sciocca storiella, che nessuno storico revisionista si sognerebbe mai di sottoscrivere, gli Autori adducono la seguente indicazione:

«Vedi P. Rassinier, Debunking the Genocide Myth: A Study of the Nazi Concentration Camps and the Alleged Extermination of Europea Jewry (19), Los Angeles, Noontide Press, 1978» (nota 13 a p. 338).

Il riferimento non menziona la pagina, perché la storiella è stata inventata dagli Autori; essa non è altro che un loro travisamento di un passo del prefattore del libro, Pierre Hofstetter, che ha menzionato in realtà «l'intero establishment sionista che ha costruito lo Stato di Israele sul "mito dei sei milioni"» (20), ossia i sionisti hanno sfruttato, non creato,questo "mito".

A R. Faurisson gli Autori riservano un trattamento ancora più disonesto. A p. 100 essi scrivono:

«In una pubblicazione del 1987, ad esempio, [Faurisson] sosteneva che Martin Gilbert, storico britannico dell'Olocausto, aveva sbagliato a riferire la grandezza di una camera a gas per farla corrispondere con il numero di morti di cui aveva parlato un testimone oculare in un'occasione specifica.

Faurisson non ha preso in considerazione il semplice fatto che i dettagli forniti dai testimoni oculari possono inavvertitamente essere imprecisi (in questo caso forse anche esagerati) e che quindi può darsi che la fonte di Gilbert si sbagliasse».

Come vedremo subito, questa sarebbe "una cantonata" di Faurisson.

Verifichiamo, secondo i dettami del decalogo metodologico degli Autori.

Nella sua relazione del 6 maggio 1945, Kurt Gerstein ha scritto che 700-800 persone si trovavano in una camera a gas di 25 metri quadrati e 45 metri cubi (21), c'erano dunque 28-32 persone per metro quadrato! Martin Gilbert, nel 1979, ha citato questo stesso passo così:

«Circa settecento-ottocento persone in un'area di circa cento metri quadrati (in an area of about hundred square metres)» (22).

Dunque M. Gilbert non "sbagliato" a riferire la superficie della presunta camera a gas, ma ha falsificato il dato contenuto nel documento originale perché era assurdo. Quanto agli Autori, sono proprio essi ad aver preso una enorme "cantonate", perché anzitutto non hanno verificato la fonte di M.Gilbert e in secondo luogo hanno inventato la storiella di una diversa fonte da lui utilizzata!

Proseguiamo nella lettura:

«Una cantonata analoga l'ha presa nella sua analisi del famoso documento Gerstein. Kurt Gerstein, un ufficiale delle SS coinvolto nell'ordinazione di gas Zyklon-B che veniva usato sia per la disinfestazione che per lo sterminio, prima di morire in prigione, dopo la guerra, lasciò una testimonianza sull'uso omicida del gas. Faurisson e altri hanno cercato contraddizioni interne nella sua deposizione sostenendo, ad esempio, che il numero di vittime stipato nelle camere a gas non ci sarebbe entrato fisicamente. Si è scoperto che Faurisson basava le sue stime sul numero di persone che entrano comodamente in un vagone della metropolitana; da allora ci sono state altre persone (tra cui dei negazionisti) che hanno smentito le sue affermazioni» (pp. 100-101).

Il riferimento è al libro di P. Vidal-Naquet "Gli assassini della memoria" [Editori Riuniti, Roma 1993] (nota 65 a p. 335), ovviamente senza indicazione della pagina. Infatti questa pagina non esiste, perché questa faceta storiella è stata inventata dagli Autori. Essi non si sono neppure accorti che questa loro "cantonata" riguarda lo stesso passo dello stesso documento della loro citazione precedente! Ora, per dimostrare l'impossibilità che nella presunta camera a gas si trovassero 28-32 persone per metro quadrato c'è bisogno del raffronto con un vagone della metropolitana? M. Gilbert e lo storico ebreo L. Poliakov l'hanno capito intuitivamente, tanto è vero che hanno entrambi falsificato il dato di K.Gerstein! (23).

Ma i metodi degli avversari del revisionismo non sono aberranti soltanto in campo ermeneutico. Ecco un paio di esempi offertici dagli Autori stessi.

Essi raccontano che il 27 febbraio 1993 Mark Weber è stato «vittima di un'operazione del centro Simon Wiesenthal in cui il ricercatore Yaron Svoray, assumendo il nome di Ron Furey, ha incontrato Weber in un caffè per discutere di The Right Way, una rivista inventata per ingannare i neonazisti e identificarli»(pp. 85-86, corsivo mio).

Ecco dunque il prestigioso centro Wiesenthal dedito all' inganno e alla menzogna! Per una singolare coincidenza, uno degli Autori, Alex Grobman, è "direttore e fondatore del Simon Wiesenthal Annual" (quarta di copertina)!

Il secondo caso riguarda l'ex revisionista ebreo David Cole. Nel 1998 Robert J. Newman pubblicò un annuncio sulla pagina web della famigerata Jewish Defence League dal titolo "David Cole: Monstrous Traitor" (David Cole:

traditore mostruoso) che era formulato come una taglia sulla sua vita. D.Cole lo capì benissimo ("aveva molta paura per la sua vita, che qualcuno lo potesse trovare e sparargli") e si affrettò a ritrattare tutto (pp.113-115).

Alla menzogna e all'inganno si aggiungono dunque anche le minacce, e non da parte di teppisti da strada, ma ad opera di due prestigiosi [!] istituti ebraici!

 

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08:46 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, Olo$alariati, Sterminazionisti | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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