10.09.2009
Origine del monoteismo e sue conseguenze in Europa
Silvano Lorenzoni
L’ABBRACCIO MORTALE (Parte 1)
Origine del monoteismo e sue conseguenze in Europa
a cura di Gianantonio Valli
La foto non fa parte del testo originale,WaA359
1 CONSIDERAZIONI GENERALI
Messa a punto semantica
Prima di affrontare un argomento articolato come il fenomeno monoteista, e per non perderci in meandri lessicali, è bene dare definizioni quanto più precise. Ognuno sa, o crede di sapere, che cosa sia il monoteismo: si tratterebbe della fede nel "dio unico". Ma questo è un concetto che richiede una vera e propria messa a punto.
In primo luogo, occorre intendersi su cosa sia un "dio"; e per consolidare il concetto è indispensabile risalire al mondo arcaico e al suo modo di percepire la natura.
Fino a tempi storicamente molto recenti (in Europa fino alla fine del Medioevo, in altre parti del mondo fino ad un secolo fa), la Natura - ciò che l'io osserva e con cui esso interagisce - non era percepita come inerte materia soggetta a leggi automatiche, ma quale sede obiettiva di molteplici forze animiche con le quali l'uomo poteva porsi in fattuale contatto con un determinato comportamento rituale o, in taluni casi, per comunicazione diretta usando vie parapsicologiche o stregoniche.
Per necessità semantiche - si ricordi che il linguaggio umano è strutturato in modo da esprimere gli oggetti e le causalità dell'ordinaria esperienza sensoriale di veglia (1) - a queste forze si dovevano assegnare nomi che le identificassero, mentre il tipo di comportamento che esse estrinsecavano veniva reso comprensibile e prevedibile attribuendo loro, in guisa antropomorfica, una "personalità", una "psicologia".
In questo modo si venivano a definire degli "dèi", quali rappresentazioni o modelli lessicali di forze extraumane e più che umane, le quali venivano però percepite come qualcosa di obiettivo...
L'uomo della tradizione ebbe un'esperienza esistenziale (e non solo intellettuale) del sacro, esperienza che si poneva a fondamento della religione arcaica (2). Qui sta la differenza fra il concetto di dio e quello di ipostasi: un'ipostasi è un'idea, inizialmente di tipo esclusivamente intellettuale e godente di una "realtà" soltanto lessicale, la quale viene proiettata - arbitrariamente e come puro atto di volontà - al di là dell'esperienza sensoriale di veglia per attribuirle una fantasmatica esistenza quale forza pensante extraumana - esistenza che si limita poi a un puro atto di fede da parte di chi l'ipostasi ha proiettato (ad esempio, il diavolo è l'ipostasi dell'idea di Male).
Il monoteismo viene a essere uno strano, teratologico sviluppo concettuale che non può essere se non conseguenza di una cesura fra l'uomo e il sacro, il quale, a un certo momento e presso una qualche gruppo umano, viene a cessare di essere un'esperienza esistenziale.
Inizialmente, persiste ancora l'idea del "dio" quale forza, la quale però viene ora a confondersi e ad essere identificata con la sua decrizione semantica che, inizialmente, non era stata se non un fatto di convenienza. Tale visione antropomorfa viene ora ipostatizzata e, attraverso un perverso processo psicologico, unicizzata: ora, il "dio" è unico.
Questo significa che la molteplicità delle forze dell'universo - delle quali non si ha più esperienza esistenziale - vengono ridotte ad una sola ipostasi antropomorfa che, come tale, viene dotata di un suo carattere, di una sua "personalità" di una psicologia che non potrà non riflettere quella dell'individuo o degli individui che tale apparato concettuale abbiano originato. Secondo questa visione, ogni altra forza/essere diviene una sua emanazione o "creatura".
Nel contempo, avendo osservato che il monoteismo non può essere insorto se non presso un tipo umano completamente desacralizzato - cioè un tipo per il quale l'esperienza esistenziale del sacro non è più possibile - risulta che con tale cesura subentra la fede quale valore religioso: si crede per forza (per imposizione, esercitata volontariamente su se stessi, oppure per obbligo) in qualcosa che sta davanti esclusivamente come proposta intellettuale ma di cui non si può avere alcuna esperienza: non a caso - lo documenta Mircea Eliade (3) - la fede, quale valore religioso, ha la sua scaturigine nell'ebraismo, punto di partenza di ogni altro monoteismo.
Sostituire la fede alla percezione esistenziale del sacro è come sostituire con una protesi un arto vivente; e c'è una contraddizione di fondo fra le due prime virtù teologali cristiane, perché aver fede è di per sé un atto di disperazione. Il paleocristiano Tertulliano osservava, seriamente, di credere che il figlio di dio si era incarnato perché ciò era assurdo; e che il medesimo era risuscitato dalla morte perché ciò era impossibile.
In sede storica l'unico monoteismo conosciuto è lo jahwismo - o abramismo, messo a punto nella sua forma finale da quella parte del popolo ebraico - un'etnìa essenzialmente semitica - che nel VI secolo a.C. si trovava in esilio a Babilonia. Questo è il monoteismo che poi, nelle sue molteplici varianti (ebraismo, cristianesimo nelle sue diverse forme, islam e varianti laiche come il marxismo e il liberalismo), imperversa oggi nell’universo mondo.
Il corrispondente "dio unico", Jahweh, risente pertanto della problematica psicologia dell'ecumene semitico (4), nonché di quella particolarmente contorta dei suoi inventori specifici (contrariamente all'opinione di alcuni storici, né lo zoroastrismo iraniano né l'akhnatonismo egizio furono manifestazioni monoteiste).
Tanto meno si può vedere una forma di "progresso verso il monoteismo" nel pensiero dei filosofi europei da Platone in poi, attraverso la scuola di Atene (soprattutto Plotino, ma anche Porfirio, Giamblico, Proclo). La confusione al riguardo non poté e non può essere dovuta se non a secoli di abitudine ad incasellare tutto in un paradigma concettuale monoteista. Platone e i neoplatonici si riallacciano a quella visione arcaica, comune a tutti i popoli civili, secondo la quale esiste un "retroscena" (Urgrund, "fondamento primevo") ontologico dell'universo che non è certo un "dio" - né nel senso esistenziale né tanto meno in quello lessicale - ma che è qualcosa che trascende sia gli uomini che gli dèi; e che sta al di fuori e al di sopra del tempo e dell'essere manifestato. Questo è il Brahma vedico, il Tao paleocinese e anche il Numero pitagorico (5). Anche il platonico Demiurgo, visto come forza plasmante e formate degli esseri materiali, è un'accomodamento lessicale, come lo sono tutti i miti cosmogonici che fanno riferimento a un "dio" creatore (poi, almeno in Europa, tutti inseriti in un paradigma più o meno cristiano) (6).
1.2 Il feticismo: Mircea Eliade
Abbiamo detto che l'unico monoteismo storicamente conosciuto è di origine semitica. Il monoteismo è un fenomeno semitico: non a caso, sulla scia di papa Pio XI, un importante teologo cattolico ebbe a dichiarare che ogni buon cristiano è nell'animo suo, semita (7).
Questo dà adito ad affrontare la casistica del feticismo, che è quel fenomeno religioso secondo il quale il "dio" - forza obiettiva, della quale normalmente si dovrebbe avere un'esperienza esistenziale - viene confuso con l'oggetto, materiale o lessicale, utilizzato per raffigurarlo o per descriverlo (generalmente, si parla di feticismo con riferimento alle immagini materiali).
Ebbene, sta di fatto che nessuna popolazione al mondo - con una sola eccezione - ha mai confuso l'oggetto materiale usato per raffigurare il dio - o la dea, l'anima, la psiche, il fantasma, la forza - col dio raffigurato. Quando diciamo nessuna, intendiamo dire che questo errore non lo commisero neppure i bantù, i cannibali papuasi, i pigmei dell'Africa equatoriale, gli estinti coprofagi della Tasmania o i fueghini del bordo dell'Antartide. L'eccezione a cui ci si riferisce - questo è documentato da Mircea Eliade (8) - furono i semiti (e ancora adesso il tempio di Gerusalemme e la kaabadella Mecca sono cose estremamente sospette). Non sorprende, a ben vedere, che il monoteismo sia insorto proprio fra le uniche genti che siano mai state realmente feticiste.
A questo si ricollega il fatto che i monoteisti più fanatici e più ottusi, tipo gli ebrei, i protestanti, i musulmani, accusano cattolici e ortodossi di feticismo perché essi sarebbero "adoratori di immagini". Si tratta di un fenomeno psicologico di ipercompensazione, per cui si attribuiscono agli altri i propri difetti. Essi praticano l'iconoclastia poiché in tal modo evitano quello che per loro è un "pericolo". L'estetologo Richard Eichler (9) osservava che l'ebraismo, l'islam e il calvinismo sono le tre religioni nemiche del bello, mettendo poi questo fatto in relazione con la loro radice semitica. Il paleocristiano Paolino da Nola rifiutava di farsi ritrarre perché il cosiddetto homo coelestis non può essere riprodotto, mentre l'homo terrenus non deve essere raffigurato (10).
1.3 Anormalità monoteista: Raffaele Pettazzoni
Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vale la pena di commentare un pensiero di colui che, forse, fu il più grande studioso italiano di storia comparata delle religioni: Raffaele Pettazzoni (11). Secondo il Pettazzoni, la condizione normale di un'umanità psicologicamente sana è il politeismo. Il monoteismo viene a essere un'intrusione catastrofica prodotta invariabilmente da una singola personalità, strana e possente - e, aggiungiamo noi, dalle caratteristiche distruttive: quale fondatore di un monoteismo (e solo sotto questo punto di vista), anche in Gesù Cristo ha da ravvisarsi una figura annientatrice della normale condizione vitale e religiosa degli uomini. In particolare, prosegue il Pettazzoni, per potersi affermare, ogni monoteismo abbisogna di un politeismo contro cui scagliarsi con rabbia assassina: questa, in sede storica, è stata sempre una caratteristica delle affermazioni monoteiste (12).
Le idee del Pettazzoni possono essere ulteriormente sviluppate.
(a) Se la normalità è politeista, ci si può attendere che col tempo ci sia una tendenza a che i monoteismi si ridisciolgano nella normalità politeista. Al riguardo (13) ci sono degli incoraggianti sviluppi, sia in area cristiana che in area islamica, che sembrano indicare che la "normalizzazione" sta incominciando ad avere luogo.
(b) A voler figgere lo sguardo nella notte dei millenni - fino alla semileggendaria Atlantide e oltre - viene da pensare che chissà quante volte la deformazione monoteista può avere imperversato sui popoli, per poi inevitabilmente scomparire in ragione del semplice fatto di essere qualcosa di contro natura - forse travolgendo ogni volta, nella sua caduta, imperi, popoli e razze.
SVILUPPI STORICI E TEOLOGICI NEL MEDIO ORIENTE
Note introduttive
Stando alle conoscenze correnti, l'origine dello jahwismo (che non fu subito un monoteismo in senso stretto) ha da porsi verso la fine del II millennio a.C. e fu opera di un certo Mosè.
A quanto sembra, Jahweh, un dio preesistente e che era stato adorato assieme a svariati altri da determinati clan semitici (non ancora ebrei in senso stretto), fu originalmente un mostriciattolo lunare non dissimile dal (o forse identico al) paleosemitico Sin (14). Mosè impose ai suoi sudditi - in origine un coacervo plurimo di svariate etnie e razze, non esclusi ceppi negroidi di estrazione africana (15) - il culto unico di Jahweh, col quale affermò di avere fatto un patto particolare e che avrebbe promesso a loro gni sorta di privilegi a cambio del culto esclusivo.
Degli altri dèi non si negava esplicitamente l'esistenza, ma si rifiutava loro il culto. Le pretese mosaiche furono imposte alla popolazione, non senza trovare un'importante resistenza (16). C'è da credere che già allora Jahweh venisse ad assumere certe sinistre e teratologiche caratteristiche che vennero a galla in modo del tutto esplicito quando il cosiddetto Vecchio Testamento, quale noi adesso lo conosciamo, venne messo per iscritto nel V secolo a.C.
Fra i tempi del mitico Mosè (XII secolo a.C.) e quelli di Esdra (V secolo a.C.), il mosaismo subì una serie di sviluppi che lo portarono a essere il babilonismo o esdrismo; che adesso viene a essere lo jahwismo ufficiale quale esso è preso per valido sia dagli ebrei che dalle chiese neojahwiste cristiane. Da parte jahwista, questo processo è stato presentato come ammantato da improbabili leggende e da ugualmente improbabili "miracoli". Esso fu analizzato criticamente per la prima volta, in notevole dettaglio, da un ex-prete protestante inglese, William Stewart Ross, che pubblicò i suoi risultati sotto lo pseudonimo di "Saladin" verso la fine del XIX secolo (17). Un eccellente studio scientifico del processo di conversione del monoteismo latente a monoteismo esplicito è stato fatto da un altro studioso inglese, Morton Smith (18). Nella sezione che segue si darà un esposto dei risultati di questi due studiosi.
La storia del pensiero monoteista da Mosè a Esdra alla luce delle ricerche: Stewart Ross e Morton Smith
Già il Ross aveva fatto notare che gli stessi autori che avevano scritto la cosiddetta Bibbia nel V secolo a.C., vi avevano incluso certe storie che rendevano del tutto probabile che il testo fosse, se non interamente almeno in massima parte, un'invenzione. Mosè avrebbe messo i suoi scritti dentro alla cosiddetta "arca dell'alleanza", con proibizione assoluta di guardarvi dentro. Sotto Salomone (X secolo a.C.) qualcuno comunque vi avrebbe guardato dentro, senza trovarvi niente. Circa tre secoli e mezzo dopo, un certo sacerdote Ilchia affermò di averli visti, ma dopo di lui non sembra che ci siano stati altri a dire di averli visti. E nel V secolo a.C., Esdra, con l'aiuto di uno stuolo di scribi, avrebbe proceduto a riscrivere i testi antichi, in mezzo a uno straordinario contorno di fatti miracolosi. Questa storia è accettata anche dai i Padri della Chiesa; e il testo di Esdra (peraltro scritto in modo pochissimo chiaro e aperto a ogni tipo di interpretazione) divenne il Vecchio Testamento ufficiale - sia per gli ebrei che per i neojahwisti cristiani.
Le ricerche condotte nel XX secolo permettono di compiere una storia abbastanza dettagliata di quale fu il vero sviluppo storico dello jahwismo fra il suo abbozzo mosaico e la sua concretizzazione a Babilonia nel V secolo a.C.; al riguardo, ci riferiamo in primo luogo al testo di Morton Smith.
Fra il XII e il V secolo a.C. le genti ebraiche, stanziate in Palestina, sono da vedersi, almeno in prima approssimazione, come normali: erano politeiste e il mostro lunare Jahweh occupava nel pantheon un posto non superiore a quello di Baal, Astarte e altri dèi paleosemitici.
Ma in tutto quel periodo serpeggiò fra gli ebrei un "movimento d'opinione" che favoriva il ritorno al mosaismo puro, cioè al culto esclusivo di Jahweh. Questo movimento faceva presa soprattutto fra la borghesia commerciale e finanziaria più o meno agiata e aveva scarsa risonanza fra il popolo in generale.
I suoi rappresentanti di spicco furono i profeti, individui fanatici e gretti che uno psichiatra ebreo, già nel 1910, non esitò a definire degli psicopatici. Aggiungendo che fu una maledizione per l'umanità che le loro vedute contorte fossero arrivate e essere prese non solo sul serio, ma come canoni di condotta (19) - qui sia soltanto aggiunto che la scomposta e sconvolta "spiritualità" dei profeti non trova riscontro se non in determinate manifestazioni bantù (non si dimentichi che la popolazione ebraica aveva una componente africana).
Ma fino al V secolo anche i profeti ebbero scarsa influenza sulla generalità della popolazione.
Questa situazione venne a cambiare con l'occupazione babilonese. I babilonesi deportarono a Babilonia quei gruppi sociali che nelle terre a loro sottomesse - una delle quali era la Palestina - erano a loro ostili. Fra gli ebrei, a loro ostili erano gli adepti del movimento "solo Jahweh"; i quali, deportati a Babilonia e avulsi dal resto della popolazione, svilupparono quella strana e perversa idea - il babilonismo - secondo la quale Jahweh era "unico" e il resto degli dèi "inesistenti".
Verso la metà del V secolo Babilonia cadde sotto la Persia, e gli esuli furono rispediti alle loro terre di origine.
In Palestina ritornarono i mosaisti (adesso babilonisti) capeggiati da un certo Esdra, i quali - forti adesso dell'appoggio politico persiano - imposero il monoteismo jahwista sulla popolazione ebraica della Palestina, non senza trovare una notevole resistenza: i samaritani - pure essi ebrei - non si lasciarono mai piegare. Fu sotto Esdra - e dopo sotto Neemia - che il Vecchio Testamento fu scritto nella forma in cui esso è ancora tenuto per valido da tutti gli jahwisti.
La sua stesura fu strutturata con lo scopo specifico di assicurare il potere a una determinata classe sociale e politica. In massima parte esso fu inventato di sana pianta; in minor misura esso fu basato su testi più antichi, alcuni di origine ebraica e altri mutuati in giro e poi raffazzonati a seconda che sembrò conveniente.
In particolare, i Salmi sono una collezione di inni a Baal (dio paleosemitico) di cui gli originali sono stati scoperti a Ugarit (Libano) e poi decifrati dai semitologi (20): questi inni furono scopiazzati e dedicati a Jahweh.
Caratteristiche psicopatologiche degli autori del Vecchio Testamento e del dio in esso descritto: Erich Glagau
Se il Vecchio Testamento non ha quasi valore come documento storico - essendo esso un prodotto fatto su misura con fini specifici, e nella stesura del quale non ci si peritò di falsificare di tutto, quando ciò sembrò giovare allo scopo - esso dà un'idea molto chiara della mentalità paranoica di chi lo scrisse e, di riflesso, del tipo di "dio"che ne risulta, dotato di una psicologia alquanto contorta.
La descrizione più calzante del medesimo ci sembra quella data dallo scrittore francese conte di Lautréamont, nato Isidore Ducasse: " ... vidi un trono, fatto di escrementi umani e d'oro, sul quale troneggiava, con orgoglio idiota e col corpo ricoperto da un drappo fatto di biancheria di ospedale male lavata, colui che dice di essere il ‘creatore'" (21).
Nell'insieme, da quanto risulta dal Vecchio Testamento, Jahweh si presenta come un despota semitico lubrico, osceno ed abbietto, che ha creato l'uomo per poter pavoneggiare davanti a lui la sua scellerata potenza e per avere uno schiavo da torturare e umiliare, sul quale far cadere un’ira del tutto irrazionale, becera e imprevedibile.
Per incominciare - e questo risulta in modo chiaro dalle analisi di Morton Smith - il Jahweh esdrico presenta aperte caratteristiche omosessuali. La sua qualità di "dio geloso" è quella dell'amante omosessuale per il suo "amico del cuore", il popolo ebraico; col quale la relazione è quella che ci può essere fra l'omosessuale attivo e quello passivo. Il "popolo di dio" è il suo prosseneto.
Erich Glagau (22) ha compiuto un'insuperata analisi del Vecchio Testamento, sviscerandone sia le assurdità che la qualità scostante. Ed effettivamente, come florilegio di aneddoti raccapriccianti, pornografici, sordidi e contrari a ogni buon costume (dal punto di vista di un'umanità normale), non esiste alcun altro testo che si spacci per "religioso" il quale gli possa reggere confronto - e che inoltre abbia pretese moraleggianti. Qui si indicheranno tre dettagli, particolarmente significativi:
(a) Nel libro delle Cronache sta scritto che mentire "a maggior gloria di dio" è lecito - cosa poi ripetuta da Paolo da Tarso, il "già ebreo" Shaul, nella Lettera ai Romani. Ora, la liceità della menzogna - anzi, della menzogna sistematica - oltre che dal Vecchio Testamento, è ammessa solo dalle popolazioni legate a uno stile di vita totalmente selvaggio e privo di aspressioni etiche di normale significanza.
(b) Nel libro dei Giudici - e questo è enfatizzato anche da Mircea Eliade (23) - viene lodato il tradimento dell'ospite. Questa è un'azione esecranda presso tutti i popoli conosciuti, non esclusi i più incivili - ma non per gli esdristi.
(c) Il rotolo di Ester: si tratta di una sordida storia (inventata) di prostituzione minorile nella quale a far da lenone fu uno zio della detta Ester, la quale, una volta riuscita a conquistare l'amore del re di Persia, avrebbe fatto da infiltrata nella corte. Obbediente agli ordini dello zio/lenone, ella sarebbe stata usata per estorcere al re, mentre era ubriaco, l'autorizzazione per commettere soprusi contro coloro che erano invisi allo zio/lenone. Questo, ancora adesso, viene celebrato nella festa ebraica del purim (nel mese di ottobre). In certi circoli sionisti, la Barbara Lewinsky (che eseguì quella pubblicizzata fellatio sul presidente USA Bill Clinton) viene inneggiata come "novella Ester"(24).
Senza dare altri esempi specifici, vediamo quali sono le caratteristiche psicopatolgiche di tipo generale che animano l'esdrismo e che si riferiscono in modo diretto a coloro che lo inventarono e poi adottarono. Nella sezione seguente si daranno alcune caratteristiche di tipo strutturale del medesimo che poi furono trasmesse ai neogeovismi e che, in forma esplicita o latente - o qualche volte modificate o stravolte a seconda della diversa psicologia dei popoli - hanno sempre informato la condotta delle diverse gerarchie ecclesiastiche.
In tutto il Vecchio Testamento c'è una smodata preoccupazione e un gusto tremebondo per i massacri (ai danni degli altri). È probabile che le storie disgustose e raccapriccianti raccontate con riferimento alla conquista della cosiddetta Terra Promessa siano in massima parte delle invenzioni, ma illustrano bene quello che ai relatori e ai loro epigoni sarebbe piaciuto che fosse successo e che, al momento opportuno, sarebbero contentissimi di ripetere - e che, effettivamente, hanno sempre fatto quando le circostanze li hanno messi nelle condizioni di infierire sui non-ebrei, meglio ancora se per interposta persona.
Come fenomeno psicologico speculare si ha forse da vedere l'ossessione di sentirsi perseguitati e, nei tempi contemporanei, l'"olocaustismo"(25): un determinato tipo umano, ossessionato dal desiderio inappagato di perseguitare e sterminare gli altri, finisce col pensare che anche tutti gli altri nutrano le stesse idee nei suoi riguardi. Il modo in cui i cristiani presentarono i primi della loro religione come dei perpetui perseguitati - molto spesso falsificando i fatti - è un'altra forma della medesima psicologia.
L'attitudine ipocrita del "giusto" - poi divenuta comune agli jahwisti delle più varie confessioni - fu presto abbinata alla paranoia del "popolo eletto". Ha da vedersi come naturale che, sia pure per vie subliminali, chi "sappia" di essere fra coloro che hanno la fortuna di trovarsi nel novero degli "eletti" dal "dio vero e unico" adottino un'attitudine di disprezzo e di sufficienza verso coloro che invece, obnubilati dall'ignoranza o dalla testardaggine, si attaccano a culti o a idee "false" (secondo loro, "irreali"). Nel contempo, siccome tutto dipende dalla volontà arbitraria di quel fantomatico Dio Unico dalla psicologia semitica, non ci si può sentire se non dei privilegiati perché egli ci ha fatto la "grazia" di includerci fra i suoi adoratori - e cioè di far parte del suo "popolo eletto". Adesso come adesso, nei circoli sionisti, la spiegazione ufficiale del perché dell'antisemitismo nei tempi storici è che siccome gli ebrei sono il popolo eletto, gli altri sentono invidia per quella straordinaria posizione e quell'invidia si traduce in odio e in persecuzioni (26).
Invece è vero che l'attitudine strafottente del 'giusto' non poteva non suscitare l'irritazione di chi con lui aveva la disgrazia di essere a contatto: a ciò si dovettero le persecuzioni contro ebrei, cristiani e anche musulmani (al giorno d'oggi, ad esempio, in India sta montando un crescente astio contro quella parte della popolazione che è di religione musulmana, forse la quinta parte del totale).
Obiettivamente, comunque, è da notarsi che il concetto di "popolo eletto", in origine esclusivamente ebraico (né allora poteva essere altrimenti) è stato mutuato da cristiani, musulmani, marxisti e megacapitalisti. La differenza dagli ebrei è che se questi ultimi sono (oggi) "eletti" solo per nascita, nelle religioni neoebraiche lo si può divenire per cooptazione, per "conversione" - più o meno volontaria (questo fatto si sarebbe rivelato gravido di conseguenze per la modernità).
Questo porta necessariamente alla considerazione del fenomeno del missionarismo - fenomeno spesso diverso dal proselitismo. Come missionarismo si intende la prassi dell'imporre ad altri il proprio paradigma religioso (e non necessariamente la propria religione - vedi gli ebrei).
Il cristianesimo e il marxismo usano preferibilmente i metodi incruenti, ma se necessario si valgono di quelli cruenti.
L'islam preferisce la cosiddetta "guerra santa", ma chi si sottomette con le buone è comunque accettato.
Nel caso degli ebrei, la cosa va in modo diverso. Jahweh ha promesso loro il dominio su di tutti i non-ebrei (nel Vecchio Testamento e ancora di più nel Talmud). Perciò il fatto che ci siano ancora delle genti che si incaponiscono a non vedere in loro l'immagine di "dio" è qualcosa di incomprensibile e di insopportabile e che grida vendetta.
Ne segue che la loro forma di missionarismo (un missionarismo che non è proselitismo) consiste nel voler sottomettere tutti, facendone degli schiavi, togliendo loro i loro beni e umiliandoli al massimo, fino a farli obiettivo di sevizie sessuali.
Fino a poco più di mille anni fa, gli ebrei esercitarono anche il missionarismo proselitistico: nell'Arabia meridionale e in Etiopia, dove c'erano i "falascià" o "ebrei negri" (V-VI secolo d.C.) e nel Caucaso - VII secolo d.C. - dove si ebbe la conversione dei chazari, che adesso vengono a essere la maggioranza degli ebrei.
Col calvinismo, in tempi più recenti, essi reclutarono anche un notevole numero di europidi. Se i moderni calvinisti non sono diventati ebrei non è perché non vogliano, ma perché essi non vengono da questi accettati, in quanto, presentandosi come 'cristiani', possono rendere all'establishment sionista dei servizi molto maggiori che presentandosi apertamente per quello che realmente sono: degli ebrei.
A titolo di curiosità, è un fatto che un tempo i falascià erano molto più numerosi di oggi, fino a costituire una percentuale considerevole della popolazione etiopica totale. Ma il loro insopportabile atteggiarsi a "giusti" finì per infastidire tutti gli altri negri, che un giorno ne fecero una carneficina: fu il pogrom panetiopico del 1609 (27).
Alla casistica del missionarismo (proselitistico o meno) è legata quella delle guerre religiose. Prima dell'avvento dei monoteismi, le guerre religiose erano assolutamente sconosciute. Guerre, naturalmente, ce n'erano state anche allora e per mille motivi, però mai per cause religiose. Lo stesso Tommaso d'Aquino proponeva fra le possibili guerre giuste, dopo la legittima difesa, quelle che si fanno contro i "principi pagani" che si oppongono a che i missionari cristiani vadano a indottrinare i loro sudditi.
Qui salta agli occhi la situazione paradossale e illogica di un Dio onnipotente e creatore del mondo, che fa appello alle sue "creature" per imporre la Sua volontà nel mondo. Questo assurdo probabilmente non fu mai percepito dai semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione. Quando invece questa problematica - e altre affini - fu trasferita in Europa, tramite il cristianesimo, essa diede origine a controversie senza fine, avendo anche conseguenze pratiche spesso tragiche.
Specificità strutturali veterotestamentarie
Jahweh ha pretese "morali". In ciò egli si dimostra profondamente diverso dagli dèi veri, quelli che un'umanità normale percepiva come nude forze cosmiche e che come tali erano al di là del bene e del male.
Siccome la morale non è e non può essere se non un fatto associativo, che si riferisce all'interazione del singolo con gli altri (l'"unico" di Max Stirner non ha una morale né ha bisogno di averla), Jahweh non può se non riflettere la morale di coloro che lo inventarono - da Mosè a Esdra, passando per la serqua psicopatica dei profeti.
Ne risulta la morale del parassita, di colui che vive all'interno di società di delinquenti e che ha un certo comportamento verso il resto dei ladri ("lupo non mangia lupo", per ragioni di necessità) e uno diverso verso l'umanità normale, per "volontà di dio" statuita a essere sua vittima.
Nel Vecchio Testamento si dà già un'importanza impressionante al fatto usura - il prestito di denaro a interesse - cosa che nessun altro popolo si era mai sognato di includere in testi di tipo religioso.
Quanto al Decalogo, improntato dall'omosessuale gelosia del "dio" che lo avrebbe trasmesso, esso è per uso interno del "popolo eletto".
La morale decaloghista, come ha osservato August Vogl (28), in fondo non contiene se non precetti che erano generalmente accettati da tutti i popoli civili (e anche da tanti non classificati come tali): la pretesa jahwista di originalità e di superiorità morale rispetto ai codici etici degli altri è un'altra tipica arroganza.
C'è anche il masochismo del "peccato originale", cioè della maledizione ereditaria che il despota semitico Jahweh impone sulle sue "creature"/prosseneti, e alla loro progenie, per tutta l'eternità.
Questo viene accettato da esse con masochistica voluttà e in modo del tutto naturale solo fino a tanto che si tratti di un insieme di elementi particolarmente abbietti.
A popolazioni che, in fondo, avrebbero avuto una natura migliore, questa autentica depravazione è stata fatta accettare attraverso secoli di lavaggio del cervello. Quando si è convinto qualcuno che è "colpevole" e che quella sua colpa egli deve "espiare", si può fare con lui quasi tutto ciò che si voglia (e l'assuefazione alla condizione di "colpevole" è istillata con l'istruzione religiosa a tutti i monoteisti). La porta è quindi aperta per convincere le genti - attraverso opportuna "educazione" - di essere ereditariamente "colpevoli" non solo del peccato di Adamo ed Eva, ma anche di altri: un "peccato originale" si accumula sull'altro. Si può quindi procedere a manipolare i "colpevoli" - psicologicamente indeboliti - per umiliarli e per sfruttarli politicamente ed economicamente (vedi la Germania, e l’intera Europa, dopo il 1945).
Il Vecchio Testamento sancisce che il "segno di riconoscimento" per gli eletti di Jahweh sarà la circoncisione. Questa antica e ripugnante pratica - lo documenta Mircea Eliade (30) - è caratteristica da tempo immemoriale di due aree culturali: l'Africa nera e la Papuasia, che sono anche quelle dove il cannibalismo si è manifestato sempre in maniera generalizzata e pandemica (31). Ma non dimentichiamo che il coacervo di popoli che sottostavano a Mosè includeva elementi negroidi. Questa pratica è stata ripresa da moltissimi neojahwisti: i musulmani e i calvinisti (32).
Nei testi esdrici si manifesta un livido odio per la natura: contro la natura si scagliano in modo particolare i profeti, secondo i quali essa non è soltanto qualcosa di inanimato, ma anche di impuro: "puro", secondo loro, è solo il deserto (33). Qui vale l'osservazione che la cesura introdotta dallo jahwismo fra l'umano e il sacro – "dio" è ridotto a una sinistra e irreale ipostasi - porta, a fil di logica, a vedere nella natura nient'altro che una cosa. In un suo interessante articolo, Paolo Galante argomenta convincentemente che qualsiasi forma concepibile di monoteismo (e quindi non solo lo jahwismo) deve condurre a vedere nella natura una "cosa" (34).
Ma l'odio per la Natura - che non è soltanto indifferenza verso di essa - è un tratto esclusivamente veterotestamentario. Non senza relazione con l'odio per la natura è la svalutazione della donna e la demonizzazione della sessualità, che poi, in àmbito cristiano, raggiunse talora estremi aberranti (35). La donna diviene un essere tragico e maledetto, della quale non si può fare a meno ma che, in fondo non è altro che un oggetto e per la quale non vale alcun riguardo né come madre, né come sorella, né come figlia - e tanto meno come compagna.
La prostituzione delle proprie donne è un tema che, a partire dal "padre" Abramo, ricorre spesso nel Vecchio Testamento; e la "donna come oggetto" è l'attitudine normale nelle società jahwiste radicali come quelle musulmane. Qui si ha forse da vedere un fatto di compensazione psicologica: un "uomo" che non val niente (ma, più che di uomo, nel senso superiore della parola, qui si dovrebbe parlare del lenone e dell'aguzzino), si afferma su chi, fisicamente e psicologicamente debole, non sa difendersi. Nelle società normali (politeiste) l'uomo e la donna avevano invece ruoli diversi e separati ma di pari dignità. La svalutazione della donna si è inserita nella storiella dell'espulsione dal "paradiso terrestre".
L'idea del tempo lineare - anzi segmentario, con un inizio e una fine - è anch'essa prettamente veterotestamentaria (36). Il tempo vero, come lo percepirono i pagani e come lo teorizzò Platone, è ciclico: e l'allontanamento dal senso di comunità e di appartenenza alla natura non poteva se non stravolgere anche la percezione del tempo. Il tempo lineare, che è il livello più basso e limitato in cui esso possa essere percepito - il divenire disanimato e amorfo - è adesso imposto come unica esperienza temporale. Questo si è poi riflesso, per vie traverse, in tante manifestazioni moderne, E la combinazione del concetto segmentario del tempo con la paranoia del 'popolo eletto' porta all'idea messianica. Alla fine dei tempi, un non meglio definito o definibile personaggio - il cosiddetto messia, l’Unto del Signore - verrà a rendere "giustizia" agli "eletti" e a vendicarsi su tutti quelli che si sono incaponiti a non vedere in loro il riflesso di "dio" su di questa terra e che quindi non si sono fatti volontariamente loro schiavi. Questa promessa aiuta a rendere la vita sopportabile a chi vive continuamente arso da un odio infinito; e questa è, in termini laici, anche la promessa marxista.
Conclusioni
Si sono elencate delle caratteristiche esplicite del veterotestamentarismo, il quale però ne ha anche di implicite che sarebbero venute a galla più tardi a seconda che lo jahwismo trascese l'ebraismo per trasformarsi anche in altri indirizzi religiosi. L'inizio della moltiplicazione dei geovismi ha da porsi nel I secolo d.C. con l'insorgere del cristianesimo. L'ebraismo, adesso non più l'unica forma di jahwismo, continuò per la sua via di speculazione teologica con la produzione del Talmud (37), un libro in cui la mania contabile usurocratica veterotestamentaria è portata all'estremo. Il Talmud, che è divenuto il testo dottrinale di base dell'ebraicità sionista contemporanea, è fatto per circa la metà di ricette contabili (per calcolare interessi, su come prestare denaro, ecc.) e per il resto di improperi, insulti e maledizioni verso tutti coloro che non sono ebrei. Esso, attraverso il calvinismo, non mancò di avere una sinistra influenza sulla storia europea dopo la riforma protestante.
Questo capitolo ha dato un'idea della genesi storica del monoteismo jahwista e delle sue caratteristiche intrinseche, che fino ai nostri giorni, sono rimaste del tutto invariate. Il resto di questo testo si riferisce allo sviluppo del monoteismo in Europa - cioè, in linea di massima, al cristianesimo nelle sue sfaccettature e derivazioni anche laiche. D'ora in poi, i riferimenti ai monoteismi extraeuropei (ebraismo, islam) saranno chiamati in causa solo quando sia indispensabile.
FASI INIZIALI DEL CRISTIANESIMO E SUE SPECIFICITA’ STRUTTURALI
Note introduttive
Col cristianesimo, nel I secolo d.C., il monoteismo trabocca in Europa; prima nelle terre dell'Impero Romano e poi nell'Europa settentrionale e orientale. Il cristianesimo è quella religione neoebraica che, a torto o a ragione, fa riferimento, come fondatore, all'enigmatica figura di Gesù Cristo, riguardo alla quale, prima di entrare nell'argomento, vale la pena di compiere due precisazioni.
In primo luogo, c'è chi sostiene che egli non sia mai esistito. Gesù non sarebbe stata una persona storica, ma una figura concettuale attorno alla quale si sarebbe sedimentata tutta una serie di idee e di correnti di pensiero che, a quei tempi, circolavano in Palestina e nell’intero mondo ellenistico. Questo lavoro di sintesi si sarebbe avverato nel I secolo d.C. a opera di una schiera di personaggi non particolarmente individuati o identificabili (38).
La cosa non è impossibile, ma, a parere dell'autore, poco probabile: è più ragionevole supporre che un qualche "Gesù" (il termine Yehoshua non è tanto un nome proprio, ma vale, in effetti, "Salvatore") sia veramente esistito, anche se che cosa abbia detto e fatto non è facilmente accertabile (39). Sta di fatto che oltre il 95% di quel che si sa (o si crede di sapere) sulla vita e sull'opera di questo personaggio è quanto sta scritto nel Nuovo Testamento.
Il poco restante sta nei numerosi Vangeli Apocrifi, nel Talmud e in qualche brevissima citazione in opere storiche di quei tempi (ad esempio, leAntiquitates judaicae di Giuseppe Flavio).
In secondo luogo, c'è chi afferma che a fondare il cristianesimo non fu Gesù (sia egli esistito oppure no) ma Paolo da Tarso: questo punto di vista fu sostenuto anche da Friedrich Nietzsche (40). Qui basta intendersi: l’ex Shaul fu certamente il propagandista e il missionario principe di questa nuova dottrina (ed ebbe una notevole influenza sullo sviluppo della sua impalcatura teologica). Senza di lui, con ogni probabilità, essa non avrebbe varcato i confini della Palestina, dove sarebbe stata presto dimenticata. Ma difficilmente si può vedere in lui un "fondatore". L'idea secondo la quale Paolo da Tarso avrebbe diffuso il cristianesimo in Europa mosso da una consapevole intenzione di fiaccarla psicologicamente e di prepararne così la rovina (egli sarebbe stato un agente dell'odio ebraico per i romani e gli altri europei) è certamente suggestiva ed è stata sostenuta da molti, ma, per ora, è impossibile da verificare.
È inconcepibile, comunque, che il cristianesimo avrebbe potuto affermarsi se il mondo classico non fosse già entrato in decadenza - nello stesso modo che la dottrina marxista mai avrebbe potuto affermarsi se prima non ci fosse stata la rivoluzione industriale e liberale. Il cristianesimo, quindi, non fu la causa della caduta dell'Impero Romano, ma, una volta affermatosi, ne fu certo il principale coadiuvante.
3.2 Componenti strutturali del cristianesimo; suo collocamento e diffusione nel mondo ellenistico e mediterraneo
Premesso quanto sopra, nel cristianesimo quale esso si affermò nei primi due-tre secoli dopo Cristo si hanno da vedere almeno tre componenti:
(a) Un veterotestamentarismo teologico di base - a ciò sicuramente non fu estranea l'influenza di Paolo da Tarso e dei discepoli di Gesù, tutti ebrei.
(b) Le correnti religiose e intellettuali che circolavano in tutta l'area mediterranea nei tempi ellenistici.
(c) La psicologia individuale di "Gesù Cristo".
In quest'ultima si ha da vedere una elaborazione del tutto personale di alcuni dei motivi religiosi del Mediterraneo arcaico, mescolati a idee veterotestamentarie. Gesù sarebbe stato oriundo dalla Galilea, e perciò proveniente da una zona lontana da Gerusalemme nella quale dei concetti di origine pagana non erano, probabilmente, ancora del tutto obliterati.
Nel I secolo d.C. - cioè nei tardi tempi ellenistici - nell'area del Mediterraneo i culti religiosi avevano subito un lento ma reale rivolgimento (41) - non dissimile a quanto poteva essere successo quattro-cinque secoli prima nell'Indostan, con la decadenza dell'India vedica.
Con la decadenza genetica - e, in parte, con l'estinzione biologica - di quelle che erano state le aristocrazie indoeuropee dell'Ellade e dell'Italia ai tempi del loro maggiore splendore, si dette anche la decadenza delle religioni uraniche e luminose che erano state loro appannaggio. Risorsero, più o meno modificate, quelle che erano state le forme di culto del Mediterraneo arcaico preindoeuropeo.
Le classi più colte si chiusero spesso e volentieri in ripieghi più filosofici che propriamente religiosi, sul tipo dello stoicismo o dell'epicureismo; mentre la religiosità popolare si rivolgeva a dèi o dee sul tipo di Dioniso, Orfeo, Attis, Iside, Cibele.
Questi erano numi vicini all'uomo; erano i suoi consolatori e molto spesso avevano una storia triste e patetica - loro astro rappresentativo non era più il sole, ma la luna. Nel contempo, essi erano divinità che "avevano vinto la morte", nel senso che erano morti - o erano stati uccisi e non di rado smembrati - e poi erano risorti. Essi si dirigevano all'uomo come singolo e non più come membro di una sana comunità; e a lui - attraverso appropriati riti iniziatori - promettevano una sorte migliore nell'Aldilà.
Erano gli dèi del crepuscolo della civiltà e della grandezza umane: si era ai tempi della decadenza del mondo classico. Una conseguenza delle conquiste di Alessandro Magno e poi di Roma avevano abituate le genti ad avere una visione universalistica e intellettualistica, secondo la quale anche gli dèi potevano essere dappertutto gli stessi e ricevere lo stesso culto in ogni luogo.
Dioniso è dio e uomo allo stesso tempo, in quanto figlio di Giove e di Semele, una mortale. In suo onore si celebravano 'eucaristie' nelle quali la carne del dio veniva divorata nella fattispecie della carne cruda di vittime sacrificali, che qualche volta venivano straziate vive nel contesto di cerimonie che spesso assumevano un andamento orgiastico e menadico - né si escludono pratiche cannibaliche (42).
Dioniso, inoltre, viene ucciso dai Titani e poi fatto risuscitare (si tratta di un tema iniziatico enormemente arcaico). Qui ravvisiamo gli antecedenti di tratti culturali nettamente pre-cristiani che, in questo caso, di semitico non hanno niente. In particolare, la carne della vittima è anche la carne del dio - siamo di fronte a una genuina transustanziazione -, senza che ci sia contraddizione fra le due diverse nature.
Si tratta di una percezione pagana enormemente arcaica (43): ad esempio, in certi riti sciamanici l'officiante, rivestendosi della pelle di un animale, diveniva quell'animale, senza cessare di essere se stesso. Anche nel concetto di Trinità si ha forse da ravvisare un'arcaica influenza del Mediterraneo pre-semitico (del tutto risibile e in malafede è l'accusa ebraico-islamica secondo la quale i cristiani sarebbero politeisti - adorerebbero tre dèi, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo - e il concetto di Trinità sarebbe un sotterfugio verbale per nascondere tale politeismo). La Trinità non è una triplicità di dèi (come poté esserlo, ad esempio, la triade paleoromana Juppiter, Mars, Quirinus), ma un dio o una dea che presenta tre "aspetti" diversi. Ed è documentato come diversi dèi - e più ancora: dèe, soprattutto se ctonie e infernali, tipo Persefone ed Ecate - del Mediterraneo arcaico avessero dei genuini caratteri trinitari (44).
Il citaredo Orfeo, nel cui culto confluì poi il dionisismo per commistione con l'apollinismo, scende nel regno dei morti e vi ritorna da trionfatore: egli ha qui delle ovvie caratteristiche sciamaniche, come sciamano fu Gesù quando discese negli inferi per scardinarvi le porte (su di questi interessanti risvolti sciamanici di Gesù non ci si potrà soffermare in questa sede). - Cibele, prima del cristianesimo e poi in concorrenza con esso, promette ai suoi iniziati una non meglio definita "immortalità". In onore di Cibele e di Attis si celebravano eucaristie di pane e vino (nelle quali poi i Padri della Chiesa vollero ravvisare delle parodie, ispirate dal demonio, dell'eucaristia "vera"). Osiride veniva ucciso e poi risorgeva dai morti: sua madre, Iside, prototipo della mater dolorosa, ispirò in massima parte il culto mariano promosso poi dalla Chiesa cattolica.
È facile ravvisare nel Gesù consolatore e sofferente, che promette l'immortalità a chi in lui confida, Dioniso, Orfeo, Attis, Cibele, Osiride. E quello è proprio il Gesù in cui confidano e hanno sempre confidato i cristiani semplici del popolo. Nei territori europei dell'ex Impero Romano il cristianesimo si diffuse appunto contrabbandando la figura di uno sconosciuto profeta semitico e camuffandolo da Dioniso ecc. Più avanti la Chiesa ricorse a un altro intelligente sotterfugio, che fu quello di trasformare in santi gli dèi adorati localmente in tutte quelle zone che venivano raggiunte dalla sua influenza (45).
La "lunarità" della Chiesa cattolica fu constatata in modo acuto e descritta molto bene da un autore tedesco dell'anteguerra, Wilhelm Erbt (46) - che ebbe una qualche influenza anche su Alfred Rosenberg (47) - il quale contrappone il cristianesimo, nella sua manifestazione cattolica, alla "solarità" degli antichi germani.
Ma sia Erbt che Rosenberg risentivano dell'influenza di Heinrich von Treitschke (48), che non permise loro di rendersi conto che invece le cose non stavano in modo tanto diverso neppure nell'Europa germanica. Nell'Europa germanica precristiana - e non soltanto in quella - esisteva l'idea dell’Heilbringer (il "portatore di salute/salvezza"), fatto documentato in dettaglio da Hermann Güntert (49) soprattutto per due aree di cultura indoeuropea: il mondo germanico e quello iraniano.
Si tratta del lato benigno della divinità, più che di un dio o di un particolare insieme di dèi (non dimentichiamo che gli dèi pagani, nude forze, erano spessissimo ambivalenti nelle loro possibilità e nelle loro manifestazioni), al quale i mortali potevano rivolgersi quando abbisognavano di consolazione. È, con qualche variazione di forma, la stessa casistica degli dèi consolatori e patetici del Mediterraneo arcaico; e fu l’Heilbringer (lo dice esplicitamente anche il Güntert) a fare da battistrada e da copertura a Gesù.
Per quel che riguarda la psicologia personale di Gesù Cristo, il tratto fondamentale - già perfettamente individuato da Friedrich Nietzsche (50) - fu l'amore pandemico.
Gesù amava ogni essere umano di un amore possessivo e quasi incomprensibile, che non tollerava di non essere corrisposto, al punto da inventare l'inferno per spedirci coloro che non volessero amarlo. Ne risulta che proprio dall'amore evangelico è risultato uno dei concetti più orrendi che mai menti contorte abbiano potuto pensare, che è quello dell'inferno e della dannazione eterna. Qui sia notato che, forse, il sentimento dell'amore pandemico non è un'idea cristica del tutto originale (anche se nella sua rielaborazione in parallelo col concetto dell'inferno si ha da vedere qualcosa di unico, scaturente da una mente possente e distruttiva).
Nella Palestina del I secolo d.C. dovevano aleggiare ancora delle forme residuali dell''inconscio collettivo' appartenenti al Medio Oriente presemitico (51), mondo ginecocratico e lunare, dominato da forme di erotismo a orientamento femminile, spesso ossessivo, pandemico e insaziabile (l'orgia e il cannibalismo sono manifestazioni inseparabili dalle dèe arcaiche dell'amore). Non è da escludersi che questo aspetto religioso arcaico si sia riflesso nella concezione cristica dell'amore pandemico.
Ma nel cristianesimo - di massima in ragione dell'influenza di Paolo da Tarso - ci sono commistioni esdriche, sia sul piano dottrinale che su quello della speculazione teologica. "Dio" (unico) rimane Jahweh; e la teologia cristiana è sempre rimasta ebraica. In particolare, il cristianesimo ha messo a profitto l'idea messianica - idea esclusivamente veterotestamentaria - proclamando che Gesù era il messia e che il 'regno di dio' era già incominciato, dopo la sua morte e la sua risurrezione, con la fondazione della Chiesa. Questo non impedì che, per almeno un secolo, ci fossero parecchi cristiani che si aspettavano l'arrivo trionfale di Cristo (promessa nel libro dell'Apocalisse), con conseguente esaltazione dei 'giusti' e messa degli altri alla tortura eterna; attitudine che ebbe anche risvolti pratici gravi quando certuni, "per dare una mano a Cristo", accelerando la distruzione di Questo Mondo e la venuta del Regno, procedettero a causare l'incendio di Roma ai tempi di Nerone (52).
3.3 Sviluppi ed effetti teratologici del cristianesimo in Europa: Louis Rougier
La maggior parte degli sviluppi teratologici, nella teoria e nella prassi, che il cristianesimo innescò in Europa furono dovuti al fatto di avere imposto una teologia ebraica - che per gli europei era e rimane fondamentalmente incomprensibile - a delle menti non semitiche: questo fu visto per la prima volta in modo del tutto chiaro da Louis Rougier (53).
Moltissimi dei bisticci e delle incomprensibili sottigliezze nelle quali si esaurirono i teologi medioevali derivano proprio da questo fatto. Tante cose che venivano semplicemente e acriticamente accettate da dei semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione, causarono poi torture mentali senza fine agli europei.
- Qui forse, ha anche da ravvisarsi una "metafisica della bestemmia" (i politeisti imprecavano, ma non bestemmiavano mai). Jahweh, il dio veterotestamentario poi divenuto ufficialmente anche dio cristiano, non può essere se non un nemico di ogni uomo normale - normale in senso europeo. Quindi la tendenza a esprimere verbalmente la propria collera verso quell'oscura forza torturatrice riconosciuta come cagione consapevole di ogni male.
Degli importanti punti di dibattito sono quelli che derivano dall'"onniscienza di dio" un dio'(ipostasi del tutto antropomorfa della peggiore specie) che conosce sia l'animo delle sue creature che il passato e, soprattutto, il futuro. Ne risultano subito due considerazioni della massima importanza per la tranquillità psicologica del credente europeo: quella del libero arbitrio e quella della predestinazione.
Tutte e due ruotano attorno al fatto che Dio conosce il futuro e che perciò tutto ciò che la creatura possa fare ha solo la parvenza di libertà; mentre il suo destino nell'oltretomba era previsto fin dall'inizio dei tempi. Qui, sia notato, si presuppone - senza, di massima, rendersene conto - un dio tanto soggetto alla categoria kantiana tempo quanto una qualsiasi creatura (e su di questo implicito ma disconosciuto presupposto giocò l'"eresia" ariana). Inoltre, il concetto di predestinazione presuppone un dio antropomorfo, autoconsapevole e dotato di una sua psicopatica psicologia. Quindi, non c'entra con quello di destino, proprio di un'umanità normale, che invece non è assolutamente incompatibile con la libertà individuale. La discussione di questo argomento porterebbe troppo lontano; l'autore lo ha già fatto in un altro suo testo (54).
La Chiesa cattolica ha cercato, con scarso successo, di aggirare l'argomento; i protestanti, invece, accettano esplicitamente il servo arbitrio e la predestinazione, facendo così dell'uomo un fantoccio tragico e abbietto. La "soluzione" cattolica (55) sta nell'attribuire a Dio una psicologia interamente schizofrenica per cui c'è una scissione assoluta fra la Sua volontà e la Sua conoscenza. Così egli agisce come se non sapesse quali saranno le conseguenze della sua grande potenza - senza però darsi minimamente cura delle spaventose conseguenze delle sue azioni.
Questa "spiegazione" ha però avuto uno scarso effetto sul piano pratico. Fermo rimane il fatto che siamo tutti "predestinati", magari all'inferno, senza che ci possiamo far niente. La dottrina della predestinazione fu sostenuta con particolare veemenza da Agostino da Ippona, uno dei fondatori della teologia ufficiale cristiana, le cui idee la Chiesa si tirò dietro per tutto il Medioevo ignorandone - o facendo finta di ignorarne - le implicazioni, fino a che esse esplosero ai tempi della riforma. Egli sosteneva che quello che conta è la "grazia", che Dio concede con infinita bontà, ma soltanto a chi vuole. - Agostino da Ippona fu un elemento incredibilmente contorto, le cui pazzesche idee sull'amore furono messe a profitto perfino dalla fantascienza (56).
Le deduzioni che si possono fare dai dati storici disponibili (57) sembrano indicare che, almeno fino al VI - VII secolo, la paura dell'inferno e il senso di impotenza che si aveva davanti alla possibilità di quell'orribile sorte fu - dopo la povertà - la principale causa di suicidi in tutta la storia. La Chiesa proibì il suicidio, in modo parziale nel VI secolo e in modo totale verso la fine del VII secolo - facendolo esso stesso causa di dannazione certa - per arginare una crescente pandemia di morti volontarie. Prima (almeno in certe loro diramazioni nordafricane), le chiese cristiane erano arrivate a raccomandarlo.
Altre tragiche e insolubili problematiche vennero originate dalla più grande delle contraddizioni: il Jahweh "buono" Il concetto di un "dio buono" - questo è stato indicato, fra altri, da Hermann Güntert - è interamente non-ebraica: il dio veterotestamentario non è e non può essere se non il despota semitico, arbitrario, sadico e crudele. L'abbinamento della qualità di "buono" a quel figuro non poteva se non portare a ulteriori dilacerazioni dottrinali e turbe psichiche, sfocianti spesso nella pazzia.
Un dio buono (e non schizofrenico) difficilmente poteva essere accettato come creatore e reggitore di un mondo che, obiettivamente, era lontano dall'essere perfetto, e di un'umanità le cui qualità morali non sempre si adeguavano a quel modello che poteva essere visto come ideale (anche dal cristianesimo). Ne seguì un'ipertrofia dell'attenzione verso il diavolo (58), ipostasi del male.
Siccome Jahweh ha di per sé molte caratteristiche infernali, il diavolo (un concetto, forse, di origine iraniana, poi raffazzonato dai semiti a modo loro) aveva, nel Vecchio Testamento, un'importanza relativa. Adesso a lui, il "ribelle contro dio", l’Avversario per eccellenza, ma al quale un dio incomprensibile dà mano libera, vennero addebitate tutte le malefatte che sarebbe stato disdicevole attribuire al dio buono… non esclusa la creazione. Fu così che vennero a insorgere tutta la congerie delle sètte gnostiche, poi il manicheismo (59) e i loro prolungamenti medioevali che furono i catari e gli albigesi, la cui ribellione contro la Chiesa fece scorrere in Europa fiumi di sangue (60).
Non è accidentale che la Chiesa abbia sempre visto negli gnostici gli "eretici" per eccellenza, perché essi rifiutavano radicalmente la teologia giudaica adottata dal cristianesimo ufficiale, vedendo in Jahweh non Dio (il "dio buono"), ma il demonio - il dio maledetto del Vecchio Testamento.
Naturalmente anche loro soggiacevano ai contorti paradigmi concettuali scaturenti dal monoteismo: non si può parlare di una "soluzione" gnostica alla pazzia ebraico-cristiana.
Essi si invischiarono in una serie di fantasmagoriche elucubrazioni per scaricare dal "dio buono" la responsabilità del male nel mondo (anzi, della creazione di un mondo abborracciato), molto spesso presentandolo come un ingenuo che, teoricamente onnipotente e onnisciente, non sa come gestire queste sue doti e finisce col farsi abbindolare dal diavolo, molto più furbo di lui (61).
Altri gnostici misero mano a certi sviluppi di origine iraniana secondo i quali il bene e il male sono di necessità coesistenti nell'Urgrund ontologico dell'universo e che la loro differenziazione avviene in modo più o meno automatico col trascorrere del tempo. Zurvan, fondo ontologico dell'universo, poi identificato col tempo, porta in sé il bene e il male e dà loro forma a seconda del suo trascorrere. Qui si ha da vedere un tentativo - forse inconsapevole - di uscire dal monoteismo stretto per approdare a qualcosa d'altro, che però non è ancora uno schietto e sano politeismo.
- A titolo di curiosità, ancora adesso ci sono dei tentativi concettuali di scaricare Dio dalla responsabilità del male, menomandone però la libertà: il male sarebbe di necessità l'immagine speculare del bene - o la sua "ombra" - e vi deve stare accanto. Quindi Dio, nel creare il mondo, non poteva fare a meno di immettervi anche il male, pur senza desiderarlo. Un moderno zurvanista, il teosofo Edgar Dacqué (62) arriva a parlare del "dolore di Dio" quando, creando il mondo, sa di stare dando esistenza a qualcosa di abborracciato, senza però potere evitarlo. Questa linea di ragionamento fu seguita anche da uno zurvanista nostrano (piemontese), Luigi Pareyson, il quale, a quanto sembra, a differenza dei medioevali albigesi, godette del crisma della Chiesa (63).
Tutta un'altra problematica sorge dal concetto di "incarnazione". Finché a incarnarsi era Dioniso - un dio obiettivo - non ci potevano essere problemi di alcun genere; ma le cose cambiano quando a incarnarsi è Jahweh. La teologia cristiana vuole che con quell'atto 'dio', attraverso l'autosacrificio - sacrificio, more semitico, di se stesso a se stesso - si sia riconciliato con l'uomo - di lui nemico fin dai tempi della cacciata dal paradiso terrestre.
Indipendentemente dal fatto che si tratta di qualcosa di assolutamente incomprensibile, si sarebbe trattato di una riconciliazione del tutto relativa, se ancora innumerevoli umani (fra i quali i non battezzati) rimanevano comunque destinati all'inferno.
Ma l'"incarnazione" ha anche altre implicazioni: secondo lo studioso Marcel Gauchet (64) fu proprio l'idea di "incarnazione" a sancire in modo definitivo l'estraneità di 'dio' dal mondo - ammesso che 'dio' potesse essere ancora più estraneo al mondo che il Jahweh del Vecchio Testamento - perché il contatto fra l'uno e l'altro avrebbe avuto luogo una sola volta in tutta l'eternità.
Con l'"incarnazione'" Dio - visto adesso come paradigma di tutto ciò che è più che umano, miracoloso, magico - sarebbe diventato quel tenebroso Totalmente Altro (Ganz Anderes) descritto dal teologo monoteista Rudolf Otto (65).
"Bandire il magico dal mondo" - ecco un'importante tendenza del monoteismo, che porta a una spaventosa mutilazione psicologica della quale soffre l'umanità monoteistizzata.
Joseph De Maistre (66) diceva in proposito che quando i moderni dicono che gli antichi dovevano essere ben ingenui perché vedevano fantasmi dappertutto, non si accorgono che peggio stanno loro che non ne vedono in nessuna parte. Con le idee del Gauchet sembra manifestarsi d'accordo Albert Caraco, un ebreo turco autodichiarantesi europeo, morto suicida dopo avere concluso la stesura del suoBreviario del caos (67).
Altre due caratteristiche del monoteismo cristiano che si manifestano fin dall'inizio del Medioevo sono la tendenza alla teocrazia e il razionalismo.
La tendenza alla teocrazia è latente nel Vecchio Testamento, e affiora continuamente nella storia ebraica: non sorprende dunque che sia stata ereditata dai nuovi monoteismi, tutti abramitici. Teocratico è ed è sempre stato l'islam e teocratico è il moderno sionismo; mentre teocrazie furono quella di Calvino a Ginevra nel XVI secolo e dei calvinisti in Olanda, in Scozia e nelle colonie anglofone d'America (ancora adesso l'America, a ben vedere le cose, è una teocrazia calvinista).
Tendenze teocratiche ebbe la Chiesa cattolica nel Medioevo (68), che esplosero nel XI secolo sotto il megalomane, e di ebraica ascendenza, papa Gregorio VII e che portarono l'Europa a versare torrenti di sangue, soprattutto in Italia e in Germania, con le guerre fra guelfi e ghibellini (peggiori furono soltanto le guerre fra cattolici e protestanti causate dalla cosiddetta Riforma). Epigono di Gregorio VII fu Bonifacio VIII (quello dell'"ego Caesar, ego Imperator"), a cui, per fortuna, andò male. È invece vero che fu dalle lotte fra il papato e l'Impero che prese forma il sinistro concetto di "criminale di guerra" introdotto alla fine del Duecento da uno dei più grandi criminali di tutti i tempi, il papa Innocenzo IV, in occasione del processo a Corradino di Hohenstaufen a Napoli, fatto con la connivenza del reggistrascico, lenone e nel contempo usufruttuario delle mene papali Carlo d'Angiò.
Quanto al razionalismo cristiano, esso è una necessaria conseguenza del fatto che il dio ufficiale cristiano - Jahweh - è totalmente irreale. Avulso da qualsiasi esperienza esistenziale del sacro, esso non può fare riferimento se non alla nuda intellettualità. Da qui la tendenza, fin dagli inizi, del cristianesimo di presentare se stesso come la religione che "soddisfa la ragione" (pretesa che più avanti si sarebbe ritorta contro esso stesso); mentre le religioni autoctone venivano presentate come grossolane superstizioni e le rispettive mitologie irrise come storielle per bambini (69). Gli dèi obiettivi venivano descritti come demoni maligni (70) e i loro sacerdoti come "stregoni". Questo vizio lo mantennero tutte le chiese cristiane fino ai tempi contemporanei, quando si trattò di evangelizzare i selvaggi, spesso con conseguenze orribili e catastrofiche sulla loro società e la loro psiche: casi di pazzia collettiva, suicidi in massa, scomposte ribellioni accompagnate da massacri, ecc. Anche nel migliore dei casi, l'evangelizzazione portò invariabilmente il selvaggio a essere uno spostato, un risentito, un maledetto.
10:16 Scritto da: waa359 in Articoli di G.Antonio Valli | Link permanente | Commenti (0) |
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