08.09.2009

Carlo Mattogno ana lizza chiaia adriana Parte 2

RISPOSTA AD ADRIANA CHIAIA SUL NEGAZIONISMO OLOCAUSTICO (parte 2)

 

Di Carlo Mattogno (2007)

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(La foto non fa parte del testo originale.WaA359)

Parte 2:

Indi ella espone i suoi nobili intenti:

«Nell’ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche d’indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che, assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente».

Indi cita vari brani dell'intervista in questione - tra i quali questo: «I forni crematori costituivano un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» - e osserva:...


«Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a tale inquietudine, i nazisti provvidero alla ‘inumazione’ di migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate circostanze (quando: “Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa…”) e nelle zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev, dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei e di persone di altre nazionalità».

Qui, a quanto pare, Adriana Chiaia vuole opporre la pratica ad Auschwitz (anche) dell'inumazione a quella (soltanto) della cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita “William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-1049. Qui ella  menziona evidentemente di seconda mano, perché prende un grossolano abbaglio. Il testo da lei citato non avvalora affatto la sua tesi:

«Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa secondo la tecnica degli Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente buttati in fosse e bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi gettava sopra della terra»(40).

Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle fantomatiche “fosse di cremazione”(41).

Per quanto riguarda la storiella delle “fucilazioni in massa” quando le presunte camere a gas di Auschwitz “risultarono insufficienti”, essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di aver fatto parte del cosiddetto “Sonderkommando”)  fu sostenuta soltanto da Miklos Nyiszli. Secondo la storiografia olocaustica attuale (non quella di quarant'anni fa), l'eccedente delle presunte vittime che, nell'estate del 1944, non trovava posto nei crematori di Birkenau, fu gasata nel cosiddetto “Bunker 2 e cremata in “fosse di cremazione” vicine, che in realtà non sono mai esistite.

Secondo Nyiszli, invece, in riferimento agli stessi luoghi e allo stesso periodo, il “Bunker 2 non era affatto una struttura di gasazione, ma un semplice spogliatoio per le vittime,  che venivano uccise ad una ad una con un colpo alla nuca sul ciglio di due inesistenti “fosse di cremazione”.

Infine, l'unica prova materiale della fucilazione di “almeno ventimila” vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica che mostra “Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai Tedeschi”!(42).

Adriana Chiaia continua poi  la sua “confutazione”:

«Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.](43) B (in quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella costruzione di forni crematori e delle relative attrezzature (ascensori, carrelli trasportatori di cadaveri) esiste la documentazione incontrovertibile degli originali delle relative offerte, ordinazioni e fatture.

Per non parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza dell’origine degli oggetti di valore sottratti ai deportati (persino le protesi dentarie d’oro strappate ai cadaveri!), vero e proprio bottino di guerra che veniva depositato nelle banche, come risultò nel processo di Norimberga».

Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato altrove(44). Poiché lo Zyklon B fu usato notoriamente in tutti i campi di concentramento tedeschi a scopo di disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle ordinazioni di questo insetticida che esso fu usato a scopo omicida? Ad esempio, Kurt Gerstein esibì dodici fatture della Degesch a suo nome relative alla fornitura di 2.370 kg di Zyklon B dal 16 febbraio al 31 maggio 1944, 1.185 kg per Auschwitz e 1.185 kg per Oranienburg.

Da che cosa si può desumere che la fornitura di Zyklon B ad Auschwitz sia la “prova” di uno sterminio in massa, dato che a Oranienburg (Sachsenhausen) non fu attuato alcuno sterminio in massa in camere a gas omicide a Zyklon B?

Anche i forni crematori furono installati e usati in tutti i campi di concentramento, sicché la relativa “documentazione incontrovertibile” non dimostra nulla circa il presunto sterminio in massa.

Per il secondo punto Adriana Chiaia (nota 11)  rimanda di nuovo al libro di Shirer menzionato sopra. Qui si tratta di una rapina sistematica e su vasta scala effettuata su persone vive (all'arrivo di un convoglio ebraico a Birkenau, i deportati dovevano abbandonare i loro averi sulla cosiddetta rampa, che essi venissero immatricolati o inviati senza immatricolazione nel “campo di transito” o gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato in camere a gas.

Veniamo alla questione delle “protesi dentarie d’oro strappate ai cadaveri”.

Nei crematori di Birkenau esisteva una “Häftlingszahnstation des K.L. Auschwitz” (laboratorio dentistico dei detenuti) la quale provvedeva alla rimozione dei denti d’oro dalla bocca dei cadaveri prima della cremazione. Per ogni cadavere veniva redatto un rapporto alla Sezione Politica del campo nel quale veniva indicato il numero di matricola del detenuto, il numero e il tipo di metallo dei denti estratti(45). Negli archivi del Museo di Auschwitz sono conservati numerosi rapporti dai quali risulta che, dal 16 maggio al 10 dicembre 1942, a 2.904 cadaveri di detenuti immatricolati furono estratti 16.325 denti d'oro(46), ma non esiste un solo rapporto che si riferisca all'estrazione di denti d'oro ad un detenuto non immatricolato, cioè a un presunto gasato.

Dunque neppure l'oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in camere a gas.

Ed ecco l'incredibile commento di Adriana Chiaia:

«Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine e pagine per dimostrare l’impossibilità ‘tecnica’ dell’uso delle camere a gas».

Le “prove ineccepibili” sarebbero gli argomenti insulsi che ho discusso sopra!

Ella continua:

«Uno dei suoi argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i guardiani dei campi nell’estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi della sostanza velenosa. E qui arriva a falsificare la testimonianza di Höss, uno dei comandanti del campo di Auschwitz, quando sostiene, nella suddetta intervista, che, secondo le testimonianze dei nazisti, “la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalle ‘camere a gas’ penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. “Io dico – sentenzia Faurisson – che questo punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità fisica”. Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l’abituale cinismo e con teutonica precisione, che “dopo venti o trenta minuti quando il grande ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe aspiravano l’aria avvelenata, la grossa porta veniva aperta e gli uomini del Sonderkommando intervenivano (si trattava di ebrei ai quali era stata promessa salva la vita e un vitto adeguato in cambio dei più macabri tra tutti i lavori. Immancabilmente e regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti da nuove squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere antigas e da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma iniziavano la loro opera. Reitlinger l’ha così descritta: ‘Il loro primo compito era togliere il sangue e gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i morti aggrappati gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell’oro, all’estrazione dei denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in ascensore o in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in cenere fine, l’autocarro che portava queste ceneri nelle acque del fiume Sola’”».(12)

Qui emerge tutto il dilettantismo di Adriana Chiaia. Procediamo con ordine.

Il testo di Faurisson si riferisce alle testimonianze in generale, non specificamente alle “testimonianze dei nazisti”:

«Terminerò con quello che chiamerei il criterio della falsa testimonianza per ciò che concerne le “camere a gas”. Ho rilevato che tutte queste testimonianze per vaghe o discordi che siano sul resto, s'accordano almeno su un punto: la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalla “camera a gas” penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. Io dico che questo punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze, perchè vi è qui un'impossibilità fisica totale. Se incontrate qualcuno che crede alla realtà delle “camere a gas” domandategli come, secondo lui, vi si potevano estrarre i cadaveri per far posto all'infornata successiva»(47).

Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in generale  alle “testimonianze dei nazisti” e in particolare alle dichiarazioni di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:

«R. Höss scrive: “Una mezz'ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta e si metteva in funzione l'apparecchio di ventilazione. Si cominciava immediatamente a estrarre i cadaveri”. Richiamo la vostra attenzione sulla parola “immediatamente”; in tedesco “sofort”. R. Höss aggiunge che la squadra incaricata di estrarre 2000 cadaveri dalla “camera a gas” e di manipolarli fino ai forni crematori faceva questo lavoro “mangiando e fumando”. Dunque, se ben comprendo, senza portare maschera antigas. Questa descrizione è un'offesa al buon senso perchè implica la possibilità di entrare senza precauzione alcuna in un locale saturo di acido cianidrico per manipolarvi (a mani nude?) 2000 cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile vi siano resti del gas letale. Del gas deve indubbiamente restare sui capelli (che pare venissero rasati dopo l'operazione), nelle mucose e anche tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel ventilatore superpotente capace di far sparire istantaneamente una tale quantità di gas fluttuante nell'aria o sedimentato un po' ovunque? Anche se un tale ventilatore esistesse, sarebbe comunque necessario un test che, segnalando alla squadra la sparizione dell'acido cianidrico, la avverta che il ventilatore ha effettivamente compiuto il suo lavoro e che conseguentemente la via è libera. Ora, è evidente che nella descrizione di Höss abbiamo a che fare con un ventilatore magico che agisce istantaneamente e con una tale perfezione da non lasciare adito né a timori né a verifiche. Ciò che il semplice buon senso ci suggerisce è pienamente confermato dai documenti tecnici afferenti allo Zyklon B e al suo impiego»(48).

L'argomento di Faurisson in relazione a Höss è questo, ma Adriana Chiaia non l'ha neppure sfiorato.

L'accusa che qui Faurisson “arriva a falsificare la testimonianza di Höss” è ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma. In effetti Adriana Chiaia non conosce affatto “la testimonianza di Höss”: ciò che riporta come tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49] di un riassunto di Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di Höss!(50)

Höss infatti ha scritto:

«Dopo una mezz'ora dal momento dell'immissione del gas, si aprivano le porte e si azionavano gli apparecchi per la ventilazione. Quindi si cominciava subito (sofort) a portare fuori i cadaveri»(51).

I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano i cadaveri, mangiavano o fumavano»(52), esattamente ciò che ha scritto Faurisson.

Dunque chi “arriva a falsificare” non è Faurisson, ma Adriana Chiaia.

Aggiungo che le parole di Höss summenzionate non furono pronunciate dall'ex comandante di Auschwitz “davanti ai giudici”, ma nel carcere di Cracovia, nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione del processo (11-29 marzo 1947).

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi di un «tema più generale su cui si basa la concezione ‘teorica’ di Faurisson riguardo al ‘problema’ ebraico»,  che, appunto per questo, ha ben poco a che vedere con la questione concreta del presunto sterminio ebraico. Mi limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.

La minaccia dello “sterminio (Vernichtung) della razza ebraica in Europa” da parte di Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, come scrisse trent'anni fa lo storico ebreo Joseph Billig,  non implicava neppure l'intenzione deliberata di un atto reale:

«Il termine “Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la volontà assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto assoluta, questa volontà si annunciava come pronta, se fosse stato necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione non significava che si era già arrivati allo sterminio e neppure l’intenzione deliberata di arrivarvi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discorso del 30 gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli Esteri della Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava, in particolare, un’azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito, egli dichiarò a titolo di esempio: “Presso di noi, vengono sterminati» (bei uns werden vernichtet). Bisogna credere che Hitler, nel corso di una conversazione diplomatica messa per iscritto negli archivi del Ministero degli affari esteri abbia fatto la confidenza di un massacro nel III Reich, il che, per di più, non era esatto a quell’epoca? Due anni dopo, il 30 gennaio 1941, Hitler rievocò la sua “profezia” del 1939. Ma, questa volta, ne precisò il senso come segue: “… e non voglio dimenticare l’indicazione che ho già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà terminato completamente il suo ruolo in Europa…”. Nella sua conversazione con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò l’Inghilterra e gli Stati Uniti, che, secondo lui, potevano offrire delle regioni di insediamento agli Ebrei. Nel gennaio 1941 egli indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest’epoca si credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler era ammissibile soltanto fuori d’Europa. Abbiamo appena rilevato che il 30 gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa»(53)

e questo è anche il significato del termine “Vernichtung” nel discorso del 30 gennaio 1939.

Sulla conferenza di Wannsee Adriana Chiaia scrive:

«“Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti funzionari delle SS gli obiettivi della Endlösung nei confronti di 11 milioni di ebrei d’Europa (…):
ossia il loro trasferimento in massa verso l’oriente russo e il loro impiego come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che erano state finalmente scelte le modalità pratiche per l’eliminazione degli ebrei, ossia l’annientamento mediante il lavoro”».

Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il quale presentava il “protocollo di Wannsee” come  «un altro documento esibito al processo di Norimberga»(54),

mentre esso fu prodotto al processo della Wilhelmstrasse (6 gennaio 1948-11 aprile 1949) come documento NG-2586.

Purtroppo la sua fonte, il libro di Léon Poliakov e Josef Wulf  “Das Dritte Reich und die Juden”(55), non lo aveva specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò a indovinare.

Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana Chiaia scrive:

«Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l’elenco dettagliato dei partecipanti alla seduta (resoconto indicato con timbro: ‘Affare segreto’ del Reich) rimando alla nota 17».

La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di Walther Hofer citato sopra. Ma qui c'è soltanto un breve estratto del protocollo in questione, non già il suo testo “integrale”, che Adriana Chiaia non ha mai visto, né in originale né in traduzione. Per sua informazione, il testo integrale e originale del documento in questione si trova nel libro du Robert M.W. Kempner “Eichmann und Komplizen”(56).

Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana Chiaia.

In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia, ella scrive:

«Secondo Faurisson, non si trattava di deportazione, ma di una semplice misura di sicurezza “in occasione dell’arrivo a Varsavia di una importantissima personalità tedesca”. E non basta, secondo le assai discutibili fonti del ‘professore dell’Università di Lione’ – come indica rispettosamente la nota redazionale – il ragazzo della foto, portato in un posto di polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un ricchissimo banchiere londinese [!]».

Nel 1978 un “London business man” si mise in contatto con la rivista The Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione era lui e che la fotografia era stata scattata nel 1941(57).

Faurisson si limitò a riferire questa notizia.

Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss, scrivendo:

«Bisogna aggiungere che le ‘teorie’ di Faurisson, di cui abbiamo dato solo alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da un lato e all’omissione dall’altro.
Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l’inesistenza delle camere a gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione: quelle con l’impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica, dove venivano ammassate le vittime. Il sadico comandante del campo di Auschwitz, Höss, ne parlò diffusamente nel corso del processo di Norimberga. Con cinico orgoglio professionale disse: “La ‘soluzione finale’ del problema ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Mi fu dato l’ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel
Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek (…). Feci una visita a quello di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. (…) Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nelle camere della morte da una piccola apertura…”».

La fonte (nota 18) è il solito Shirer.

Adriana Chiaia non è riuscita a capire neppure il riferimento da lui addotto(58).

Si tratta infatti della dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946 (documento PS-3868), che non ha nulla a che fare con le sue succesive dichiarazioni «nel corso del processo di Norimberga», cioè all'udienza del 15 aprile 1946.

La citazione di questo documento da parte di olo-storici e di olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all'ignoranza. Come è noto, nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva nessun presunto campo di sterminio:

Belzec fu aperto nel marzo 1942,

Treblinka in luglio 1942 e

Wolzek non è mai esistito.

E poiché la pretesa attività omicida con Zyklon B introdotta da Höss nel crematorio I di Auschwitz dopo la sua presunta visita a Treblinka sarebbe iniziata, secondo D. Czech, il 16 settembre 1941 (59), la visita di Höss a Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa data.

Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare Treblinka tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei mesi precedenti, vi sarebbero state gasate 80.000 persone!

Come si vede, l'attendibilità di questa testimonianza è assoluta!(60)

Lascio per ultimo il testo che Adriana Chiaia dedica a me personalmente (quale onore!):

«Per fare un esempio, restando nell’ambito del nostro argomento, ‘navigando’ in quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un certo Carlo Mattogno, che si autodefinisce ‘l’unico negazionista italiano’ e, pertanto, senz’ombra di modestia, sostiene che il disegno di legge Mastella sia stato fatto appositamente contro di lui. Questo signore, per non essere da meno dei suoi colleghi stranieri, dei quali peraltro ripete ossessivamente le note tesi, mette in discussione le finalità e l’esistenza di un forno crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo, furono concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare nei lager nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico triestino, Elio Apih, “un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione e di sterminio…”, furono trucidati migliaia di antifascisti italiani, sloveni, croati e jugoslavi e di ebrei deportati per motivi razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’. C’è da sottolineare che la maggior parte dei suoi studi è pubblicata da case editrici e da riviste d’ispirazione fascista e nazista, come: Sentinella d’Italia, Avanguardia, L’uomo libero e Orion, a riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo».

Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in un mio sito, dato che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i miei scritti sono ospitati in vari siti revisionistici.

L'affermazione secondo la quale mi autodefinirei “l’unico negazionista italiano” - si noti, tra virgolette - è assurda già per il fatto che rifiuto la sciocca etichetta di “negazionista”.

All'inizio ho stigmatizzato la  lettura ipocrita - da parte degli olo-propagandisti - del mio articolo sul disegno di legge Mastella. Qui è il caso di approfondire un po' la questione. In questo scritto ho affermato:

«Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto contro di me»(61).

Come ho ricordato sopra, in quest'articolo ho elencato tutti i miei scritti pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700 pagine. Nessuno storico revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo attivo una produzione letteraria simile: è dunque “immodestia” da parte mia pensare che il disegno di legge Mastella fosse diretto contro di me?

E se è così, allora, di grazia, contro chi era diretto?

La trita accusa di Adriana  Chiaia secondo la quale ripeterei «ossessivamente le note tesi» è fin troppo palesemente falsa. Nell'articolo in questione ho anche elencato gli archivi tedeschi, polacchi, cechi, slovacchi, olandesi, bielorussi, russi, lituani, ungheresi, ucraini, inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi, israeliani, svedesi dai quali proviene la mia documentezione: che senso avrebbe per me ripetere più o meno “ossessivamente” tesi altrui? Eventualmente sono gli altri che ripetono le mie tesi.

Invece la scelta dell'oggetto della sua “confutazione” è frutto di deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle oltre 4.700 pagine dei miei scritti: una “critica” davvero demolitrice!

E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi revisionistiche è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza della terra!

Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto riguardo al presunto “forno crematorio” della Risiera, e potrei anche approfondire ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece a riportare il testo del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione supplementare. Rilevo che Adriana Chiaia non cita né il titolo dell'opuscolo, né il sito in cui esso appare, sebbene sia lo stesso in cui ha trovato l'intervista a Storia Illustrata di Faurisson(62).

Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva evitare che qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in questo scritto e scoprisse che i miei argomenti non sono propriamente «stravaganti illazioni e ridicole motivazioni “tecniche”».

Premetto che l'opuscolo in questione è una sorta di recensione del libro di Ferruccio Fölkel “La Risiera di San Sabba”(63).

Prima di riportare il paragrafo relativo al “forno crematorio”, rilevo ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è veramente insondabile: il paragrafo precedente del mio opuscolo si occupa infatti della presunta “camera a gas” della Risiera, che contesto in modo radicale. Ma Adriana Chiaia si indigna per la mia “negazione” del “forno crematorio”: devo desumere che anche lei “nega” la “camera a gas”?

Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:

«Forno crematorio

Anche riguardo al “forno crematorio” il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.

“Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta” (pp. 26-27).

Esso era attiguo alla “camera a gas”:

“Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile” (p. 26).

Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:

“Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera già esistente nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all'alto camino. C'era un  forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte” (p. 29).

Riguardo al crematorio, questo è tutto.

Osservazioni

Anzitutto una precisazione. L'espressione “forno crematorio” non deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi, ma un semplice rogo.

Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 x 15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 x 2 (= 4 metri quadrati)!

Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del testimone Gley:

“In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 x 2” (p. 29, nota 1).

Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.

Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che “il forno era istallato nel luogo adibito a garage” (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la “camera a gas”!

Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una  baracca:

“All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il forno del crematorio” (p. 177).

Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:

“Poi ho visto una SS - dicevano che fosse un ucraino - che nel reparto più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri” (p. 177).

C'era dunque un locale, in una “baracca” o in un “capannone”, diviso in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il forno.

La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori testo dal Fölkel genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il “forno crematorio” (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 x 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il “forno crematorio” avesse una superficie di 300 metri quadrati?

Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:

“Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha spiegato l'architetto Boico” (p. 143).

Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel secondo cortile della Risiera tracce evidenti, che i Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).

Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov'era allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede 100-150 kg di fascine. Ciò significa che per cremare cinquanta cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.

Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.

Un altro problema è quello relativo alla evacuazione del forno. Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il “forno crematorio” era collegato al “camino” (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il forno senza un potente impianto di tiraggio?

Conclusione

Del crematorio non si sa con certezza neppure dove fosse istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere, se mai è esistito, le dimensioni, la capacità di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto Boico»(64).

Ed ecco la “confutazione” di Adriana Chiaia:

«... I  loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’».

Se qui c'è una “verità incontrovertibile”, è proprio  l'assoluta impossibilità di verificare l'ubicazione o la struttura del presunto forno, perché, come dice Ferruccio Fölkel,

«il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba»(65),

e ancora:

«Oberhauser ha fatto saltare in aria il camino, il garage, il crematorio la notte fra il 29 e il 30 di aprile. Verso le due, le tre del mattino. Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha spiegato l'architetto Boico»(66).

Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue “mille prove”, sono semplici frottole.

La sentenza del processo per la Risiera (29 aprile 1976) recita al riguardo:

«Un dato processualmente certo è l'esistenza del forno crematorio nel lager di San Sabba».

Questa “certezza” si basa però esclusivamente su testimonianze (cinque), la più importante delle quali è quella del Gley citata sopra(67): nessun documento, nessun riscontro materiale.

Questo sarà pure un dato certo processualmente, ma storicamente non vale nulla.

Nella citazione riportata sopra ho parlato di “rogo”, ma anche questo termine è improprio. L'impianto descritto dal Gley è infatti una specie di barbecue gigante:  per trovare un impianto simile nella storia della cremazione, bisogna risalire al 1873, quando Lodovico Brunetti sperimentò un apparato di cremazione basato sullo stesso principio (unica differenza: una lamina di ferro al posto della griglia). La cremazione di un cadavere richiedeva circa 6 ore(68). Ma da allora, soprattutto in Germania, la tecnologia della cremazione qualche passo avanti l'aveva fatto.

Se alla Risiera c'era proprio bisogno di un vero forno crematorio, bastava inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato con nafta, come quello che appare nell'illustrazione. Impianti simili si trovavano infatti in vari campi di concentramento.

Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.

Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per tutti gli altri olo-dilettanti. Egli si chiede:

«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama  “senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia” si prenda la briga di pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un altro scritto di 103 pagine corredato da ben 89 note al solo scopo di rispondere al phamphlet di un oscuro dilettante»(69),

come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a tacere definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi,  2007(70).

La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di quanto si possa credere, per la verità) con questa gente?

Per il piacere di  smascherare le loro imposture.

E anche perché non mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine perché, dopo il defilamento degli storici, sono questi olo-dilettanti  - i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i Rotondi, le Chiaie ecc. ecc. - che alimentano l'immagine parodistica del “negazionismo”, e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro olo-spropositi.

Carlo Mattogno.

Agosto 2007.

 

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16:59 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, Olo$alariati, Sterminazionisti | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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