25.08.2009
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ Parte 1
Premessa:
nel testo originale NON compaiono: foto,grassetto,evidenziatura,sottolineatura,colorazioni varie.
Un ringraziamento a Carlo Mattogno ( WaA359)
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Carlo MATTOGNO
L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS
OVVERO
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ
RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Edizione riveduta, corretta e aggiornata
Parte 1
PRESENTAZIONE
La prima edizione di quest'opera è stata data alle stampe dall'Editore Graphos di Genova
nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la dottoressa Valentina Pisanty,
non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla scena, ritornando ad occuparsi
del suo Cappucceto Rosso, salvo qualche occasionale incursione mediatica in cui ha
sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo.
Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono persone di cultura italiane -
che non hanno mai visto un libro revisionstico - asserire con supponenza che il
revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo - lo si deve in massima
parte a Valentina Pisanty.
La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco, data l'immensa
sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il mio. Non resta dunque che
diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in quanto - in tempi in cui gli
istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione revisionistica - è
importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa dall'immagine distorta e
parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue interpretazioni cavillose e truffaldine.
Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato.
INTRODUZIONE
Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti
articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici
delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti 1 e In mancanza di documenti
probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito2 , nei quali l’Autore espone una
lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale.
Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare
Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:
«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta.
Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento
europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza
rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi -
hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la
legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di
negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a
versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come
martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far
deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé
Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci
sarebbe alcun affare abbé Pierre”.
Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet,
“trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso
autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la
Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia
la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?
Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il
giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è
stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération,
17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva
accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo
rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA 3 lo rifiuta. Il
MRAP4 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole
e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici».
Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il
21 febbraio 1979 - secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato
possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza
Note:
1 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.
2 «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
3 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo.
4 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli...
Pag.4
obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci
dibattito sulle camere a gas» -, e commenta:
«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime
ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro
cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora
meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha potuto decretare che
non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il
defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai
tribunali, poi - avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare,
perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione dell’esistenza delle camere
a gas era una questione di opinione - a fare una legge che permettesse di condannare
automaticamente gli pseudostorici. La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati»5.
Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo
scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica
riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del
suo ultimo libro) 6, egli affronta il nodo cruciale della questione:
«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione
chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di
conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo.
È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i
quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono
sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità.
Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che
supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi
nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia.
Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone
a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole
quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante.
Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono
esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati, zingari, slavi.
Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori
degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati
due discorsi, paralleli ma di natura diversa.
L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più
racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione.
Note:
5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
6 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco, 1994, p. 202. L'edizione originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.
Pag.5
Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto,
l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].
Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto
della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun
solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire
forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi
aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo
rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è
revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta,
ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto
qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede
dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo
i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è
vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico.
Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di
documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile,
stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se
è evidente. Il dramma è qui».
A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti»
i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere
sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale
presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac
presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua:
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non
disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo
storico. Infine - e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia
quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese - dal punto di
vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non
è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della
testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la
metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in
questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo
contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare:“Storici, i vostri
documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi
ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare:“Niente documenti?
Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».
Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:
«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I
risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo
sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il
vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione
e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali.
Pag.6
O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo
caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla
immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in
questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces]
comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere
a gas omicide.
A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del
lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti
hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia
scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa
può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale.
Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà
definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra
altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia,
quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui
fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale»7
(corsivo mio).
*
Nel 1995 ho scritto che il revisionismo
«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia
storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica
eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere
a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove
che non resistono ad una critica storica seria»8.
Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa
definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la
testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, ammette perfino che,
sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie;
tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che
non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una
metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al
revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica»,
cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!
Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla
perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo
sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo
Note:
7 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.
8 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.
Pag.7
stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad
Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja9.
*
Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli “antinegazionisti” altri effetti
collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il terreno lasciato libero dalla
loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di gazzettieri - brillanti
imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno mai letto, sagaci interpreti
di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi conoscitori di luoghi che non
hanno mai visto - destinati inevitabilmente ad essere travolti dall’inconsistenza dei loro
stessi postulati.
Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali spiccavano le grandi teste
pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già occupato altrove10.
Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente affiancato da un subdolo attacco
trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment universitario». Le grandi teste
universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo dall’eventualità - tutt’altro
che aleatoria - di perdere la faccia in un confronto personale - cominciano a mandare in
avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro espiatorio, proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero diavolo, vuoi per ambizioni carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine studentesco è molto più colorito), si trova sempre.
Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent Brayard sotto l’egida di
Pierre Vidal-Naquet11, è apparsa ora anche in Italia, con il libro L’irritante questione delle
camere a gas. Logica del negazionismo12 di Valentina Pisanty.
Note:
9 In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della Zentralbauleitung di Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide!
10 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996; Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002; Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005; Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi, Genova, 2006; riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.; Negare la storia? Olocausto: la
falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006.
11 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme. Fayard, Parigi, 1996. Vedi al riguardo il cap. VII (pp. 267-291) di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio e l’opuscolo Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard (Graphos, Genova, 1996) da esso tratto.
12 Bompiani, Milano, 1998.
Pag.8
CAPITOLO I
I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY
1) Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz
La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore» universitario bolognese si
rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo pseudoscientifico di
demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo perché.
L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice, «prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la supervisione di Umberto Eco, Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4)13.
La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty
«ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso l’Università di Bologna».
Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la questione storica
dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta è semplice: nulla. Infatti,
come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in questione non vuole
essere un’opera storiografica:
«L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi cosiddetta
revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto dei numerosissimi
documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare.
Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già stata effettuata con
successo da vari autori, tra cui Pierre Vidal-Naquet, i quali hanno a più riprese
dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier e compagni se
messe alla prova dell’evidenza documentaria.
Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie persuasive
messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici» (p. 2).
Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la Pisanty pretende di
analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista puramente semiotico senza una
preliminare analisi storica - che dà per scontata (Pierre Vidal-Naquet dixit) -, e senza una
preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che modo uno storico
interpreta un documento senza esaminare il valore storico del documento. Questo tipo di
indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe inevitabilmente in una sterile
esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio qui sta la pretestuosità
della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano nebuloso delle astratte
categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le problematiche storiche concrete
Note:
13 Per ridurre il numero delle note, indico la pagina del libro della Pisanty alla fine di ogni citazione.
Pag. 9
avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore storico, dunque a far
rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla porta.
L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di confutazione delle
argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura semiotica.
La necessità di questa copertura appare manifesta quando si consideri che questa «tesi di
dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già - come ci si sarebbe aspettati
- in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un Istituto di semiotica, in cui
docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia olocaustica pari a
quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della fisica nucleare.
La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando si consideri la
competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda esperta della storia di...
Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro scritto prima di quello in
esame - Leggere la fiaba - per delucidazioni, sicuramente importantissime, «sulle
numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica, alchemica, ecc.) della
fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz: quale
mirabile travaglio interiore!
2) I «Riferimenti bibliografici» generali
Considerate la qualificazione e la competenza specifica dell’Autrice, non stupisce che nel
suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su quello storico. Poiché a me
interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le prolisse e tediose analisi
semiotiche - esercitazioni dialettiche con finalità prettamente accademiche, spesso
abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di vassallaggio adulatorio ai docenti.
Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche uno scopo più pratico,
rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere l’avversario con un
profluvio di parole» (p.275) che la Pisanty attribuisce naturalmente ai revisionisti.
A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra dottoressa è
particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli) relative alla storiografia
ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279-285), appena 20 - mal lette e mal digerite -
sono di storiografia olocaustica, una decina di critica antirevisionistica; il resto è costituito
da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il cinema a L’idea
deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di linguistica generale a i Falsi
Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria indoeuropea a
Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia della scienza, da Gli
atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da L’analisi del discorso a Le
pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica del complotto, da Lo
spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a Umberto Eco (la
bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una sesta in collaborazione)14
Nota:.
14 La «tesi di dottorato» cita 9 volte Umberto Eco - il più importante “supervisore” - il quale, con il revisionismo e le camere a gas c’entra come i classici cavoli a merenda. La Pisanty trova il modo perfino di citare l’inizio del Nome della Rosa! (p. 198).
14:33 Scritto da: waa359 in Articoli di Carlo Mattogno, Olo$alariati, Sterminazionisti | Link permanente | Commenti (0) |
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