24.06.2009

CESARE SALETTA: Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

di Cesare Saletta

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Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta
da Arturo Peregalli.

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Benché non sia mancata l'attenzione -- iniziata, ormai tanti anni fa, con una
trasmissione della televisione svizzera di lingua italiana, nella quale Robert Faurisson
compariva oscurato da un drappo inquietante, e sulle pagine di "Storia illustrata" --
non si puodire che vi sia stato un dibattito italiano sulle posizioni degli storici detti
"revisionisti" - specialmente riguardo alla questione dell'Olocausto. Di fatti clamorosi,
a cominciare dalla prefazione di Noam Chomsky ad un volume di Faurisson, ne
sarebbero successi, e tali da stimolare anche qualche diatriba, stagionale magari,
peroenergica. Invece se ne continua si a parlare, nel senso che capita di vedervi fare
riferimento, ma in modo occasionale, generico e disinformato...


Destinatari ovvii di un discorso che nega i mezzi e l'entità dello sterminio degli ebrei
da parte del nazismo parrebbero essere quegli uomini di una destra estrema cui preme
riabilitare i fascismi europei non solo come artefici di un ordinamento statale
protagonista di chissà quali novità politiche e sociali, ma innanzi tutto come forze
ideali ancora di attualità. A questo proposito, non ci si puonascondere che esiste pure
chi, più estremo, è di fatto refrattario ad ogni revisione ed esalta lo sterminio come un
programma che non ha potuto ancora realizzarsi completamente. Il revisionismo
storico ha attecchito invece presso alcune frange, soprattutto francesi, di quello che si
usava chiamare "gauchisme". All'inizio, come già era accaduto con Chomsky, si è
trattato di difendere, vincendo magari non pochi attriti psicologici, la libertà della
ricerca e delle opinioni anche quando fossero rivoltanti; in seguito - soprattutto a
mezzo di Pierre Guillaume e della Vieille Taupe - di compromettersi in una ricerca
della verità, costi quel che costi, che si è rapidamente trasformata in una campagna di
informazione. E proprio cioche è mancato in Italia, insieme all'inesistente recezione accademica.
L'olocausto è una materia che non si riesce a maneggiare con disinvoltura. Succede di
dover riprendere nella propria coscienza temi che sembravano definitivamente
sviluppati, per nulla problematici, certi, terribili. Gli argomenti degli storici
revisionisti, per quanto possano urtare le suscettibilità ideologiche dei più, sono
tuttavia molto semplici: la mancanza, salvo accenni che possono diventare
significativi solo pregiudizievolmente, di documenti nazisti che provino la
pianificazione dello sterminio in massa degli ebrei; i dubbi che sussistono sulle
testimonianze, per le condizioni in cui sono state date; l'implausibilità del meccanismo
dello sterminio (leggi camere a gas) cosi come fino ad oggi è stato raccontato. Sono
argomenti che si dispongono nel senso delle regole di base dell'indagine storiografica,
come di ogni metodologia giornalistica o giudiziaria seria, volta ad accertare i fatti.
E per questo che risposte isteriche, anche se comprensibili, sono fuori luogo. Se si
pensa che si possano dare spiegazioni a cioche fra i revisionisti è considerato
materiale inutilizzabile, sospetto o addirittura fantasioso, è bene darle fondando la
polemica sui fatti, riconoscendo cioè come legittimi quei dubbi che si ammettono per
quello che sono in qualsiasi indagine che si rispetti. Ogni resistenza porta invece
acqua al mulino di chi ritiene che su questi argomenti una "grande menzogna"
effettivamente ci sia stata.
L'autore dei testi qui raccolti, che trattano degli scritti di Pierre Vidal-Naquet,
rappresentante di punta del campo antirevisionista, ha militato in quell'ala della
"sinistra comunista italiana" che si è soliti definire semplicisticamente "bordighista".
Non chiediamo di condividere le certezze cui è giunto. L'argomento è di quelli che

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richiedono (come egli peraltro ha presente) l'uso sistematico del dubbio. Si vedrà
comunque che non vi è nulla di specioso o di esibizionistico nei testi e sarà bene che
al dubbio, che da solo puopoco, si accompagni la riflessione.

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Prefazione

Menzionando due dei brevi scritti che qui raccolti rivedono la luce dopo essere usciti
privatamente tra l'85 e l'87 Vidal-Naquet ha creduto di dover rilevare che, essendosi, a
suo dire, il revisionismo italiano sviluppato - cosa di cui egli è il solo ad avere notizia
- intorno a "due personaggi", uno di sinistra (saremmo noi) e l'altro di destra (il
riferimento è a Carlo Mattogno), era al personaggio di destra, e non invece a quello di
sinistra, che le "Annales d'Histoire révisionniste" (1), pur pubblicate da una casa
editrice di sinistra rivoluzionaria, avevano aperto le loro pagine (2). Il gros bonnet tira
cosi in ballo una circostanza sulla quale è opportuno che ci si fermi: facendolo ci sarà
dato sia di chiarire i motivi che hanno determinato i compagni della Vieille Taupe, la
casa editrice delle "Annales", a prender parte a quella campagna revisionistica in cui è
spettato loro un ruolo primario, sia di situare nella debita luce l'impegno pubblicistico
erogato con oracolare intermittenza dall'"antichista impancatosi mentore civile" per
combattere un fenomeno intellettuale, e politico, che turba i sonni di lui e di parecchi altri.
Con la sua osservazione Vidal-Naquet mira ad accreditare presso i meno avvertiti tra i
suoi lettori l'immagine che egli vuole loro suggerire delle pretesa evoluzione, o,
piuttosto, involuzione politica della Vieille Taupe. Questa sarebbe partita da
"Socialisme ou Barbarie" per approdare ad un'impresa - quella revisionistica, appunto
- in cui gli originari intenti di sinistra sarebbero confluiti, dimentichi di se stessi e
smarrendosi irremissibilmente, con le pulsioni antisemitiche sia dell'estrema destra
(varietà vetero e neo-nazista e varietà cattolico-integralista), sia di una parte del
mondo islamico. Diciamolo subito: è un'immagine falsata da cima a fondo. L'esigua
particella, non già di verità, ma di non-inverosimiglianza sulla quale essa fa leva si
riduce al fatto che si puolegittimamente congetturare che sia a destra, e all'estrema
destra, piuttosto che a sinistra che fino ad ora abbia trovato accoglimento quella
revisione della leggenda olocaustica - la leggenda, cioè, dello sterminio di milioni di
ebrei che sarebbe stato attuato in esecuzione ad un piano etnocida e per mezzo
specialmente di camere a gas appositamente costruite in alcuni lager (3) -- cui la
Vieille Taupe ha consacrato le sue energie dalla fine degli anni '70 in avanti: tutto qui.
Questo stato di cose, quand'anche lo si potesse senz'altro dire reale anziché
legittimamente congetturabile, si sarebbe pur sempre in diritto di considerarlo
soggetto a modifica, ossia provvisorio; e i segni di una modifica nel senso auspicabile
da sinistra non mancano, a parte la circostanza che in Francia, grazie a Paul Rassinier,
antico militante del Pcf passato nel '34 al partito socialista e che socialista rimase
sempre (pur facendo espressa professione di antimarxismo: il che ci separa da lui nel
modo più netto, anche se la grosse tête, con il fastidioso pressapochismo che le è
peculiare, ci presenta come discepoli di lui (4)), il revisionismo, di cui egli fu il
capostipite, ha sempre avuto un'udienza, marginale se si vuole, ma non trascurabile
nella sinistra non irreggimentata elettoralisticamente: circostanza cui fa suggestivo
riscontro l'atteggiamento di distacco tenuto dalla Nouvelle Droite come tale e nel suo
insieme. Il revisionismo ha di fronte a sé una lunga strada da percorrere, non solo per
quanto concerne l'approfondimento dello specifico tema in rapporto al quale è sorto (e
sotto questo profilo esso puovantare acquisizioni di straordinaria importanza, nel
negare oscurantisticamente le quali un Vidal-Naquet fa strame della sua qualità di

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studioso e si associa ad una compagnia che di certo non gli invidieremo), ma, e ancora
più, per quanto concerne la recezione delle sue conclusioni da parte di chi fino ad ora
a esso è rimasto estraneo od ostile; e tale, particolarmente in Italia, è il caso dei più tra
i militanti delle residue sinistre rivoluzionarie.
O non ne sanno nulla, ed è quello che si constata con la maggior frequenza, oppure ne
hanno sentito vagamente accennare e sono passati oltre; e, questo, vuoi perché non
hanno colto le implicazioni che dal loro punto di vista la questione è suscettibile di
avere (le abitudine mentali diffuse nell'ambiente, e che hanno tanta parte nella
soggettiva incapacità di operare per una prospettiva di superamento di una condizione
minoritaristica, non li predispone, bisogna riconoscerlo, a cogliere queste
implicazioni), vuoi perché nel loro atteggiamento nei confronti dei regimi totalitari di
destra sopravvive molta dell'eredità di quella linea di sinistra convenzionale il cui
antifascismo, anche nei suoi aspetti più radicali, ha sempre sofferto del limite di stare
tutt'intero, anche se non senza contraddizioni intime, all'interno della dialettica tra le
forme nelle quali il capitale esercita il suo dominio politico: da cui la sopravvivenza di
un riflesso condizionato che li induce a rigettare ogni tematica che appaia loro
intrinsecamente di destra (il che non significa affatto che lo sia). Questo punto esige
un chiarimento di ordine generale; ci sia percioconsentito di allontanarci per un attimo
dall'argomento per precisare che, senza aver mai, in precedenza, pensato il contrario,
da lungo tempo noi che scriviamo andiamo sostenendo che ai fini dello sviluppo, e
meglio sarebbe oggi dire: della rinascita, della lotta di classe - il reinstaurarsi della
quale è epocalmente messo in forse nella maniera più grave dall'interferenza di
processi (si pensi, ad esempio, all'afflusso massivo dell'immigrazione afroasiatica, che
va ponendo le premesse demografiche e sociali di una tragica sostituzione della lotta
tra le razze alla lotta di classe) che troppo spesso, per non dire di regola, da sinistra
rivoluzionaria vengono considerati con la solita, vecchia cecità preparatrice di
fallimenti futuri e in uno spirito di desolante incoscienza - ci si deve augurare che la
democrazia borghese abbia, si, pieno campo a dispiegare tutto il suo squallore e tutta
la sua degradazione, ma senza portare alla ricomparsa di regimi assimilabili a quelli
che abbiamo conosciuto nell'interguerra, giacché l'esito più certo di una svolta siffatta
sarebbe il soffocamento dei germi di ripresa della lotta anticapitalistica e il
rinverdimento di quelle illusioni democraticistiche contro la possibilità di ricaduta
nelle quali un'esperienza di mezzo secolo non è valsa a vaccinare sul serio neanche
cioche ancora residua di forze antisistema: quando, or sono settant'anni, Bordiga
affermava che il peggior prodotto del fascismo sarebbe stato l'antifascismo
manifestava una percezione sicura dell'avvenire. Caldeggiando l'opera di revisione
siamo, quindi, lontani quanto più non si potrebbe dal civettare retrospettivamente con
i prototipi di regimi nel cui riaffacciarsi vedremmo il prodromo della peggiore delle
iatture. Cioposto, crediamo che multinazionalmente e transnazionalmente enormi
interessi - ora probabilmente fatti più aggressivi dal venir meno della bipolarità Usa-
Urss, dalla riunificazione tedesca, dal pur problematico ruolo dell'Europa, e della
Germania nell'Europa, dagli attriti tra i partners europei - premano senza posa, ben
consapevoli, anche senza aver letto Orwell, del fatto che "chi controlla il passato
controlla il futuro", per l'enfatizzazione della scelleratezza di quei prototipi, e
innanzitutto di quello nazista, adoperandosi a far si che il passato non passi davvero
mai e mettendo, come ieri se non di più, sul loro conto non solo cioche essi fecero (e
che non era, poi, granché diverso da ciodi cui si macchiarono e di cui hanno
continuato a macchiarsi i loro avversari del '39-45 (5)), ma anche cioche essi, magari,

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sarebbero stati moralmente capacissimi di fare -- non era certo di umanità che erano
ricchi... -, ma che nondimeno non fecero.
La critica revisionistica non solo è meritevolissima di quel rispetto che non va mai
lesinato alla capacità di andare controcorrente quando l'andare controcorrente
corrisponda ad altro che non sia soggettivismo imbecille o estetistico prurito di épater
le bourgeois, ma è altresi meritevolissima di attenzione sia per i risultati cui mette
capo sul terreno della conoscenza storica (risultati che, su quello stesso terreno, tanto
più ci sembrano apprezzabili quanto meno riescono graditi al nulla lardoso e sonoro
corrispondente alla seconda carica istituzionale della nostra repubblica borghese), sia
in quanto costituisce un efficace strumento per evidenziare alcuni di quegli interessi, e
non dei minori, a partire dall'individuazione puntuale delle forze da cui, oltre che dalla
persistenza dei miti dell'antifascismo e del resistenzialismo, è alimentata la reazione
rabbiosa che essa si trova di continuo a fronteggiare. Gli interessi cui ci riferiamo non
sono, sia chiaro, solo ebraici (e questi, d'altro canto, non sono riducibili a quelli,
peraltro ingentissimi, che l'opinione pubblica israeliana, convinta bensi della realtà del
genocidio, ma smagata, motteggia usualmente come Shoah-business: il che ci riporta
a "la vigna che rende cosi bene"); e, per non lasciare spazio a equivoci, aggiungeremo
che sarebbe gravemente mistificante parlare degli ebrei come dei rois de l'époque,
come faceva ai tempi di Luigi Filippo e dell'enrichissez-vous! Alphonse Toussenel, lo
storico fourierista della féodalité financière, per il quale, del resto, juifs erano anche i
protestanti, gli inglesi e gli olandesi; ma che in misura cospicua siano interessi non già
degli ebrei, ma della élite economica ebraica, della porzione ebraica della élite
economica mondiale, è incontestabile.
Tacciarci di antisemitismo per questa e siffatte constatazioni sarebbe tanto idiota
quanto tacciare di antisemitismo un Carlo Cattaneo che, mentre criticava le
interdizioni legali di cui erano vittime gli israeliti, non mancava di ricordare come
all'epoca calcoli attendibili indicassero in loro i detentori dell'ottava parte del
numerario esistente nel mondo. Sarebbe somma ipocrisia fingere di non vedere che,
nella forma storica assunta dal capitalismo nel mondo euroamericano, questa porzione
della élite, integrata come forse nessun'altra nell'economia e al tempo stesso
autosegregata socialmente in base ad un criterio di specificità culturale, ha acquisito
un peso che non ammette sottovalutazioni: uno dei frutti avvelenati di cui ci gratifica
il capitalismo sinistramente sopravvissuto alla fase storica nella quale il proletariato
sembroavviato a distruggerlo a breve o a medio termine è il riproporsi di una
questione ebraica. A questi interessi, il cui centro di gravità è negli Usa, si intrecciano
quelli specificamente sionisti; e gli ambienti sionisti (a proposito dei quali, cosi come
a proposito della élite economica ebraica, non ci stancheremo di ripetere, contro ogni
ossessione antisemita, che sarebbe arbitrario fare tutt'uno di essi e di quelli ebraici in
genere, per deplorevolmente appiattiti che i secondi siano sui primi in forza di un
groviglio di equivoci carico di possibili conseguenze nefaste) sono permanentemente
mobilitati in funzione antirevisionistica in una con quella élite e con gli esponenti
intellettuali di quei settori dell'ebraismo che si muovono in un'ottica di apartheid: a
tale riguardo valga per tutti il nome di quell'autentico tarantolato che è Elie Wiesel.
Nella frenesia antirevisionistica di tutto questo mondo traspare la piena
consapevolezza del fatto che lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe
ad Israele la possibilità, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o
poco meno il rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una tragedia la quale
nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe luogo mai. Tragedia vi

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fu, ma, per minor sventura, si articoloin termini del tutto diversi, in meno peggio, da
quelli fissati nel mito.
Com'è evidente, le "Annales" non sono state né sarebbero potute essere una rivista di
sinistra rivoluzionaria. Ma nemmeno sono state una rivista cui si potesse attribuire
una fisionomia politica nel senso proprio della qualificazione. Sul piano politico non
hanno rappresentato nulla che assomigliasse ad una convergenza. Sono state, invece,
il punto d'incontro di individualità eterogenee per formazione, di sinistra non meno
che di destra, e ciascuna di queste individualità rappresentava esclusivamente se
stessa. Cioche va sottolineato è che, cosi come l'impegno operoso della Vieille Taupe
aveva infranto di colpo al cadere degli anni '70 il monopolio per l'addietro esercitato
dalla destra sulla tematica revisionistica, cosi questo punto d'incontro (e con esso uno
spazio di libertà) veniva ad esistere grazie ad un'iniziativa di sinistra: vogliamo dire
grazie ad un'iniziativa che era di sinistra non solo per riflesso della posizione
inequivoca del gruppo editore, ma per essere sottesa dal convincimento che,
indipendentemente dalle opinioni soggettive di questo o di quello tra i revisionisti, dai
dati che essi fanno emergere emana una sollecitazione, tanto più pressante quanto più
è imponente il materiale conoscitivo ormai accumulato in questa ricerca, ad una
ripresa di quella riflessione sul ruolo della menzogna nell'ordine sociale borghese che
accompagnosempre il pensiero e la prassi del movimento socialista ai tempi in cui era
assiomatico che "dire la verità fosse rivoluzionario" (Lassalle) e che "la verità fosse di
sinistra" (Rassinier); ai tempi, cioè, in cui, partecipi, ad onta dell'enorme distanza che
sotto tutti i profili immaginabili intercorreva tra di loro, del medesimo clima e del
medesimo convincimento, Pietro Gori poteva porre in epigrafe alla sua edizione del
Manifesto dei comunisti il detto evangelico secondo cui "voi conoscerete la verità e la
verità vi farà liberi" e Lenin dava il nome di Pravda al giornale dei bolscevichi. Da
quella persuasione il pensiero socialista non si è discostato neanche nei decenni del
disastro, e Bordiga continuava a definire la verità come il solo ossigeno della
rivoluzione. Questo convincimento può, certo, venire irriso da filosofastri di varia
osservanza, ma non è minimamente affetto da quell'ingenuità di cui gli ha spesso fatto
carico la faciloneria dei suoi critici.
Esso ha una precisa base filosofica (ci si permetta la digressione) e poggia sulla
coscienza del fatto che, stanti i condizionamenti storici e sociali di ogni sforzo inteso
a ottenere una rappresentazione approssimativamente esatta dei nessi interni a cioche
è materia di esperienza sensibile, il conseguimento di questa rappresentazione è
subordinato, oltre che all'impiego di strumenti logico-sperimentali adeguati,
all'assunzione in ogni ciclo storico di un punto di vista socialmente definito come
quello correlato a interessi obiettivamente non suscettibili di entrare in conflitto con il
livello di conoscenza che, indipendentemente da ogni considerazione di essi, si
puoconseguire in quella data congiuntura storica; dal che discende che, nel ciclo
segnato dal contrasto tra capitale e lavoro, il punto di vista che puoconiugare
obiettività e partitarietà è quello attingibile quando ci si collochi sulla linea esprimente
la dinamica storica di quegli interessi che non sono soggetti a venir lesi da un
qualsivoglia sapere reale, in quanto qualsivoglia sapere reale è omogeneo a quello
stesso sapere che permette di prevedere (in via morfologica, avrebbe detto Antonio
Labriola) il loro soddisfacimento avvenire dallo sviluppo delle contraddizioni
connaturate al modo di produzione capitalistico, base della forma-limite di società
divisa in classi. Ma rappresentazione tendenzialmente esatta di cioche è materia di
esperienza sensibile non è altra cosa che quella che si usa designare con l'espressione

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verità. Tra verità e interessi di fondo della lotta per il socialismo non c'è contrasto per
la buona ragione che obiettivamente non puoesserci. Non v'è dubbio possibile: quando
"la verità, che era di sinistra, si rifugia a destra e all'estrema destra", come parve a
Rassinier che stesse accadendo, questo significa infallibilmente che la sinistra versa in
uno sfacelo gravissimo. La scommessa storica è che anche da questo sfacelo, che data
dagli anni '20, dal mancato estendersi all'Occidente della Rivoluzione d'Ottobre e dal
conseguente Termidoro staliniano, essa si risolleverà.
Che, in specie, la verità sull'asserito sterminio abbia una potenzialità eversiva, non
solo rispetto a quella "soluzione" reazionaria della questione ebraica che è il sionismo,
ma altresi rispetto alla persistenza - persistenza non in forma di semplici relitti
depositati dalla storia passata, ma come elementi costitutivi di una mentalità ben
radicata e diffusa - degli orpelli ideologici sovrapposti nel '39-'45 dalle potenze
"democratiche" ai loro appetiti imperialistici, lo dimostra la sordida persecuzione
condotta -- soprattutto nel paese di Vidal-Naquet -- contro i revisionisti, ai quali è
imposto il cimento di dimostrare con la loro tenuta che "il coraggio consiste nel
cercare la verità e nel dirla" (Jaurès). C'è bisogno di precisare che l'intellettualità
democratico-borghese, quella stessa che paventa il sonno della ragione, quella stessa
che si riempie la bocca di liberalismo e neoilluminismo, non trova nulla da ridire a
proposito di questo accanimento repressivo? La viltà della categoria è notoria. Quello
che mette conto di notare -- non certo ai fini di una constatazione di impensabili
convergenze politiche -- è l'obiettiva ironia di uno stato di cose nel quale, in concreto,
i diritti della ragione li difende, piaccia o non piaccia, anche gente di destra: quelli,
cioè, tra i revisionisti che, in quanto privati, hanno idee di destra e che, quando
mantengono il loro revisionismo sul piano della serietà senza attendersene la riprova
di un'immaginaria "cospirazione ebraica", si mettono poi - ma questo è affar loro - in
contraddizione con una delle storiche componenti del loro mosaico ideologico.
Uno spazio di libertà, abbiamo detto. Più all'immediato, infatti, l'iniziativa
concretatasi nelle "Annales" si prefiggeva di offrire una possibilità di espressione a
ricercatori sottoposti all'ostracismo più rigoroso da parte dell'intero establishment
politico, giornalistico, accademico e culturale: si trattava, senza dubbio, di un
obiettivo minimale, ma questo obiettivo rappresentava la precondizione del progredire
di un insieme di conoscenze reali, e dunque dell'utilizzazione politica di esse. E a
partire di qui che va considerata la faccenda del trattamento preferenziale che, a
prestar fede alla grosse tête, la Vieille Taupe avrebbe usato al personaggio di destra
rispetto a quello di sinistra.
Il Mattogno, oltre che un personaggio di destra, è qualcosa più che un revisionista. Il
vedere i suoi lavori apparire per i tipi de La Sentinella d'Italia e de La Sfinge (ma noi,
pur non conoscendolo, sappiamo di passi da lui fatti or è qualche anno, e rimasti
infruttuosi, in tutt'altra direzione) ci reca un disappunto non inferiore a quello che ci
procura il sapere che egli vota, o votava, radicale (6). Ma, in definitiva, il giudizio che
si dovrà dare di quei lavori non lo si potrà far dipendere da quello che si riterrà di dare
della soggettività politica del loro autore. Sarebbe incredibilmente ingenuo
immaginare che tra questa e quelli non viga un rapporto, e un rapporto stretto; sarebbe
non meno ingenuo pretendere che l'esistenza di un tale rapporto abbia come
necessaria conseguenza quella di invalidare la loro sostanza. Se la sostanza sarà
invalidata, lo sarà da altro, non certo da questo. Senza il minimo dubbio, i
convincimenti politici del Mattogno avranno avuto parte nel determinare i suoi

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interessi intellettuali: questo dovrà indurre ogni persona sensata a considerare i lavori
di lui con la massima circospezione, con la massima diffidenza, anzi; non, però, a
rigettarli a priori, per sospettabile che sia un revisionismo che si accompagni ad un
orientamento di destra. Li si rigetterà se sarà dato di toccare con mano che quei
convincimenti non hanno avuto parte soltanto nel suscitare quegli interessi, ma hanno
anche interferito nell'indagine: ad esempio, suggerendo al Mattogno di fare sua, tra le
varie conclusioni che si potevano trarre da un certo insieme di elementi, quella che
meglio si adattava ai suoi pregiudizi, se ha dei pregiudizi, e di farla sua solo per questo.
Tutto quello che si può esigere da un ricercatore è che la sua tendenziosità, che è un
fatto naturale e comune a tutti, non superi un limite del genere. I suoi lavori il
Mattogno li pubblica: con ciostesso li espone, e si espone, al giudizio dei lettori, ivi
compresi, e siano benvenuti, quei lettori dei quali si deve supporre che non siano
propriamente ben disposti nei confronti della tesi che egli sostiene. A questi lettori
non mancherà, magari, la possibilità di bollarlo come falsario, ma per farlo debbono
essere in grado di dimostrare -- di dimostrare -- che egli si macchia di falso. Non
provarcisi neanche e dare per inteso che quei lavori sarebbero squalificati per le
opzioni ideologiche dei loro autori o, addirittura, per la loro propria essenza sarebbe
un fare carta straccia, non diciamo dell'intelligenza, diciamo dell'umile buon senso.
Eppure, per quattro quinti o, piuttosto, per nove decimi la polemica antirevisionistica
di Vidal-Naquet si regge su di un presupposto siffatto. A quei lavori, come a quelli di
qualunque altro revisionista, bisognerà almeno gettare un'occhiata per capire come li
si debba catalogare: se come esercizi di fantastoria o, all'opposto, come ricerche non
manifestamente prive dei requisiti della ricevibilità; e della ricevibilità di un'indagine
nessuno - neppure un professore della Sorbona - puodecidere né in base alla
soggettività del ricercatore né in base alla natura dell'oggetto dell'indagine; se se ne
volesse decidere in base a questo secondo criterio, che è quello usualmente, e
interessatamente, applicato alle indagini dei revisionisti, ciosignificherebbe conferire
a certi temi lo statuto di tabù. Sembrerà un'invenzione, ma in Francia a tanto si è
effettivamente arrivati quando si è varata una legge che imbavaglia chi non è disposto
a giurare sulla storicità dell'olocausto: non siamo ancora alla pratica brezneviana
dell'internamento sistematico dei dissenzienti in manicomio (7), ma la logica
sottostante è la medesima. E, allora, nasce un interrogativo, invero di soluzione non
ardua: nella defunta Urss era la nomenklatura che si intendeva tutelare, ma nella
Francia degli anni '90 quali interessi sono tanto forti da ottenere, in deroga
all'indirizzo generale della legislazione del paese, una protezione cosi gelosa e,
diciamolo, cosi scandalosa? Nessuno, ma proprio nessuno, si è ingannato: il bavaglio
è stato imposto perché, con possibile pregiudizio di quegli interessi, gli
antirevisionisti erano paurosamente a corto di argomenti e perché, quindi, l'alibi del
"dibattito che era escluso" era sempre meno sostenibile.
Queste conclusioni non troveranno d'accordo, ciova da sé, Vidal-Naquet, ma dalle
considerazioni che le precedono non potrà decentemente disconvenire chi, come lui,
non ha esitato a farsi grand patron di un Jean-Claude Pressac sorvolando sulla
circostanza che il Pressac (senza essere mai stato un revisionista, checché ne dica il
luminare) è un naziskin di mezza età e badando, per contro, solo alla circostanza che,
a differenza di quelle del Mattogno, le ricerche del naziskin di mezza età sembrano
convalidare -- il che, però, è tutto fuor che pacifico (8) -- qualcosa che assomiglia,
anche se un po' molto da lontano, all'ortodossia sterminazionistica; ma se, per

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implicito o per esplicito, ne disconverrà (ne ha già subite tante di violazioni, la
decenza!), allora bisognerà ammettere che due e due fanno quattro e che Vidal-
Naquet offre la palmare dimostrazione del fatto che si puoessere colonne portanti
dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales e nello stesso tempo nutrire una
ben singolare idea e della ricerca scientifica e della libertà della medesima. La cosa
era già nota dal 1979.
Quello che il sant'uomo lascia virtuosamente in ombra è che a tutt'oggi il Mattogno
rimane l'unico studioso che l'Italia abbia dato al revisionismo, mentre è stato di tutta
evidenza fin da principio come chi qui scrive non sia se non un semplice lettore che
ha sentito la necessità di dar voce alla persuasione maturata in lui dopo che aveva
preso coscienza dei reali termini del problema; e questa persuasione si è irrobustita
via via che egli ha constatato cioche chiunque puoconstatare solo che lo si metta
sull'avviso, vale a dire che l'ortodossia cui tanto tengono l'ellenista, lo Stato-ghetto
israeliano e i suoi legati in partibus infidelium è risoluta a perpetuarsi ricorrendo,
quando altri mezzi riescano insufficienti, alla calunnia, alla frode, alla sopraffazione e
alla violenza spregiudicatamente impiegate ai danni di chi, servendosi dei normali
metodi dell'analisi e della critica storica, di nient'altro che di quei metodi contro la cui
applicazione (è necessario batterlo, questo chiodo) nessuno trova alcunché da ridire
quando si tratta di un qualsiasi problema che non sia quello della persecuzione
nazista, vuol controllare la fondatezza di quell'ortodossia.
Ora, la calunnia, la frode, la sopraffazione e la violenza sono tutte cose per vedere le
quali il gros bonnet non ha avuto bisogno di guardare al di là dei confini francesi: i
magistrati, rarissime eccezioni a parte, ligi fino all'assurdo alle pressioni esercitate
dalle sfere ministeriali da cui dipendono o solleciti per proprio conto a non urtare
suscettibilità che vanno risparmiate ad ogni costo; le innumerevoli angherie
amministrative; una stampa che non ci pensa due volte a disonorarsi col ricusare ogni
effettivo diritto di replica a chi da essa viene attaccato nella maniera più velenosa;
firme illustri del giornalismo (democratico, che diamine!) che si sono espresse in
termini che erano un invito appena camuffato, quando pure era camuffato,
all'aggressione fisica; l'emendamento antirevisionistico fatto oscenamente scivolare di
soppiatto, nottetempo, all'insaputa della commissione parlamentare competente, dal
guardasigilli Chalandon in un progetto di legge contro lo spaccio di stupefacenti; la
legge liberticida Fabius-Gayssot che reprime duramente ogni pubblica espressione di
idee revisionistiche erigendo le "verità" olocaustiche di Norimberga a dogmi
dell'ordinamento repubblicano; la vita resa impossibile alla Vieille Taupe; il
vetrioleggiamento di Michel Caignet; l'atroce pestaggio inflitto a Faurisson da
squadristi delle organizzazioni paramilitari sioniste che sapevano di poter contare
sulla sperimentata disattenzione della polizia; l'auto imbottita di esplosivo con cui
venne eliminato a suo tempo François Duprat, che era, non c'è motivo di celarlo, un
uomo di destra. Non c'è dubbio: tutti questi sono mezzi che provano, si, qualcosa, e
qualcosa di importante, ma contro chi li adotta, non contro chi li subisce; e lo stesso si
dica della speculazione ogni giorno rinnovata sui sentimenti e le psicosi di chi dal
dramma che investi l'ebraismo europeo durante la seconda guerra mondiale ha
riportato ferite che lo stravolgimento di quel dramma ha reso, da gravissime che
erano, insanabili: come si voleva che fossero. Dire le cose che abbiamo detto nell'85-
87 aveva un senso qui da noi, dove il pubblico, e non solo il grande pubblico, era - se
si eccettuano qualche isolato e la minuscola frazione che aveva letto Rassinier
nell'ottica deformante della hitleroevolomania - all'oscuro di tutto. Ma il pubblico

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francese non aveva alcun bisogno che gliele andasse a dire un italiano: da un pezzo le
aveva sotto gli occhi. Viceversa, gli studi del Mattogno, proprio perché tali, proprio
perché accrescono un patrimonio di acquisizioni del quale noi non siamo se non dei
fruitori, potevano e possono venir conosciuti con profitto anche fuori d'Italia. Il
personaggio di sinistra confida che anche ad altri apparirà condivisibile questo suo
giudizio: che bene fecero le "Annales" a non farsi guidare da considerazioni di
schieramento e a pubblicare percioquel che scriveva lo studioso, e non invece quel
che scriveva il semplice lettore.
Ma qui quel che scriveva il semplice lettore puoforse avere una qualche utilità ancora
oggi: qui la disinformazione continua ad essere massiccia e non mancano le cerchie in
cui, all'opposto che nel suo paese, un Vidal-Naquet è considerato all'incirca come un
guru. Fortunatamente non mancano, però, neanche gli indizi di un fenomeno che il
guru e i suoi accoliti sembrano non aver messo in conto: la curiosità per il
revisionismo è andata cosi crescendo dall'85, grazie proprio a cioche se ne è
conosciuto, quantunque in forma distorta, attraverso le astiose banalità del professore,
che ci si puosolo compiacere del fatto che ora egli torni o che lo si faccia tornare alla
carica. Non ci giureremmo, ma neppure ci sentiremmo di escluderlo: in futuro la
grosse tête potrebbe passare per colui che più efficacemente di chiunque altro avrà
agevolato lo sviluppo del revisionismo in Italia. Sarebbe un bel caso di eterogenesi dei fini!
Salvo correggere trascurabili errori di stampa, completare i dati bibliografici di una o
due tra le opere citate e ripristinare nella sua integrità il passo di Bordiga riportato a p.
58, passo del quale nell'85 erano saltate alcune parole in fase di fotocomposizione,
lasciamo gli scritterelli che seguono cosi com'erano; alcune note a pie' di pagina,
accompagnate dall'indicazione tra parentesi dell'anno corrente, segnalano qualche
inesattezza, chiariscono qualche punto particolare, ecc. In appendice un articolo di
Robert Faurisson risalente al 1988 fornisce al lettore una buona panoramica delle
conoscenze acquisite negli studi revisionistici sul finire del decennio passato.
Cesare Saletta

Note

(1). Uscite in 8 fascicoli tra la primavera dell'87 e quella del '90; li si puorichiedere
alla Vieille Taupe, B.P. 9805, 75224 Paris Cedex 05. Cessate le "Annales", è
subentrata la "Revue d'Histoire révisionniste", della quale sono apparsi 6 fascicoli tra
maggio-luglio del '90 e maggio del '92. Anch'essa è tuttora disponibile: "Revue
d'Histoire révisionniste", B.P. 122, 92704 Colombes Cedex (Francia).
(2) P. Vidal-Naquet, Les Assassins de la mémoire, La Découverte, Paris, 1987, p. 210,
n. 64; trad. ital.: Gli assassini della memoria, Editori Riuniti, 1993, p. 158, n. 64. Il
libro -- nel quale figurano anche vecchie cose, e tra esse (rivisto nel maggio dell'87:
quasi fosse roba intorno alla quale mettesse conto di lavorare) il penoso saggio dell'81
-- prende il titolo da un nuovo scritto, pp. 97-136, la cui lettura va raccomandata a chi
voglia rendersi conto della pneumatica vacuità dell'argomentare dell'antichista. Il
climax la grosse tête lo raggiunge con una considerazione di cui non vogliamo

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defraudato il nostro lettore: "bisogna acconciarsi al fatto che a questo mondo ci sono i
Faurisson come ci sono i macro e i produttori di film pornografici" (p. 134). V. la
recensione di V. Mansour Monteil (antico resistente, islamista insigne), "R. d'Hist.
rév.", no 2, novembre-dicembre 1990 / gennaio 1991, pp. 155-67.
(3) Questa specificazione: piano -- camere a gas -- campi di sterminio, è
estremamente importante: nessun revisionista serio nega che massacri di ebrei
abbiano avuto luogo fuori dai campi. Se in base ad un piano, questo piano non è stato
mai trovato, il che, tenuto presente l'accanimento con cui se ne è fatta ricerca, lascia
pensare non sia mai esistito. Se non un piano, allora, direttive generiche e non
episodiche? Puoessere. Quanto al numero delle vittime, la questione delle perdite
ebraiche ascrivibili alla persecuzione nazista è stata trattata da Rassinier in un libro
del '64 di cui parliamo nel testo a proposito della combinazione di sfrontatezza e di
elusività con cui l'ellenista fa mostra di liquidarlo. Leggiamo che il demografo
statunitense Sanning, in un lavoro di cui non abbiamo diretta conoscenza, ha
affrontato poi di nuovo il tema pervenendo a conclusioni che confermano quelle di Rassinier.
E interessante il fatto che di questi massacri fuori dai lager (e, ça va sans dire, non
eseguiti a mezzo di camere a gas) all'epoca si è potuto in almeno un'occasione avere
notizia in Italia attraverso organi di stampa che andavano per le mani di tutti. Verso la
fine del '42, a Bucarest, l'Istituto italo-romeno di studi demografici e razziali editava
un volumetto, Il problema della razza in Romania, in cui l'antropologo Guido Landra,
uno dei firmatari del manifesto fascista sulla razza, riuniva una serie di suoi articoli
apparsi l'anno avanti ne "Il Tevere", ne "La Difesa della Razza" (del cui comitato di
redazione il Landra faceva parte) e ne "Le Vie del Mondo". Ora, in uno di questi
articoli il lettore italiano aveva potuto leggere queste infamie: "Siamo certi che con la
riannessione di questi territori [Bessarabia e Bucovina] alla madrepatria romena, la
questione ebraica sarà risolta radicalmente. La fucilazione di cinquecento giudei a
Jasi, colpevoli di avere tentato di colpire alle spalle le vittoriose armate romeno-
tedesche, è a questo riguardo molto significativa" (p. 168; cfr. p. 195 [Conclusione,
dat. Bucarest, novembre 1942]: "molti [sono gli ebrei] che hanno pagato con la vita le
colpe della loro criminosa attività antinazionale". Nondimeno -- sia detto a proposito
della latitudine di significato conferita dall'uso razzistico del tempo a parole quali
"eliminazione" e "soluzione" -- l'eliminazione di "grandi masse di zingari asociali [...]
dalla Romania" corrisponde, p. 194, al loro avviamento "ai campi di concentramento
della Transnistria", e la Moldavia, la Bucovina e la Bessarabia "hanno vista
finalmente risolta una questione che si trascinava da anni" grazie, p. 196, alla
deportazione in Transnistria della "maggior parte degli ebrei". Si veda, però, anche la
considerazione sinistramente ambigua che figura alle pp. 165-166).

(4) Ibid.; ibid.
(5) Una pagina particolarmente bieca la scrissero americani e francesi a guerra
terminata, causando la morte per fame, stenti e maltrattamenti di circa un milione di
militari tedeschi in mano loro. Lo ha rivelato un coraggioso pubblicista canadese,
James Bacque, in un libro di cui Mursia ha pubblicato quest'anno l'edizione italiana:
Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati dopo la seconda guerra
mondiale. Vogliamo qui ricordare le sconsolate considerazioni che questo eccidio
perpetrato a freddo, nel quale giganteggiano le responsabilità di Eisenhower e di De

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Gaulle, ha suggerito a Guido Almansi, che scrisse ne "La Repubblica", ... novembre
(?) 1990, del libro del Bacque quando ne usci l'edizione inglese. Va notato che
l'Almansi non rinuncia ad accennare un paragone tra il libro del Bacque e "quello di
Faurisson": quale, "quello di Faurisson"? Salvo errore, siamo in presenza, duole dirlo,
del consueto parlare per sentito dire.
(6) Sua dichiarazione riportata da Mario Scialoja, "L'Espresso", 27 maggio 1990.
Articolo informatissimo, questo dello Scialoja: chi qui scrive si muove "sulla scia di
Mattogno [!], ha scritto qualche articolo per "Storia Illustrata" [!!!] e un libro [!] "in
risposta" allo storico francese Pierre Vidal-Naquet".
(7) L'aggettivo sistematico non è pleonastico: sporadicamente contro i revisionisti si è
fatto ricorso ai manicomi. Vedi il caso di Ditlieb Felderer, cittadino svedese di origine
tedesca. Vedi il caso di Joseph G. Burg (Ginsburg), cittadino tedesco di origine
romena ed ebreo osservante, autore di vari lavori, testimone della difesa nel secondo
processo contro E. Zündel; alla sua morte (1990) le autorità rabbiniche non hanno
permesso la sua inumazione nel recinto ebraico del cimitero dove già riposava sua
moglie (sulla tomba della quale egli, nel '75, era stato aggredito da un gruppo di
giovani sionisti). Su questa nobile figura: R. Lenski, Un Juif révisionniste témoigne à
Toronto, "R. d'Hist. rév.", no 5, novembre 1991, pp. 23-29.
(8) V. il lungo esame che R. Faurisson ha consacrato all'opus magnum del Pressac
(una "aubaine pour les révisionnistes", secondo il professore francese) pubblicato
nell'89 da The Beate Klarsfeld Foundation, New York, "R. d'Hist. rév.", n° 3,
novembre-dicembre 1990/gennaio 1991, pp. 64-154; Mark Weber ne aveva già scritto
nel medesimo periodico, no 2, agosto-ottobre 1990, pp. 163-70.

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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet
L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet
A proposito dell'edizione italiana di un suo libro
(1/2)
(1985)

Per una corretta comprensione delle pagine che seguono s'impongono due avvertenze.
La prima è che questo opuscolo non si prefigge di rispondere al Vidal-Naquet
antirevisionista: la risposta che gli era dovuta gli è stata data da quegli stessi contro
cui egli tra l'80 e l'82 aveva rovesciato un torrente di pseudoargomenti e di vituperi;
ed è stata tale da indurre il nostro personaggio a tacere. Ma a tacere in Francia: infatti,
mentre rinuncia a rivolgersi ancora ad un pubblico che comincia ad essere informato
quel tanto che basta a far si che le mistificazioni corrano il rischio di apparire per
cioche sono, Vidal-Naquet -- come avremo ripetute occasioni di ricordare -- vuol
parlare in Italia, dove in grandissima parte il pubblico ignora sia i termini della
questione che costituisce la materia del contendere, sia il fatto che le repliche
oppostegli hanno, appunto, consigliato Vidal-Naquet ad attenersi nel suo paese ad un
saggio quanto significativo silenzio -- un silenzio, peraltro, che egli aveva previsto per
tempo e per il quale si era munito di un'anticipata, ma insostenibile, giustificazione.
Non a caso il sottotitolo di questo piccolo scritto rimanda all'edizione italiana del libro
che riunisce la quasi totalità delle povere cose che egli ha pubblicato contro i revisionisti.
La seconda avvertenza la forniremo sotto forma di domanda; una domanda in cui è
implicita una protesta; una domanda che già da sola dovrebbe dissipare la confusione
che viene mantenuta a disegno su di un punto essenziale: che cosa deve intendersi per
"antisemitismo"? Ogni atteggiamento, forse, che non sia di supina acquiescenza nei
riguardi dello Stato sionista e della sua ideologia? Ogni non conformistica indagine su
scopi, natura ed esiti della più drammatica persecuzione che l'ebraismo abbia
conosciuto in epoca moderna? O non, piuttosto, una squallida attitudine
discriminatoria e vessatoria nei confronti di un determinato gruppo di uomini? Fino a
che le parole hanno un senso, la risposta non puoessere dubbia; e questa risposta ci
dice che si puoe si deve coniugare l'antisionismo e l'esercizio della libera ricerca in
materia storica con il più convinto rispetto per quello specifico fenomeno culturale
che è l'ebraicità e con la più recisa condanna di ogni pulsione persecutoria nei riguardi
di essa. Attenersi saldamente a questa linea è l'unico mezzo per vanificare l'obliquo
espediente di cui si servono i corifei del sionismo, in partibus infidelium come a Tel
Aviv, per coprire d'infamia i loro avversari. Nella questione cui dedichiamo il
presente opuscolo, con quei corifei è allineato Vidal-Naquet, il quale, senza essere
antisionista, non è neppure sionista e le cui vedute sul nodo palestinese si possono
considerare combacianti con quelle che - in una prospettiva del tutto difforme dalla

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sua - sono anche le nostre. In questa occasionale contiguità tra noi e lui ravvisiamo
una ragione di più per bollare come spregevole il suo tentativo di dipingere il
revisionismo, che rivendichiamo da posizioni di sinistra rivoluzionaria, come un
rigurgito antisemitico.
***
I "tanti amici italiani" di Vidal-Naquet i quali hanno, "in un modo o nell'altro, reso
possibile questa traduzione" de Les Juifs, la mémoire et le présent (Maspero, Paris,
1981), e che percioegli ricorda in quella specie di tabula gratulatoria con cui si apre
la prefazione a Gli ebrei, la memoria e il presente (Editori Riuniti, Roma, 1985),
hanno permesso all'autore, lo sappiano o no, di aggiungere una nuova malefatta alle
non poche di cui si è reso responsabile da quando ha deciso, forte della sua qualità di
pezzo grosso del mondo accademico-pubblicistico-editoriale del suo paese, di
segnalarsi nella canea ivi scatenata contro la scuola revisionistica, canea
nell'alimentare la quale egli ha avuto un ruolo di tutto rilievo. Se già dell'edizione
francese si puodire che il senso delle parole più usuali sarebbe stato puramente e
semplicemente rovesciato ove a Vidal-Naquet fosse mai venuto in mente di scrivervi
a mo' di epigrafe quella frase di Montaigne: C'est ici un livre de bonne foi, lecteur,
l'apposizione di questa medesima frase in epigrafe all'edizione italiana avrebbe
rappresentato il coronamento di un'anche più sfrontata violazione dell'abbicci della
probità intellettuale. Il coronamento manca, la violazione anche più sfrontata delle
precedenti c'è. In che consiste?
Per rispondere a questo interrogativo bisogna cominciare con l'occuparsi
dell'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di
stampa". Prima ancora, però, si dovrà tener presente che nella sua stragrande
maggioranza il pubblico italiano è tuttora all'oscuro della questione storica e politica
che oppone la scuola revisionistica a quella in appoggio alla quale Vidal-Naquet non
esita a fare strame del più elementare decoro di studioso. Una rapida premessa
informativa è dunque necessaria.
* * *
Coloro che sono sulla cinquantina, i loro figli e ormai i loro nipoti hanno appreso o
stanno per apprendere fin dai banchi di scuola che la persecuzione cui l'ebraismo è
stato fatto segno dal regime nazista mirava alla sua eliminazione fisica; che questo
obiettivo venne realizzato principalmente mediante gassazioni di massa consentite da
appositi impianti; che, se la realizzazione fu incompleta, lo si dovette al corso degli
eventi bellici e alla disfatta della Germania; che l'esito di questa persecuzione si
riassume nella cifra immane di sei milioni di morti. Sono nozioni cosi profondamente
radicate nelle coscienze da apparire come verità chiare di per sé, chiare al punto che la
possibilità stessa che vengano discusse, revocate in dubbio, negate, riesce per i più
inimmaginabile.
Esiste tutta una storiografia, o sedicente tale, sull'argomento; a monte di essa, in
sordina, al riparo da sguardi profani e da orecchi indiscreti, convivono in concordia
discors due tendenze interpretative. Cioche le unisce è l'assunto della veridicità del
genocidio a mezzo della camere a gas: entrambe sono, dunque, sterminazionistiche.
Cioche le divide è la questione del quadro nel quale andrebbe collocata la pratica delle

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soppressioni di massa. Per gli intenzionalisti questo quadro avrebbe corrisposto ad
una precisa volontà etnocida nutrita dai vertici della dirigenza nazista e questa volontà
si sarebbe senz'altro articolata in un agghiacciante progetto cui solo le sorti della
guerra avrebbero impedito di ricevere piena esecuzione. Per i funzionalisti la cosa è
più complessa: lo sterminio sarebbe scaturito da una folla di disposizioni
amministrative contraddittorie che non potevano non aggravare le già insostenibili
condizioni di vita in atto nei campi e che fatalmente avrebbero esacerbato gli
antagonismi fino all'estremo della liquidazione fisica previa selezione delle vittime [*
V. p. 76 s., n. 7 e relativa precisazione a pie' di pagina (1993).], senza peroche sia
possibile stabilire da chi, quando e come la decisione di giungere a questo estremo sia
stata presa. Dalla circostanza che la tendenza intenzionalistica riscuote l'adesione di
uomini e ambienti saldamente legati al sionismo, mentre funzionalisti sono soprattutto
ricercatori tedesco-occidentali, è dato di trarre illazioni che lasciamo al lettore. Cioche
qui importa è il fatto che, come si diceva, sull'argomento esiste tutta una storiografia,
o quella che si pretende tale. Ora, se si ammette che cioche viene chiamato
l'olocausto, oltre ad essere oggetto di culto, puoanche formare materia di ricerca
storica -- puoforse esistere storiografia degna di questo nome senza ricerca storica? --,
non si comprende perché mai l'applicazione a esso di quegli stessi criteri di indagine e
di critica che sono considerati di rigore in qualunque altro settore della ricerca storica
debba venir colpita da anatema. O, piuttosto, lo si comprende benissimo: gli è che
troppi e troppo grandi interessi fanno si che una storiografia dell'olocausto debba
esservi, ma che debba essere quale la esigono quegli interessi: una storiografia di
corte, una storiografia a tesi, una storiografia a senso unico; una storiografia,
insomma, che crollerebbe irrimediabilmente -- e la cui rovina comporterebbe prima o
poi quella dei suoi sottoprodotti ad uso delle scuole e dei mass media -- se il dramma
dell'ebraismo europeo venisse affrontato con quei criteri la necessità del cui impiego
nessuno, almeno in linea di principio, osa porre in discussione quando lo storico vi si
attiene nel trattare non solo di cose lontane nel tempo come lo sono le guerre puniche
o le crociate, ma anche delle vicende che appartengono ai nostri giorni. E infatti:
dall'applicazione di quei criteri allo studio del dramma dell'ebraismo nel '39-45
risulta, di questo capitolo della storia d'Europa, una visione che contrasta nel modo
più netto con quella che, imposta dalla storiografia ufficiale e da una propaganda
multiforme, ai più tra noi, imbottiti come tutti siamo di menzogne, appare di una
chiarezza assiomatica solo e soltanto perché ci è stata inculcata a partire, appunto, dai
banchi di scuola.
Il merito di aver fatto emergere questa nuova visione e di aver messo a nudo il
carattere sostanzialmente mitologico di quella apprestata dalla storiografia ufficiale
spetta alla scuola revisionistica, la quale -- è indispensabile fissarlo fin d'ora -- non
riabilita il nazismo, non nega che massacri di ebrei si siano verificati, non
contesta che il sistema concentrazionario abbia prodotto una montagna di
cadaveri; ma fa risalire questa montagna di cadaveri al sistema concentrazionario in
se stesso (al meccanismo, cioè, di relazioni che esso, in conformità alla sua stessa
natura, instaurava nella collettività dei prigionieri, in quella dei guardiani e nei
rapporti tra l'una e l'altra) e al potenziamento arrecato ai già micidiali effetti del
sistema dal caos che sommerse progressivamente il III Reich nel '44-45; ridimensiona
il numero, che resta pur sempre imponente, delle perdite umane; nega che siano
esistite camere a gas (1); sottopone metodicamente al vaglio della critica -- ossia al
vaglio della ragione esercitantesi sulla base e alla luce di quanto è storicamente e
scientificamente acquisito -- quella massa di presunte, contraddittorie e inverosimili

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testimonianze, di insostenibili interpretazioni di documenti, di manipolazione di testi,
di statistiche fantasiose, di illazioni o infondate o tutte da dimostrare, che
costituiscono l'equivoco materiale di cui la storiografia ufficiale si è servita per erigere
la sua non disinteressata leggenda.
Non c'è bisogno di precisare che questo minuto e paziente lavoro di revisione non
puonon esporre la scuola che lo porta avanti all'accusa comoda quanto infamante di
pronazismo e di antisemitismo. Nulla di più gratuito. E esistito ed esiste, non v'è
dubbio, anche un revisionismo di estrema destra; non solo, ma è scontato che da dati
settori di estrema destra non si rinunci a sfruttare temi e risultati della critica
revisionistica per scopi che con quest'ultima nulla hanno a che fare. Si converrà
facilmente che se cionon avvenisse vi sarebbe di che stupirsi, Vogliamo dire di più:
un Paul Rassinier -- il capostipite del revisionismo --, militante comunista dal '22 al
'32, socialista dal '34, pacifista, resistente della prima ora, torturato per undici giorni
dalla Gestapo, deportato a Dora (uno dei sottocampi di Buchenwald) per un anno e
mezzo e tornatone in condizioni di invalidità totale e permanente, espulso dalla Sfio
per l'imbarazzo che creavano al partito le sue posizioni sulla questione
concentrazionaria, coperto di calunnie e vittima di ripetuti tentativi
d'imbavagliamento; persuaso d'altro canto che in Francia "gli uomini di sinistra,
adottando a partire dal 1938-39 il nazionalismo e lo sciovinismo che erano di destra,
avessero perciostesso costretto la verità, che era di sinistra, a cercare asilo a destra e
all'estrema destra" (2), e che nondimeno rimarrà fedele fino alla morte (1967) ai suoi
ideali di sempre; un Paul Rassinier, dicevamo, che, pur continuando a combattere il
colonialismo e a collaborare a giornali libertari e pacifisti, pubblicava i suoi scritti
anche in organi di destra e presso case editrici di destra, non rendeva, quali che
fossero le ragioni di questa sua scelta (3), il migliore dei servigi alla causa da lui tanto
coraggiosamente e lucidamente sostenuta. Ancora: un Robert Faurisson che, prima di
trovare l'appoggio della Vieille Taupe e mentre era fatto oggetto di un vero e proprio
linciaggio, non vedeva ostacoli di principio alla possibilità di prefazionare un'edizione
francese del libro di Arthur Butz, The Hoax of the 20th Century, che doveva venir
pubblicata (poi non lo fu) ad iniziativa di un gruppo neonazista (4); che, con un atto di
fede nella neutralità e autosufficienza dell'indagine scientifica, appare preoccupato di
non discostarsi dal terreno che gli è proprio e sul quale ha indiscutibilmente
conseguito risultati di un estremo interesse: il terreno, cioè, circoscritto dall'uso di
quegli strumenti di analisi il cui possesso egli deve alla sua specializzazione in critica
testuale; che anche ora, pur dichiarandosi non antisemita e neppure antisionista, resta
indifferente ad ogni qualificazione politica, fino a consentire che la traduzione tedesca
di un suo lavoro figuri in una collana di inequivoca intonazione hitleriana (5); anche
Faurisson, come Rassinier, ci obbliga alla medesima considerazione. E questo un
punto cui si collegano questioni riguardo alle quali esporremo più avanti il nostro
modo di vedere. Ma per intanto diamo tutto il risalto che gli compete a questo fatto:
che, se in Francia il revisionismo è stato ed è al centro di un infiammato dibattito, lo si
deve ad un gruppo di sinistra rivoluzionaria, che non soltanto ha spezzato il
monopolio della destra, ma ha fatto qualcosa di più: ha ricollocato il revisionismo nel
suo ambito naturale inserendolo in un contesto di riferimenti storici e teorici che
comporta il rigetto di ogni rappresentazione degli avvenimenti di ieri che sia
funzionale agli interessi permanenti delle potenze egemoniche di oggi; un contesto di
riferimenti nel cui recupero va ravvisato un elemento fondamentale del processo di
ricostituzione di quel partito rivoluzionario di classe che oggi come oggi, ammesso
che abbia un'esistenza qualsiasi, l'ha ancora sotto forma di molecole separate. Di

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contro, a che sono serviti e a che servono la storiografia sterminazionistica e i suoi
sottoprodotti di varia indole? A inchiodare in milioni di cervelli cose come queste:
che i vincitori del '45 fossero qualcosa di essenzialmente diverso dai vinti, questi
ultimi rappresentando il Male per definizione; che il meno che si possa fare di un
paese che avrebbe partorito tanto abominio è tenerlo indefinitamente diviso: il che,
guarda caso, quadra perfettamente con i disegni di entrambe le centrali
imperialistiche; soprattutto, che un popolo che aveva cessato di essere tale da circa
duemila anni per trasformarsi in un gruppo sociale a caratterizzazione religiosa
avrebbe avuto i suoi diritti di reimpiantarsi nella terra che fu anche di parte dei suoi
lontani antenati estromettendone chi vi ha sempre vissuto e che per il suo Stato
bisogna pur sempre avere un occhio di riguardo se ricorrentemente va soggetto a
tentazioni espansionistiche nel cedere alle quali si comporta con tracotanza non
diversa da quella di cui si fa carico alla Germania hitleriana e se fa propria, per quanto
concerne i paesi limitrofi, la dottrina della sovranità limitata: cose tutte, invero, della
cui accettabilità, revisionismo o no, sono ormai parecchi a dubitare. Per fortuna!
E ora possiamo tornare a Vidal-Naquet: è tempo di farlo.
* * *
Per mettere nel dovuto risalto l'improntitudine del gros bonnet, per afferrarne tutta
l'estensione, occorre, si diceva, chiarirsi le idee in merito all'"equivalente sul piano
intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di stampa". Di che mai si tratta? A
leggerle cosi come fluiscono dalla penna del nostro, queste parole lasciano la
sensazione di qualcosa di facilmente comprensibile, di intuitivo. Nondimeno è su di
esse che s'impernia un equivoco: non un equivoco innocente, intendiamoci, ma un
equivoco cercato e voluto, un equivoco imbastito perché funzionale alla natura di
tutto lo sproloquio vidalnaquettiano; il quale, obbedendo all'esigenza di far figura di
regolare i conti alla critica revisionistica, mentre poi non li regola affatto per il buon
motivo che non li puoregolare, trova la sua unica risorsa nella sistematica reductio ad
stultitiam dell'avversario. Vale forse la pena di prendere sul serio gli argomenti e le
obiezioni di un avversario palesemente sciocco o palesemente in malafede o le due
cose insieme? Quando il lettore avrà risposto nel solo modo possibile a questa
domanda retorica suggeritagli da tutta la prosa di Vidal-Naquet, costui si troverà
esentato dalla fastidiosa necessità di rendere ragione in dettaglio e in contraddittorio
delle sue affermazioni. Et voilà!
Cosi facendo, del resto, egli si attiene nell'85 alla linea da lui, in una con uno stuolo di
suoi eminenti confratelli della Sorbona (6), altamente enunciata nel '79: "non c'è, non
puoesserci dibattito sull'esistenza delle camere a gas" ("Le Monde", 21 febbraio di
quell'anno). Dibattito non puoesserci, ci dice Vidal-Naquet, in quanto, l'olocausto
essendo al di là di ogni immaginabile dubbio, di una scuola storica revisionistica non
si puoneppure parlare (p. 198). Non esiste e non puoesistere: non ha di che esistere,
proprio come non avevano di che sedersi quei cherubini la cui corporeità si limitava
ad una testina, ad un paio di alucce e all'immancabile nuvoletta e dei quali perciouna
leggenda medioevale narra che, accolti in un maniero, corsero il rischio di passare per
scortesi agli occhi del signore che li ospitava: questa l'idea che si farà il lettore che sta
ai detti. Non di "scuola storica" si parli, ma di "setta", con tanto di "profeta" (p. 267) e
di "ideologo numero uno" (p. 274). Non c'è di che dibattere con il "piccolo gruppo in
cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni paranoici ed alcuni flagellanti" (7) (p. 81),

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alias "la piccola banda abietta che ha trovato la sua identità e la sua ragion d'essere
nella denegazione del grande massacro" (p. 94). Il ridicolo risiede nella circostanza
che, essendovi stato ed essendovi tuttora dibattito ad onta, ed anche a causa, di una
pronuncia cosi categorica e autorevole come quella del '79, il nostro cattedratico abbia
creduto tra l'80 e l'82 di intervenirvi sia di persona, sia (pp. 259-264) per interposta
persona, ma riparandosi dietro la foglia di fico che il dibattito non era dibattito ("il
dibattito, che [Faurisson] non cessa di reclamare, è escluso") e che comunque lui vi
prendeva parte "tentando, anche, di elevarlo" (pp. 189 s.).
Dunque, gli "errori d'ortografia", quelli "di stampa" e "il loro equivalente sul piano
intellettuale": la grosse tête affastella cose disparate. C'è bisogno di dire che anche chi
dà un giudizio estremamente severo del Vidal-Naquet antirevisionista non si è mai
sognato di mettere sul suo conto gli errori di stampa che eventualmente si riscontrino
nelle sue pubblicazioni? Lo stesso vale per quelli d'ortografia. E allora? Allora è
chiaro che, se Vidal-Naquet tira in ballo gli errori d'ortografia e quelli di stampa, è, si,
arbitrariamente che egli lo fa, ma non senza uno scopo. Lo scopo è quello di
minimizzare la portata del loro cosiddetto "equivalente sul piano intellettuale"; più
esattamente, lo scopo è quello di indurre i lettori a pensare, in primo luogo, che, se
"sul piano intellettuale" Vidal-Naquet è incorso in errori, questi errori siano per
importanza paragonabili a banali errori d'ortografia o di stampa; in secondo luogo, che
la critica revisionistica si eserciti su pure e semplici quisquilie, su inezie, le quali, una
volta che siano state rettificate, non cessano di essere tali.
Tralasciamo di occuparci degli errori di stampa: sono affare del compositore e del
correttore di bozze. Quanto a quelli d'ortografia, osserveremo che, se Vidal-Naquet ha
scritto, come si vedrà a suo luogo, Kielce invece di Kosel [* V. p. 76, n. 7 (1993.], è
del tutto incongruo che egli evochi gli errori d'ortografia, giacché, con ogni evidenza,
questo non è un errore d'ortografia. Poi rileveremo che se da parte revisionistica è
venuta un precisazione a proposito dell'autentica inezia Kielce-Kosel, è venuta solo
accessoriamente a precisazioni di b

12:05 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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