20.06.2009
Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'
Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'<olocausto>
Arthur R. Butz
Premessa
Di Cesare Saletta
Non è da un giorno, è da vent'anni che l'antirevisionismo professional-professorale cerca di parlar d'altro. Lo si può capire: ogni volta che è stato tanto malaccorto da pretendere di entrare nel merito dei temi che i revisionisti hanno posto al centro della loro attenzione, le cose lo hanno smentito; e non di rado, e su aspetti di grande rilievo, la smentita è risultata così inoppugnabile -- si pensi, ad es., alla vicenda del numero dei morti di Auschwjtz -- da obbligare le vestali dell'olocausto a rimettere le mani nella pia leggenda potandola di ciò che più gravemente correva il rischio di apparire insostenibile ai destinatari della medesima una volta che il revisionismo fosse stato più largamente conosciuto. Questo rimetter mano nella leggenda fa correre il pensiero a certi antecedenti. Qualcosa del genere, così ci viene detto, era in uso nell'antica Cina: quando un imperatore succedeva ad un altro, non solo si riscriveva la storia dei suoi predecessori, ma ci si preoccupava anche di andare negli archivi a modificare o a sopprimere i documenti che non quadravano con la nuova versione ufficiale...
Già, gli archivi: adesso li si rende inaccessibili (il che, poi, non esclude la possibilità di modifiche e soppressioni). Si veda il caso dell'archivio del Servizio internazionale di ricerche dipendente dalla Croce Rossa Internazionale, Bad Arolsen (Germania). La Croce Rossa ha un grave torto: quello di aver visitato Auschwitz, di non avervi veduto certe cose e di averne veduto altre. E poi, quali nomi, e quanti, salterebbero fuori dalle sue carte... Perché complicarsi la vita? Meglio, molto meglio, sbarrare a tutti le porte dell'archivio e affidare le chiavi ad un certo numero di Stati: nessuno si stupirà che tra questi ci sia "l'unica democrazia del Medio Oriente". E, dei resto, come fare altrimenti? Ad uno dei processi contro Emst Zündel c'era stato chi -- un teste a carico! -- aveva fatto precisa e circostanziata menzione di certi documenti colà conservati, e la cosa non era piaciuta alla pubblica accusa e alle parti lese, mentre era piaciuta ai revisionisti: "Io dico -- scrive Faurisson -- che è ad Arolsen che si potrebbe, volendo, stabilire il vero numero di ebrei durante la guerra" ("Ann. d'Hist. rév.", n. 5, est.-aut. 1988). Chiusura obbligata, e chiavi in mani sicure. -- Tutto questo è molto bello: specie, poi, quando, nello stesso tempo, i vari centri Wiesenthal e altre agenzie del genere ingiungono al Vaticano di aprire i suoi, di archivi, con l'arrière-pensée che, non trovandovisi certi documenti -- quelli attestanti lo sterminio perpetrato secondo un piano, ecc. -- che non possono esserci -- e dalla cui assenza, prevista, si prenderebbe, in ipotesi, pretesto (così come lo si prenderebbe dalla loro presenza) per una rinnovata edizione del solito romanzo storiografico --, si potrebbe rilanciare il processo alle altissime gerarchie cattoliche di 50-60 anni or sono, processo che l'esserci Wojtyla sul trono papale renderebbe, almeno per certi aspetti, paradossale: processo extragiudiziale, s'intende, ma non perciò meno terribile, considerati i personaggi che, una volta di più, sarebbero giudici e, insieme, parte in causa.
Quella di parlar d'altro non è semplicemente una tentazione, è una necessità. Ed ecco che al libro del Brayard tiene dietro quello di Nadine Fresco. Argomento di entrambi: la persona di Rassinier. Pur di demolirla, la Fresco -- come Brayard prima di lei, e lei con accanimento perfino maggiore -- non sembra essersi fatta prendere da troppi scrupoli: è quello che va emergendo da qualche primo esame delle sue quasi ottocento pagine (*). Ma facciamo conto per un momento che le quasi ottocento pagine squadernino solo la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, facciamo conto che la persona di Rassinier fosse effettivamente tale da poter soltanto uscire malconcia da un esame rigoroso: che cosa mai, a fil di logica, ciò significherebbe in ordine alla fondatezza e attendibilità scientifica del revisionismo olocaustico? Rassinier potrebbe pure essere stato quale lo dipinge la Fresco: vanitoso, ambizioso, bilioso, borioso, fanfarone, irresponsabile, egocentrico, megalomane; e cionondimeno l'indirizzo di ricerca che lo ha come capostipite (indirizzo il cui sviluppo si è orinai da un pezzo lasciato alle spalle quel pioniere che egli meritoriamente fu) potrebbe benissimo aver dato e continuare a dare la prova provata della propria validità.
Ed è precisamente ciò che è accaduto e accade. Sul valore delle loro sedicenti confutazioni sono gli antirevisionisti stessi a pronunciarsi nei tertnini più severi: è quello che fanno da quando hanno accettato (con plauso questo o quello della congrega, dissociandosi, ma solo per la forma e con molta ipocrisia, qualche altro) che l'Inquisizione e l'Index Librorum prohibitorum venissero ripristinati e che l'espressione pubblica dei risultati scaturenti dalle ricerche revisionistiche sull'olocausto venisse trasformata in reato penale in Francia, Germania, Austria, Belgio, Svizzera, Spagna. Ecco -- in regime di democrazia formale -- una violazione dei diritti umani della quale non si darà pensiero nessuna Amnesty Intemational!
Ma, se qualcuno è nella necessità di parlar d'altro, i revisionisti non hanno la più lontana intenzione di facilitargli il giochetto. Quella necessità non è la loro: non sono loro, infatti, ad avere un mito da tenere in piedi: non, in particolare, un mito di Rassinier. Hanno, invece, solide ragioni di pensare che sul piano della conoscenza storica la leggenda si manifesti ogni giorno che passa per quello che è. Questa conferenza di Arthur R. Butz (l'autore di The Hoax of the Twentieth Century) faceva benissimo il punto sulla questione già poco meno di vent'anni or sono. Quanto alla persistenza della leggenda sul piano che è proprio della leggenda -- ossia presso milioni e milioni di uomini ingannati da mezzo secolo e agli occhi dei quali una coglioneria come La vita è bella ha buone probabilità di passare non proprio come un documento storico, ma quasi --, questo, evidentemente, è un altro discorso.
*) Si vedano nel sito Internet dell'AAARGH (acronimo dell'Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerre et d'Holocauste) questi primi testi -- altri ne appariranno -- dedicati al libro della Fresco, Fabrication d'un antisémite (Ed. du Seuil, 1999), libro il cui contenuto corrisponde al titolo in una maniera molto speciale: l'antisemita, fin che le parole hanno un senso, non salta fuori da nessuna parte, siamo, sì, in presenza di una fabbricazione, che però non è quella che l'autrice si dà l'aria di ricostruire storicamente passo dopo passo. La fabbricazione c'è, ma è opera del l'autrice stessa. Diciamo "fin che le parole hanno un senso" perché è chiaro che, so ad una parola avente un senso riconosciuto se ne conferisce uno diverso, non c'è cosa a questo mondo che non possa venir "dimostrata".
Ora, il senso diverso conferito alla parola antisemita è esplicitato dalla Fresco nell'affermazione, sfacciata quanto categorica, secondo cui un revisionista (un "negazionista", dice lei) sarebbe ipso fatto un antisemita (p. 69).
Quanto alla forma più generale del criterio che presiede a questo mutamento- stravolgimento del senso di antisemita, essa non è per niente difficile da individuare anche solo procedendo a fil di logica; e, d'altronde, è l'autrice stessa a mettercene sotto gli occhi l'enunciato citando un passo di Rassinier, il quale quella forma più generale l'aveva a suo tempo individuata per conto proprio. Si vedrà, infatti, che, in questo passo del '46, Rassinier delineava anticipatamente il metodo impiegato, mutatis mutandis, contro di lui dalla sua biografa: "Le citoyen Dreyfus[-Schmidt] est israélite, et il crie à l'antisémitisme, au racisme, à l'hitlérisme, etc. Comme s'il suffisait d'être israélite pour avoir le droit de faire une politique contre laquelle personne n'aurait le droit de protester" (p. 487; cfr. p. 476 s.). Antefatto di questa caratterizzazione: il candidato socialista Rassinier si contrapponeva, nella persona del candidato radicale, a colui che -- cosa che in questa contrapposizione non aveva parte alcuna, altrimenti la Fresco non domanderebbe di meglio che di dircelo -- era il terzo israelita tra i sindaci che si erano succeduti a Belfort nel ventennio 1919-1939, e che sindaco sarebbe stato di nuovo, nel dopoguerra, a tre riprese, per sedici anni (p. 730, nota 18), oltre che, sempre nel dopoguerra, deputato della città: carriera politica dietro la quale non sembra arbitrario intravedere un'influenza locale particolarmente forte (cfr. p. 359), la quale, per essere stato, come si è detto, il Dreyfus-Schmidt preceduto nella carica da due correligionari in breve giro di anni, non poteva essere solo sua personale. Appare poco probabile, infatti, che un piccolo gruppo sociale esprima in pochi anni tre sindaci senza avere un ruolo cospicuo nella vita cittadina.
Ora, nel 1940 Belfort contava 30.000 cattolici, 7.900 protestanti e 1.200 ebrei (p. 361), e quest'ultima cifra è, nella sua relativa esiguità, tanto più significativa in quanto pare includere anche un numero imprecisate di poveri diavoli non naturalizzati, ebrei provenienti dall'Europa orientale, soprattutto dalla Polonia (p. 360 s.), gente che di influenza non ne aveva di certo e che nell'anteguerra, se avesse goduto del diritto di voto, verosimilmente si sarebbe ben guardata dall'esercitarlo a vantaggio del borghesissimo avvocato radicale. C'è da augurarsi di poter ricordare questo non inedito abbinamento di esiguità e influenza senza che nel richiamo ai numeri che lo attestano si pretenda di leggere a nostro carico una qualunque propensione verso l'idea che ad essere infranta a Belfort fosse un'intuitiva e sottintesa norma di proporzionalità (a essere infranta era, semmai, una norma di discrezione; ma forse è arbitrario parlare, in questo caso, di norma, giacché può mai darsi una norma senza che sia accettabilmente individuabile il soggetto per il quale essa dovrebbe essere tale?). Vi si legga, invece, il motivo per il quale -- in ciò convergendo noi in una certa misura con la Fresco riguardo ad una sorta di territorialità (che peraltro non va enfatizzata, come invece fa costei) nella formazione di Rassinier -- ci pare tutt'altro che da escludere l'ipotesi che la constatazione di una così evidente influenza la sua parte l'abbia avuta nel sensibilizzare colui che scriverà Le Drame des juifs européens e Les Responsables de la Seconde Guerre mondiale ad un problema che travalicava e travalica ogni particolare territorialità, ogni localismo. Ma le conclusioni cui egli giunse in ordine a questo problema, ivi comprese quelle revisionistiche, possono essere tacciate di antisemite solo attenendosi, come fa, appunto, la Fresco e come fanno tanti altri, al criterio che Rassinier aveva messo a fuoco così incisivamente quando ad attenervisi era il suo antagonista locale.
Nell'affermazione che l'antirassinierismo della Fresco sia anche più sistematico di quello di Florent Brayard, non v'è nulla che sia meno che esatto. Costei si industria di gettare la luce più sfavorevole perfino là dove Brayard (che, pure, non scherzava) ha ritenuto di non poterlo fare, per dir così, giustificabilmente. Si veda a proposito di Jircszah, figura che ogni lettore della Menzogna di Ulisse ricorderà. Nelle ventitrè righe che gli riserva, la Fresco, senza mai dire che si tratta di un prodotto della fantasia di Rassinier, di una sua creazione, conduce per mano il lettore a concludere in tal senso. In quelle ventitrè righe il nome del personaggio ricorre tre volte; la terza volta, quando ormai la conclusione è maturata "autonomamente" nella testa del lettore, eccolo arricchirsi delle virgolette (p. 515), strizzatina d'occhio il cui significato è del tutto trasparente: "Macché Jircszah e Jircszah, qui è Rassinier che parla per bocca di una figura di comodo inventata di sana pianta per l'occorrenza". A tutto questo esercizio di ciò che si sarebbe inclini a definire adescamento la Fresco è costretta dal fatto che, se anche tace circa una molesta testimonianza raccolta da Brayard, non può nemmeno fare, però, come se quella testimonianza non esistesse. Qualcuno, purtroppo, tra i compagni di deportazione di Rassinier ha conservalo il ricordo del singolare personaggio rispondente a quel nome, e di ciò disgraziatamente Brayard ha fatto parola nel suo libro (cfr., di lui, Comment l'idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, Fayard, 1996, p. 34 e nota 6: l'autore tenta pure lui di presentare Jircszah come "un double à moitié fictif -- solo "à moitié" -- di Rassinier, ma il tentativo è vanificato dal fatto che i tratti culturali e umani del personaggio quali li si desume dalla testimonianza danno la consistenza del leale all'immagine fornitaci dalla Menzogna di Ulisse).
E' stata, à n'en pas douter, questa circostanza del ricordo rimasto vivo nel vecchio deportato e reso noto da Brayard ad impedire alla Fresco di proclamare apertamente che sulla realtà di Jircszah Rassinier mentiva. Ma la buona donna, cui non fanno difetto le risorse del mestiere, le ha messe a frutto perché il lettore non illuminato arrivasse "per conto proprio" a esserne convinto.
Estratto da Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'<olocausto> di Arthur R. Butz, Graphos, 1999.pp. 7-12.
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Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'<olocausto>
Introduzione
Quando, nel corso di una discussione su un qualunque argomento, critichiamo una persona e diciamo che "gli alberi nascondono la foresta", abbiamo presente un tipo di difetto intellettuale molto particolare. A questa persona non rimproveriamo di essere incompetente o di avere sull'argomento delle vedute erronee o poco congrue. Al contrario, può darsi che le sue vedute poggino su ricerche la cui profondità e forza siano tali da far onore ad ogni bella intelligenza. Quel che vogliamo dire è che questa persona si concentra su dettagli fino al punto di non vedere l'insieme, più largo, del contesto; in particolare, se questa persona adottasse e mantenesse una prospettiva più elevata, risolverebbe molti dei problen-ti che, da principio, avevano destato in lei una curiosità di ordine generale per l'argomento.
Tre anni fa, nella mia prima conferenza all'Institute for Historical Review, avevo evocato esplicitamente questo problema. A pag. 10 del mio libro The Hoax of the Twentieth Century avevo formulato un'osservazione che, se misurata in tutto il suo significato, renderebbe superflua buona parte del mio studio:
La più semplice delle buone ragioni di essere scettici riguardo all'accusa di uno sterminio è anche la ragione più semplice da concepire: alla fine della guerra erano sempre là.
Durante tutta la controversia sull'"olocausto" il mio pensiero è tornato di continuo su questo punto. Il fatto che una tale controversia abbia potuto scatenarsi, ma che solo di rado vi sia affiorata questa osservazione, suscita alcuni interrogativi che è interessante esaminare.
Da un lato, se, nel mio libro, faccio questa osservazione, così come faccio altre osservazioni storiche generali dello stesso genere, questo prova che non ho avuto lo sguardo del miope che non vede altro che gli alberi, e non la foresta. D'altro lato, però, posso dare l'impressione di essere affetto da miopia quando, in certi passi del mio libro, mi concentro su oscuri dettagli. E' questa visione a doppio fuoco che formerà l'oggetto della mia esposizione. Vorrei, prima, sviluppare di più, dell'argomento, l'aspetto "foresta", cioè ricollocare più fermamente e più nettamente l'argomento dell'"olocausto" nel più generale contesto della storia del secolo XX; poi, vorrei mostrare come gran parte delle ricerche che sono state condotte in questi ultimi anni, comprese, naturalmente, le mie, presupponessero e cercassero di soddisfare le esigenze di interlocutori affetti da miopia. Grazie, in palle, ad un'analogia attinta alla storia, mi sforzerò di mostrare che, nella pratica, questa pesante insistenza sul dettaglio appare, oggi, giustificata e anche necessaria, ma che è importante, non fosse altro che per evitare di inciampare su punti di dettaglio, tenere ben presente il contesto storico più largo.
Gitta Sereny
L'articolo apparso nel "New Statesman" del 2 novembre 1979 con la firma di Gitta Sereny ci fornisce un buon esempio. La Sereny ha cercato di confutare la mia argomentazione concentrandosi unicamente su di un punto. Quando preparava il suo libro Into That Darkness [*] si era recata in una prigione tedesca per intervistarvi Franz Stangl, l'ex comandante di Treblinka (un luogo al centro della Polonia che serviva come campo di transito per i deportati ebrei di Varsavia). Ecco quel che scrive:
Per settimane ho parlato con Stangl nella sua prigione. Ho parlato con persone che hanno lavorato ai suoi ordini, e con le loro famiglie. Ho parlato con persone che, senza esservi particolarmente implicate, sono state testimoni di quegli avvenimenti in Polonia. E ho parlato con alcuni del piccolissimo numero di quelli che sono sopravvissuti.
Nel suo Hoax Butz pretende che coloro (delle centinaia) che hanno confessato la loro partecipazione allo sterminio l'hanno fatto per facilitare la loro difesa in maniera da ottenere pene più miti. Ma quelli ai quali ho parlato erano stati già giudicati. Molti avevano finito di scontare la condanna e nessuno di loro aveva qualcosa da guadagnare, a parte la vergogna, parlandomi così. Stangl stesso non desiderava se non di parlare, e poi morire. E Stangl è morto. Ma se [...] Butz [...] si interessasse davvero alla verità, la moglie di Siangl e molti altri testimoni sono ancora là per testimoniare.
Benché questo non sia molto importante, constato che la Sereny nel suo colloquio ha male interpretato le speranze che Stangl nutriva. Secondo il libro stesso di lei, Into That Darkness, Stangl aveva presentato appello contro la condanna a vita ed era in attesa del verdetto; è verosimile, dunque, che prima di morire volesse uscire di prigione.
Chiunque conosca appena un po' i dettagli della leggenda di Treblinka (ad es., che sarebbe stato utilizzato il gas di scarico di carri e camion presi ai russi per "gassare" la gente) si rende conto del fatto che le osservazioni della Sereny sui suoi colloqui con Stangl non hanno nulla a che vedere con la storia. Temo, tuttavia, che, in questo esempio tipico, questo scetticismo di buona lega non vada disgiunto, quando si tratta di dare una spiegazione dei discorsi di lei, da qualche miopia.
La prima manifestazione evidente di miopia consisterebbe nel dire o insinuare che la Sereny ha mentito e che Stangl non ha mai detto niente di ciò che essa gli fa dire. Si potrebbe anche immaginare che egli sia stato minacciato o torturato perché facesse quei discorsi. Ma, se si tien conto del contesto dei discorsi di Stangl piuttosto che del loro contenuto, ci si accorge presto dell'insulsaggine di questo tipo di reazioni. A quel tempo Stangl era un vecchio. Erano venticinque anni che sentiva i racconti di ciò che si era verificato, pare, a Treblinka. Beninteso, da principio aveva cominciato col riderne dentro di sé. Poi si era abituato a vivere in ambienti in cui racconti del genere non venivano mai rimessi pubblicamente in discussione.
E' possibile (giacché è ciò che a volte succede in questo genere di circostanze) che abbia com-inciato a credervi anche lui, o forse era sempre dell'idea che questi racconti fossero all'incirca pura invenzione. Probabilmente non lo sapremo mai, ma quel che sappiamo è che, al momento del suo incontro con la giornalista Sereny, lo sfortunato vecchio di certo non poteva non fare ceri se stesso il ragionamento secondo cui i suoi casi non si sarebbero andati accomodando se lui avesse negato la leggenda di Treblinka. Quanto a me, sono convinto che Stangl abbia effettivamente tenuto alla Sereny il genere di discorsi che essa riporta. Evidentemente, avrà tentato di discolparsi; ma quale vantaggio avrebbe ricavato dal dire alla Sereny che le "gassazioni" erano un mito?
E' la ragione per la quale mandavo al "New Statesman" una risposta che non venne pubblicata, ma che il "Journal of Historical Review" ha riprodotto (1), e in cui dicevo questo:
Il punto essenziale è che bisogna presumere che questo genere di dichiarazioni sia dettato da un interesse personale, non dalla verità storica. In occasione di un processo [trial, che significa anche saggio], si "giudica" [to try, che significa anche saggiare] una data cosa, vale a dire si ritiene che il tribunale cominci col trattare il caso come una questione da dibattere.
L'accusa di "sterminio" non è mai stata messa in questione praticamente in nessuno dei processi che vi si riferivano e, in certi casi, non è mai stata questionata nel senso giuridico del termine. La questione non ha mai riguardato altro che la responsabilità personale nel quadro di un'accusa di sterminio che non veniva mai, essa, posta in questione. E' così che ]e "confessioni" di certi tedeschi, che in tutti i processi hanno tentato di negare la loro responsabilità personale o di minimizzarla, rimanevano semplicemente il loro solo mezzo di difesa nelle circostanze in cui si trovavano.
Non è, propriamente parlando, una "negoziazione alla sbarra" come quando vi è intesa tra accusa e difesa, ma non ne siamo molto lontani. La sola cosa che conti è presentare al tribunale una storia che esso possa accettare. Una volta che il convenuto decida di prendere il "giudizio" o "saggio" sul serio, il dilemma logico è inevitabile. Non è negando la leggenda che StanSI poteva uscire di prigione.
Inoltre, non è vero, contrariamente a quel che sostiene la Sereny, che questo dilemma logico sparisca nel caso di un accusato condannato al carcere a vita. Se questi aspira alla grazia o alla libertà condizionale, non cercherà di rovesciare quel che è stato deciso in aula; non è in questo modo che si ottiene la grazia o la libertà condizionale. Ad es., al "processo di Auschwitz" del 1963-65 a Francoforte, i fatti di cui veniva incolpato Robert Mulka erano a tal punto mostruosi che innumerevoli persone giudicarono troppo lieve la condanna a 14 anni di lavori forzati. E poi, conclusione stupefacente per chi non abbia studiato da vicino questo caso, Mulka fu tranquillamente rilasciato meno di quattro mesi dopo. Ora, se, durante il processo o dopo, egli si fosse difeso sostenendo -- del resto, in completa sincerità -- che ad Auschwitz non c'erano stati stermini e che lui era stato nella posizione giusta per saperlo, avrebbe scontato, nel primo caso, una condanna alla prigione a vita e, nel secondo caso, tutti i suoi 14 anni, supponendo che fosse campato abbastanza a lungo per farlo.
Non è molto noto, ma sono esistiti molti esempi di questo genere -- l'argomento è difficile da studiare (2). Non c'è caso in cui l'accusato avrebbe avuto vantaggio, per la salvaguardia del proprio interesse personale immediato, a negare gli stermini Non era il metodo buono per uscire di prigione. (3)
Se in un dibattito si accetta come regola l'atteggiamento puramente difensivo che consiste nel combattere punta per punto gli argomenti dell'avversario, continuo a pensare che è così che bisognava rispondere alla Sereny. In un primo tempo queste righe mi soddisfacevano, ma, nel mornento stesso in cui le scrivevo, fui colpito dal carattere insensato del contesto nel quale ci trovavamo. Eravamo nel 1979, non nel 1942, e la Sereny si stava basando sulle osservazioni di un vecchio tagliato fuori da tutto per spiegare ai lettori del "New Statesman" che bisognava prestar fede alle storie di "sterminî". Allora completai così la mia lettera:
Non abbiamo bisogno di "confessioni" o di "processi" per stabilire che hanno avuto veramente luogo i bombardamenti di Dresda o Hiroshima, o le rappresaglie di Lidice che seguirono l'uccisione di Heydrich. Ora, la leggenda dello sterminio non menziona solo pochi casi di omicìdi; afferma l'esistenza di avvenimenti della dimensione di un continente dal punto di vista della geografia, di una durata di tre anni dal punto di vista del tempo e di parecchi milioni dal punto di vista delle vittime. Che assurdità, di conseguenza, da parte dei sostenitori della leggenda, voler "provare" avvenimenti di tale ampiezza appoggiandosi su "confessioni" ottenute nel clima dell'isteria, della censura, dell'intimidazione, della persecuzione e della flagrante illegalità che circondano l'argomento da trentacinque anni!
In altre parole, nel suo articolo del 1979 la Sereny per affermare la realtà degli avvenimenti colossali di cui parliamo, traeva argomento da ciò che le aveva appena detto un vecchio in prigione. Era come attribuire agli zingari l'incendio di New York nel 1950 basandosi sulle confessioni degli zingari che abitavano nella città a quel tempo. Naturalmente, la Sereny potrebbe ritorcermi che io faccio caso ad una sola delle sue osservazioni, come se si trattasse della sua sola argomentazione. Ma, anche se riconosco che lei ha infinitamente di più da dire sull'argomento, la mia osservazione di fondo resta valida. La Sereny occupava parecchie colonne di un grande giornale per esporre argomenti che, nel 1979, erano senza rapporto alcuno con la sua accusa. Se gli ebrei d'Europa fossero stati realmente sterminati, argomenti siffatti non verrebbero avanzati.
Quando vidi Robert Faurisson nel 1980, egli si felicitò con me per aver fatto io notare che non si ha bisogno di "processi" per credere ad avvenimenti storici veri (Hiroshima, Lidice, ecc.) e mi disse che deplorava di non avere lui stesso pensato a ciò. Sapevo cosa sentiva perché, all'incirca al tempo dell'articolo della Sereny, un uomo che allora mi era sconosciuto mi aveva telefonato e mi aveva posto una domanda che mi era molto rincresciuto di non aver pensata io stesso.
La domanda era questa: perché le organizzazioni ebraiche esistenti fuori della sfera dell'Asse e che avevano tanto da dire sullo "sterminio" e sull'"assassinio" [degli ebrei] non avevano cercato di avvisare gli ebrei sottoposti al giogo hitleriano di ciò che si nascondeva dietro i pretesi programmi tedeschi di trasferimento di popolazioni? In tutti i racconti ci viene narrato che gli ebrei facevano i loro bagagli per partire in deportazione e che poi entravano nei campi senza immaginare che si era sul punto di ucciderli. Questo aspetto della leggenda è evidentemente necessario, perché è ben noto che vi fu pochissima resistenza violenta alle deportazioni (ho fatto parola di questa questione a p. 109 del mio libro The Hoax, ma in nessun luogo vi ho insistito a sufficienza).
La lezione più generale da trarre da questi due episodi formerà l'argomento della presente esposizione. Come si vede, in questi due episodi c'è stato un momento di miopia, non, semplicemente, da parte dei sostenitori della leggenda, ma -- cosa che interessa di più -- da parte dei revisionisti, che a tal punto si preoccupavano degli alberi che è stato necessario l'intervento del caso per aprir loro gli occhi su aspetti importanti della foresta. Non si tratta di un difetto inerente agli individui. La cosa deriva dalle circostanze storiche in cui ci troviamo. Tenterò di descrivere queste circostanze e di mostrare come dovremmo condurci oggi. Lo farò, da un lato, esponendo la mia idea circa il probabile punto di vista della posterità su questi problemi e, dall'altro lato, avanzando parecchi suggerimenti sulla linea che in realtà dovremmo tenere nella controversia.
La Donazione di Costantino
La Donazione di Costantino è il più celebre falso della storia europea. Fece la sua apparizione intorno all'anno 800. Si trattava di un documento che si diceva scritto "dalle mani" [sic] dell'imperatore Costantino (288?-337) e che raccontava la leggenda, tenace, ma falsa, della sua conversione e del suo battesimo ad opera di papa Silvestro I. Il tratto principale di questo documento sta nel fatto che esso concedeva graziosamente al papa l'autorità temporale su "la città di Roma e tutte le province, luoghi e stati d'Italia, così come sulle regioni occidentali". Stabiliva altresì che il papa "avrebbe esercitato la sua supremazia anche sui principali luoghi [santi], Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli" e altrettanto graziosamente concedeva un certo numero di vantaggi diversi. Perché fosse chiare che questa donazione costituiva una garanzia, il documento conteneva inoltre una dichiarazione di Costantino con la- quale questi manifestava la sua intenzione di trasferire la sua capitale ne "la provincia di Bisanzio [dove] verrà costruita una città a nostro nome [...] perché un imperatore terreno non può esercitare la sua autorità là dove il primato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana sono messi al potere dall'Imperatore celeste".
Quello che è del più alto interesse è che l'autenticità del documento non fu minimamente contestata prima del secolo XV nonostante i fatti che seguono:
1. stando alle leggende e alle storie che potevano trovarsi in abbondanza durante tutto il Medioevo e stando al documento stesso, la città che Costantino fondò nell'antico sito di Bisanzio, città successivamente denominata Costantinopoli, non era stata ancora fondata e ancora meno era stata trasformata in un importante luogo santo;
2. cosa più decisiva -- e qui si vede l'analogia con l'espressione "erano sempre là", da me adoperata poco fa a proposito dell'"olocausto" -, secondo i rapporti e le storie di tutta questa fase del Medioevo è in Italia che l'autorità imperiale ha continuato a venire esercitata sotto il regno di Costantino, di Silvestro e dei loro immediati successori.
A spiegare che si sia tanto tardato a rendersi conto che la Donazione era un falso non è certo la mancanza d'interesse o di significato della questione. Buona parte della vita politica del Medioevo ruotava intorno alla controversia sui poteri rispettivi del papa e del Sacro Romano Impero Germanico, e a prender parte a discussioni nel corso delle quali la Donazione veniva utilizzata come argomento a favore del papa erano delle intelligenze di prim'ordine. Anche Dante, che era un nemico dichiarato del potere temporale dei papi, ha sfiorato la questione della Donazione nell'Inferno (XIX, 115-17), ma per rimproverare a Costantino di averla effettuata:
Ahi, Costantin. di quanto malfu matre
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!
E' così che un falso completamente antistorico [**] fu per secoli al centro di una controversia senza essere, per così dire, mai contestato; è un po' come se si fosse attribuita a George Washington la paternità di una lettera recante la sua firma e concedente alla Chiesa episcopale metodista "il potere di far la legge su Washington e i suoi territori dell'America del Nord".
Le prime contestazioni furono, come accade di solito, sciocche, inessenziali, tendenziose o appesantite da circonlocuzioni, e spesso, come nel caso di Dante, si contestava il beneficio della Donazione, ma non il carattere storico di essa. A metà del secolo XII il movimento di riforma di Arnaldo da Brescia se la prese con la leggenda di Silvestro e della Donazione nel suo insieme argomentando che Costantino, quando incontrò Silvestro, era già battezzato. Tra i ghibellini antipapisti di Germania nacque verso il 1200 la leggenda secondo la quale, nel mo:mento in cui Costantino aveva fatto la Donazione, gli angeli in pianto avevano fatto sentire queste parole: "Ahimè, ahimè, oggi si è versato veleno nel seno della Chiesa di Dio". 1 partigiani del papa ritorsero che si era sì sentito piangere. ma che a piangere era il Diavolo che si era camuffato per cercare di ingannare il mondo. Altri facevano presente che la Donazione era priva di valore perché Costantino era colpevole di arianismo, o perché non si era domandato il consenso delle popolazioni interessate, o perché si giudicava che l'offerta non si applicasse se non al regno di Costantino. Altri vedevano nella Donazione un Colpo assestato subdolamente al papato con il fine di provare che il primato del papa non derivava da Dio, bensì dall'imperatore. Quest'ultimo argomento ispirò fino alla metà del secolo XV la posizione adottata verso la Donazione dalla maggior parte delle voci antipapali. Verso il 1200 due autori avevano fatto notare che il regime imperiale aveva continuato ad essere esercitato in Italia successivamente alla pretesa Donazione, ma presentavano la faccenda con molte circorilocuzioni e senza palesare le loro personali conclusioni, cosicché la loro influenza non segnò se non scarsamente la prosecuzione della controversia.
E' nel 1433 che apparve quella che si potrebbe dire una critica concludente della Donazione; non era l'opera di un avversario del papa, ma di qualcuno che si potrebbe definire un riformatore liberale all'interno della Chiesa. Nicolò Cusano, diacono di S. Fiorino a Coblenza, presentò ad uso del Concilio di Basilea una critica della Donazione che poneva in risalto gli innumerevoli elementi storici che provavano come non si fosse avuto il minimo trasferimento della sovranità dell'imperatore a beneficio del papa al tempo di Silvestro e Costantino o immediatamente dopo.
Il De concordantia catholica di Nicolò Cusano ebbe poco effetto diretto, in ragione, da un lato, del suo tono distaccato e spassionato, e per il fatto che, dall'altro lato, fu eclissato nel 1440 dal De falso credita et ementita Costantini donatione declamatio di Lorenzo Valla [***]. E il nome di Lorenzo Valla quello che rimane più strettamente legato alla denuncia di questa mistificazione, innanzitutto perché il notevole talento personale di lui si aggiungeva al lavoro di Nicolò Cusano, poi in ragione del carattere eloquente e appassionato del suo scritto e, infine, perché di lì a poco i progressi della stampa e il movimento della Riforma permisero la diffusione massiva dello scritto in vari paesi.
Il metodo del Valla consisteva essenzialmente nel sottoporre la Donazione alla critica sotto tutti i profili possibili a quel tempc. Ad es., egli cominciò col considerare la questiane dal punto di vista della personalità di Costantino, "un uorno che per sete di dominio aveva mosso guerra a nazioni intere; che, a prezzo di attacchi e discordie civili, aveva allontanato parenti e amici per prendere il potere", e che, poi, si sarebbe pretesamente "messo ad offrire ad un terzo, per pura generosità, la capitale del mondo, la regina delle nazioni, [...] per andare a ritirarsi in una modesta cittadina, Bisanzio". Dopo la semplice lettura di poche pagine del Valla si è già convinti che la Donazione appare incredibile, ma la trattazione prosegue lo stesso per ottanta pagine nella versione inglese, così da costituire una caso tipico di sovrasterrninio. Il Valla riprendeva l'argomento del Cusano secondo cui il preteso trasferimento di sovranità non aveva avuto luogo perché le monete romane dell'epoca erano state coniate con l'effigie degli imperatori, non con quelle dei papi. Il Valla studiava il linguaggio e il lessico del testo della Donazione e mostrava come non potessero appartenere al latino adoperato da Costantino. A quel tempo metodi siffatti erano nuovi.
Le ricerche erudite del Valla non erano disinteressate. Al tempo in cui scrisse il suo lavoro egli era segretario di Alfonso di Aragona, che disputava al papa il dominio di Napoli. Il Valla non lasciava al lettore il benché minima dubbio quanto alle sue convinzioni: per lui il dominio temporale era cosa cattiva e bisognava abolirlo. Nondimeno, il suo lavoro rappresenta una tappa nella nascita della critica storica e io ritengo che lo studio di esso possa oggi riuscire utile a colore che si sono dati lo scopo di smontare il mito del genocidio.
Certo, a Strasburgo nel 1458 un uomo fu mandato al rogo per aver negato la Donazione, ma la tesi di Valla da principio fu abbastanza bene accolta negli ambienti colti, anche se il trattato restava ancora allo stato di manoscritto. Verso il 1500 si poté credere alla fine della leggenda; ciò era forse dovuto al fatto che le discussioni di fondo sulla natura del papato si erano piuttosto calmate. Senonché, per ironia della sorte, i progressi della Riforma e l'abbondante uso che si fece dello scritto del Valla come di un'arma contro il papato ebbero l'effetto di resuscitare la leggenda. Da una parte, Martiri Lutero dichiarò nel 1537 che lo scritto del Valla lo aveva convinto del fatto che il papa era l'incamazione dell'Anticristo. Dall'altra parte, Steuco, bibliotecario del Vaticano, pubblicò nel 1547 una critica abbastanza abile della Declamatio, che, di lì a poco. venne messa all'Indice. Si può ritenere che la leggenda sia stata del tutto abbandonata solo intorno al 1600, quando Cesare Baronio, grande storico cattolico, dichiarò che il falsa era provato.
Questo breve cenno pone almeno due questioni fondamentali. In primo luogo abbiamo rilevato che il carattere fraudolento della Donazione sembrava risultare con ogni evidenza dal semplice fatto che il preteso trasferimento di sovranità non aveva in realtà avuto luogo. Perché, allora, è occorso tanto tempo per svelarlo?
Penso che la ragione fondamentale risieda nel fatto che, fino al Rinascimento, trarre a proposito della Donazione le conclusioni che si imponevano sarebbe stato contrario agli interessi politici. A imponenti interessi politici ed ecoriomici difficilmente si possono opporre semplici osservazioni, anche ove queste siano fattuali e calzanti. Le due ragioni che si presentano più spontaneamente per spiegare perché la leggenda sia stata abbandonata in quell'epoca sono che il Rinascimento aveva dato luogo in Europa ad un più elevato livello di erudizione e che la Riforma aveva favorito il progresso delle idee antipapali. Penso che questa interpretazione sia valida a patto che con ciò non si intenda che il Medioevo non sarebbe stato intellettualmente in grado di scorgere la frode. L'evoluzione politica della fase postmedioe vale ebbe importanza decisiva nel permettere che gli occhi si aprissero, in tutta sicurezza e anche con profitto, su quello che era evidente.
Se si esamina da vicino questa spiegazione essenzialmente politica si ritrova il problema di sempre: salvo sforzi eccezionali da parte nostra, "l'albero ci nasconde la foresta". Perché si veda l'evidenza, è necessario che, in una maniera o nell'altra, essa si presenti a noi. Ciò che restava in mente della controversia sulla Donazione era che i papi rivendicavano l'autorità temporale, che pertanto si faceva riferimento a quel documento e che gli ambienti avversi al papa trovavano in essa ogni sorta di argomenti. La storia romana era abbastanza ben conosciuta, ma in genere non veniva presentata in maniera intelligente. Senza dubbio, ci si può stupire di questa lacuna, ma le spiegazioni di essa sono semplici. Per cominciare, i papi occupavano una posizione solidamente fortificata, e, dunque, decidevano di ciò che doveva essere discusso; non ci si poteva minimamente aspettare di vederli preconizzare lo studio del documento su basi storiche. Poi, gli avversari della Donazione, stante la loro situazione di dissidenti, dovevano attenersi ad argomenti familiari a tutti se volevano, in pratica, anche soltanto farsi intendere. Inoltre, poiché erano preoccupati più di difendere degli interessi politici o religiosi che non la verità storica, spesso ignoravano l'aspetto storico della questione. Per un altro verso, coloro che facevano professione di letterati in larga misura dipendevano per campare dalle autorità ecclesiastiche. E così erano presenti tutte le condizioni perché regnasse una forma di stupidità a fondamento politico.
Veniamo alla questione essenziale. Ammettendo che il carattere fraudolento della Donazione avrebbe dovuto imporsi come evidente a intelligenze senza timidezza e curiose e che con un'evoluzione politica favorevole l'intimidazione sarebbe diminuita fino al punto di sparire, perché, allora, per venire a capo dell'impostura è stato necessario un trattato lungo come quello del Valla?
Formulata in quest- termini, la domanda è sbagliata, soprattutto per il fatto che presuppone relazioni di causa ed effetto. Non si possono distinguere le cause e gli effetti in avvenimenti complessi che hanno visto (a) la rovina del potere temporale ad opera della Riforma, (b) il crollo di una delle imposture su cui pcggiava questo potere, e (c) la larga diffusione di un libro che denunciava questa impostura.
Tutt'al più ci si può chiedere quale ruolo abbia giocato lo scritto del Valla e di questo ruolo ci si può formare un'idea abbastanza adeguata esaminando il contenuto stesso dello scritto, che era molto più esteso, molto più dettagliato, di quanto fosse necessario per sostenere la tesi. La documentazione dell'opera era così abbondante, così varia, che il suo effetto non poteva essere che irresistibile. Gli amatori di monete antiche avevano la loro parola da dire; gli esperti di latino e di grammatica erano invitati a prendere la parte loro spettante nella controversia; i conoscitori della storia romana si sentivano tirati in ballo, proprio come quelli di storia ecclesiastica. Insomma, in persone che avevano l'arte della parola le lingue si sciolsero, e ciò nel contesto di un'evoluzione politica colossale.
Nell'esposto che ho fatto qui tre anni fa per il nostro convegno ho sottolineato il fatto che non bisogna sottovalutare il ruolo delle controversie extrauniversitarie come mezzo per spingere i docenti ad interessarsi ad argomenti controversi. Con ciò voglio dire -- e parlo per averne fatto esperienza in quanto professore universitario -- che nei confronti degli argomenti scottanti l'atteggiamento caratteristico del docente, atteggiamento profondamente onesto, ma troppo umano, è quello di chi si chiama fuori.
Certo, esiste una piccola minoranza, quella dei lacchè al servizio dei profittatori della tesi ufficiale, che mente deliberatamente e trucca le carte. Ma viene il giorno in cui un'altra piccola rriinoranza finisce coll'attaccare la posizione fortificata; i discorsi dei dissidenti hanno, allora, l'effetto provvisorio di spingere una più larga minoranza sulle posizioni della cricca dei mentitori deliberati, e ciò per denunciare gli eretici.
Tuttavia, l'onesto universitario medio, che tenta di conservare un po'di rispetto per se stesso pur riuscendo a saldare le fatture. eviterà di pronunciarsi su di un argomento scottante.
Que,no chiamarsi fuori diventa difficile o impossibile quando un certo numero di persone del gran pubblico cominciano a porre domande fastidiose. Se questo modo di manifestarsi del sentimento pubblico si diffonde a sufficienza, ciò può, dopo aver reso impossibile il chiamarsi fuori, permettere agli eretici di esprimersi senza troppo pericolo. Di comeguenza, quando ci sono argomenti scottanti, non sottovaìutiamo il ruolo della loro propagazione nel gran pubblico come mezzo per incitare o anche per mettere in movimento quelli che dovrebbero occuparsene.
Le principali osservazioni che vorrei svolgere qui sono queste. Delle ragioni semplici e decisive che smentivano la Donazione costantiniana e che, secondo noi, avrebbero dovuto ap-rire gli occhi agli uomini del Medioevo sono state soffocate dalla politica di quell'epoca. Il lavoro del Valla, pur andando, nel dettaglio, ben al di là di quel che sembra necessario alla nostra concezione della storia, ha svolto un ruolo pratico cruciale nel crollo della leggenda della Donazione, ma questo fenomeno fu intimamente legato al falto che l'evoluzione politica era favorevole alla tesi del Valla e all'esame di essa in completa serenità.
Le analogie
Le analogie con la leggenda che ci interessa, quella dell'"olocausto", appariranno quasi troppo evidenti perché sia necessario dedicarvi del tempo. I docenti del Medioevo e del Rinascimento che non volevano vedere le cose semplici non avevano purtroppo niente da invidiare ai docenti d'oggi. Alcuni punti meritano tuttavia che ci si fermi sopra.
Abbiamo visto che la leggenda della Donazione è crollata in un'epoca in cui la situazione politica diveniva molto sfavorevole al papato. Questa circostanza suggerisce, com'è evidente, un'altra analogia e un'altra anticipazione: la leggenda dell'"olocausto" sia per crollare in un'epoca, la nostra, molto sfavorevole al sionismo. La concomitanza, prevedibile, dei due fenomeni è assolutamente inevitabile e non vi sfuggiremo, ma bisogna rilevame gli aspetti pericolosi. Essa provocherà pericolose pressioni, sia politiche, sia intellettuali, nel campo revisionista.
Ad esempio, nel momento in cui scrivo l'invasione del Libano ad opera dell'esercito israeliano ha fatto di Menahem Begin l'uomo più impopolare del mondo e di Israele lo Stato più impopolare del mondo. Si può a giusta ragione argomentare che gli invasori si sono scatenati brutalmente e senza scrupoli su innocenti vittime civili libanesi, che troppe tra queste ultime sono perite o sono state spogliate di tutto a seguito del tentativo posto in essere da Israele di distruggere le forze dell'OLP. Si può a giusta ragione argomentare che per il passato gli americani, drogati o raggirati, non hanno mai, in pratica, rifiutato nulla a Israele. Ma ho letto, anche in testi che denotano una certa simpatia per il revisionismo (5), che la politica di Israele equivaleva ad un "genocidio", il che non è vero, né nelle intenzioni né (ancor meno) nei fatti, per lo meno nel senso in cui intendo questa parola, ossia in senso prossimo alla parola "sterminio". Se si può ammettere che un'accusa tanto impropria sia la norma nei giornali a grande tiratura, disturba vederla adottata in ambienti a tendenza revisionista, perché questi ultimi, più di chiunque altro, dovrebbero essere capaci di distinguere tra i differenti generi di trattamenti inumani, e, questo, per riferire con esattezza gli avvenimenti storici.
V'è qui un pericolo reale. Di esso ci si renderà conto se si comprende che una confusione siffatta può spiegarsi tanto in termini di politica quanto con la naturale tendenza dell'uomo all'inesattezza. Negli anni a venire, su molte persone, revisionisti compresi, si eserciteranno molte pressioni perché siano p e r gli arabi, e non già semplicemente equi verso di essi. In parte queste pressioni verranno dal fatto che saranno proprio gli avvenimenti del Medio Oriente a fornire ai revisionisti l'occasione di farsi sentire. Di conseguenza, i revisionisti dovranno camminare sul filo del rasoio, da un lato per resistere a queste pericolose pressioni, dall'altro lato per sfruttare le aperture che offriranno loro gli avvenimenti politici. Certo, si vorrebbe potersi chiudere in una torre d'avorio a studiarvi la Mistificazione, ma non è così che le cose stanno per svolgersi.
Poiché la storia non si ripete mai, il paragone tra la Donazione e F"olocausto" non si applica a tutti gli aspetti salienti di queste due leggende. Ma vi è un altro importante punto di somiglianza che merita di venir notato. E' l'eccessiva attenzione accordata ai dettagli sia nello scritto del Valla sia nelle attuali ricerche revisionistiche: nell'un caso come nell'altro si sovrastermina. L'uomo del Rinascimento non osservava che il trasferimento di sovranità non aveva avuto luogo, ecco tutto;
noi non osserviamo che dopo la guerra gli ebrei erano sempre là, ecco tutto.
In apparenza noi dobbiamo spingere lo studio dell'argomento fino a dettagli che senza dubbio appariranno incredibili alla posterità. Ad esempio, non ci limitiamo a dire che lo Zyklon, impiegato, così si pretende, per le "gassazioni", è un insetticida; occorre anche che noi si analizzi nei minini dettagli gli aspetti tecnici di questa affermazione.
Questa cura del dettaglio è, insieme, auspicabile e necessaria. Nel nostro esame della Donazione abbiamo visto che era auspicabile. La cura del dettaglio comporta una grande diversità -- una grande quantità di riflessione sulla leggenda; è così che -- anche se i posteri ci accuseranno di miopia (e d'altronde questo avviene già) -- le lingue si sciolgono a tal punto, nelle circostanze pratiche e urgenti che sono le nostre, che quelli che per mestiere si occupano di questi problemi non li potranno più evitare. Di fatto, questo punto è già stato raggiunto e Raul Hilberg, in fondo, lo ammette. Autore dì The Destruction of the European Jews [#], egli, in un'intervista accordata di recente a un settimanale francrese, dichiarava (6):
Dirò che, in un certo senso, Faurisson e altri ci hanno reso un servizio senza volerlo. Hanno sollevato questioni che hanno avuto l'effetto di impegnare gli storici in nuove ricerche. Hanno costretto a raccogliere più informazioni, a riesaminare i documenti e ad andare più lontano nella comprensione di quello che è accaduto.
Che, inoltre, la cura del dettagli sia necessaria nel presente è una constatazione imposta dalla strategia impiegata nella loro propaganda dai promotori e dai sostenitori della leggenda ufficiale. Uno degli aspetti di tale strategia consiste nello schivare il vero e molto semplice interrogativo se effettivamente gli ebrei d'Europa siano stati sterminati fisicamente dai tedeschi, per concentrarsi invece sull'interrogativo, similare in apparenza e (a patto di imbrogliare a sufficienza le carte) falsamente equivalente, se i tedeschi abbiano o no utilizzato delle "camere a gas".
E' un procedimento caro ai mistificatori (altri ne menzionerò) dal quale troppi del campo revisionista o simpatizzanti del revisionismo si lasciano irretire. Per evitare qualunque malinteso preciso che per me la risposta ai due interrogativi è incontestabilmente no:
non è esistito programma di sterminio e non sono esistite camere a gas.
Ma soltanto il primo punto è al cuore della questione, mentre il secondo non ha che un'importanza accessoria per la scuola revisionista, così, almeno, come credo di comprenderne lo spirito. Ad esempio, se dovesse succedere che si scoprisse che un certo giorno del 1942 dieci adulti ebrei sono stati condotti nel quartier generale di Hitler nella Prussia orientale, che li si è chiusi nella doccia di Hitler (frettolosamente arrangiata per la circostanza) e che li si è gassati sotto l'occhio compiaciuto del Fiihrer, avrei ogni sorta di ragioni sia storiche sia tecniche di esserne stupefatto, ma questo non mi costringerebbe a cambiare parere o a tornare sull'essenziale della questione dello "sterminio". La scoperta rischierebbe di far vacillare quelli tra i revisionisti che pongono Hitler al centro del loro interesse, ma il problema non sta lì.
Grazie a vari stratagemmi, consistenti, ad esempio, nell'insistere su certi tipi di testimonianze o a discutere dello Zyklon in sé, i sostenitori della leggenda riescono spesso, nella controversia pubblica, a sostituire in modo inavvertito la questione dello "sterminio" con quella delle "camere a gas". Non che essi confondano l'una e l'altra. No: in tal modo essi volgono a proprio profitto riserve d'uso che si impongono nella quasi generalità degli argomenti storici.
Facciamo un esempio: se qualche tempo addietro si fosse domandato se i giapponesi abbiano gassato dei prigionieri durante la seconda guerra mondiale, avrei risposto che non ero a conoscenza di queste gassazioni. Ma proprio di recente ho letto un rapporto serio che menziona una gassazione di 404 "cavie umane" effettuata nel quadro di "ricerche sulle armi biologiche" (7). Ciò malgrado, continuo ad esser- certo che i giapponesi non hanno "sterminato" popolazioni.
Altro esempio: sono certo che durante la seconda guerra mondiale gli Alleati non hanno sterminato una parte appena un po' importante della popolazione esquimese e sono convinto che non hanno gassato nessuna comunità esquimese; ma noterete che nel primo caso sono certo, mentre nel secondo caso sono soltanto convinto. La differenza deriva dal fatto che, se si può provare che non è esistito nessun programma di sterminio degli esquimesi (ad esempio, dopo la guerra non si è rilevato che fossero scomparsi in quantità significative), non si può però mostrare che nessun esquimese sia stato gassato. Mi si dirà, naturalmente, che non c'era motivo evidente di gassare gli esquimesi, che non si trova traccia, nel dopoguerra, di accuse di gassazioni di esquimesi, ecc., e si può essere convinti che nessuna comunità esquimese è stata gassata (beninteso, è possibile che, a titolo individuale, degli esquimesi siano stati giustiziati in una camera a gas californiana per delitti particolari). Tuttavia. occorre sempre, ad es., contemplare la possibilità che una qualsiasi comunità esquimese isolata sia stata gassata in gran segreto perché avrebbe potuto minacciare la sicurezza di un'operazione militare ultrasegreta degli Alleati. Si tratta semplicemente di ciò che gli storici definiscono una riserva d'uso, applicabile a tutti i periodi della storia e che neanche si sta a dichiarare, tanto essa è ovvia.
Si può dimostrare che gli esquimesi non sono stati sterminati, ma non è possibile dimostrare che nessuna comunità esquimese è stata gassata. Allo stesso modo, e con il rischio di offrire ai miei avversari l'occasione di citare le mie parole fuori dal loro contesto e di fame uso in malafede, posso dimostrare- che da parte dei tedeschi non è esistito alcun programma di sterminio fisico degli ebrei, ma non posso dimostrare che nessun ebreo è stato gassato, anche se la mia lunga esperienza sul tema è tale che sono convinto che nessun ebreo sia statogassato.
Se si esaminano da vicino gli argomenti che sono stafi invocati da coloro la cui tattica consiste nel pretendere che gli ebrei siano stati gassati, è chiaro che ci si trova nell'ipotesi della "comunità esquimese isolata". In luogo di una situazione geografica isolata si pone una situazione amministra
tiva isolata: non si è trovata traccia scritta né di piani di camere a gas né della loro costruzione né delle gassazioni stesse, per nascondere i loro crimini i tedeschi bruciavano i cadaveri senza lasciare tracce; per ridurre i testimoni, ci si serviva degli ebrei stessi come manodopera in tali operazioni, e costoro venivano a loro volta uccisi. Non viene mai spiegato perché sarebbe stato utile o necessario conservare il segreto su queste operazioni, anche quando venivano organizzate delle manifestazioni in Madison Square per protestare contro il preteso massacro e c'erano dichiarazioni ufficiali di condanna da parte degli Alleati, da parte del presidente degli Stati Uniti, ecc. (8); non lo si spiega perché pochi saranno coloro che porranno questo tipo di domanda. Quel che conta è che tutta questa storia sia "provata" da alcuni "testimoni", che sia confermata davanti a un tribunale e utilizzata poi per edificare una menzogna di genere differentissimo e anche di tipo incomparabile, cioè lo sterminio fisico degli ebrei d'Europa.
E' un procedimento facile. Consiste nel prescindere completamente dal contesto e nel rovesciare la prospettiva: tecnica del gioco delle tre carte da cui si lasciano ingannare i gonzi. Purtroppo il procedimento è riuscito, ed è questa la ragione per la quale è tanto necessario quanto augurabile che i revisionisti si curino del dettaglio. I sostenitori della leggenda non vogliono che si affronti direttamente la questione dello "sterminio", perché documenti facilmente accessibili mostrano con chiarezza che gli ebrei non sono stati sterminati. Ma non esistono documenti facilmente accessibili che mostrino chiaramente cosa si è verificato durante la guerra in ciascun punto dell'Europa dell'Est, tenuto conto soprattutto dello sfruttantento politico che è stato fatto di questi documenti dopo la guerra, ed è qui che i mistificatori si mettono all'opera. Essi propongono di colmare queste lacune, generalmente non in base a documenti, ma in base a pretese ricostruzioni fatte secondo i loro "processi". Poiché occupano la posizione fortificata, sono loro effettivamente a dare il tono quanto ai temi del dibattito, ed è così che i revisionisti, nei rari dibattiti di apparenza scientifica ai quali sono invitati dai loro avversari, si trovano di fronte a dettagli che sono stati messi insieme a fini di inganno. 1 mistificatori non osano imperniare il dibattito sulla vera questione perché essa è troppo semplice.
Contesto e prospettiva
L'interesse annesso al dettaglio è auspicabile dal punto di vista revisionistico; è altresì necessario, perché i difensori della leggenda hanno deciso -- ma per motivi opposti e che sono soltanto loro -- che bisognava anche far cadere l'accento sul dettaglio quando vi è un simulacro di dibattito. Beninteso, questa singolare concordanza tra i due campi è di superficie.
Per i revisionisti è pericoloso concentrarsi così sul dettaglio: lo si vede bene quando si osserva che i difensori della leggenda adottano questa tattica in quanto essa ha consentito loro di sostituire alla vera questione delle questioni più comode. Più precisamente, questa gente si dà da fare per far perdere al suo uditorio il senso del contesto e della prospettiva. I discorsi fatti nella sua prigione da Stangl alla Sereny sono incomprensibili se non li si colloca in una prospettiva che permetta di vedere che lo sventurato Stangl viveva allora nel dopoguerra, più precisamente nella Germania del dopoguerra, con un sistema politico imposto da vincitori stranieri e responsabili, tanto per cominciare, dell'installazione della leggenda. Ci si ritorce che, se per lo "sterminio" degli ebrei si manca delle prove storiche consuete, è a causa del carattere ultrasegreto della politica tedesca: l'argomento non è facile da demolire, a meno di non riferirsi al contesto storico dell'evento, come si è testé fatto. Di conseguenza, se è bene, con i tempi che corrono, far cadere l'accento sul dettaglio, rischiamo di perdere, se non la guerra, per lo meno delle battaglie se dimentichiamo il contesto storico e perdiamo di vista la prospettiva.
Il contesto e la prospettiva formano il tema di questa esposizione, ma era indispensabile che mi fermassi a lungo sulla natura della loro necessità. Agli occhi della posterità, questo "olocausto", questa curiosa impostura che ci avrà asserviti per venti o trent'anni, apparirà come un fenomeno passeggero che avrà camportato incredibili deformazioni dei fatti storici, deformazioni che avremmo dovuto scoprire più facilmente di quanto abbiamo fatto, perché, allora, l'interpretazione degli eventi in questione sembrerà più semplice di quella che vediamo, o per lo meno che avanziamo. E poiché, naturalmente, noi oggi non possiamo vedere le cose così come le vedrà la posterità, possiamo almeno tentare di vedere l'argomento collocandoci in una prospettiva più elevata. Non soltanto ne sarà avvantaggiata in futuro la nostra reputazione, ma il tentativo ci eviterà di essere colti in difetto nella controversia odierna.
Domandiamoci, per cominciare, che cos'è che susciterà di più la meraviglia della posterità. Non saranno gli "sterminî!" degli ebrei, perché non ve ne sono stati. E neanche sarà il programma di espulsione degli ebrei deciso dai tedeschi. Evidentemente, taluni potranno essere interessati a questo programma, ma solo nella misura in cui oggi gli storici sono interessati a qualsiasi genere di avvenimenti del passato. Ma, quanto al suo principio, questo programma tedesco sarà lungi dall'essere unico, perché gli ebrei sono già stati espulsi da Gerusalemme nel II secolo e dalla Spagna nel XV, per ricordare soltanto le due più celebri espulsioni tra tutte quelle che si sono avute. Il programma tedesco potrà essere deplorato, ma non apparirà straordinario. Ciò che apparirà unico sarà l'installazione della leggenda dell'"olocausto" nella società occidentale, il suo sfruttamento fino alla follia, la sua messa in discussione alcuni decenni più tardi ad opera di originali e il suo abbandono in prosieguo. Una delle conseguenze, forse istruttiva e, insieme, mortificante per i revisionisti, sarà il fatto che essi stessi saranno sottoposti ad esame minuzioso da parte degli storici, sarà, cioè, il fatto che noi una parte di quel processo storico che la posterità vedrà, e non semplicemente i pionieri della ricerca in questo processo.
Penso che ci vedranno così soprattutto a causa della tendenza che abbiamo -- ne ho spiegato or ora le ragioni -- ad impegolarci nei dettagli passando di lato o sopra le osservazioni che ai loro occhi avrebbero dovuto essere al tempo stesso evidenti e decisive. Facciamo un esempio preciso. Perché una cosa sia evidente, occorre in qualche modo averla sotto il naso. Prendiamo due libri pubblicati di recente in favore della leggenda dello sterminio e dei quali si è molto parlato, cioè Auschwitz and the Allies, di Martin Gilbert, e The Terrible Secret, di Walter Laqueur (direttore dell'Istituto di storia contemporanea di Londra e redattore in capo del "Journal of Contemporary History"). Questi due libri hanno lo stesso approccio all'argomento e coprono suppergiù lo stesso campo.
Al termine del suo lungo studio, abbondantemente annotato, Gilbert scrive:
Tra il maggio del 1942 e il giugno del 1944 quasi nessuno dei messaggi che arrivavano all'Ovest parlava di Auschwitz come di un luogo di destinazione per i deportati ebrei o come un centro di messa a morte. Il nome stesso di Auschwitz non aveva colpito lo spirito di coloro che stavano tracciando quello che credevano essere il quadro più dettagliato e completo della sorte degli ebrei (9).
Per parte sua, Laqueur, all'inizio di uno studio più breve, ma anch'esso abbondantemente annotato, ci spiega che non sarebbe stato possibile nascondere gli sterminî di massa di Auschwitz perché, egli dice, Auschwitz era "un vero arcipelago", perché "i detenuti di Auschwitz erano di fatto dispersi per tutta la Slesia e [...] incontravano migliaia di persone", perché "centinaia di civili lavoravano ad Auschwitz come impiegati", e perché "dei giornalisti circolavano all'interno del Governatorato generale ed erano costretti a udire" ecc. (10)
Non trovo nulla da ridire su riflessioni di questo tipo perché le ho fatte anch'io, a partire essenzialmente dalle stesse considerazioni (11). Al lettore di Gilbert, di Laqueur e di Butz rimane solo da operare una scelta che è semplice. Gli si dice:
che tra il maggio del '42 e il giugno '44 neanche gli interessati avevano sentito parlare di sterminî di massa ad Auschwitz;
che non si sarebbe potuto nascondere per lungo tempo al mondo l'esistenza ad Auschwitz di questi sterminî.
Poiché, dalle due parti, gli viene raccontata la stessa storia, egli dovrebbe, per semplice deduzione (è così che ci si forma un'opinione quando non si hanno né il tempo né i mezzi di diventare degli storici), supporre che le due affermazioni sono vere. Non si è sentito parlare di sterminî di massa ad Auschwitz durante il periodo preso in considerazione, e ad Auschwitz non si sarebbero potuti tener segreti degli sterminî di massa. Di conseguenza, non vi sono stati sterminî di massa ad Auschwitz.
La conclusione è inevitabile e non richiede nient'altro che logica. Si può fare il paragone col seguente sillogismo: "Non vedo elefante nella mia cantina; se ci fosse un elefante nella mia cantina non potrei non vederlo; dunque, nella mia cantina non c'è ele
22:08 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (2) |
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Commenti
Stai attento agli...amici !soprattutto i primi.
Come si dice..uomo? avvisato...
Scritto da: brelive | 24.06.2009
Rispondi a questo commentoUn punto che i revisionisti non mettono in luce è questo, e fa parte a mio avviso del discorso "generale" e non del dettaglio: Se è provato che nel territorio tedesco non vi furono campi di stermino, ma essi vanno riferiti ai territori polacchi, e ammesso anche che ci siano stati in territorio polacco, questo sarebbe esso stesso una prova che non esisteva un piano di sterminio.
E' assurdo pianificare uno stermino, cioè che sia quello lo scopo principale, e in un periodo in cui oltrettutto le linee ferroviarie erano bombardate, e gli stessi erano treni peraltro utilizzati per trasporto militare, imbarcarsi in un programma mastodontico e costoso di trasferimento all'Est per sterminare la gente, quando potevi razionalmente sterminare ciascun gruppo nel campo geograficamente più vicino a dove risiedeva, visto che i campi esistevano in tutta la Germania.
Perciò si può dire con certezza intanto che "se" in Polonia avvenne lo stermino, ciò fu dovuto per il meglio a una modificazione o inasprimento o degenerazione di un piano precedente che comunque era di evacuazione, che è confermato da documenti ecc... Questo intanto sarebbe un punto a favore ed ecluderebbe il problema "dell'ordine" dato da Hitler, secondo me. In più forse è un inizio di compromesso con gli sterminazionisti che potrebbe essere accettato intanto più facilmente.
Scritto da: pippo | 19.08.2009
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