07.06.2009

L' ”EDIFICIO E” DI KOLA A SOBIBÓR Prima e seconda parte

L' EDIFICIO E DI KOLA A SOBIBÓR ALCUNE OSSERVAZIONI PRELIMINARI

Di Thomas Kues, 27 Maggio 2009[1]


In un mio articolo pubblicato l’anno scorso (2008), riguardo all’apparente mancanza di documentazione sugli scavi condotti nel sito del presunto “campo di puro sterminio” di Sobibór dall’archeologo polacco Andrzej Kola, feci la seguente osservazione:

“L’aspetto più problematico degli scavi del 2001 è la totale mancanza di documentazione pubblicamente disponibile. Nonostante siano passati sette anni da quando le trivellazioni e gli scavi vennero presuntamente effettuati, non è apparso su di essi un solo articolo, relazione o rapporto scientifico, né in inglese, né in polacco, né in nessuna altra lingua. La sola fonte di informazioni disponibile consiste nei brevi e persino contraddittori resoconti giornalistici pubblicati nel Novembre del 2001”.

E’ venuto fuori però che su questo punto mi sbagliavo. Kola in realtà aveva scritto un articolo sui suoi scavi di Sobibór, anche se piuttosto breve, già nel 2001, sebbene questo dato fosse sfuggito alle mie ricerche sui database e altrove. L’articolo, intitolato “Badania archeologiczne terenu byłego obozu zagłady Żydów w Sobiborze”, venne pubblicato sulla rivista Przeszłość i Pamięć. Biuletyn Rady Ochroni Pamięci Walk i Męczeństwa, numero 4, 2001, pp. 115-122. Non ho la possibilità di consultare questo testo, né la mia conoscenza del polacco – che è, mi spiace dirlo, ad un livello da principianti – è sufficiente per affrontare un articolo in quella lingua.

Fortunatamente, è stato recentemente pubblicato un articolo (sulla rivista Present Pasts, vol. 1, 2009, pp. 10-39) intitolato “Excavating Nazi Extermination Centres”, e scritto da Isaac Gilead, Yoram Haimi (uno dei fondatori del sito http://www.undersobibor.org/ ) e Wojciek Mazurek. La seconda parte di questo articolo (pp. 23-37) è dedicata a un “Riassunto delle recenti ricerche a Sobibór”, in cui vengono menzionati sia lo scavo del 2001 di Kola che una serie di scavi del 2007, come pure un’indagine geofisica del 2008, condotti rispettivamente dagli autori dell’articolo e da un gruppo guidato da Richard Freund, dell’Università di Hartford. Poiché da questo articolo è possibile ricavare delle informazioni fondamentali sui risultati di Kola, ho deciso di fare alcune osservazioni preliminari relative ai resti archeologici designati da Kola come “Edificio E”.

L’articolo da Present Pasts può essere letto all’indirizzo seguente:

http://presentpasts.info/journal/index.php/pp/article/vie...


Le caratteristiche e il significato dell’Edificio E


Ecco cosa dicono Gilead, Haimi e Mazurek (d’ora in avanti: Gilead e gli altri) sull’”Edificio E”:

“L’Edificio E è il complesso strutturale più grande e significativo tra quelli scoperti. E’ lungo circa 60 metri ed è ubicato nel settore sud-ovest dell’area esaminata. E’ stato interpretato come uno spogliatoio, dove i vestiti e gli effetti personali delle vittime venivano presi in consegna (Kola: 2001, 121). Parleremo ancora dell’Edificio E nella sezione successiva. Per il momento, va notato che nei piani attuali sulla futura valorizzzione del sito, questo elemento d’interesse archeologico viene interpretato come una camera a gas (Bem, 2006)”.

“Bem, 2006”, è un riferimento a un pamphlet ufficiale in lingua inglese con una mappa dell’attuale monumento, Masterplan Sobibór: …a place to remembera place to learn [Piano originale di Sobibór: …un luogo da ricordare…un luogo da conoscere], pubblicato dal Museo di Włodawa.

Alcune pagine più avanti, gli autori ritornano sulla questione dell’”Edificio E” (pp. 33-34):

“Come detto in precedenza, la struttura più importante scoperta durante gli scavi di Kola è l’Edificio E. Sebbene Kola abbia suggerito che questa struttura era la baracca-spogliatoio (Kola, 2001) nelle ricostruzioni successive viene presentata come la camera a gas. L’opuscolo su Sobibór (Bem, 2006) include una mappa designata come “Sobibór Death Camp Memorial Map” [Mappa commemorativa del campo della morte di Sobibór]. Essa consiste in un accostamento delle strutture e dei monumenti odierni del sito con la proposta di ricostruzione che li dovrebbe contestualizzare (Fig. 19). La “Memorial Map” identifica le camere a gas di Sobibór con l’Edificio E, che secondo Kola fungeva da spogliatoio. Rutherford (2002), segue questa mappa nel situare le camere a gas nello stesso luogo, sebbene la struttura da lui ricostruita sia di forma differente. E’ ovvio che l’ubicazione delle camere a gas è una questione complessa che deve essere risolta, un importante obbiettivo per le future ricerche archeologiche di Sobibór” (corsivi miei).

La “mappa Rutherford” menzionata nel detto passaggio può essere vista al seguente indirizzo:

http://www.deathcamps.org/sobibor/pic/bmap21.jpg

A p. 28, Gilead e gli altri presentano una “pianta degli scavi di Sobibór, 2000-2001” (fig.12), apparentemente ricavata da una mappa di Kola. A giudicare da questa pianta, venne scoperta solo una manciata di rovine degli edifici del “Lager III”, considerato il Totenlager, o la “zona della morte” del campo. Tre di queste, gli Edifici A, B, e D, sembrano residui di capanni, piuttosto che di case. L’edificio C non appare, il che significa che quella ricopiata è solo una parte della mappa. Questa conclusione è ulteriormente confermata dal fatto che è visibile solo l’ala nord dell’Edificio E. A meno che l’ala sud differisca nettamente dall’ala nord, questa struttura – presuntamente lunga 60 metri – aveva presumibilmente una larghezza di 5-7 metri, con sezioni affioranti agli angoli a nord.

Già adesso posso trarre due importanti conclusioni:

1 - Gilead e gli altri ammettono di non essere riusciti a identificare l’Edificio E con l’edificio destinato alle camere a gas.
2 - Mentre Kola ha interpretato l’”Edificio E” come una baracca-spogliatoio, il Museo di Włodawa - che è responsabile del Monumento di Sobibór - come pure B. Rutherford, “identifica le camere a gas di Sobibór con l’Edificio E”. Tutto ciò può significare solo che non è stata scoperta nessun’altra struttura che possa essere interpretata come l’edificio destinato alle gasazioni.


I presunti edifici di Sobibór della prima e della seconda fase delle gasazioni

Nell’introduzione al mio articolo “The Alleged First Gas Chamber Building at Sobibór" (http://www.codoh.com/newrevoices/nrtkfsgc.html ) riassumo la storiografia ufficiale sulle camere a gas di Sobibór nel modo seguente:

“Si ritiene che tutti i tre i campi dell’"Aktion Reinhardt” – Bełżec, Sobibór e Treblinka – avessero ognuno due edifici contenenti camere a gas omicide, durante il loro periodo operativo. […] Nel caso di Sobibór, un edificio originale più piccolo venne interamente o parzialmente demolito nell’estate del 1942, sostituito da un edificio più grande – sempre destinato alle gasazioni – nello stesso luogo”.

Secondo Jules Schelvis, uno dei maggiori esperti di Sobibór, le nuove camere a gas entrarono in funzione nell’Ottobre del 1942 (Sobibor: A History of a Nazi Death Camp, Berg/USHMM, Oxford/New York, 2007, p. 104).

Poiché esiste un consenso, tra gli storici, su questo dettaglio della narrazione, dobbiamo presumere che la ricerca dell’ubicazione delle “camere a gas” consiste nell’identificare i resti del presunto secondo edificio delle camere a gas (sebbene potrebbero, ipoteticamente, esistere tracce della prima struttura nei resti dell’edificio successivo). Ma come era fatto il secondo edificio? Per prima cosa, chiediamolo agli storici.


Il presunto secondo edificio delle camere a gas secondo gli storici

Il più importante studioso sterminazionista dei campi dell’”Aktion Reinhardt” è senza dubbio lo storico israeliano Yitzhak Arad. A p. 123 della sua opera classica Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhardt Death Camps ( Inidana University Press, Bloomington e Indianapolis, 1987) leggiamo, a proposito della seconda fase delle gasazioni di Sobibor, la seguente descrizione:

“L’ultimo campo in cui le nuove, più grandi, camere a gas vennero installate fu Sobibor. Le tre strutture di gasazione, fornite ciascuna di una sola stanza – con una capienza di sole 600 vittime - non potevano assolvere i compiti imposti a questo campo. Durante la pausa di due mesi nelle attività di sterminio dell’autunno del 1942, le vecchie camere a gas vennero parzialmente smantellate e vennero costruite altre tre camere a gas. […] Il nuovo edificio, che disponeva di sei stanze, aveva un corridoio che correva nel mezzo, e tre stanze su ciascuno dei lati. L’ingresso ad ognuna delle camere a gas avveniva dal corridoio. Le tre camere a gas avevano le stesse dimensioni di quella esistente [sic], e cioè metri 4x4. La capienza delle camere a gas era stata accresciuta in modo tale da poter uccidere circa 1.300 persone simultaneamente”.

Così Arad sostiene che le tre camere a gas originali, che secondo lui erano “in mattoni, con una fondazione di cemento” (p. 31), vennero ingrandite, piuttosto che distrutte totalmente e sostituite da un nuovo edificio. Dalla sua descrizione possiamo dedurre che l’edificio (presunto) misurava circa metri 12x9.

La tesi di Arad è coerente con quella di Adalbert Rückerl, che nel suo libro NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse (Deutscher Taschebuch-Verlag, Francoforte, 1977, p. 163) riassume i verdetti dei processi contro i membri dello staff di Sobibór.

Miriam Novitch, nella introduzione alla sua antologia di testimoni oculari ebrei, Sobibor. Martyrdom and Revolt (Holocaust Library, New York, 1980), scrive:

“Per costruire le nuove camere a gas, le vecchie case [sic] vennero demolite e vennero erette le nuove, ognuna di metri 4x12. Vennero approntate cinque stanze, per contenere da 70 a 80 persone. Così, potevano essere messe a morte 400 vittime contemporaneamente, bambini inclusi” (p. 26).

Novitch non descrive la pianta dei nuovi edifici, e non dichiara neppure le sue fonti. Se le cinque camere da lei descritte – che differiscono nettamente, per dimensioni e capienza, da quelle descritte da Arad, erano disposte in fila, con i loro lati più corti uno di fronte all’altro, l’edificio corrisponderebbe – in teoria, naturalmente – grosso modo all’area identificata come “Edificio E”.

Jules Schelvis preferisce citare vari frammenti di testimonianze oculari sulle camere a gas. Li esaminerò tra breve, insieme ad altri


Le dichiarazioni dei testimoni oculari

A differenza di Bełżec e di Treblinka, a quanto pare non vi furono sopravvissuti del commando ebraico del Totenlager di Sobibór. I prigionieri che lavoravano nelle altre zone del campo venivano tenuti totalmente separati dai primi. Oltre a ciò, le aree boschive che circondavano il Lager III – in cui vi sarebbero state le camere a gas, le fosse comuni e le pire – rendevano difficile o impossibile osservare l’area in questione dall’esterno. Le descrizioni storiografiche (sterminazioniste) del Totenlager e delle sue caratteristiche si basano quindi sulle testimonianze degli ex membri dello staff del campo rilasciate anni o persino decenni dopo la fine della guerra.

Mentre l’ex SS-Unterscharführer Erwin Lambert, che costruì presuntamente le camere a gas della seconda fase sia a Sobibór che a Treblinka, non offre nessun dettaglio sulle dimensioni – o sulle altre caratteristiche – del nuovo edificio delle camere a gas (oltre al fatto che era più grande della struttura precedente: Schelvis, p. 104), l’imputato Franz Hödl, che presuntamente azionava il motore il cui gas di scarico veniva utilizzato come agente letale, lasciò la seguente testimonianza (Schelvis, p. 104):

“Nel Lager III venne eretto un edificio di cemento, lungo da 18 a 20 metri, con circa 6 o 8 camere a gas. C’erano dalle 4 alle 6 camere a gas su ogni lato del corridoio centrale, tre sulla sinistra e tre sulla destra”.

Così, secondo Hödl, la nuova struttura conteneva sia 12, che 8, che 6 camere a gas! Notiamo, tuttavia, che la forma e le dimensioni sono totalmente incompatibili con la descrizione della Novitch e con i resti dell’”Edificio E”.

Vassily Nikolaievitch Pankov, un ex ausiliario ucraino che aveva prestato servizio come guardiano (Wachmann) nel campo dal 1 Gennaio al 27 Marzo del 1943, affermò nel corso di un interrogatorio a Stalino, in Unione Sovietica, il 18 Ottobre del 1950:

“Nel campo c’erano 6 camere a gas non grandi, che misuravano circa metri 3x4, in ognuna delle quali venivano messi 50-70 e persino 100 detenuti, poi le porte venivano chiuse ermeticamente e entrava in azione un motore diesel, dal quale i gas di scarico venivano convogliati in ogni camera”.

http://www.nizkor.org/ftp.cgi/camps/aktion.reinhard/ftp.p...

Un altro ex guardiano ucraino, Ignat Terentyevich Danilchenko, che fu presente al campo dal Marzo del 1943 in poi, dichiarò in un interrogatorio condotto il 21 Novembre del 1979:

“La gente nuda veniva condotta da questo passaggio a un grande edificio di pietra che era chiamato “le docce”. In realtà, era una camera a gas dove gli ebrei che arrivavano venivano uccisi in sei camere a gas (250 persone in ogni camera) mediante gas di scarico provenienti da motori diesel che erano ubicati vicino alla camera a gas”.

http://www.nizkor.org/ftp.cgi/camps/aktion.reinhard/ftp.p...

Anche un altro ucraino, Mikhail Affanaseivitch Razgonayev, che prestò servizio come guardiano dal Maggio del 1942 in poi, e che venne interrogato a Dniepropetrowsk, in Unione Sovietica, il 20 Settembre del 1948, parla di un “grande edificio di pietra” che conteneva quattro camere a gas poste su uno dei lati di un corridoio, ma non è chiaro se si riferisce all’edificio della prima o della seconda fase; in realtà, sembra inconsapevole della (presunta) costruzione di un nuovo edificio delle camere a gas durante il suo periodo di permanenza al campo (http://www.nizkor.org/ftp.cgi/camps/aktion.reinhard/ftp.p... ).

Come si vede, sembra esservi un consenso generale che l’edificio successivo fosse una struttura di mattoni o di cemento (con l’eventuale eccezione di Lambert, che afferma che “Hackenholt ordinò una grande quantità di legno per la “ricostruzione” della camera a gas di Sobibór, vedi Arad, p. 123). Quando si viene al numero delle camere a gas e alle dimensioni totali dell’edificio, le dichiarazioni variano nettamente. Questo fatto si riflette anche nelle descrizioni contraddittorie delle camere a gas fatte dagli storici e dai giudici.

Possiamo anche notare che l’identificazione dell’”Edificio E” con l’edificio delle camere a gas (della seconda fase) produce un interessante paradosso nella narrazione dei “campi della morte” dell’Aktion Reinhardt. Secondo tale narrazione, Bełżec fu il primo campo in cui le camere a gas vennero smantellate e sostituite da un edificio più grande, di mattoni o di cemento, che conteneva sei camere a gas poste in modo simmetrico sui due lati di un corridoio. Arad e altri storici, ritengono che Bełżec fu un campo sperimentale dove venivano provate nuove soluzioni ai problemi del presunto processo di sterminio e, se le soluzioni si rivelavano soddisfacenti, venivano adottate anche a Sobibór e a Treblinka (che secondo Arad fu il più perfezionato dei tre campi). Di conseguenza, le nuove camere a gas in questi ultimi due campi furono, secondo Arad e secondo i giudici del processo “Sobibór” di Hagen del 1966, delle varianti del secondo edificio delle camere a gas di Bełżec. Inoltre, la costruzione dei tre edifici venne supervisionata dalle stesse due persone, vale a dire Lorenz Hackenholt e Erwin Lambert (si suppone che Hackenholt abbia supervisionato Bełżec da solo, che abbia supervisionato Sobibór insieme Lambert, e che quindi Lambert a sua volta abbia supervisionato Treblinka da solo). In questo contesto, l’affermazione della Novitch secondo cui il secondo edificio aveva una pianta differente (come è sottinteso dal numero irregolare delle camere a gas) sembra qualcosa di più di una stranezza. Bisogna ricordare, comunque, che tutta questa narrazione si basa solo sui frammenti selezionati di “testimonianze oculari” mescolate a un approccio di “buon senso” agli eventi presunti (e cioè: un numero maggiore di deportati deve aver avuto come conseguenza l’ingrandimento delle camere a gas). Naturalmente, è possibile che nel Lager III di Sobibór sia esistito un edificio che venne sostituito da un altro, più grande, ma potrebbe però essere stato una struttura provvista di docce (visto che le “camere a gas“ venivano presuntamente camuffate come tali), o un edificio contenente camere di disinfestazione, o una struttura contenente entrambe le attrezzature.


Le dichiarazioni alla stampa di Kola riguardanti l’Edificio E

Mentre non ho potuto verificare il contenuto dell’articolo polacco di Kola del 2001, ho già menzionato in precedenti articoli le dichiarazioni rese all’epoca da Kola alla stampa. In un articolo (“Polish Researchers find mass graves at former nazi death camp of Sobibor”) [Ricercatori polacchi trovano fosse comuni nell’ex campo nazista della morte a Sobibor] scritto da Andrzej Stylinski per l’Associated Press – e pubblicato il 23 Novembre del 2001 – leggiamo:

“Il gruppo di ricerca ha iniziato le perforazioni nel sito durante l’estate per accertare dove gli edifici e le tombe potessero essere ubicati, ha detto Kola. […] Le perforazioni hanno fornito le prove iniziali delle fosse comuni e delle tracce di una lunga baracca. Dopo ulteriori scavi sul sito dell’edificio, i ricercatori hanno trovato 1.700 pallottole in uno dei suoi angoli, cosa che li ha indotti a credere che i prigionieri venissero uccisi lì, ha detto Kola. I ricercatori hanno trovato anche svariati oggetti usati dai detenuti e dai guardiani, incluse tazze di metallo e cucchiai, orologi e binocoli. Kila ha detto che la baracca, ubicata a circa 70 iarde dalle fosse comuni, può aver funto da camera a gas, ma che sono necessari ulteriori studi” (corsivi miei).

http://www.nizkor.org/ftp.cgi/camps/aktion.reinhard/ftp.p...

Tuttavia, in un articolo apparso su The Scotsman tre giorni dopo, il 26 Novembre, a Kola viene attribuita la seguente dichiarazione:

“Abbiamo trovato anche una baracca-ospedale [sic]. Le persone lì venivano probabilmente fucilate, poiché abbiamo trovato oltre 1.800 cartucce di mitragliatrice”.

http://www.fpp.co.uk/Auschwitz/Sobibor/Scotsman.html

Le due dichiarazioni si riferiscono molto probabilmente alle rovine del medesimo edificio. Nonostante la differenza di 100 pallottole, è altamente improbabile che abbiano trovato due edifici con la stessa quantità di pallottole al loro interno. Nell’articolo dell’Associated Press, la baracca viene descritta come ubicata a circa “70 iarde” (64 metri) dalle fosse comuni. Uno sguardo alla suddetta mappa (ricopiata) degli scavi di Kola mostra che l’”Edificio E” deve essere ubicato a circa 50 metri dalla fossa comune più vicina. Perciò possiamo presumere che l’”Edificio E” deve essere identico alla “baracca” menzionata nei due nuovi articoli.

Questo significa che Kola, di volta in volta, ha creduto che questo “Edificio E” fosse la rovina di una “camera a gas” (forse), dove i prigionieri venivano anche fucilati (!), una “baracca-ospedale”, e una baracca-spogliatoio (secondo il riassunto di Gilead e degli altri)! I vari oggetti trovati sul sito (“tazze di metallo e cucchiai, orologi e binocoli”) non sono necessariamente una prova contro l’utilizzo dell’edificio come camera a gas (perché potrebbero essere finiti lì quando il campo venne dismesso e raso al suolo) ma sono piuttosto curiosi. Ancora più strano è il gran numero di pallottole trovate “in uno dei suoi angoli”. Come possono essere finite in una camera a gas o in uno spogliatoio ad essa collegato? I tedeschi sparavano forse alle vittime delle gasazioni per essere più sicuri? La narrazione ufficiale, d’altro canto, sostiene che i deportati malati e menomati venivano portati o in una fossa (il cosiddetto “Lazzaretto”) nei pressi della vecchia cappella vicino al binario ferroviario principale (questa era la pratica durante la prima fase, secondo alcune fonti) o portati con un treno a scartamento ridotto direttamente ad una delle fosse comuni del Lager III (questo sarebbe avvenuto durante la seconda fase) e ivi fucilati.

Possiamo anche notare che il gruppo di ricerca del 2008 riferisce di aver trovato “nell’area cicostante la parte occidentale dell’Edificio E di Kola (p. 27), tra i vari oggetti di uso quotidiano, “grandi barattoli, alcuni dei quali (…) prodotti in Olanda, [che] potevano contenere dei disinfettanti” (p. 30). Questi oggetti potrebbero essere ricondotti a una sostanza che veniva applicata ai deportati durante le procedure di disinfestazione che erano proprie di un campo di transito (in tedesco: Durchgangslager, abbreviato: Dulag). La testimone Galina K., detenuta a suo tempo in un campo di transito in Germania in cui i russi e altri prigionieri destinati ai lavori forzati venivano lavati, ha testimoniato:
“Wir hatten folgende Aufgaben: die Kranken und Toten aus den angekommenen Zügen zu tragen, die Haare mit der Rasiermaschine zu schneiden, Kopfhaare bei den Männern, wenn aber Frauen [Läuse] hatten, auch bei den Frauen, die Haare unter den Achseln und unter der Taille. Wir schmierten Köpfe, Achselhöhlen, Genitalien mit einer chemischen Lösung ein. [...] nach 20 Minuten bekam man Seife, die wie Paste aussah, dann ging es zur Dusche. Nach jeder Gruppe machten wir sauber».
(Janet Anschutz, Irmtraud Heike, “Medizinische Versorgung von Zwangsarbeitern in Hannover: Forschung und Zeitzeugenberichte zum Gesundheitswesen”, in: Günter Siedbürger, Andreas Frewer, Zwangsarbeit und Gesundheitswesen im Zweiten Weltkrieg. Einsatz und Versorgung in Norddeutschland, Georg Olms Verlag, Hildesheim, Zurigo, New York, 2006, p. 52).
Traduzione:
“Avevamo i seguenti compiti: trasportare i malati e i morti dai treni in arrivo, tagliare i capelli con i rasoi elettrici, gli uomini fino al cuoio capelluto, ma anche le donne, se avevano [i pidocchi], i capelli sotto le spalle e quelli sotto la vita. Spalmavamo le teste, le ascelle e i genitali con una soluzione chimica […] dopo 20 minuti venivano date loro delle saponette, che somigliavano alla colla, e poi andavano alle docce. Dopo ogni gruppo facevamo pulizia”.
I deportati nei campi dell’Aktion Reinhardt venivano sottoposti ad una procedura analoga? In articoli futuri, spero di fornire più informazioni sui campi di transito conosciuti.

Dichiarazioni fatte dai membri del gruppo degli scavi 2007-2008

Come abbiamo già visto, le dichiarazioni rese dai membri del gruppo degli scavi 2007-2008 si contraddicono a vicenda riguardo all’identità dell’”Edificio E”. In questo articolo, come ho già rilevato, Gilead e gli altri mettono in chiaro che “l’ubicazione delle camere a gas è una questione complessa”, che deve essere risolta. In altre parole, non sono sicuri che l’”Edificio E” fosse quello delle presunte camere a gas. A p. 27 leggiamo:
“Nell’Ottobre del 2007, decidemmo, in base al presupposto che sapevamo grosso modo dove stavano le camere a gas [corsivi miei] , di scavare dapprima nell’area circostante la parte ovest dell’Edificio E di Kola. Tracciammo dei quadrati di metri 5x5, che corrispondevano alla griglia di Kola, setacciammo tutti i sedimenti scavati e usammo spazzole per capelli per pulire le superfici che avevamo portato alla luce. I sedimenti che portammo alla luce erano sabbia, mista a ceneri [umane], a materiali combusti e a manufatti. Lo strato di sabbia era profondo circa 10 centimetri e copriva strati più profondi di sabbia sterile La natura e l’estensione del deposito archeologico e il tipo di manufatti in esso conficcati indicano che la zona di Sobibor che abbiamo portato alla luce non è né la camera a gas né la baracca-spogliatoio”.
Questo significa che il gruppo è partito credendo che l’”Edificio E” coincidesse con le presunte camere a gas, ma non è riuscito a scoprire nessuna traccia a sostegno di un’identificazione positiva. Tuttavia, sul suddetto sito web aperto da membri del Sobibor Archaeological Project (http://www.undersobibor.org/project.html ) leggiamo:
“Nel 2001, gli archeologi polacchi sotto la direzione di Andrzej Kola condussero degli scavi nel campo di Sobibor. L’indagine magnometrica venne eseguita per realizzare una pianta del campo. Gli scavi rivelarono sette concentrazioni di fosse comuni e la struttura che fungeva da camera a gas”.
Così, sul loro sito web, i membri del gruppo affermano che Kola trovò l’edificio delle camere a gas, nonostante il fatto che nel 2001 Kola lo interpretò in modo contraddittorio, e cioè sia come una baracca-spogliatoio che come una baracca-ospedale, e che essi stessi – nel loro articolo del 2009 – ammettono che il problema dell’ubicazione delle camere a gas rimane irrisolto.
In un breve articolo del 2008, pubblicato sul giornale studentesco dell’Università di Hartford (http://www.hartford.edu/greenberg/events/sobibor.asp ), leggiamo:
Quest’estate, un gruppo guidato da Richard Freund, direttore del Centro Maurice Greenberg di Studi Ebraici dell’Università, ha effettuato la mappatura della superficie del campo, utilizzando apparecchiature elettromagnetiche, magnetometriche e radar. Il gruppo ha individuato il pavimento di quelle che si ritiene fossero le camere a gas del canpo”.
Un articolo del Jewish Ledger riprodotto sul sito dell’Università di Hartford (http://www.hartford.edu/greenberg/events/sobibor.asp ) riferisce una dichiarazione di Freund - che, come detto, eseguì l’indagine geofisica del 2008 – di analogo tenore:
“Freund dice che il gruppo ha individuato delle strutture ritenute essere la camera a gas e i crematori [sic] di Sobibor, come pure i binari a scartamente ridotto utilizzati per portare i malati e gli invalidi dalla linea ferroviaria principale direttamente ai crematori”.
Ma come si spiega allora la riluttanza a identificare l’”Edificio E” con le camere a gas? Non potrebbe darsi che Kola lo aveva definito “baracca” perché - come l’”Edificio G” di Bełżec proposto in modo poco convinto come l’edificio delle camere a gas della seconda fase di quel campo – abbiamo a che fare con i resti di un edificio di legno, non di mattoni o di cemento, le cui dimensioni inoltre non quadrano con le descrizioni dei testimoni oculari? Vorremmo davvero sapere quello che Kola, come pure Haimi, Freund e gli altri, hanno da dire su questa struttura.

Conclusione

Come abbiamo visto, gli archeologi – a Sobibór – hanno qualche “problema” da “risolvere”, primo fra tutti l’identificazione dell’”Edificio E” di Kola. A quanto pare non vi sono altri candidati per il presunto edificio delle camere a gas, e questo vuol dire che si sono arenati sui resti di questo edificio. Mentre nell’articolo in questione il nuovo gruppo di ricerca, come quello precedente di Kola, esita a identificare l’”Edificio E” con le camere a gas, essi a quanto pare sono tentati dal seguire la politica del Museo di Włodawa, poiché non vi sono alternative (se non quella di concludere che sul sito non vi furono camere a gas omicide, la qualcosa sarebbe ovviamente imperdonabile, addirittura suscettibile di punizioni). Quanto la vogliono far lunga per presentare un’identificazione positiva?
Non c’è bisogno di dire che questa situazione ricorda quella degli scavi del 1997-1998 a Bełżec. Nel suo rapporto su quell’iniziativa, Kola fece un tentativo assai infelice per identificare le camere a gas della seconda fase, che secondo i testimoni oculari erano ospitate in una struttura di cemento con un’area di superficie complessiva di almeno 120 metri quadrati, con un edificio di legno (il suddetto “Edificio G”) che misurava 52.5 metri quadrati. Come per l’edificio delle camere a gas della prima fase, Kola cercò di identificarlo quale “Edificio D” ma poi abbandonò quest’idea. L’esperto di Bełżec, Robin O’Neill, anch’egli coinvolto nel progetto, ammise con discrezione: “Non abbiamo trovato traccia delle baracche destinate alle gasazioni, né della prima né della sconda fase della costruzione del campo”. Questo fallimento è stato analizzato nei dettagli dal revisionista Carlo Mattogno (Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research and History, Theses and Dissertation Press, Chicago, 2004, pp. 92-96). Come si vede dal loro sito web (http://www.undersobibor.org/project.html ) il Sobibor Archaeological Project conosce bene lo studio di Mattogno:
“Uno studio esaustivo sul campo di concentramento di Belzec in Polonia, dove sono state scoperte le fosse di sterminio, è stato pubblicato dal prof. Andrzej Kola (Kola 2000). Questo studio è stato citato da Carolo [sic] Mattogno (2004), in un tentativo di arrivare a conclusioni opposte, e cioè che Belzec non fu un campo di sterminio ma piuttosto un campo di internamento”.
Notiamo al riguardo che gli autori travisano (deliberatamente?) l’ipotesi di Mattogno riguardante la natura del campo. Un campo di transito è semmai l’opposto di un campo di internamento. Sulla stessa pagina web leggiamo anche:
“Questo lavoro costituirà una base per contrastare le affermazioni dei negazionisti”.
Così, l’identificazione futura dei resti comprovanti l’esistenza delle presunte camere a gas viene data per scontata, e la conclusione contraria sarebbe considerata incompatibile con lo scopo del progetto!
Fino a quando il contenuto dell’articolo di Kola del 2001 non sarà disponibile – e un vero rapporto sugli scavi e le indagini del 2007-2008 non sarà pubblicato – possiamo solo fare delle congetture. Ma è evidente che Gilead e gli altri, se hanno un solo candidato possibile (“l’Edificio E”) esitano a identificarlo con il presunto edificio delle camere a gas. Possiamo perciò ritenere, per adesso, che – come a Bełżec – gli archeologi non sono riusciti a localizzare i resti di nessuna camera a gas omicida.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revblog.codoh.com/2009/05/kolas-building-e-at-sobibor-some-preliminary-observations/

 

( seconda parte )


Lager di SOBIBOR

L'"Edificio E" di Kola a Sobibor: osservazioni supplementari

 

L'EDIFICIO EDI KOLA A SOBIBÓR: OSSERVAZIONI SUPPLEMENTARI

Di Thomas Kues, 31 Maggio 2009 (1)
Nel mio precedente articolo(2) sui recenti scavi nel presunto campo di sterminio di Sobibór I, avevo fatto notare le incongruenze tra l’interpretazione, attribuita a Kola, delle scoperte fatte nel sito e le successive dichiarazioni rese, tra gli altri, dalle autorità del Museo di Sobibór. Avevo poi esaminato varie dichiarazioni dei testimoni oculari sulle “camere a gas” e l’apparente riluttanza degli archeologi Gilead, Haimi e Mazurek a identificare i resti archeologici - designati da Kola come “Edificio E” - con il presunto edificio delle camere a gas. Questo “Edificio E”, lo ricordiamo, “è lungo circa 60 metri”, per citare l’articolo(3) di Gilead e altri (“Excavating Nazi Extermination Centers”, Present Pasts, Vol. I, 2009, pp. 10-39) e a giudicare dalla copia di Gilead e altri della mappa degli scavi di Kola (p. 28). Sembra avere una larghezza di soli 5-7 metri.

Mentre stava scavando a Bełżec nel periodo 1997-1998, Andrzej Kola pensò che fosse sufficiente mostrare al pubblico una foto di due uomini che azionavano un trapano a mano, alcune immagini dei resti dell’edificio portati alla luce, e una gran quantità di immagini di vetri rotti, ferri di cavallo arrugginiti ecc. Non venne pubblicata nessuna fotografia che mostrasse i campioni di scavo delle fosse comuni. Yoram Haimi, del Sobibor Archeological Project(4), era invece voglioso di veder documentati in un film i propri pasticci (e per questo lo ringraziamo vivamente). Il risultato, un documentario di un’ora fatto da un certo Amos Refaeli – e intitolato Exposing Sobibor [Mostrare Sobibor] – sarebbe dovuto uscire nel Dicembre del 2008 ma la sua emissione è stata rinviata. Fortunatamente, si può vedere in rete un trailer di 4 minuti (5) in cui lo stesso Haimi ci mostra il luogo delle fosse comuni e – tenetevi forte – quello che viene presentato come (una parte) dell’edificio delle camere a gas venuto alla luce!

Poiché il documentario è in ebraico, una lingua che non parlo né capisco, devo sperare che i sottotitoli in inglese forniscano una traduzione esatta, per quanto condensata, delle dichiarazioni di Haimi davanti alla cinepresa. Citerò più avanti i sottotitoli dello spezzone più significativo, che mostra Haimi e il suo gruppo mentre scavano in una delle “camere a gas”.

A partire dal minuto 02:08 del trailer, vediamo Haimi (in giacca scura e jeans) insieme a sette collaboratori sul luogo di scavo. Sullo sfondo ci sono due alberi (pini?), uno all’estrema sinistra del nostro sguardo, l’altro all’estrema destra. L’albero sulla destra si trova a quanto pare all’interno dell’area degli scavi. Pochi metri dietro l’uomo, vediamo il margine di una zona boschiva, con una dozzina (o giù di lì) di alberi (betulle e conifere). Dietro di essa c’è uno spiazzo erboso. Sullo sfondo, a sinistra, c’è il grande monumento circolare di cemento, a forma vagamente di cupola, conosciuto come il “tumulo delle ceneri”. (6) Un veloce confronto con una mappa che mostra il museo attuale sovrapposto alla cosiddetta mappa Rutherford, (7) e una foto aerea scattata nel 2008 (“Excavating Nazi Extermination Centres”, p. 31, fig. 16) mostra che gli uomini stanno nei pressi dell’”Edificio E”, che B. Rutherford identifica come il presunto edificio delle camere a gas. Haimi e il suo gruppo vengono perciò ripresi mentre scavano nuovamente un sito già scavato da Kola nel 2001. Al minuto 02:14, Haimi fa qualche passo indietro (prima fuori campo, poi la cinepresa torna a focalizzare Haimi, che sta al centro con una pala in mano).

“Questo è il muro, continua. C’è un angolo qui, è una cella. Forse è la camera gas? E’ di 4 metri? Calcoliamo da qui 4 metri. 1, 2, 3, 4. Sono 4 metri. Quattro per tre. 1, 2, 3..”.

Mentre parla, Haimi misura con i passi la lunghezza di un lato della “cella”. Poi ci viene mostrata la “cella” scavata, che sembra essere una piccola area rettangolare con l’albero menzionato prima all’interno di essa. In un angolo e su un lato di essa si vede una materia grigio-bianca, come i resti di un muro. E’ difficile giudicare solo da questa vista di che materiale si tratti. Qualcuno, forse Refaeli, poi chiede: “Come sai che è 4 per 3?”, al che Haimi risponde:

“Dai testimoni. Sappiamo da uno dei testimoni polacchi che le misure delle camere a gas erano di quattro metri per tre”.

Ritornero più avanti sulla questione delle misure delle presunte camere a gas. Adesso osservo innanzitutto che Haimi ha una gran voglia, almeno provvisoriamente, di identificare le presunte camere a gas omicide basandosi sulle dichiarazioni dei testimoni oculari. Nel paragrafo seguente, esaminerò quello che lo stesso Haimi afferma su questo genere di prova nell’articolo che ha firmato assieme a Gilead e a Mazurek.


Le dichiarazioni dei testimoni oculari prese come base per identificare i resti archeologici


Per Gilead e gli altri, la fallibilità della memoria umana è una delle motivazioni primarie per aver effettuato le operazioni di scavo nei siti degli ex “centri di sterminio”. Su questo punto costoro chiamano in causa la perizia di Christopher Browning presentata al processo Irving-Lipstadt (citata a p. 25):

La memoria umana è imperfetta.

Le testimonianze sia dei sopravvissuti che di altri testimoni sugli eventi di Bełżec, Sobibór e Treblinka non sono più immuni da dimenticanze, errori, esagerazioni, distorsioni e rimozioni delle testimonianze oculari di altri eventi del passato”.

Gilead e gli altri quindi commentano (p. 26):

“I problemi della memoria umana elencati da Browning riguardano anche i ricordi relativi allo spazio, alle strutture, e ai manufatti, così importanti in archeologia. I perpetratori e dozzine di testimoni lasciarono Sobibór alla fine del 1943 e solo una manciata di essi tornarono per visitare i luoghi nei decenni successivi.

Gli abitanti del luogo non conoscevano la disposizione interna del sito e poterono andare sul posto solo dopo che l’area era stata totalmente rasa al suolo e ricostruita.

Per i sopravvissuti, non è facile riconoscere locali specifici mentre camminano nell’attuale foresta di Sobibór, senza nessun punto di riferimento familiare per orientarsi, alcuni decenni dopo che il sito venne smantellato” (corsivi miei).

E’ quindi sorprendente che Haimi, nel trailer, giunga rapidamente alla conclusione che la “cella” scoperta sia una camera a gas, basandosi sul dettaglio di un testimone oculare – polacco, per giunta! Come abbiamo visto nel mio articolo precedente, c’è una grande discordanza – sia tra i “testimoni oculari” che tra gli storici – sulle misure delle camere a gas di Sobibór.



Problemi relativi all’identificazione dell’”Edificio E”


La caratteristica più singolare dell’”Edificio E” di Kola è quella delle sue dimensioni: (secondo Gilead e gli altri) è lungo circa 60 metri e, a giudicare dalla mappa ricopiata, è largo circa 5-7 metri.

Il problema è che la sentenza del processo riguardante Sobibór tenutosi a Hagen, per come è stata riassunta da Adalbert Rückerl e adottata come verità dallo storico Yitzhak Arad, dichiarò che il secondo edificio delle camere a gas (costruito presuntamente sopra il primo edificio delle camere a gas, che sarebbe stato in precedenza demolito del tutto o in parte) conteneva sei camere a gas misuranti metri 4x4, disposte simmetricamente lungo un corridoio.

Si tratta della stessa disposizione (sebbene con un diverso numero di camere) attribuita alle camere a gas della seconda fase dei campi di Bełżec e di Treblinka.

Supponendo che i muri avessero uno spessore di 25 centimetri, tale edificio avrebbe avuto una lunghezza di 13 metri e, supponendo che il corridoio fosse largo 1.5 metri, una larghezza complessiva di 9.5 metri.

La sua lunghezza sarebbe stata quindi corrispondente a circa un quarto di quella attribuita all’”Edificio E”!

La descrizione della storica di Sobibór Miriam Novitch (Sobibor: Martyrdom and Revolt, Holocaust Library, New York, 1980, p. 26) potrebbe ipoteticamente quadrare con la lunghezza dell’”Edificio E”, poiché ella afferma che c’erano solo cinque camere a gas,

sottintendendo che erano disposte in fila piuttosto che a specchio.

Il problema è che la Novitch sostiene che ogni camera misurava metri 4x12, e cioè tre volte la dimensione asserita dalla sentenza del processo Sobibor e da Arad!

Quello che è forse il massimo esperto di Sobibór, Jules Schelvis, a quanto pare crede che il (secondo) edificio delle camere a gas di Sobibór avesse la stessa configurazione delle camere a gas di Bełżec, poiché per descriverlo nei dettagli cita le testimonianze su Bełżec di Rudolf Reder e di Kurt Gerstein (Sobibor. A History of a Nazi Death Camp, Berg/USHMM, Oxford/New York, 2007, pp. 105-109).

Supponiamo ora, in via puramente teorica, che la (singola!) “cella” di metri 4x3 mostrata nel trailer di Exposing Sobibor corrisponda ai resti di una camera a gas, e che ogni [altra] camera avesse le stesse misure. Supponendo inoltre la configurazione asserita dal tribunale di Hagen, e che il lato lungo delle camere fronteggiasse il corridoio, abbiamo un edificio con una lunghezza di 13 metri e una larghezza di 7.5 metri (supponendo di nuovo un corridoio largo 1.5 metri), che non è troppo diversa dalla larghezza arguibile dalla mappa degli scavi. In questo caso la larghezza dell’”Edificio E” non è la questione cruciale, bensì la sua lunghezza.

Per colmare lo scarto di (60-13=) 47 metri, Haimi dovrebbe rintracciare una fila ulteriore di (47: 4.25=) ~ 11 “celle”, cosicché l’ipotetico edificio avrebbe contenuto in tutto (14x2=) 28 camere a gas!

Una costruzione del genere avrebbe, non c’è bisogno di dirlo, contraddetto in modo lampante tutte le dichiarazioni dei testimoni sulle quali, di volta in volta, l’intera narrazione di Sobibór si è basata.

Come si può spiegare questa straordinaria discrepanza tra le descrizioni fornite dai testimoni e le rovine archeologiche?

Uno sguardo alla mappa di B. Rutherford(8) il quale, come detto sopra, identifica l’”Edificio E” con le camere a gas (indicate sulla mappa con il numero “58”) mostra un piccolo edificio annesso (indicato sulla mappa con il numero “59”): una “sala macchine” sistemata all’estremità nord dell’edificio delle camere a gas. Poiché tale annesso conteneva presuntamente solo il motore utilizzato come agente letale, qualche bidone di carburante, qualche tubo e forse qualche cassetta per utensili e pezzi di ricambio, difficilmente poteva aggiungere più di 5 metri alla lunghezza complessiva dell’edificio. Rimangono pertanto ancora (47-5=) 42 metri, equivalenti a circa due terzi dell’”Edificio E”.

La sola soluzione possibile al problema degli archeologi (come identificare l’”Edificio E” con le camere a gas) sembra essere quella di supporre che l’”Edificio E” riguardi non solo i resti delle “camere a gas” ma anche i resti della “baracca dei barbieri”. Si tratta dell’edificio che sulla mappa Rutherford (indicato con il numero “57”) è ubicato più vicino alle camere a gas (58) ed è anche allineato più o meno ad esse. Un corridoio recintato viene indicato come conducente da questa baracca direttamente all’ingresso dell’edificio delle camere a gas.

Ma questa “soluzione” è piena di problemi.

Per cominciare, c’è la questione della distanza tra i due edifici. Sulla mappa Rutherford, tale distanza equivale ad almeno 10-15 metri. La mappa disegnata da Arad (Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhardt Death Camps, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 1987, p. 35) mostra una distanza simile (Arad disegna il campo come un’area rettangolare con il lato lungo che misura 600 metri). In realtà, tutte le mappe del campo sembrano concordare con il fatto che la distanza non era inferiore a 10 metri. Questo a sua volta pone la seguente questione: perché Kola, un esperto archeologo, avrebbe indicato i resti di due edifici tanto distinti come appartenenti a un unico edificio?

Notiamo a tal proposito che i resti dei due piccoli edifici “B” e “D” sono ubicati proprio uno accanto all’altro (vedi la mappa degli scavi nell’articolo di Present Pasts, p. 28), senza fondersi in una singola unità. Questa mappa mostra anche che la lunghezza dell’”Edificio E” era più o meno ininterrotta per almeno 30 metri (come ho fatto notare nel mio precedente articolo, la mappa è tagliata e mostra solo la parte settentrionale dell’”Edificio E”). Inoltre, il secondo edificio delle camere a gas era presuntamente una struttura di mattoni o di cemento, mentre la “baracca dei barbieri” era fatta di legno!

Parimenti, è difficilmente concepibile che Kola abbia confuso i resti di un recinto con la continuazione di un muro. Se Kola avesse davvero commesso un errore del genere, perché Gilead e gli altri non l’hanno fatto notare quando hanno esaminato l’”Edificio E” nel loro articolo del 2009?
L’aspetto della “cella” mostrata nel trailer del documentario presenta anche un altro problema: perché Kola, che aveva scoperto gli stessi resti contenenti la stessa “cella” già nel 2001, nel suo breve articolo pubblicato quello stesso anno, identifica l’”Edificio E” non come l’edificio delle camere a gas ma come la “baracca-spogliatoio” (come è stato riferito da Gilead e dagli altri, p. 33)? E’ proprio misteriosa la riluttanza di Gilead e degli altri a identificare l’”Edificio E” con l’edificio delle camere a gas, nonostante le solenni rivelazioni archeologiche di Haimi!

Si spera che la rivelazione del contenuto dell’articolo polacco di Kola del 2001 – come pure le pubblicazioni teoricamente imminenti del Sobibor Archeological Project – getteranno più luce sulla natura dell’”Edificio E”.

La bancarotta intellettuale di Gilead, Haimi e Mazurek

Vorrei infine esaminare lo scopo dei recenti scavi e delle indagini compiute a Sobibór, in base a quanto è stato riferito da Gilead e dagli altri nel loro articolo (pp. 13-14).

Noi consideriamo lo sterminio nazista degli ebrei durante la seconda guerra mondiale come una realtà del passato. Esiste un’ampia documentazione orale e scritta che lo conferma, come pure degli studi storici esaustivi e dettagliati che comprovano quella che Hilberg (1985) chiama la “Distruzione degli ebrei europei”.

Arad (1987), nel suo studio sui centri di sterminio dell’Operazione Reinhard, precisa inoltre il ruolo di Treblinka, Sobibór e Bełżec nel processo di sterminio. Oltre ai documenti scritti, le prove consistono anche dei resoconti orali dei sopravvissuti e dei perpetratori delle SS che prestarono servizio nei centri di sterminio e che compirono gli omicidi (…). Così, lo sterminio degli ebrei in generale, e lo sterminio degli ebrei a Sobibór e negli altri centri in particolare,

è una verità storica accertata che non ha bisogno di essere provata da scavi archeologici.

L’archeologia ha il ruolo di fornire informazioni complementari sulla configurazione dei siti, delle strutture e dei manufatti lì in uso, fornendo così dei dati per la ricostruzione storica dei luoghi. […]
Conoscendo il terreno di Sobibór e degli altri centri di sterminio, ed essendo anche a conoscenza degli scritti dei revisionisti, abbiamo una posizione più riservata sul ruolo dell’archeologia nel confermare la realtà dello sterminio in generale e delle camere a gas in particolare.

Sapendo che le prove dei centri di sterminio sono state cancellate dai perpetratori,

riteniamo che i resti delle camere a gas, anche se conservati in loco, siano in uno stato di conservazione estremamente cattivo. Se le camere a gas tuttora in piedi di Majdanek e di Auschwitz-Birkenau vengono correntemente negate come tali, la possibilità che una futura esposizione dei resti scarsamente conservati delle camere a gas affermino una qualche verità di fronte alle menzogne dei revisionisti è minima, ammesso che vi sia. L’archeologia dei centri di sterminio non è e non può essere uno strumento per mostrare ai negazionisti quanto si sbaglino. Pensiamo che la documentazione dei particolari sia intrinsecamente importante anche senza bisogno di confutare le menzogne, ma crediamo che, parafrasando Evans (2002: 237) i professori di geografia, come anche gli archeologi, non debbano perdere tempo a discutere con persone che pensano che la terra sia piatta” (corsivi miei).

Ricapitoliamo:

  1. lo sterminio degli ebrei a Sobibór è “una verità storica accertata”, basata sulle testimonianze “oculari”, sui rapporti polacco-sovietici, e su pochi documenti relativi alle deportazioni ebraiche, nessuna delle quali menziona in alcun modo le uccisioni;

    2) poiché lo sterminio, a Sobibór e negli altri campi, è un Fatto Storico Indiscutibile, basato sulle “prove” suddette, non c’è bisogno di provarlo con i metodi dell’archeologia forense;

    3) si presume che i resti delle presunte camere a gas si trovino in uno stato tale da rendere impossibile la verifica delle accuse di sterminio;

    4) perciò i risultati degli scavi archeologici e delle indagini geofisiche condotti a Sobibór non devono, ma in realtà non possono, essere un tentativo di verificare l’esistenza delle camere a gas;

    5) i negazionisti dell’”Olocausto”, la cui opera è conosciuta da Gilead e dagli altri ma della quale sono riluttanti a fornire riferimenti, vengono equiparati ai sostenitori della piattezza della terra, con i quali semplicemente non bisogna discutere.

    L’affermazione suddetta ovviamente non è nient’altro che una mossa preventiva, una garanzia per trattare ogni dato scomodo come irrilevante, e una carta bianca per ignorare qualsiasi critica negativa delle loro conclusioni, per quanto ben fondate possano essere. In tal modo può essere opportunamente ignorato che a Bełżec non è stato trovato nessun resto delle presunte camere a gas, o che le fosse comuni identificate da Kola potevano contenere, in teoria, solo una piccola parte dei presunti uccisi, e che la quantità di ceneri presente nelle fosse è assolutamente incompatibile con la tesi ufficiale (come è stato dimostrato da Mattogno nel suo studio su quel campo(9), come pure più dettagliatamente in un recente saggio (10).

    In questo contesto dobbiamo riservare un’attenzione particolare a quanto Gilead e gli altri scrivono a p. 22:

    “E’ generalmente riconosciuto che una delle sfide poste all’archeologo è la dicotomia manufatto/testo. (…) Se le contraddizioni sono evidenti e reali, stiamo parlando di distanze tra il manufatto e il testo, o all’interno di essi, di dissonanze, che possono rivelare aspetti aggiuntivi finora sconosciuti (…). Ma per stabilire se in un dato caso le dissonanze esistono, la natura e la qualità delle prove, sia dei dati storici che archeologici, devono essere riesaminate attentamente”.

    Ma come può un riesame onesto e imparziale delle prove essere possibile se l’esistenza delle camere a gas di Sobibór è assunta come un fatto a priori?

    Il ragionamento di Gilead e degli altri serve solo a nascondere la loro bancarotta intellettuale. Inoltre, se Gilead e Haimi sono così desiderosi di ignorare dei pazzi fanatici, avrebbero dovuto starsene a casa, facendo orecchie da mercante ai loro sponsor, i cultori della Shoah dello Yad Vashem!

    Coloro che hanno letto il mio precedente articolo sull’”Edificio E” ricorderanno che il sito web del Sobibor Archeological Project(11) afferma che il suo lavoro “costituirà la base per contrastare le affermazioni dei negazionisti” (raccomando ai miei lettori di verificare questa citazione, nel caso il SAP decida di espungere la pagina). Così Haimi e i suoi accoliti si contraddicono ulteriormente riguardo allo scopo dei loro scavi!

Note:

(1) Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revblog.codoh.com/2009/05/kolas-building-e-at-...
(2) http://www.revblog.codoh.com/2009/05/kolas-building-e-at-sobibor-some-preliminary-observations/
(3) http://presentpasts.info/journal/index.php/pp/article/vie...
(4) http://www.undersobibor.org/
(5) http://www.highlightfilms.co.uk/pages/Exposing%20Sobibor
(6) http://www.holocaustresearchproject.org/ar/sobibor/sobibo...
(7) http://www.deathcamps.org/sobibor/pic/sobibor.jpg
(8) http://www.deathcamps.org/sobibor/pic/bmap21.jpg
(9) http://www.vho.org/GB/Books/b/
(10) http://ita.vho.org/BELZEC_RISPOSTA_A_MUEHLENKAMP.pdf
(11) http://www.undersobibor.org/project.html

Da: http://andreacarancini.blogspot.com/

 


 

10:02 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | |  Facebook |  Stampa

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