05.05.2009

Ebrei Sull’orlo di una crisi di nervi

Ebrei Sull’orlo di una crisi di nervi?


I sentimenti anti-Israele che si sviluppano negli Stati Uniti costituiscono «una minaccia a lungo termine per la posizione di Israele, per le organizzazioni ebraiche americane e per la lobby israeliana»: lo ha detto Avinoam Bar-Yosef (1), direttore generale di un’organizzazione poco nota ma influentissima, il Jewish People Policy Planning Institute (JPPPI). (2)
Potrebbe sembrare un’affermazione paranoica, di fronte all’evidenza del sangue, del denaro e del prestigio che gli USA spendono per il piccolo Stato.
Ma Bar Yoseph insiste: mentre è chiaro l’antisemitismo in Europa (l’Eurabia, si sa), e tutti sono concentrati «sul boicottaggio di Israele da parte dei docenti britannici, in USA il problema sfugge ancora; ma poiché siamo un istituto di pianificazione, riteniamo necessario formulare una strategia fin da ora».
Il JPPPI giudica la situazione abbastanza preoccupante da aver organizzato a Gerusalemme una riunione ad altissimo livello con questo argomento: come contrastare «la tendenza crescente in USA a delegittimare l’esistenza di Israele come Stato ebraico».
Cos’è accaduto, da giusificare tanto allarme?
Jehuda Reinharz, presidente della Brandeis University, ha spiegato ad Haaretz: «Gli accademici americani sono all’avanguardia nella negazione del diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Ai vecchi militanti di questa posizione, come [lo storico britannico] Tony Judt (3) e Noam Chomsky, si sono aggiunti di recente Stephen Walt e John Mearsheimer, entrambi provenienti da stimate istituzioni universitarie, che hanno accusato l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) di dettare la politica estera americana. Il loro articolo, che ha provocato sensazione, sta per diventare un libro, che uscirà a settembre. Il fatto che un editore di fama abbia versato a Walt e Mearsheimer un anticipo valutato in centinaia di migliaia di dollari fa capire come la questione sia ritenuta ‘calda’ dall’editore».

Dunque è questo: la lobby non è riuscita, con le solite intimidazioni, a impedire la pubblicazione del libro sgradito, e perciò è sull’orlo di una crisi di nervi.
«La mia sensazione e quella di molti altri» dice ancora Reinharz, «è che in seguito al saggio di Walt e Mearsheimer e ad altre pubblicazioni, siamo all’inizio di una nuova epoca riguardo ai sentimenti verso Israele in USA».
Abraham Foxman, direttore dell’Anti Defamation League, punta il dito sul libro «Palestine: Peace not Apartheid» scritto dall’ex presidente Jimmy Carter e uscito a novembre: «Ha avuto un effetto molto maggiore di altri scritti», dice Foxman: «In passato, a dire che gli ebrei sostenitori di Israele controllano i media e la politica erano solo dei marginali. Ma dopo che l’ha detto il presidente Carter, l’argomento è diventato ‘legittimo’ nei mass media. Oggi, il dibattito non è più ‘se’, ma ‘quanto’ gli ebrei comandano».
Traduzione: non siamo riusciti a demonizzare Carter, nonostante la forsennata campagna che abbiamo scatenato contro di lui («Antisemita, mentitore, facilitatore di un nuovo gencidio» secondo il sobrio giudizio di David Horowitz ad esempio) e dunque siamo inquieti.
Una volta, riuscivamo ad emarginare chi diceva certe verità: oggi perdiamo colpi.
«Ricevo lettere da professori universitari», dice Foxman per spiegare a che punto di antisemitismo siamo arrivati, «i quali mi accusano, quando io bollo qualcuno come anti-semita, di voler sopprimere il dibattito. Quando il presidente della Harvard University ha dichiarato che la critica ad Israele aiuta gli antisemiti, è stato accusato di sopprimere il discorso pubblico. Nessuno avrebbe osato accusarlo così prima».
Reinharz è al convegno per incitare i molti politici, lobbisti, studiosi, analisti israeliani presenti a rispondere con vigore a questa marea montante di antisemitismo in America.
«Non vedo uno sforzo organizzato per combattere questa tendenza nelle organizzazioni ebraiche».
Non vede.
Sicchè aspettiamoci una marea di «sforzi organizzati», di strida, demonizzazioni, emarginazioni di giornalisti, incarcerazioni e pestaggi di «negazionisti», soppressioni di domande scomode come mai abbiamo visto prima.
Anche Magdi Allam dovrà fare di più, guadagnarsi la sua paga diffondendo il verbo deciso dal JPPPI.
Anche se in Italia, certi pericoli non esistono.

I giornalisti italiani che hanno accompagnato Prodi nella sua visita ufficiale in Israele non hanno scritto una virgola sul trattamento che il nostro presidente del consiglio ha subìto all’aeroporto di Tel Aviv.
Lo ha riferito Dagospia: hanno frugato la sua valigia, tirato fuori i regali che aveva ricevuto dall’autorità palestinese (lo scambio di doni è la norma fra governanti in visita) ed è stato sottoposto al «normale» interrogatorio a cui sono assoggettati, da ragazzotti arroganti, tutti i turisti, giornalisti e visitatori non ebrei in partenza: «Dove ha preso questi oggetti? Chi glieli ha dati? Con chi ha parlato durante la sua permanenza in Israele? Ci faccia i nomi di chi ha incontrato. Ha fatto da sé i suoi bagagli?».
Una umiliazione deliberata, visto che Prodi aveva incontrato i capi di Hamas a Gaza, che Israele vuole chiudere al mondo come «terroristi».
O, come dice Dagospia «Un modo come un altro per dire: così non va».
Da noi si riesce benissimo a tacitare dibattiti e notizie.
La legittimazione di Israele non conosce smagliature.
Ma forse anche in America la marea montante dell’antisemitismo non è poi così allarmante.
Forse, è tutta una sensazione di una comunità che, più si sente vicina al «Regno» finale, più ha i nervi a fiori di pelle.

Lo suggerisce un episodio denunciato all’aeroporto internazionale di San Francisco dalla dottoressa Doris Zilbermann, una urologa israeliana che, all’arrivo nella città americana per un convegno medico, dice di essere stata maltrattata dal personale. (4)
«Mi hanno messo in una camera a gas», ha dichiarato testualmente la signora Zilbermann, «La mia famiglia è scomparsa nelle camere a gas dell’Europa. Io non avrei mai pensato che 65 anni dopo io stessa sarei stata selezionata dalla fila, messa in isolamento e posta in una camera a gas».
In realtà, da quel che si capisce, la urologa è stata sottoposta al rude controllo che qualunque turista atterrato in USA subisce di questi tempi.
Siccome, in nome della «mia nazionalità», pretendeva di non assoggettarsi ai controlli, è stata apostrofata da una donna in divisa della sicurezza: «Aspetti il suo turno».
Di fronte alla reazione della eletta da Jehova, la security si è irritata e l’ha sottoposta a screnning completo, quello che si fa ai sospetti di terrorismo islamico.
Isolata in una stanzetta, «mi hanno ordinato di togliermi le scarpe, mi hanno preso la borsetta e ne hanno estratto tutto ciò che vi era dentro, una per una, controllando ogni cosa con una carta speciale per tracciare sostanze pericolose. E’ stato estremamente umiliante».
Sì, è estremamente umiliante essere trattata da musulmana.
Ma non basta: poi, l’hanno chiusa dentro la «camera a gas», che Doris così descrive: «Appena entrata, mi hanno sparato contro getti compressi di gas. E’ stato molto doloroso».
La presunta camera a gas, secondo il reporter di «Yedioth Ahronoth» Aryeh Egozi a cui è stata mostrata su sua richiesta, è un cubicolo utilizzato per scoprire tracce di esplosivi sugli abiti dei passeggeri sospetti.
I getti di gas sono in realtà getti d’aria compressa che «spolverano» le particelle di esplosivo dai vestiti, per un esame strumentale.
Ebrei sull’orlo di una crisi di nervi.

E’ un fatto che anche chi scrive ha personalmente constatato in recenti incontri con amici ebrei: anch’essi esprimevano fantasie di persecuzione, paranoie complottistiche insensate, idee fisse…
Sono episodi isolati, o è un parossismo delirante collettivo?
E’ dovuto alla sconfitta subita da Hezbollah che ha messo fine a un delirio collettivo di onnipotenza?
O la prospettiva (citata da uno di loro) della prossima ricostruzione del Tempio?
O la fuga in una «pazzia» di comodo che tacita la coscienza di ciò che gli israeliani fanno sui palestinesi?
Le ipotesi sono aperte.
Ma il delirio è un fatto.

Maurizio Blondet

Note


1) Amiram Barkat, «A growing trend to delegitimize Israel worries jewish leaders», Haaretz, 10 luglio 2007.
2) Gli scopi del JPPPI sono «assicurare il futuro di prosperità al popolo ebraico e al giudaismo con pianificazione a lungo termine» delle strategie da adottare. («The mission of the Institute is to help assure a thriving future for the Jewish People and Judaism by engaging in professional strategic thinking and planning on short and long-term issues of primary concern to the Jewish People, with special attention to critical choices that have a significant impact on the future»). E’ presieduto da Dennis Ross, ex ambasciatore in Medio Oriente sotto Bush padre. Gli altri membri del suo comitato direttivo sono: il generale Yaacov Amidror, già capo del Collegio Militare israeliano, Uzi Arad, capo del centro interdisciplinare Herzliya (emanazione del Mossad), il generale Uzi Dayan, capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, Sami Friedrich, già direttore generale del ministero dell’Economia israeliano, Steve Hoffman, presidente della unione delle Comunità Ebraiche (United Jerwish Communities), Suzannne Last Stone, doente di diritto ebraico alla scuola di diritto Cardozo. Morlie Levin, già altissimo dirigente della RAND Corporation, il think-tank del complesso militare-industriale, Judith Liwerant, docente alla università del Messico, Isaac Molcho, già capo negoziatore con l’Autorità Palestinese per lo Stato ebraico, Steve Nasatir, presidente del Jewish United Fund of Metropolitan Chicago, Yaakov Ne’eman, già ministro delle Finanze e della Giustizia in Israele, Aharon Yadlin, già ministro della Pubblica Istruzione; è ospite frequente degli incontri anche Henry Kissinger.
3) Nell’ottobre 2006, una conferenza che Tony Judt doveva tenere a New York fu cancellata dall’organizzatore (il console polacco) spaventato dalle pressioni dell’Anti Defamation League e dell’American Jewish Committee: chi fece pressioni al telefono minacciò che se si lasciava parlare Judt, ciò avrebbe guastato «le amichevoli relazioni fra la Polonia e lo Stato ebraico». Tony Judt (ebreo, fra l’altro) denunciò questo episodio come «grave e da mettere i brividi», accusando apertamente «la lobby ebraica di sopprimere il dibattito» su Israele. Una lettera aperta firmata da 114 docenti espresse solidarietà a Tony Judt e deplorazione per l’ADL.
4) Itamar Eichner, «I was put in a gas chamber, says Israeli doctor», Ynet…news, 3 giugno 2007.

Da: http://www.effedieffe.com/rx.php?id=2143%20&chiave=La


14:46 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (2) | Tag: olocausto, truffa, olocash | |  Facebook |  Stampa

Commenti

Si tratta di stupidissimi fatti isolati che, se non altro, dimostrano la libertà di stampa e di parola in campo ebraico. Comunque, nobody is perfect.

Scritto da: Stanley Feiwell | 05.10.2009

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Quando la volpe non arriva all'uva,allora l'uva è "acerba"!

The tide is turning!

Scritto da: CM | 06.10.2009

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