02.05.2009
pacifici riccardo : negare la Shoah deve diventare un reato
pacifici riccardo : negare la Shoah deve diventare un reato
Il Presidente della comuntà ebraica di Roma, pacifici riccardo , in un intervista rilasciata al Giornaleradio di Teleradiostereo, ha commentato così le le scritte neonaziste apparse sui muri di Roma negli ultimi giorni, di cui le ultime, ieri sera, su due striscioni a firma del movimento di estrema destra ‘Militia’ contro il Pdl e lo stesso pacifici:”Negare o sminuire la shoah deve diventare un reato anche in Italia così come avviene in Francia, Austria e Germania. Su internet esistono numerosi siti dove si trova di tutto: temo che le menti dei giovani possano essere manipolate. Serve prevenzione”.
“... Domani ( giovedí 2 aprile 2009, accompagnato dal Vice Capo della Polizia Francesco Cirillo, dal presidente dell’unione comunità ebraiche italiane, gattegna renzo, dal rabbino capo, di segni riccardo . Nd Waa359 ) sarò a Dachau per commemorare Giovanni Palatucci insieme al Capo della Polizia ...”.
Targa presso la pretesa "camera a gas " di Dachau, imposta dal Revisionismo Storico( nota di Waa359)
Targa presso la pretesa "camera a gas " di Dachau, imposta dal Revisionismo Storico( nota di Waa359)
Da: http://moked.it/blog/2009/03/30/pacifici-negare-la-shoah-...
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Da: L’Unità 17/10/08
Gli ebrei a FINI:
«Ecco il dossier della vergogna»
Documento con decine di siti xenofobi consegnato al presidente della Camera
in visita alla Sinagoga di Roma
di Mariagrazia Gerina
Roma
La kippah, certo. La indossa, è un gesto che già conosce. Stringe la mano ad Alberto Mieli, ex deportato, si erano già incontrati qualche anno fa all’Auditorium. Più in disparte intravede anche Piero Terracina, quello che ad Auschwitz con Alemanno ha deciso di non andare («Ma Fini ha avuto coraggio, gli va riconosciuto»). Poi si lascia guidare dal rabbino capo Riccardo Di Segni all’interno della grande Sinagoga, il Tempio Maggiore di Roma. «La chiusero nel ‘38 con le leggi razziali?», fa come per ricordare Gianfranco Fini. «No, fu dopo l’8 settembre ‘43», lo corregge il Rabbino Di Segni: «Tutte le sinagoghe d’Europa furono chiuse, i sigilli li tolsero gli americani, c’è ancora la targa». Qualche incertezza, uno sguardo ancora alle architetture per apprezzarle meglio. Ma anche questa visita alla più grande sinagoga d’Italia è un passaggio già attraversato. Come la visita a Yad Vashem, a Gerusalemme, il viaggio ad Auschwitz. Un percorso «necessario» fatto di gesti simbolici tutto già compiuto da Fini, prima di arrivare alla presidenza della Camera. Il suo cursus verso una destra che altrove, in Francia per esempio, «si è sempre dichiarata antifascista», come dice il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, che gli fa da guida insieme al presidente dell’Unione delle comunità Renzo Gattegna. La destra italiana no, appunto. Per questo il primo presidente della Camera che viene dalla storia del Msi deve ribadire con frasi apodittiche e ben studiate che il 16 ottobre del 1943, rastrellamento del ghetto e deportazione di 1022 ebrei romani, «è una vicenda tragica che non riguardò solo gli ebrei ma gli italiani», «che si capisce solo se si ricorda che nel 2008 ricorre l’anniversario delle leggi razziali» e che «tutto il popolo italiano riconosce di non dover dimenticare». «Concetti semplici», dice Fini, anche se sa benissimo che persino i vertici di An ancora ci “inciampano” e che un gesto che dovrebbe essere scontato come mettere la kippah quando entri in una sinagoga è stato ed è oggetto di scherno non solo tra i militanti dell’estrema destra. «Il percorso è ancora lungo e dovrà colpire anche la pancia del partito», lo avverte Riccardo Pacifici, lui che ha lavorato dietro le quinte di quel viaggio a Gerusalemme e di tutti i passaggi successivi: «Certo oggi almeno nella ledership l’idea che occorra dichiararsi antifascisti c’è».
Ma che non basti affatto è fin troppo evidente.
La comunità ebraica di Roma e gli ex deportati lo hanno spiegato a Fini mettendo in fila la cronaca di questi giorni, gli atti di xenofobia, i rigurgiti razzisti.
E poi gli hanno consegnato un dossier con la data del 16 ottobre.
fini ,pacifici, il "dossier" sui siti revisionisti,Dentro non c’è la storia del rastrellamento del ghetto.
Ci sono siti che registrano ventimila ( 20.000 ) contatti ogni giorno.
Siti pieni di messaggi «xenofobi» e «razzisti», che Pacifici preferisce non rivelare per «lasciare tempo alle autorità di indagare» ma «molti sono riconducibili a un’unica sigla».
La rete ne è piena, basta navigare un po’ per imbattersi in confutazioni del mito dello sterminio ebraico, testi negazionisti, insulti ai testimoni della Shoah, compendi di follie che sembrano manuali per praticare l’odio razziale.
E poi il merchandising fascista, le magliette con il duce. Eccola la pancia della destra. «Cose che non possiamo tollerare», dice Pacifici. «Anche se non siamo noi sotto tiro in questo momento - avverte - il razzismo oggi colpisce altre minoranze», ripete invocando «il senso di responsabilità delle istituzioni». Nei confronti dei rom prima di tutto. Dopo l’incontro a porte chiuse con il consiglio della comunità e con i sopravvissuti della Shoah romana però il dossier sui siti razzisti e negazionisti Fini deve averlo passato a un suo collaboratore, perché non ce l’ha in mano quando si presenta alla stampa. «Vedremo, mi è stato appena consegnato», risponde a chi gli chiede come reagirà. Di passi il presidente della Camera ne ha fatti tanti. Il passo successivo stenta a farlo. E quando i cronisti gli chiedono della mozione che vuole i bambini immigrati in classi separate non ce la fa a prendere le distanze dalla Lega. Non ce la fa a dire la parola «vergogna». Anzi: «Il testo l’ho letto, è tutt’altro che razzista, individua strumenti che favoriscono l’integrazione», assicura. Dice che l’ha letto bene. Poi torna a tuonare contro il «mostro del razzismo che anche quando si pensa di averlo debellato può risorgere in tante forme diverse».
del 02/05/2009
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Un articolo di Blondet cita pacifici riccardo
21/05/2007

Lo storico Robert Faurisson in ospedale a seguito di un pestaggio:
rimosso dall'insegnamento nel 1990, privato della pensione e fatto oggetto d'una serie d'aggressioni fisiche negli ultimi 10 anni.
Una quantità di lettori mi subissa di mail sui fatti di Teramo, dove Faurisson, come prevedibile, è stato aggredito e non ha potuto parlare.
Che devo dirvi?
Personalmente non entro nelle questioni del revisionismo olocaustico.
Anzitutto perché non sono uno storico, ma un giornalista: mi occupo di attualità, e questa fornisce abbondanti esempi di atrocità contemporanee, opera di USA e di Israele, già abbastanza difficili da documentare.
Ma soprattutto, perché quella olocaustica è la sola religione pubblica e obbligatoria rimasta.
La sola, ormai, che non ammetta agnostici e scettici.
Discutere sui lager e sui numeri è discutere dei dogmi: intoccabili, difesi da leggi penali e presidiati dalle soi-disant istituzioni del nostro Stato.
Basta ricordare le pronunce del presidente Napolitano e di Giuliano David Amato, ministro dell'Interno.
Sfidare questo interdetto porta al risultato visto a Teramo: la negazione di quella che un tempo si chiamava «l'agibilità politica».
Chi vuole sfidare quella verità ufficiale si trova pestato da energumeni - e questa è in sé una sconfitta, subìre quel livello infimo dello scontro - e ciò solo come inizio di più gravi persecuzioni.
Tutto ciò è, nella condizione servile in cui viviamo, inevitabile.
La polizia presente lascia fare i picchiatori, e ferma invece gli aggrediti: ovvio.
Riccardo Pacifici, capo riconosciuto della squadra bastonatrice, impartisce ordini: «A Mussi [il ministro dell'università] faccio una domanda: può Moffa continuare a insegnare?».
Naturalmente sarà obbedito.
Questa condizione per cui uno Stato (più o meno) legale non solo non contrasta squadre private di violenti, ma obbedisce alle loro ingiunzioni, dove la polizia assiste alla illegalità e vi si piega ossequiosa, dove la massime cariche dello Stato accettano e approvano questa violenza, è esattamente la condizione descritta dagli storici «ufficiali» per i fatti del 1922, come azioni di squadrismo che prelusero all'instaurazione del fascismo.
Il fascismo, si sa, è ufficialmente il male assoluto, deplorato dalla sinistra tutta antifascista senza falle.
Ma se lo praticano dei giudei, lo squadrismo diventa kosher.
La tracotanza attribuita storicamente ai fascisti è una costante del molliccio signor Pacifici.
Nel 2005, quando Il Foglio organizzò un'adunata contro l'Iran davanti all'ambasciata di Teheran, il Pacifici intimò:
«Gli ebrei italiani verificheranno chi parteciperà e chi no e questi ultimi saranno considerati nemici non solo di Israele ma anche degli ebrei italiani».
Un altro della squadra, il vice-gauleiter Victor Majar, sibilò:
«Chi non ci sarà dovrà spiegarne le ragioni». (1)
Intimidazione e tracotanza, e liste di non-presenti, dunque «nemici», aggiornate per futuri pestaggi.
Al presidente Napolitano, che dice di essere antifascista ed ha la sua bella età, questo dovrebbe ricordare qualcosa.
Forse se lo ricorderà fra cinquant'anni, come ha fatto ammettendo di aver sbagliato sulla rivoluzione ungherese.
Pacifici dice di aver organizzato lo squadrismo kosher per «autodifesa» della «comunità» orribilmente minacciata, come tutti sappiamo, dai cattivissimi italiani.
Ovviamente la sua idea di autodifesa è alquanto vasta: il capo-squadra ha affermato che Israele ha aggredito il Libano, bombardandolo per un mese, per autodifesa.
Non risulta che Mussi (antifascista anche lui, perbacco) abbia eccepito.
Così è la sinistra che piace agli ebrei: quella pronta a denunciare lo squadrismo di 70 anni fa (se torna siamo pronti coi nostri petti) ma zitta sullo squadrismo presente e impunito, anzi impunibile.
Per loro informazione - perchè non possano dire, come i tedeschi di allora, «non sapevamo» - diremo che le squadre di manganellatori per Giuda esistono in tutta Europa, dappertutto ugualmente esentate dall'osservanza alle leggi.
In Francia si chiamano Betar, dal nome del primo gruppo d'aggressione fondato nel 1923 da Vladimir Jabotinsky, il sionista adoratore di Hitler, la cui legione ebraica sfilò con le camicie nere a Roma sotto lo sguardo di Mussolini.
Il vecchio legame è saldissimo: non solo Pacifici è intimo amico di Kippà Fini, ma la convergenza si rivelò alla luce del sole nel mitico '68: contro le sinistre extraparlamentari che manifestavano per i palestinesi, i baldi giovinotti dell'ebraismo romano si associarono per difendere gli argomenti (diciamo così) di Israele con Giulio Caradonna, deputato del MSI (e membro della P2, caro Mussi) e gestore di squadre di picchiatori, spesso anche a pagamento, per conto della direzione nazionale del MSI: squadre miste neofascisti-ebrei ricevettero così le prime nozioni pratiche di guerriglia di piazza e di azioni di manganello.
Questo primo nucleo fu poi rafforzato da entusiasti del rabbino Meyr Kahane, il fanatico suprematista giudeo-americano, che formarono la Lega Ebraica di Difesa.
Tutt'ora attiva, mi dicono, anche se non usa più alcun nome.
Quel che conta, del resto, sono i fatti.
La fede indefettibile e la ferrea disciplina: ogni membro della comunità, oltre a pagare la decima, deve impegnarsi due giorni al mese nel «servizio militare di difesa cittadina»; l'individuo che volesse esimersi dai turni deve presentare al Gauleiter il certificato medico.
Gruppi composti da quattro-cinque persone, su grossi SUV, pattugliano 24 ore al giorno i quartieri a forte densità ebraica, alla caccia di qualche dissennato che osi tratteggiare scritte «antisemite» su qualche muro; il fatto è rarissimo come si può capire, ma la presenza dei vigilantes è invece continua, intimidatoria, e benedetta dalle autorità (se vogliamo chiamarle così) italiote dell'Italia antifascista come una «polizia» della comunità.
Il dottor Giuliano Amato, ministro dell'Interno, è al corrente e approva.
Ma provino a formare gruppi di autodifesa del genere i musulmani, e allora lo sentirete ordinare la repressione nel nome della «legalità».
Ma il dato preoccupante è che gli squadristi ebrei hanno tutti, mi risulta, il porto d'armi.
E inoltre, due volte l'anno, vanno per una settimana in Israele dove ricevono addestramento militare.
Del resto, in caso di guerra sionista, vengono richiamati come normali riservisti della patria israeliana (uno di loro è rimasto ucciso nei Territori Occupati, mentre faceva l'eroe).
Militare volontari in un esercito straniero è vietato dalle leggi italiane: ma sono leggi che valgono solo per i goym.
Per la razza dominante, invece, è kosher.
Praticano intensamente una sorta di lotta, detta Krav Maga, elaborata nell'esercito israeliano per i suoi commandos.
Leggo da alcune note tecniche: «Se altre arti marziali tradizionali, soprattutto di matrice orientale, tendono ad associare oltre all'insegnamento delle tecniche un sistema filosofico e spirituale, il Krav Maga risponde a criteri di tipo militare quali l'efficacia e la rapidità con cui si arriva al risultato desiderato, che è la neutralizzazione dell'avversario. Dove spesso molte arti marziali (tra le quali anche quelle da cui il Krav Maga ha attinto, come Judo, Ju-Jitsu, kung fu, ecc...) prediligono una impostazione attendista che lascia all'avversario la prima mossa, il Krav Maga punta a una rapida neutralizzazione dell'avversario prima che questi possa diventare una minaccia, con un mix di colpi a mano aperta diretti a punti sensibili come naso e gola, calci e ginocchiate tipici della Thai Boxe. Questa impostazione, adatta ad ambienti ad alto rischio come i teatri operativi mediorientali, potrebbe essere fonte di problemi in situazioni di vita quotidiana: infatti l'approccio aggressivo e anticipatorio potrebbero portare a complicazioni di natura penale. […] Puntando soprattutto a zone del corpo (genitali, carotide, occhi, etc.), ritenute normalmente intoccabili per altri sport di contatto, il Krav Maga difficilmente può essere praticato in forma sportiva».
E' il meno che si possa dire.
Il Krav Maga è un'attività letale militare, lo sappia o no il dottor Amato, che costoro praticano con totale impunità.
Nel 1992, a Pesaro, con questa attività professionale ferirono seriamente una decina di persone.
Con quest'arte marziale le mani diventano paragonabili a revolver.
Anche se le pistole non mancano a questi squadristi: nel 1994 a Roma, i picchiatori kosher aggredirono la sede del Movimento Politico (un gruppo di destra extraparlamentare) in via Domodossola: furono notati gli aggressori armati di spranghe coperti da individui che puntavano le armi da fuoco sui «nemici».
Tre di questi individui vennero fermati da una volante: l'auto della polizia fu circondata e distrutta professionalmente, e i tre liberati.
Ovviamente, nessun provvedimento venne preso contro gli aggressori dalle cosiddette forze dell'ordine.
In compenso, il Movimento Politico fu disciolto per legge e la sua sede sigillata.
Numerose le imprese degli squadristi di Sion, impossibile raccontarle tutte.
- Aggressioni alla federazione romana di Rifondazione Comunista (che tace e acconsente), con tanto di blocco stradale; e gli automobilisti che protestavano, scientificamente pestati a sangue.
Tutto documentato con foto e video: ma né la magistratura né la polizia antifascista si sono mai occupate né di far cessare l'azione né di indagare sui criminali.
- Ci fu in quei giorni anche il pestaggio di Agnoletto, il capo dei no global, che mangiava ignaro in un ristorante protetto dalla vigilanza squadrista: e il giorno dopo, a Livorno, un no-global di nome Casarini fu aggredito da 40 questi prodi con spranghe e caschi.
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Sono gli stessi prodi che hanno modificato la sentenza al primo processo Priebke nel modo che forse ricorderete: sequestrarono militarmente i giudici, gli avvocati e l'imputato nell'aula del tribunale militare italiota, finchè il ministro della Giustizia, tale Flick - un leone - intervenne per far cambiare la sentenza nel senso voluto dagli squadristi.
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Da allora, una quantità di altri pestaggi alla spicciolata, con colpi di spranga alla testa di vari malcapitati della destra extraparlamentare.
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Sprangate kosher e, per Amato e i magistrati, del tutto legali.
Questa è la situazione, cari lettori.
Siamo soggetti ai picchiatori di una potenza straniera, a cui il nostro Stato si riconosce subordinato e obbediente.Siamo soggetti, in quanto critici di Israele, alla ritorsioni di questi gruppi addestrati per uccidere.
E non si tratta di un fatto casuale o marginale.
Pacifici è il vice-presidente della comunità ebraica.
La quale, invece di isolarlo, lo sceglie come suo portavoce.
Dunque approva ed è responsabile in blocco dei delitti compiuti da costoro.
Perché sono delitti e reati, anche se non c'è nell'Italia asservita il coraggio di denunciarli come tali.
Maurizio Blondet
Note
1) Massimo Fini, «Le liste sono sempre pericolose», 4 novembre 2005. Ecco il testo, dove Fini identifica come fascismo i comportamenti del Pacifici:
«Io sono un antisemita. Non sono stato infatti alla fiaccolata organizzata dal Foglio di Giuliano Ferrara davanti all'ambasciata dell'Iran per protestare contro le affermazioni del presidente di quel Paese, Ahmadinejad: 'L'entità sionista deve essere cancellata dalle mappe del mondo'. Il portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, ci ha infatti ammonito:
'Gli ebrei italiani verificheranno chi parteciperà e chi no e questi ultimi saranno considerati nemici non solo di Israele ma anche degli ebrei italiani'.
E un altro esponente degli ebrei romani, Victor Majar, ha aggiunto:
'Chi non lo farà dovrà spiegarne le ragioni'.
Io non ci sono andato, a quella fiaccolata, non perché non potevo ma perché non ho voluto, e non ho alcuna intenzione di spiegarne le ragioni ai signori Pacifici e Majar. Sono quindi un nemico di Israele, un nemico degli ebrei italiani, un antisemita, un razzista.
Ci dicano i signori Pacifici e Majar quale stella e di che colore, ci dovremo appuntare sul petto noi che non andiamo alla fiaccolata di Ferrara, perché tutti possano vedere, ictu oculi, che siamo degli infami. Siamo alle liste di proscrizione.
Eppure nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere quanto odiose e pericolose esse siano. Possibile che i signori Pacifici e Majar non si rendano conto che con le loro discriminazioni esprimono, almeno concettualmente, la stessa intolleranza contro la quale ci chiamano a protestare?
Inoltre proprio gli ebrei non ci hanno sempre chiesto, giustamente, di non confondere Israele con le comunità ebraiche, nazionali e internazionali?
Israele è uno Stato, la comunità ebraica sparsa nel mondo è un'altra cosa.
Israele è uno Stato che, come Stato, può compiere azioni buone o cattive, che io posso criticare o elogiare senza che ciò si rifletta sul mio vicino di casa ebreo.
Israele è uno Stato che, come ogni altro Stato (come poniamo, l'Afghanistan, l'Iran, la Corea del Nord) può ricevere minacce contro le quali io posso essere solidale senza per questo dover essere solidale con la comunità ebraica romana o con Giuliano Ferrara.
Confondere Israele e la comunità ebraica internazionale - e ce lo hanno insegnato proprio gli ebrei - è un concetto razzista.
Perché razzismo è proprio attribuire delle responsabilità a un membro di una comunità etnica, religiosa, per il solo fatto di appartenere a quella comunità (uccidere un bambino ebreo o palestinese o malgascio solo perché ebreo palestinese o malgascio)».
Da: http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1994%20&chiave=La
12:39 Scritto da: waa359 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: olocausto, truffa, olocash |
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